Mentalità, osmosi e narrativa (televisiva)

Don Giussani diceva che la mentalità si assorbe come per osmosi: stai insieme a gente che ha un certo tipo di mentalità e ti ritrovi a pensare usando lo stesso tipo di mentalità. Accade nella famiglia, nella comunità a cui uno appartiene, nell’ambiente di lavoro, tra amici eccetera.

Accade anche con veicoli di mentalità che non sono personali, per esempio la tv e ciò che trasmette. Sempre don Giussani ebbe a dire che, se uno guardasse un certo numero di film e telefilm americani al giorno (era un tempo in cui la maggior parte della fiction veniva dagli Stati Uniti), dopo un anno comincerebbe a ragionare in quel modo lì.

Ora, questa è un’osservazione e richiede altrettanta osservazione per essere compresa: io ci ho messo degli anni, perché la prendevo come affermazione teorica e basta. A prenderla come un principio teorico, si può anche non essere d’accordo. Si comprende che è vera osservando sé stessi in azione, per esempio mentre si guardano produzioni italiane e americane. A me è capitato qualche settimana fa con un episodio di Montalbano ma l’ho capito proprio bene con il bel film in due parti Sotto copertura trasmesso da RaiUno il 2 e 3 novembre.

Verso la fine della seconda parte, quando la polizia sta finalmente andando ad arrestare Antonio Jovine nel posto in cui si trova, il commissario Romano vede che alcuni agenti hanno già indossato il passamontagna e ordina di non farlo: questi li indossano i ladri, dice, ma noi non siamo ladri, noi diamo alla gente qualcosa di cui hanno bisogno, che è la sicurezza; e come facciamo a dire al commerciante, all’artigiano, all’imprenditore di metterci la faccia se noi non ce la mettiamo? Così vanno ad arrestare il latitante a volto scoperto.

Avevo visto la scena al tg due giorni prima e la prima reazione, durata tre secondi, era stata “be’, ma c’è un motivo se ci si copre in questi casi!”. Mi sono bastati tre secondi per capire dov’era l’inghippo, forse perché avevo già avuto modo di farci caso. La stessa reazione, ma proprio uguale, ha avuto la persona che ieri guardava la trasmissione con me. Ho provato a spiegare dove sta l’inghippo ma non so se ha funzionato. Adesso provo a scriverla. Certo, tre secondi non basteranno.

Ignoro se se quell’episodio sia accaduto veramente o no, ma questo è irrilevante, perché la narrativa non è documentazione: se è accaduto, tanto di cappello al commissario (e a tutti quelli che erano lì e che si sono scoperti la faccia); ma se anche non è accaduto, sarebbe stato giusto che accadesse e in questo caso tanto di cappello a chi ha scritto la trama.

La mia prima reazione è stata dettata da ore e ore di telefilm americani, dove siamo abituati a vedere gente che si infiltra sotto copertura e che praticamente abbandona la propria vita normale per fare una vita finta, a volte per anni e spesso a ripetizione, cioè in più occasioni. Coprirsi la faccia in questi telefilm è funzionale, serve a evitare che i malviventi riconoscano che quella faccia lì appartiene a un agente delle forze dell’ordine. È un atto estremamente logico, insomma. Ed è, ripeto, funzionale; non solo nei telefilm, ovviamente.

Allo stesso modo è funzionale l’agente, però. Nei telefilm di cui parlo non esiste rapporto tra la posizione personale dell’agente e l’ambiente in cui essa opera sotto copertura. Al massimo c’è un richiamo sentimentale al fatto che uno è cresciuto in un quartiere a rischio, che magari ha avuto fratelli o amici ammazzati dai trafficanti di droga e così via. Ma l’agente in sé è funzionale a uno scopo. Questo modo di procedere appartiene allo stile narrativo di quei telefilm. Appartiene anche a una certa visione dei rapporti tra uomo e mondo, se volete; ma ora concentriamoci sulla narrativa.

La narrativa italiana è diversa, per quel poco che ne ho visto. Me ne sono accorta con un episodio di Montalbano, perché accadeva un certo tipo di crimine e io sapevo che in un telefilm americano erano possibili tre date motivazioni per quel comportamento: i telefilm americani hanno smesso di sorprendermi da un bel po’. (Hanno smesso di soprendere anche molti altri, così qualcuno ha inventato una serie in cui sai già dall’inizio chi sono vittima e omicida ma il problema è rintracciare il motivo dell’omicidio; si intitola ovviamente Motive). Lì, nel film italiano la spiegazione era tutt’altra, estremamente umana e abbastanza difficile da immaginare, tanto che è riuscito a sorprendermi. Se dovessi etichettare le due cose, dire che abbiamo di fronte uno schema narrativo standardizzato e un’osservazione narrativa. Ma eviterò le etichette, perché se no le dovrei spiegare.

In Sotto copertura c’è la tensione forte – e il risultato è ottimo – a mostrare come uno possa amare la propria terra al punto da volerci rimanere nonostante il pericolo per cercare di rimetterla in sesto: questo si vede bene sia nel commissario Romano (Claudio Gioè) sia nel giovane innamorato Emilio (Filippo Scicchitano), anche se l’espressione dei due casi è differente.

Qui la posizione personale nasce da un coinvolgimento che non è solo sentimentale, del genere “m’hai ammazzato il fratello e io ti combatto”. C’è anche questa motivazione, nel giovane agente che si è arruolato perché era amico di don Peppino Diana, e c’è nel racconto perché c’è nella vita: ma anche in quel caso, il coinvolgimento è diverso e si vede quando alla fine, dopo l’arresto, il ragazzo va a suonare le campane della chiesa di don Peppino, che è la scena finale del film. Avete mai visto agenti dell’FBI che fanno suonare le campane della cattedrale, o magari sparare fuochi d’artificio dalla cima del più alto grattacielo della città, perché hanno arrestato un pericoloso malvivente? No. È solo lavoro.

La scena dei passamontagna ha un significato che nasce da questo legame: questa è la mia terra e io non mi vergogno di fare quel che faccio per difenderla; e se pure ho paura, per me o per i miei cari, non lascerò che la paura mi impedisca di vivere e di amare con la mia faccia, cioè con la mia persona e non solo a parole e non solo finché mi è comodo.

Per questo ho detto che, se non è successo, quell’episodio sarebbe dovuto succedere: il mondo si cambia mettendoci la faccia, cioè mettendoci sé stessi.

La mia prima reazione è stata frutto di una specie di condizionamento, involontario, dovuto all’assorbimento osmotico di un certo tipo di mentalità. Meno male che è solo mentalità narrativa, ma il meccanismo funziona con qualunque tipo di mentalità, anche quella lavorativa o civile o religiosa o familiare: sei quel che leggi e quel che ascolti e quel che vedi… a meno che tu non riesca a vagliare tutto e trattenere ciò che vale.

Siccome funziona indipendentemente da noi, e possiamo contrastarlo solo con una grande attenzione e un lavoro costante, spesso ci lasciamo condizionare al punto che uno smette di farsi domande.

Scommetto che ancora alla fine di questo articolo – e sono più di tre secondi! – qualcuno resterebbe convinto che è giusto mettere il passamontagna così i malviventi non possono riconoscere gli agenti; che la sicurezza delle persone coinvolte (e anche il loro possibile futuro utilizzo come infiltrati) è più importante del messaggio idealistico “noi siamo con voi, mettiamoci la faccia insieme”.

Ma provate a farvi la domanda:

Se io fossi un camorrista, che cosa farei per sapere che faccia hanno gli agenti delle caserme circostanti? Aspetterei di vederli durante un’azione, magari trasmessa in tv?

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