Perché lo chiamano fondo di garanzia?

La finanza non m’è mai entrata in testa: ogni volta che sento parlare di borse nervose e roba simile, mi viene in mente una banda di donnette isteriche.

Quattro cose sulla lingua italiana, invece, negli anni le ho imparate.

Ho imparato, ad esempio, che il termine “garanzia” indica la sicurezza che offro a chi mi presta qualcosa riguardo al fatto che gliela renderò esattamente come me l’ha data o che, non potendo, gli darò qualcosa di uguale valore.

Credo che questo sia un termine che conosciamo tutti, anche se lo conosciamo nel verso che ci fa più comodo, quello commerciale: la garanzia di un oggetto che compro, infatti, è la sicurezza, offertami dal venditore, che l’oggetto funziona e che, se per caso non funziona, ne avrò un altro uguale e funzionante oppure avrò le riparazioni gratuite. La parola “garanzia” è una di quelle che fanno parte del vocabolario inconscio, diciamo: se ce ne chiedono il significato, dobbiamo pensarci su per formulare una risposta – il che è paradossale ma normale nell’esperienza umana, perché le cose evidenti sono le più difficili da spiegare.

Allora, sentendo “fondo di garanzia”, uno che pensa? In che consiste un fondo di garanzia? Probabilmente la maggior parte di noi penserà a qualcosa come un’ipoteca, che infatti è la garanzia per un prestito.

Qui c’è il testo in italiano dell’accordo raggiunto domenica all’Eurosummit, da scaricare come pdf. (Qui c’è quello in inglese, se volete provare il brivido degli acronimi che a Bruxelles amano smodatamente; hanno un ufficio apposta per inventarli, perlomeno ce l’avevano una decina di anni fa.)

La parola garanzia non compare. Il verbo garantire compare una volta sola, in riferimento al fondo ma solo per dire che occorrerà un quadro legislativo che garantisca trasparenza nelle procedure e prezzi adeguati per la vendita.

Già, perché il famoso fondo greco da 50 miliardi non serve da garanzia, cioè non è qualcosa che sta lì a disposizione del creditore nel caso in cui io non riesca a pagare, come la casa ipotecata.

Il fondo greco è un fondo di liquidazione, perché è scontato che la Grecia non riesca a pagare.

Neanche mi sarebbe venuto il sospetto se non avessi letto esattamente questa espressione – fondo di liquidazionenell’articolo di uno che la finanza la capisce. Questo mi ha incuriosito e sono andata a cercare l’accordo (l’ho letto in inglese, la traduzione è venuta dopo; e mi sono improvvisamente ricordata perché fui felice di essere la “prima dei non ammessi” al concorso per la Commissione, tanti anni fa).

La Grecia deve vendere le infrastrutture e altri beni che possiede – non il Partenone, beni monetizzabili – per restituire il prestito ai suoi debitori.  Alla faccia della garanzia.

Una garanzia è qualcosa che tengo lì da usare nell’ipotesi che io non riesca a ripagare il mio debito. In questo caso, si è già dato per scontato che il debito non si possa ripagare, così la Grecia, se vuole i soldi, deve restituirli vendendo beni. Non dicono: mettiamo i beni in un fondo, li gestiamo in un certo modo, così da farli fruttare direttamente e indirettamente, se poi la Grecia non riesce a pagare li venderemo, altrimenti no. Dicono proprio: se la Grecia vuole i soldi, deve fare questo e quest’altro, incluso mettere i beni in un fondo che penserà a venderli.[1]

Questo si chiama liquidazione. La liquidazione si chiama anche svendita ma, almeno a parole, nel caso dei beni greci c’è l’intenzione di avere prezzi adeguati.

Ora io non mi voglio addentrare nel problema di chi, in questi tempi grami, potrebbe acquistare aeroporti e porti in Grecia, perché non è mia competenza – dirò soltanto che l’anziano signore, sentito la domenica del referendum, che voleva votare “sì” per non morire mediorientale (o qualcosa del genere) era forse più vicino alla realtà di quanto potrebbe sembrare.

Non dirò nemmeno che la Grecia è una mirabile opportunità per capire la fesseria del “viviamo di turismo, il patrimonio culturale è il nostro petrolio” – sì, come no? lo sarebbe se potessimo vivere senza acquistare beni esteri, ma non ci possiamo vivere, né noi né i greci.

Quel che vorrei dire, e che vorrei si capisse, è che noi si siamo fatti espropriare delle parole e per questo il mondo sta andando a rotoli. Liquidazione e garanzia non sono la stessa cosa, così come non sono la stessa cosa matrimonio e accoppiamento – non sono la stessa esperienza.

Non è accettabile che si usi l’uno per indicare l’altro, se vogliamo davvero essere uomini. Se in finanza, garanzia e liquidazione sono la stessa cosa, vuol dire che il problema della finanza non è solo l’usura (in senso filosofico), che pure rimane il suo maggior problema.

Se non recuperiamo il significato vero delle parole, un significato legato all’esperienza, saremo sempre soggetti alle mistificazioni di questo e di quell’altro – degli Hitler e dei Mussolini, dei Lenin e degli Stalin dei Grillo e Salvini e Varoufakis e Obama e pseudo-califfi – e non riusciremo più a costruire niente, tantomeno una civiltà umana. Perché noi non siamo gorilla o delfini, siamo uomini: a noi sono indispensabili le parole anche solo per costruire le case.

 

[1] L’accordo di domenica non è l’accordo per dare i soldi, comunque. È l’accordo che fissa le condizioni per cominciare a discutere l’ipotesi di dare i soldi o  no. Lo dico così, per la cronaca. Non sarà il caso di stupirsi se, tra due settimane, uscirà qualche nuova condizione.

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