Perché non riusciamo ad evitare che la gente muoia in mare

Le domande sono strumenti: servono a trovare e riconoscere le risposte. Disgraziatamente, ci sono persone che si fermano alle domande come queste se avessero un proprio valore intrinseco. Così facendo, le trasformano in domande retoriche, le quali hanno già una risposta codificata, espressa o no, che può anche essere “non esiste risposta”. A me non piace questo modo, perché non conduce da nessuna parte. Come cristiana, sono convinta che esiste una sola domanda che deve sempre rimanere aperta, anche dopo avere incontrato la Risposta. Delle rimanenti penso che prima o poi bisogna chiuderle. Non ci servirebbe salire sulle spalle dei giganti se, arrivati lì, dopo tutta la fatica, non volessimo guardare più lontano.

Ho smesso di chiedermi “perché non riusciamo ad evitare che la gente muoia in mare?” perché ho trovato la risposta ed è per questo che nel titolo non c’è un punto interrogativo. Magari sembrerà presuntuosa, l’assenza di punto interrogativo, ma non come sembrerebbe leziosa la presenza di un punto esclamativo.

La risposta mi è comparsa davanti nell’aggettivo “ennesimo”.

Oggi al tg2 un giornalista diceva che è affondato l’ennesimo barcone. È vero, è proprio l’ennesimo, perché abbiamo perso il conto e non possiamo nemmeno ricostruirlo con esattezza, visto che ci potrebbero essere barche affondate a nostra insaputa, in anni passati.

L’aggettivo “ennesimo” si usa quando non si è in grado o non si vuole indicare un numero esatto. In matematica, ennesimo corrisponde al numero n di una serie e può essere un qualunque numero primo; comunemente, però, l’aggettivo indica un numero alto, addirittura così alto che non siamo in grado di stabilirlo facilmente.

ennèsimo (o –é-)

[dall’espressione mat. elevare alla (seconda, terza, quarta,…) ennesima potenza, con riferimento all’esponente n (enne), che simboleggia un qualsiasi numero intero; 1905]

agg. num. ord. indef.

1 Corrispondente al numero n in una sequenza, in una successione: elevare all’ennesima potenza; (ellitt.) tre all’ennesima.

2 (est.) Corrispondente a un numero alto ma indeterminato in una sequenza, in una successione: farò un ennesimo tentativo; gliel’ho detto per l’ennesima volta.

Ora, mentre il barcone affondato oggi è davvero l’ennesimo e sono ennesime anche le vittime (assai più difficili da contare che non le barche), sarebbe davvero fuori luogo indicare come ennesimo il terzo, quarto, quinto o perfino decimo elemento di una serie che possiamo agevolmente controllare o che, pure in mancanza di questa agevolezza, sappiamo non essere molto numerosa. Solo che questo “essere fuori luogo” non è più percepito.

Dieci giorni fa rimasi esterrefatta, dopo gli omicidi avvenuti nel Tribunale di Milano, sentendo un cronista affermare che l’assassino Guardiello era stato fermato mentre, fuggito dal Tribunale, si recava a compiere l’ennesima uccisione. L’ennesima, disse proprio così; me lo ricordo bene perché il giorno dopo scrissi un post che non ho pubblicato (L’ennesima prima linea, unione di due strafalcioni, perché pure il presidente Mattarella mi lasciò a bocca aperta… ma almeno mi preparò al Sabelli del venerdì, se no ci restavo secca). Era la quarta, non era l’ennesima. Se proprio il commentatore non sapeva quante fossero le vittime, morti e feriti, avrebbe potuto dire che l’assassino andava a cercare un’altra vittima, a compiere un’altra uccisione, anziché mettere il pilota automatico. Dire “un’altra vittima” o “un’altra uccisione” è un piccolo segno che ti rendi conto che di uccisioni ce ne sono già state una, due, tre, non sai bene quante ma sai che ognuna era una vita insostituibile, aveva dei legami e lascerà lacrime dietro di sé. Ma no, diciamo “l’ennesima”, tanto una più una meno…

Questo particolare è stato illuminante perché mi si è legato – grazie all’uso corretto e legittimo che ho sentito oggi – a un altro particolare, relativo al barcone affondato domenica notte, in cui presumibilmente sono morte più persone che mai prima, centinaia e centinaia.[1]

Il particolare è che tutti per due giorni si sono sgolati a dire che l’imbarcazione si era rovesciata perché i passeggeri si erano spostati tutti su un lato per attirare l’attenzione della nave soccorritrice e l’avevano fatta ribaltare. Appena l’ho sentito, mi son cascate le braccia. Tanto per cominciare, a mezzanotte non ti vai a sbracciare per attirare l’attenzione di nessuno, perché non ti vedono; casomai spari un razzo o dai fuoco a qualcosa. Non si può realisticamente pensare che la gente faccia cose stupide così per impulso, a meno di non ritenere detta gente degli animali tutti istinto e niente raziocinio, cosa che a me non riesce tanto bene. In secondo luogo, se è vero che la maggior parte delle persone era sottocoperta, era poco probabile che si verificasse un ribaltamento come quello che descrivevano. Per carità, tutto è possibile, la stabilità dipende dalla forma dello scafo, dal peso e dalla distribuzione del carico sotto e sopra e così via; ma si parlava di una nave con stiva e almeno un ponte coperto: dalla stiva non ti sbracci per attirare nessuno neanche a mezzogiorno, perché da lì sei tu a non vederli; e dai ponti coperti al massimo uno si sbraccia dall’oblò, non mi pare che basti a far ribaltare una nave, se davvero la maggior parte del carico è posta in basso e la parte che sta in alto è comunque bassa sull’acqua. E poi, ripeto, era mezzanotte.

A questo punto, so che almeno uno si è chiesto che cavolo c’entra una nave stracarica affondata col Tribunale di Milano. Ma io non parlo dei due fatti, parlo del modo di raccontarli.

Noi siamo incapaci di fare alcunché perché siamo incapaci di vedere e capire quel che abbiamo davanti, soprattutto siamo incapaci di immedesimarci con quello che accade alle altre persone. Semplicemente, non ce ne frega niente. Quel che conta è passare un po’ di tempo emozionante e le emozioni te le danno più le cose brutte che le belle; o perlomeno così disse un imbecille che era pure uno dei più rinomati direttori di giornale in Italia (ho dimenticato il nome ma sul fatto che fosse un imbecille ci metto la mano sul fuoco): le cattive notizie son quelle che fanno vendere i giornali.

Non ce ne frega niente del fatto che i morti di Milano così come i morti di domenica siano persone che cercano la felicità, prima che un lavoro. Pure i loro assassini lo sono. Ok, forse di questo potremmo anche fregarcene – i “mercanti” di esseri umani vengono chiamati smugglers, contrabbandieri, il che è perfetto perché per loro quella gente è solo merce da far passare in barba alle leggi. Ma non guardiamo così nemmeno le vittime.

Non guardiamo così neanche noi stessi, veramente, perciò siamo incapaci di guardare così gli altri. Continuiamo a chiacchierare, a fare domande retoriche, poi si passa a sbavare su fatterelli di cronaca che avrebbero mezza dozzina di spiegazioni ma sicuramente non ci aiutano ad essere persone migliori né meglio ragionanti perché di quella mezza dozzina te ne fanno vedere solo una o due, e poi ancora spariamo fesserie sulle imbarcazioni che si rovesciano come se esistessero solo i canotti a fondo piatto e i giornalisti italiani non avessero mai visto una chiglia nemmeno in tv. Non dico una deriva ma, cavolo, una chiglia…

Poi ci mettiamo a sparare altre fesserie circa cordoni navali per impedire il passaggio (perché, costerebbe meno di altri interventi? armiamo le navi con vele e galeotti ai remi?) o interventi militari in Libia, come se non esistessero, sulle sponde orientali e meridionali del Mediterraneo altri approdi che quelli della Libia. Qualcuno dice pure “dobbiamo aiutarli a casa loro” ma si guarda bene dal dire come dovremmo aiutarli – e riconosco che è difficile dire un “come” ma il punto è che nessuno ci prova davvero. L’importante è chiacchierare e fare proclami, mica accendere il cervello e chiedersi “che possiamo fare? che posso fare, io?”. Tutti adepti dei propri comodi.

E poi ci dobbiamo organizzare, mica si armano le navi con le mitraglie per affondare i barconi dopo aver salvato la gente, no, per questo dobbiamo organizzarci e chiedere il permesso, perché non si parla di petroliere, lì va bene metterci i soldati per salvare il petrolio ma per salvare le persone, oh, non sia mai. Nel frattempo, gli scafisti sparano alle nostre imbarcazioni per recuperare le proprie. Quando ho sentito che si erano comportati così addirittura due volte con la stessa nave, m’è venuta voglia di sbattere la testa al muro. Non la mia, però.

Certo, innanzitutto occorre pregare. E lo faccio, almeno quello! Ma per me è difficile pregare e basta: a parte sbattere teste al muro, che non è così utile, sento sempre il bisogno di fare qualcosa di materiale.

Poi accade che qualche amico mi richiama un possibile “come” e allora posso ripartire. Non potrò fare granché ma almeno questo lo posso segnalare, giusto?

Dopo la strage nel Mediterraneo tutti dicono: «Aiutiamoli a casa loro». Sì, ma come? Con Chesterton, ad esempio, Rodolfo Casadei su Tempi Web, 21 aprile 2015, via Società Chertertoniana Italiana

Vorrei che qualcosa del genere si potesse fare in Somalia, mi si stringe il cuore quando penso alla Somalia. A volte ho l’impressione che abbiamo un concetto sbagliato della responsabilità storica.

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[1] Il numero asserito, 950, è molto preciso. Dubito che uno qualunque si metta a contare gli ingressi sul barcone, quindi deve provenire da qualche fonte oppure ha un significato culturale, come è per noi dire “un migliaio”; ad ogni modo, pare che fossero molte centinaia di persone e ne abbiamo recuperate neanche 60 tra vive e morte.

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