Vero e verosimile

Tante volte ho avuto l’impressione che molti giornalisti italiani si comportino da romanzieri mancati. Ultimamente poi la malattia sembra essersi attaccata anche a certi pubblici ministeri e consimili.

Non avrei creduto però di trovare conferma alla mia osservazione nelle parole di gente del mestiere.

Il primo è stato Massimo Fini, in un’intervista di qualche settimana fa. Parla di Oriana Fallaci, non del giornalismo in sé, ma le prime righe, che riporto, confermano appunto quel che pensavo.

Domanda. In questi giorni si è scritto molto sulla morte di Pier Paolo Pasolini, essendo passati 40 anni. Lei non ha mai creduto al complotto e l’ha scritto anche su Il Fatto.

Risposta. La tesi fu innescata da Oriana Fallaci, stando dal parrucchiere, sfogliando alcune riviste.

Prego?

Sì, andò così. Fu un’invenzione. Ora, tutti i grandi giornalisti si inventano un po’ le cose. Prenda Indro Montanelli, o quello che è stato il più grande di tutti, vale a dire Curzio Malaparte, del quale Ettore Della Giovanna disse: «Sì, l’ha scritto Malaparte ed è diventato vero». Forzavano, inventavano, perché sapevano che a volte il verosimile è più vero del vero. Ma inventavano in funzione della verità.

—da “Oriana, scendi dal piedistallo, parte 1”, intervista a Massimo Fini, di Goffredo Pistelli, ItaliaOggi, 3 novembre 2015

Con tutto il rispetto per i nomi coinvolti e la loro professionalità, questa è malattia. Inventare perché l’invenzione è più verosimile del vero – e quindi aiuta a guardare la realtà con più verità – è un compito tipico dei narratori (almeno di quelli seri), non dei giornalisti. Se cominciano a fare così i migliori, mi pare quasi scontato che i più gli vadano dietro. Quasi: ma l’omologazione è un male epidemico.

Così trovo che la mia supposizione è confermata: certi giornalisti italiani, quando fanno i giornalisti, vorrebbero invece fare i narratori.

La seconda conferma l’ho trovata ieri ascoltando un incontro del Meeting 2012 sul mestiere del giornalista, “Raccontare la realtà”. Me lo sono scaricato da Youtube, non avevo assistito di persona. In quell’incontro, Alberto Savorana ha posto due domande a tre direttori di testate: Roberto Napolitano, direttore del Sole24Ore, Antonio Preziosi, direttore del Giornale Radio Rai, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire. La seconda di queste domande (tempo 1:06:50) riguardava appunto la relazione tra vero e verosimile.

Mi hanno colpito soprattutto le parole di Antonio Preziosi (1:26:20), il quale ha raccontato un fatto preciso per mostrare come accada che si diano “notizie” verosimili ma non vere, un rischio comune e corrente – lo definisce «grandissima trappola» e »grandissima insidia» – derivante dalla disattenzione per le fonti. Trascrivo una parte dell’intervento:

(1:28:16) A. Preziosi. Parlo della pura e semplice cronaca, che apparentemente è il genere giornalistico più legato all’accadimento dei fatti, alla realtà, per riferirvi un episodio che è accaduto alla mia redazione quando è scoppiata la bomba a Brindisi.

Noi abbiamo aperto quello che noi chiamiamo un filo diretto, cioè una non-stop di diverse ore, nella quale non-stop raccontavamo minuto per minuto ciò che accadeva a Brindisi. A un certo punto un’agenzia ci informa che, oltre alla povera Melissa, era morta anche un’altra ragazza, una seconda ragazza. E da quel flash d’agenzia, che riprendeva peraltro un giornale online locale, nasceva un profluvio di ulteriori agenzie, ulteriori dichiarazioni, ulteriori giornali online, che “sparavano”, come di dice in gergo, la morte di questa seconda ragazza.

Noi che andavamo in onda in diretta abbiamo fatto ricorso alla regola antica del giornalismo, quella di verificare le fonti. Abbiamo detto: Fermi un attimo: è molto meglio arrivare secondi, terzi, decimi, centesimi, piuttosto che dare una notizia sbagliata. [Applauso, di cui ringrazia e si vede che gli fa piacere.] Uno dei nostri cronisti ha fatto la cosa più banale del mondo, che è quella di alzare il telefono, di chiamare l’ospedale e di parlare col direttore sanitario e dire “Ma è vero che è morta questa seconda ragazza?” – Il direttore sanitario ci ha detto “No, non è morta, anche se lo stanno dicendo tutti. È sotto i ferri, lotta tra la vita e la morte, ma noi siamo speranzosi, siamo fiduciosi che questa ragazza ce la farà” – “Se la sente di dirle queste cose in diretta al giornale radio?” – “Certo che sì” – Diretta del giornale radio e abbiamo raccontato che quell’episodio di verosimiglianza era una non-notizia, era, come si dice in gergo, una bufala, era un fatto che non era accaduto e per fortuna non sarebbe accaduto, perché poi quella ragazza ce l’ha fatta ed è tornata alla vita.

Ecco questo episodio ci fa riflettere …. su quanto sia insidioso il verosimile, quanto sia insidiosa la verosimiglianza rispetto ad un atteggiamento anche di emulazione che noi possiamo avere nei confronti degli altri media.

Tutto l’incontro è interessante, naturalmente, rispetto a questo problema, perché raccontare la realtà implica sapere e voler distinguere tra il vero e il verosimile. Un narratore “racconta” la realtà in maniera metaforica, quindi racconta il verosimile, un giornalista no, non è compito suo. La capacità di raccontare metaforicamente si sta perdendo, per questo fioriscono i docufilm; eppure anche i docufilm usano del verosimile quando il vero non sarebbe sufficiente.

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“Oriana, scendi dal piedistallo, parte 1”, intervista a Massimo Fini, di Goffredo Pistelli, ItaliaOggi, 3 novembre 2015

RACCONTARE LA REALTÀ, Meeting di Rimini, martedì 21 agosto 2012
Partecipano Roberto Napoletano, Antonio Preziosi, Marco Tarquinio, moderatore Alberto Savorana

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