Il distributismo è cattolico?

Mia traduzione dell’articolo Is Distributism Catholic?, di David Cooney, 19 novembre 2013. Anche le note sono mie. 

Versione pdf:   Cooney, David (2013-2011), Il distributismo è cattolico_

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Il distributismo è cattolico?

di David Cooney, 19 novembre 2013

(Articolo pubblicato in origine in The Distributist Review, 22 maggio 2011)

 

Di quando in quando, lettori di The Distributist Review commentano a proposito del fatto che abbiamo così tanti articoli specificamente correlati agli insegnamenti del magistero cattolico. Sembra esistere un’opinione secondo cui la proposta del distributismo dovrebbe essere basata sul solo argomento economico, senza riferimenti specifici a nessuna specifica religione, altrimenti allontaneremmo i non cattolici. Questo solleva una domanda legittima per chiunque prenda in considerazione il distributismo. Il distributismo è cattolico? La risposta a questa domanda è tanto “sì” quanto “no”. Per essere più chiaro possibile, io sono cattolico, così come la maggior parte di chi scrive su The Distributist Review. Questa non sarà una sorpresa per quelli che abbiano letto più di qualche articolo; alcuni dei nostri articoli però sono stati scritti da non cattolici.

Ad ogni modo, mi sto allontanando dal punto focale, che è dire come mai la risposta alla domanda “il distributismo è cattolico?” è sia “sì” che “no”.

Il motivo per cui il distributismo non è specificamente cattolico

Il distributismo è basato su idee filosofiche. Contrariamente a ciò che molti pensano, la filosofia non è lo stesso che la teologia o la religione. È una disciplina separata anche quando gli argomenti coincidono. Molti dei principi sostenuti dal distributismo si possono ritrovare negli insegnamenti di altre religioni e culture di tutto il mondo.

Molti degli insegnamenti filosofici che sono alla base del distributismo sono nati prima del cristianesimo. Aristotele sosteneva molte delle stesse posizioni del distributismo. Pertanto, queste idee filosofiche non possono definirsi specificamente cattoliche. In più, come non esiste soltanto una certa forma di governo che sia compatibile con il cattolicesimo, allo stesso modo non esiste un solo sistema economico che sia compatibile con il cattolicesimo. È possibile avere un sistema capitalistico che sia compatibile con il cattolicesimo; ma prima dovrebbero essere eliminati molti degli elementi che attualmente sono accettati quale parte del capitalismo a livello mondiale – come l’usura.

Il motivo per cui il distributismo è cattolico

Il distributismo come visione economica definita è nato in seguito agli insegnamento del magistero pontificio. I papi che si occuparono di giustizia economica e sociale scrissero encicliche[1] le quali ispirarono gruppi di cattolici a formare un movimento che tentasse di presentare al grande pubblico questi problemi e delle soluzioni. Questo movimento prese il nome di distributismo o distributivismo (benché i suoi promotori esprimessero il desiderio di un nome migliore). Benché il movimento abbia incluso membri non cattolici fin dall’inizio, le posizioni sostenute dal distributismo sono coerenti con gli insegnamenti della Chiesa cattolica sulla giustizia economica e sociale. In altre parole, il distributismo consiste di posizioni filosofiche riguardo alle strutture economiche e sociali che sono compatibili con la fede cattolica. Non si può separare il distributismo dal magistero cattolico più di quanto si possa separare l’originale Costituzione degli Stati Uniti d’America dagli scritti di John Locke.

Che significa questo per i non cattolici che s’interessano al distributismo?

La vera domanda che i non cattolici devono farsi, quando si interessano al distributismo, è se possono accettare le posizioni filosofiche che sono alla base del distributismo. Non occorre essere cattolico per essere distributista più di quanto occorra essere cattolico per credere che chi può deve aiutare chi è nel bisogno. Il punto è che l’accettazione del distributismo da parte di non cattolici non si basa sul fatto che esso è coerente con il cattolicesimo; si basa sul fatto che il distributismo è una visione economica e sociale sana dal punto di vista filosofico e che funziona. . I cattolici che accettano il distributismo lo fanno per entrambi i motivi.

Forse vi state chiedendo perché, se è così, ci sono così tanti articoli decisamente cattolici su The Distributist Review. La nostra società incoraggia l’errore di pensare che la fede debba restare confinata entro le mura domestiche e nei luoghi di culto, che essa non abbia relazione con l’economia e la politica e che sostanzialmente dovrebbe esser tenuta appartata dalla vita pubblica. Il cattolicesimo insegna, come pure altre fedi, che la fede ha a che fare con tutti gli aspetti della vita. Il capitalismo come è praticato oggi nel mondo accetta prontamente prassi che non sono compatibili con la fede cattolica. Pertanto noi richiamiamo i nostri confratelli cattolici su questo punto. Presentiamo l’insegnamento chiaro e coerente della Chiesa e chiediamo ai nostri confratelli cattolici di confrontare le loro idee con quell’inse­gna­mento. Anche se continuano a rifiutare certi aspetti del distributismo come sistema economico, non possono continuare ad accettare o ignorare gli aspetti del capitalismo che sono incompatibili con la nostra fede. Incoraggiamo i non cattolici a fare lo stesso, ciascuno riguardo alla propria fede, e abbiamo accolto con piacere ogni commento in proposito pubblicato dai nostri lettori.

Crediamo che sarebbe sbagliato, che sarebbe disonesto, nascondere il fatto che il distributismo ha legami con il magistero cattolico. Che scopo avrebbe far questo, nascondere il fatto ai non cattolici? No. Saremo schietti riguardo a questi legami, e ci aspettiamo che ogni non cattolico che accetta le idee del distributismo come compatibili con la propria fede sia schietto al riguardo. Non è qualcosa che si debba tenere nascosto.

Considera le domande che seguono. Sei d’accordo che è fondamentalmente ingiusto che il nostro governo prenda prestiti per salvare enormi banche e aziende “troppo grandi per fallire” e non faccia quasi niente per aiutare i proprietari o dipendenti di piccole aziende, che sono colpito molto più duramente dall’attuale crisi economica?

Sei del parere che il modo in cui tale crisi è stata affrontata dimostra che il nostro governo, indipendentemente dal colore politico, risponde ai richiami delle Grandi Aziende anziché a quelli della popolazione in generale? E questo non accade forse perché queste aziende possono esercitare un controllo sproporzionato sull’economia?

Sei d’accordo che una società in cui la maggior parte del capitale (i mezzi di produzione) sia posseduta da un’ampia parte della popolazione è preferibile a una in cui sia posseduta, e quindi controllata, da una piccola parte della popolazione (quella che possiede le aziende “troppo grandi per fallire”)?

Credi che le famiglie siano economicamente più libere e indipendenti se possiedono (o singolarmente o in maniera cooperativa) il capitale che usano per provvedere ai propri bisogni?

Sei d’accordo che il governo dovrebbe essere decisamente limitato nella sua capacità di interferire con la vita della famiglia, con cose come crescere ed educare i figli?

Sei d’accordo che, anche se i monopoli possono ridurre di molto il costo di produzione, i mezzi per far questo sono spesso a carico della società (salari più bassi, produzione delocalizzata, perdita di lavori sul territorio eccetera), mentre gli alti profitti delle aziende rimangono invariati?

A tuo parere, pensi che sia sbagliato che le aziende licenzino gente che lavora duro solo per assumere manodopera a basso prezzo oltreoceano, in paesi che impiegano bambini e lavoro coatto[2] in condizioni intollerabili?

Sei d’accordo che un gran numero di piccoli produttori dà luogo a un’economia più stabile; che è meglio se interi settori produttivi non sono messi in ginocchio dalla cattiva gestione di poche grandi società; e che non dovremmo dipendere più di tanto da fonti di approvvigionamento lontane per cose di quotidiana necessità come il cibo?

Diresti che, se le grandi aziende si trasformano in oligopoli, è meno verosimile che sentano la pressione della competizione che manterrebbe equi salari e prezzi? Trovi ironico che i sostenitori del capitalismo monopolistico di “libero mercato” stiano sempre a parlare dei benefici della competizione mentre lo scopo delle grandi aziende è quello di eliminare la competizione?

Sei d’accordo che è fondamentalmente sbagliato che le banche mettano le piccole aziende in una condizione di svantaggio facendo loro dei prestiti solo con alti tassi d’interesse mentre offrono tassi bassissimi alle aziende grandi, anche quando praticamente non c’è differenza nel rischio?

Non occorre essere cattolici per essere d’accordo con questi e tanti altri punti del movimento distributista.

Benvenuti!

 

 

[1] La prima di queste è la Rerum novarum, lettera enciclica inviata da Papa Leone XIII nel 1891. L’insieme dei documenti del magistero che da allora in poi si sono occupati specificatamente di questi temi si chiama oggi Dottrina sociale della Chiesa; ma solo il nome è moderno: in effetti la Chiesa si è sempre occupata di giustizia sociale ed economica, anche se non lo faceva in forma di magistero pontificio.

[2] Il lavoro coatto o lavoro forzato – in inglese forced labor, in francese travail forcé – è il lavoro svolto contro la propria volontà sotto la leva di minacce di vario tipo, come la violenza fisica o il ricatto a causa di debiti, e ovviamente al di fuori di qualunque contratto e tutela. L’imposizione di lavoro forzato è un crimine internazionale.

 

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