Il distributismo è ruralismo?

Mia traduzione dell’articolo Is Distributism Agrarianism? di David Cooney, 5 giugno 2014. Anche le note sono mie. 

Versione pdf da scaricare: Cooney, David (2014), Il distributismo è ruralismo_ 

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Il distributismo è ruralismo?

di David Cooney, 

Penso che l’articolo di Peter Blair, Distributism is not Agrarianism, sia un articolo molto importante per continuare la discussione su come risolvere i nostri problemi economici. Vi prego di leggerlo. Vi prego di condividerlo. Se è necessario, vi prego di imparare da ciò che dice.
Se posso avanzare una critica, forse l’autore sbaglia a pensare che la tendenza di certi distributisti a propugnare il ritorno a una società rurale sia dovuto al fatto che costoro «non hanno ancora disimparato a fare affidamento su quei vecchi romantici di Chesterton e Belloc». Mentre Chesterton e Belloc apprezzavano l’importanza dell’agricoltura, i loro scritti mostrano anche con chiarezza l’apprezzamento per la tecnologia ed essi scrissero circa l’applicazione dei principi del distributismo alle nuove tecnologie allora emergenti. Dobbiamo ricordare che l’industrializzazione su larga scala stava appena iniziando, ai loro tempi, e molti Paesi avevano in effetti un’economia principalmente agricola.
Ad ogni modo, leggere i loro scritti non mi ha mai suggerito un rifiuto della tecnologia, ma del modo in cui i capitalisti la stavano monopolizzando. Essi criticavano anche il modo in cui il capitalismo stava trasformando e industrializzando l’agricoltura. Erano gli albori di queste attività. Credo che essi rimpiangessero la perdita delle numerose e diffuse aziende agricole a proprietà familiare, sostituite da quelle industrializzate, più che sostenere che l’economia dovesse essere rurale.
Direi che quello che Chesterton e Belloc auspicavano fosse un adeguato equilibrio di tecnologia e agricoltura entro comunità locali, con una diffusa proprietà privata, allo scopo di rendere tali comunità economicamente efficienti e dinamiche. Belloc ha parlato della proprietà cooperativa di quelle grandi industrie che al tempo non potevano essere attuate su scala più piccola. Parlava anche positivamente dei progressi tecnologici che avevano reso possibile per certe industrie – come la produzione di elettricità – di diventare meno centralizzate di quanto non fossero in precedenza. Non sono espressioni di uno che invoca l’abbandono dei progressi tecnici e il ritorno alle “più semplici” società rurali del passato.
A parte questo, ritengo che l’articolo di Mr Blair sia molto importante. Non si può negare che nei ranghi distributisti ci siano sostenitori del ruralismo. Come gruppo, dovremmo cominciare a discutere con loro sulla base del fatto che uno stile di vita rurale è una via ma non la sola via in cui le persone possono vivere secondo i principi del distributismo.
L’importanza dell’agricoltura in una società distributista
Sostengo da tempo che, perché l’economia di una nazione sia sana e forte, innanzitutto devono essere sane e forti le sue economie locali. Ho anche sostenuto che, perché un’economia locale sia sana e forte, essa deve essere il più autosufficiente possibile. Questa autosufficienza è basata sull’idea che una comunità locale deve essere in grado di produrre quanto più è possibile di ciò che soddisfa i bisogni primari. Questo include senz’altro certe industrie come le costruzioni, il tessile, le arti metallurgiche e molte altre necessarie per produrre alloggi, vestiario e altro. Nel considerare i bisogni primari, tuttavia, non dobbiamo dimenticare uno dei più primari di tutti: il cibo.
È un autogol sostenere la proprietà diffusa dell’industria senza contemporaneamente propugnare la proprietà diffusa dell’agricoltura. È un autogol reclamare supporto per le manifatture e le aziende locali senza contemporaneamente reclamare supporto per gli agricoltori locali. Il punto è che il distributismo moderno deve abbracciare tutte queste cose e tenerle insieme fianco a fianco. Quelli che auspicano un ritorno all’agricoltura non vanno ignorati o respinti ma dovrebbero essere disposti a riconoscere che la tecnologia e la vità cittadina non sono nemici dell’agricoltura o del distributismo; il nemico è l’accentramento della proprietà del capitale produttivo.
Questo significa che, quando spieghiamo che distributismo implica più proprietà, più proprietari, più produttori, stiamo parlando dell’economia tutta intera. L’aumento della proprietà diffusa nell’agricoltura e nell’industria devono accadere fianco a fianco se il distributismo si vuole realizzare. Una può andare più veloce dell’altra ma entrambe devono compiere il viaggio insieme; altrimenti, avremo fallito.
E allora, che aspetto ha una società distributista? Sarà un ritorno agli aratri tirati da cavalli e buoi? Mentre alcuni potrebbero optare per questa possibilità, i più sceglieranno i trattori. Vuol dire che tutti e ciascuno dovremo cominciare a vivere in una fattoria con “tre acri e una mucca”? No. Alcuni potrebbero scegliere di far così, ma i più non lo faranno. Significa abbandonare le città e la tecnologia per tornare a una società principalmente rurale? No.
Distributismo significa che ci sarà più gente che si guadagnerà da vivere con l’agricoltura. Questo perché ogni comunità locale è un mercato locale per i prodotti agricoli. Più è ampia la comunità locale, più ci sarà richiesta di prodotti agricoli e più ci sarà bisogno di persone che li producano. Tuttavia quei prodotti saranno venduti a persone che lavorano nelle città, che producono beni non agricoli, che offrono servizi, che lavorano ai computer eccetera.
Peter Blair ha ragione. Il distributismo non è ruralismo. Il distributismo non si basa su una società che ritorna a un’economia prevalentemente agricola. Il distributismo riguarda la proprietà ampiamente diffusa di tutto il capitale produttivo. Non c’è niente di male nel ruralismo o in una comunità che scelga di essere principalmente rurale, economicamente parlando, ma questo non è un requisito del distributismo. Nel distributismo quella comunità sarebbe vicina a una città in cui la tecnologia sarebbe sviluppata e migliorata. Ognuna sosterrebbe l’altra perché non importa quanto progredita è la tecnologia, la gente ha comunque bisogno di mangiare e una buona tecnologia può migliorare la produzione agricola.

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