What’s wrong…

A Natale uscirà in edizione cartacea un grande libro di Chesterton che in Italia è stato pubblicato per la prima volta nel 2010: What’s Wrong with the World, traduzione di Annalisa Teggi, editrice la Società Chestertoniana Italiana.

Avevo usato questo testo, in inglese, come esempio di formattazione, anni fa, quando ancora non era stato tradotto, solo si ventilava l’idea. Qualche tempo dopo uscirono ben due traduzioni: una di Lindau, intitolata Ciò che non va nel mondo, e una di Rubbettino, digitale, intitolata Cosa c’è di sbagliato nel mondo, che ora appunto diventa edizione cartacea.

Ricordo che rimasi un po’ sconcertata, perché in realtà il titolo significa Che cos’ha il mondo che non va. Come titolo sarebbe pesante, però. E poi lo stesso Chesterton nella dedica afferma che, in origine, aveva chiamato il libro semplicemente What is Wrong (traducibile sia con Che cosa è sbagliato sia con Che cosa non va; entrambe le forme si possono ammobidire in Che c’è di sbagliato e Che c’è che non va o anche Quel che non va e simili combinazioni). Da qualche parte credo di aver letto che il titolo nella sua forma definitiva sia stato un’idea dell’editore di GKC, che voleva un po’ attenuare il giudizio evidente nell’altra forma, ma non ricordo più dove l’ho letto.

Ad ogni modo, mi sembra che suiano entrambi accettabili. Di solito, quando qualcosa non funziona come dovrebbe, si può anche dire che c’è in essa qualcosa di “sbagliato”, almeno temporaneamente. E se parliamo del mondo, sicuramente non funziona perché c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui ci stiamo.

Il che non vuol dire…

… che la grammatica sia un’opinione. Quelle traduzioni sono accettabili perché l’autore si è espresso in una certa maniera e quindi sappiamo come la pensava; ma non sono la traduzione esatta dell’espressione. Nella maggior parte dei casi non sarebbe corretto tradurre quella stessa frase in quei due modi all’interno di un periodo. Ovviamente, eccezioni se ne possono trovare sempre.

L’espressione wrong with (something, someone) indica che c’è qualcosa che non va, che non funziona come al solito.

La si può usare per cose e persone:

there’s something wrong with my car, la mia auto ha qualcosa che non va;

there’s something wrong with my baby, il mio bambino ha qualcosa che non va;

o come apostrofe a qualcuno che si comporta in modo insolito:

what’s wrong with you?, ma che ti prende?

Usare wrong with implica una relazione tra un soggetto che ha delle aspettative e un oggetto (nel senso di ciò esiste fuori di me, può anche essere una persona) che non appare o non si comporta come ci si aspetterebbe. Può anche esserci la relazione con un fine, uno scopo: se mi rendessi conto di avere scritto un articolo inefficace ma non riuscissi a capire che cosa esattamente lo rende inefficace, potrei chiedere a qualcuno what do you think is wrong with this article of mine?

Per dire che c’è qualcosa di sbagliato, di insolito, di strano IN qualcosa, concentrandosi perciò sull’ambiente, sullo spazio in cui qualcosa accade, e non su una relazione soggetto-oggetto, anche in inglese si usa in:

If there’s something strange in your neighborhood
Who you gonna call?
Ghostbusters!

Insomma, se qualcuno vi chiede what’s wrong with you?, sta cercando di capire perché all’improvviso vi stiate comportando in un certo modo che lo sconcerta, che non si aspettava. Se vi chiede what’s wrong in you?, sta mettendo in dubbio le vostre capacità mentali o morali, a seconda del contesto.

Dannato inglese, pieno di trappole!

Tutte le lingue sono piene di trappole: per questo sono divertenti. Le sfumature verbo-preposizione in inglese sono frequenti e a volte fanno penare perfino i madrelingua, ma esistono anche in italiano. Se, per esempio, dico a qualcuno vieni dietro A me, gli sto dicendo di seguirmi, il che può avere un senso reale oppure figurato. Se invece gli dico vieni dietro DI me, gli sto dicendo di spostarsi fisicamente e mettersi alle mie spalle. Pensate all’esperienza comune: quando si corre dietro A qualcuno? e quando invece si corre DI qualcuno?

Parlando proprio di come si dovrebbe tradurre quel titolo, nel gruppo FB della Società Chestertoniana, mi è venuto in mente che what’s wrong with you? è un’espressione abbastanza spiccia, io l’ho imparata nei fumetti. Una signora penso che direbbe qualcosa come Is something amiss?, non What’s wrong with you? (anche se significano esattamente la stessa cosa). Diciamo che  What’s wrong with you? equivale a dire Che cavolo ti prende?

E mi sono figurata un cavolo verza che afferra un uomo…

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Noi sappiamo che cosa significa; ma in sé quella frase non ha veramente senso. È una frase idiomatica (idiom): un’espressione tipica della nostra lingua e che non si può tradurre letteralmente in un’altra, ma va resa con la frase idiomatica corrispondente.

Il cavolo che ci prende è un esempio di frase idiomatica ma ce ne sono molti altri, come “piove a catinelle” che in inglese si dice it’s raining cats and dogs (piovono gatti e cani) oppure “hai fatto il passo più lungo della gamba” che diventa you have bitten off more than you can chew (hai preso un boccone più grosso di quel che riesci a masticare). Come si vede, la frase idiomatica può avere un aggancio con l’esperienza reale –può succedere di prendere bocconi troppo grossi e in certe piogge sembra davvero che qualcuno ti butti addosso delle secchiate d’acqua – ma anche nascere dalla fantasia – nella Bibbia son piovute rane, ma cani e gatti? e il passo più lungo della gamba è degno dei disegni di Lear.

Ma perché ci facciamo prendere dai cavoli?

In realtà la frase originaria potrebbe essere “che diavolo ti prende?”, da intendere in senso letterale: “quale demonio si è impossessato di te, al punto da farti comportare in questa maniera che non è la tua?”. Sarebbe parente di un’altra espressione vecchio stile che è “avere il diavolo addosso”, cioè essere irrequieto o agitato o anche irritato.

Altrimenti potrebbe essere “che accidenti ti prende?”, pure questa da intendere in senso letterale: “che malessere ti sta capitando, da farti comportare in questa maniera che non è la tua?”.

Spero che tutti riusciamo a concordare sul fatto che i diavoli possono prendere qualcuno, se esistono; che i malesseri possono colpire qualcuno, e questo colpire noi spesso lo diciamo “prendere” o “pigliare” (che ti prenda un accidente!); e che i cavoli non possono fare né l’una né l’altra cosa. Va bene, un cavolo potrebbe colpire un uomo; ma solo se glielo tira qualcuno.

Nel caso del diavolo, “cavolo” sarebbe un eufemismo, cioè un’attenuazione: invece di nominare il diavolo si nomina il cavolo, che ha le stesse sillabe e suona quasi uguale, così il ritmo è salvo.

Nel caso dell’accidenti, invece, non ci starebbe a far niente, poiché in genere esso significa appunto “niente” come rafforzativo popolaresco: non ci ho capito un cavolo. Nella frase in questione non avrebbe senso, no? Allora mi viene in mente che può essere un eufemismo al posto di “cazzo” (però non saprei come ci sia arrivato e siamo punto e daccapo), oppure che di nuovo può star lì per motivi di ritmo. Insomma, soddisfa l’orecchio, un po’ come per i bambini il “ma però”. I bambini sono fanatici adepti del “ma però” perché hanno un gran senso del ritmo: infatti ma però ha un bel suono rotondo, pieno, soddisfacente, ta-ta-TA, non come lo scarno ma o il tronco però.

Forse con i cavoli ci capita lo stesso.

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