Marciam! Suffragette, a noi!   

Una delle mie canzoni preferite in Mary Poppins è la marcia delle suffragette cantata dalla signora Banks, la brillante Glynis Jones.  A causa sua, ho sempre avuto una simpatia per le suffragette come categoria, anche se non ho mai conosciuto bene la loro storia.

Conosco due commedie cinematografiche con delle suffragette: La Grande Corsa di Blake Edwards e, appunto, Mary Poppins. Ci saranno senz’altro anche dei film storici, solo che non li conosco. La mia immagine delle suffragette è derivata sia da quelle due commedie sia da qualche racconto che ho letto da giovane, per cui so che le suffragette chiedevano il voto per le donne e s’incatenavano ai cancelli e alle carrozze per protesta, finendo regolarmente in prigione (cosa a cui si accenna in entrambe le commedie) a fare lo sciopero della fame.

Detesto le femministe degli anni Sessanta e Settanta con tutta la potenza di cui sono capace. Le suffragette invece mi sono sempre state simpatiche, perché mi parevano coraggiose e anche perché ai miei occhi erano donne normali: volevano votare e s’incatenavano, però erano donne, non una scimmiottatura malriuscita dei maschi. La signora Emmeline Pankhurst, nata Goulden, ha avuto cinque figli dal suo unico marito, tanto per fare un esempio, anche se ha continuato a occuparsi di politica e di emancipazione femminile.

Solo che le mie simpatiche e coraggiose suffragette imboccarono la china in discesa anziché in salita… e noi oggi stiamo ancora rotolando giù.

Che ci fosse una china, e che ci sia tuttora, non sarò io a negarlo né lo farà alcun altro in retti sensi. La parola “china” però indica un declivio, un pezzo di mondo che non è piatto ma inclinato e, siccome è inclinato, si può decidere di percorrerlo salendo oppure scendendo. Di solito il verso di percorrenza di qualunque via dipende da dove vuoi andare; in alcuni casi, invece, dipende da dove ti convinci di voler andare e, una volta arrivato, capisci che non era dove volevi andare veramente.

Non penso che le suffragette si rendessero conto d’aver preso la via per il verso sbagliato; io senz’altro non me ne potevo rendere conto, a sedici anni, nonostante la parziale conoscenza (che le suffragette non avevano) delle femministe sessantottine; ma Chesterton lo capì subito, che si andava verso il disastro.

La terza parte di Cosa c’è di sbagliato nel mondo si intitola “Femminismo, ovvero l’errore sulla donna”.[1] Uno può non essere d’accordo con tutto ciò che dice, ma non si legge Chesterton per essere d’accordo con lui (non si dovrebbe leggere nessuno così): Chesterton si legge per levarsi la ruggine dal cervello, un po’ come si usa la soda quando il lavandino è ingorgato o lo Svitol quando la chiave non gira nella toppa. Poi, quando il cervello ricomincia a funzionare, si vede quel che lui non poteva vedere e si giudica se aveva ragione o no. Di solito si scopre che aveva sorprendentemente ragione.

La frase che segue è una profezia, considerando che sono parole del 1910:

La maggior parte del movimento femminista concorderà probabilmente con me sul fatto che la figura della donna è oggetto di una vergognosa tirannia nei negozi e negli stabilimenti.
Però io voglio distruggere la tirannia.
Loro vogliono distruggere la donna.
Ecco l’unica differenza.
—G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo (parte III cap. 12), trad. Annalisa Teggi, Rubbettino 2016, pag. 134

Il movimento femminista ai tempi di Chesterton si muoveva per il suffragio e l’emancipazione femminile, che includeva anche migliori condizioni lavorative per le donne. Chesterton non era cieco alla necessità di migliori condizioni per le donne (e per molti altri, però). Ciò che lui contesta è innanzitutto una questione di metodo e di non-democraticità, che qui esporrò brevissimamente in tre punti.

1) GKC considerava del tutto antidemocratico che una minoranza “illuminata” imponesse la sua visione su una maggioranza “non illuminata”, di maschi o di femmine che fosse. Forse la maggior parte di noi lo troverebbe antidemocratico, non è così? Eppure il suffragio universale maschile, così come quello femminile, fu appunto chiesto e ottenuto da una minoranza di uomini e di donne rispettivamente. Gli uomini che non l’avevano voluto nel 1910 avevano già cominciato a detestarlo (Nota sul suffragio femminile, pagg. 208-209); e guardate come siamo messi ora…

2) Le suffragette non erano in grado di fare una rivoluzione e vincerla, perché erano poche rispetto alla maggioranza delle donne – che non voleva il voto – e perché usavano gli strumenti sbagliati per ottenere ciò che chiedevano; la loro azione, però, non era indifferente ma creava disordine o, come dice GKC, anarchia e una perpetua contrapposizione (Parte III, cap. 1, pag. 89 ss.). Visto che la contrapposizione esiste tuttora, direi che anche qui non si sbagliava.

3) GKC considerava che le istanze di indipendenza economica delle donne non fossero veramente istanze del popolo perché si basavano sulle esperienze dei ricchi:

…. c’è un presupposto plutocratico alla base della frase “Perché una donna dovrebbe essere dipendente economicamente dall’uomo?”. La risposta ….

La risposta potrete trovarla nel libro, Parte I cap. 8; non ve lo posso riportare tutto qui e comunque lo abbiamo stampato perché venisse letto, non solo citato. Va bene, si trova anche qui. Ma è sempre solo un pezzo di libro: è come mettere la soda nel lavandino e non versarci sopra l’acqua bollente![2]

A metà della china, le femministe sessantottine lavorarono alacremente per distruggere la donna. E erano solo a metà, poi s’è andati peggiorando. Qualunque abuso potessero commettere gli uomini prima del femminismo, non era davvero peggiore di quelli che commettono ora sia gli uomini sia le donne.

È un obbrobrio che in un codice civile o penale le donne valgano meno degli uomini, che esista la fattispecie del delitto d’onore, per esempio; ma è altrettanto obbrobrioso che si pretenda di farle valere di più e differentemente, inventandosi una parola come “femminicidio”, che aumenta lo strappo anziché migliorare le cose. Se si volesse davvero sanare in qualche modo la situazione, bisognerebbe al contrario insistere sul fatto che omicidio è l’uccisione di un essere umano, qualunque sia la sua età, condizione e sesso. A mio parere dovrebbero sparire perfino infanticidio, uxoricidio, parricidio, matricidio e tutti gli altri -cidii; restare come aggravanti, ma sparire come categorie. Il giorno in cui “femminicidio” entrerà nel codice di procedura penale, sapremo che è l’inizio della fine.

È un obbrobrio che una madre metta al mondo tanti bambini se non ha di che dar loro da mangiare; ma è un obbrobrio peggiore che una madre decida di uccidere un figlio non ancora nato e lo chiami “diritto”. L’aborto è sempre esistito, possiamo dedurlo dal fatto che esistono da secoli pozioni abortive; ma che sia un “diritto” non se l’era mai sognato nessuno, prima di pochi decenni fa.

È un obbrobrio che una donna povera sia disposta a farsi ingravidare per vendere il bambino che nascerà, o anche solo regalarlo. Questa pratica si chiama correttamente “utero in affitto”, perché ai committenti (anche questo nome è corretto) non importa della donna ma solo della sua porzione utile e solo per un periodo di tempo limitato, come è anche l’affitto: le attenzioni e le limitazioni a cui è sottoposta una “madre surrogata” non sono per lei, sono per il “prodotto”. E non diciamo, per favore, che dipende dall’ignoranza e dalla povertà: anche cento anni fa esistevano tante donne povere e ignoranti ma non si sarebbero fatte usare come cavalle da riproduzione. Né sarebbe venuto in mente ad alcuno di legalizzare una cosa simile, cento anni fa, se pure a qualcuno fosse venuto in mente di attuarla.

Se non è distruzione della donna, questa…

Saremo arrivati o no in fondo alla china?

A me non sembra che possa esserci niente di peggio di questo, ma potrei sbagliarmi. A volte sembra davvero che al peggio non ci sia mai fine.

 

[1] Il libro è costituito da cinque parti più una dedica iniziale:
Parte I “Uomini senza tetto”;
Parte II “Imperialismo, ovvero l’errore sull’uomo”;
Parte III “Femminismo, ovvero l’errore sulla donna”;
Parte IV “L’educazione, ovvero l’errore sul bambino”;
Parte V “La casa dell’uomo” con la Conclusione;
e infine Tre Note (“Sul suffragio femminile”; “Sull’educazione alla pulizia”; Sulla proprietà contadina”). L’edizione italiana è della Rubbettino, traduzione di Annalisa Teggi. Il libro è in vendita su Pump Street.

[2] Quanto a me, posso dire che l’indipendenza economica non esiste nella realtà; è una creazione di intellettuali poco pratici, un ossimoro come l’apprendista con esperienza o il silenzio assordante. L’economia implica la dipendenza, altrimenti non c’è. L’unica indipendenza economica che possa mai esistere è quella di Robinson Crusoe, quella che ognuno di noi butterebbe via volentieri.

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