Soccomberemo 3

Accanto all’incapacità di affrontare le difficoltà quotidiane a livello sistemico e all’ansia di distruzione che ne deriva, c’è un’altra ragione per cui soccomberemo se non ci diamo una regolata: siamo troppo spesso velleitari.

velleitario [1932]

A agg.
1 Detto di persona che ha delle velleità: riformatore velleitario.
2 Detto di tutto ciò che è caratterizzato da velleità ed è perciò irrealizzabile, vano, sterile: politica velleitaria; proteste velleitarie.
|| velleitariamente, avv.

B s. m. (f. -a)
* Chi ha o mostra delle velleità.

 

velleità [fr. velléité, dal lat. velle ‘volere’. V. †velle; 1640]

s.f.
* Desiderio, aspirazione, progetto e sim. irrealizzabile perché sproporzionato alle reali capacità del soggetto: velleità artistiche, politiche, sociali; velleità senili, giovanili, fanciullesche; avere delle velleità; mostrare qualche velleità.

 

Un velleitario è uno che pensa che, per realizzare qualcosa, sia sufficiente dire che esiste o desiderare che esista, senza tener conto delle condizioni effettive. Non gli affiderei neanche la bicicletta, a gente così. A pensarci bene, anche questa è una forma di incapacità di affrontare le difficoltà quotidiane, solo che è personale.

Oggi molti velleitari su Facebook saranno sicuramente stati stimolati da questa cosina qua, di cui non rivelerò l’autore:

Il simbolo, che sempre vediamo, della Repubblica Veneziana, era il leone alato dell’evangelista S. Marco con il Vangelo aperto. Questo era però il simbolo di Venezia quando era in tempo di pace. Quando invece la Serenissima era in guerra, cambiava simbolo. Il leone alzava la coda, impugnava la spada e,..CHIUDEVA IL VANGELO! Nella vignetta la scritta in veneto dice: “Non per nostro volere c’è la guerra… e guerra sia!”.
E fu così che la Repubblica di Venezia sopravvisse per mille anni!

Questo genere di frase è proprio ciò che esalta i velleitari, i quali non hanno una reale capacità di difendere sé stessi e la loro casa (intendo l’abilità fisica di combattere) ma amano pensare che, in caso di bisogno, sarebbero più in gamba di Aragorn e Orlando messi insieme.

Non avendo né Anduril né Durlindana, non so proprio come pensano di fare; dubito però che ci pensino realmente, altrimenti non sarebbero proprio velleitari, ma uomini disposti a difendere ciò che amano. Invece il retropensiero che normalmente si accompagna alla velleità è che a versare il sangue altrui ci si mandano i soldati; meglio se sono altrui pure questi.

Perché i velleitari si esaltano con questo genere di frasi? Perché sono semplici, ti mettono davanti agli occhi un passato mitico di forza ed eroismo e anche di vittoria, che sarebbe desiderabile replicare anche oggi. Che ce ne frega, poi, se la “vittoria” dura solo mille anni? Noi ce ne andremo molto prima! Non ci interessa costruire qualcosa di eterno, ma solo difendere ciò che abbiamo adesso. E comunque in guerra ci vanno i soldati.

Questo, che esalta loro, è ciò che irrita me. Tanto più mi irrita quando sono dei cristiani e dei cattolici ad esaltarsi per una simile scemenza. Un cristiano, qualunque cristiano ma un cattolico di più, dovrebbe capire la stupidità insita in questa frase, oltre alla viltà sottintesa, che magari è meno immediata da capire.

La Serenissima chiudeva il Vangelo quando doveva prendere la spada? Bella fesseria.

Continuare a tenere aperto il Vangelo mentre si usa la spada, questa sarebbe un’azione eroica e intelligente. Una di quelle cose che chiamano “sfida”. D’accordo, è una sfida che tutti hanno sempre perso, ma non è un buon motivo per non continuare a provarci.

Disgraziatamente, tutti sono convinti che la spada e il Vangelo siano incompatibili.

Anche i nostalgici del passato glorioso non fanno la minima fatica per comprendere che difendersi è un dovere sacrosanto ma non implica mettere da parte il Vangelo. Guardano quelli che hanno fallito la sfida e logicamente concludono che non esista altro modo.

Molti pensano anche che l’incompatibilità derivi dal Vangelo stesso, per via del “porgere l’altra guancia”. Se questo fosse da prendere alla lettera per ogni cosa, io dovrei lasciarmi stuprare o derubare o ammazzare dal primo che ne avesse voglia e andrebbe bene così. Penso che neanche il più imbecille dei radicali avrebbe la faccia di bronzo di affermare che Gesù (o la Chiesa) abbia mai detto così. Penso che nessuno direbbe che il furto è una buona cosa perché Gesù si è portato un ladro in paradiso. Ma se pure oggi qualcuno lo dicesse, è un dato di fatto che ieri e l’altro ieri nessuno l’ha mai detto, tanto meno la Chiesa.

Un paradosso? Certo che sì. Il cristianesimo è zeppo di paradossi, a cominciare da Dio che nasce come un bambino qualunque in un ricovero di fortuna. Poteva nascere già bell’e pronto come Atena, poteva nascere nel palazzo di un re, poteva costringerci a fare come voleva Lui, e invece che fa? Nasce. Si sviluppa per nove mesi nell’utero di una donna, poi se ne viene fuori al momento giusto, che era anche un momento scomodo, al punto che le prime ore le ha dovute passare in una mangiatoia. Non poteva organizzarsi meglio? Certo che avrebbe potuto. Però non l’ha fatto. (I motivi ora non c’interessano.)

Robert Hugh Benson ci ha scritto un libro intero, I paradossi del cattolicesimo; ecco qua un pdf con il capitolo su “Pace e guerra”, il resto è disponibile all’indirizzo web indicato.

Difendersi, difendere la propria casa e la propria famiglia, difendere quelli che non si possono difendere da soli, difendere il proprio mondo da chi lo vorrebbe distruggere, è un sacrosanto dovere e bisogna prepararsi a compierlo, senza aspettare che lo facciano gli altri: come dice qualcuno, “è meglio essere un guerriero in un giardino che un giardiniere in guerra”.

Solo, non è un dovere da compiere chiudendo il Vangelo.

guerra e giardino

 

 

 

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