Genere: maschile, femminile. E neutro?

Tutti conosciamo i sostantivi maschili e femminili. Questa caratteristica di essere maschili o femminili in grammatica si chiama genere. Molte lingue vecchie e nuove, per esempio il latino o l’inglese, hanno anche un genere neutro, che si usa perlopiù oggetti inanimati e concetti impersonali e tutto ciò che non è né maschile né femminile.

L’italiano non ha il genere neutro,[1] però possiede termini – tanto aggettivi quanto sostantivi – che non appaiono essere né maschili né femminili.

Vediamo i sostantivi.

In grammatica italiana, i sostantivi che non hanno un genere definito ma vanno bene sia per i maschi che per le femmine (usiamo il linguaggio dei bambini dell’asilo, che sono più pratici di noi) si chiamano in vari modi:

nomi comuni: questa era la dizione della grammatica che usavo alle medie, però si crea confusione con i nomi comuni come categoria opposta ai nomi propri (per esempio, città e Perugia);

nomi di genere comune: questa è la dizione di Gabrielli, evita la confusione di cui parlavo sopra ma non mi piace molto perché non è comune il genere, è il sostantivo ad essere comune a due generi, il che implica che di suo il genere non ce l’ha;

nomi ambigenere: questa è la dizione dello Zingarelli e mi piace un po’ di più ma ha lo stesso problema della dizione di Gabrielli.

Visto che mi sono scoperta tanto schizzinosa, ho pensato di inventare una dizione io stessa:

nomi agenere: nomi il cui genere non è definito come parte del nome ma solo in relazione al soggetto a cui il nome volta per volta si riferisce.

Alcuni esempi di nomi agenere sono coniuge, consorte, complice e tutti i participi presenti sostantivati (presidente, assistente, confidente, chiaroveggente, docente, inserviente, malvivente e così via).

Anche giudice viene oggi considerato un nome agenere, nel senso della funzione pubblica che rappresenta, perciò avremo IL giudice e LA giudice così come abbiamo IL presidente e LA presidente (del Consiglio, della Camera, della Repubblica e del comitato locale di non-so-ché).

Storicamente, però, come racconta Gabrielli, esso ha il femminile, che è giudicessa. Si tratta di un nome antico, risalente al Medioevo: era usato in Sardegna, la quale era divisa in quattro giudicati, ognuno retto da un giudice. Anche qui, dunque, una funzione pubblica, ma di altro genere rispetto a quella di oggi. Quando il giudice era una donna, come accadde ad Arborea nel 1383, questa donna era detta giudicessa. Da bambina, la mia eroina preferita era Eleonora giudicessa reggente di Arborea. A pensarci, mi sa che lo è tuttora.

 

[1] Ufficialmemente non esiste. Credo però che chiunque abbia studiato il latino abbia la tentazione, se non l’abitudine, di usare questa categoria. Ce l’ha avuta almeno una volta anche il presidente Napolitano, dal quale infatti mi venne, in febbraio, l’idea di scrivere questo articolo.

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