Suffragette 2

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(non è necessario per capire questo)

In Cosa c’è di sbagliato nel mondo, la parte III è dedicata al femminismo dei tempi di Chesterton. Il libro uscì nel 1910, perciò il femminismo dei tempi era il movimento che chiedeva l’emancipazione della donna e il suffragio (da cui suffragette, suffragetta).

A un certo punto, nel capitolo 8 di questa terza parte, lo scrittore sottolinea come ogni governo abbia una funzione coercitiva:

Ogni forma di governo è coercitiva; noi, poi, abbiamo creato una forma di governo che non solo è coercitiva, ma è anche collettiva. …. nei paesi che si governano autonomamente, questa coercizione … è una coercizione collettiva. La persona anomala è teoricamente colpita da un milione di pugni e presa a calci da un milione di piedi. Se un uomo viene flagellato, noi tutti l’abbiamo flagellato; se un uomo viene impiccato, noi tutti l’abbiamo impiccato. Questo è l’unico significato possibile della parola “democrazia”, cioè che dia un vero significato alle prime due sillabe e anche alle ultime due.

—G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo (parte III cap. 8), trad. Annalisa Teggi, Rubbettino 2016, pag.122

Fine del capitolo. Il successivo si apre così:

Quando dunque si dice che la tradizione che si oppone al suffragio femminile esclude le donne dal’attività, dall’essere socialmente influenti e partecipi della cittadinanza, chiediamoci in modo un po’ più sobrio da che coda veramente le esclude. Certamente le esclude dalla collettiva azione di coercizione, dalla punizione inflitta per mano della folla. … Ora, io non penso che qualsiasi ragionevole Suffragetta negherà che l’esclusione da questo tipo di funzione possa essere a dir poco definita come una protezione, oltre che un veto. Nessuna persona onesta rigetterà in pieno la constatazione che l’idea di avere un Signor Cancelliere e non una Signora Cancelliere può essere perlomeno associata all’idea di avere un boia e non una boia, un carnefice e non una carnefice.—op. cit. pag. 123

Quel che Chesterton ha sostenuto nei capitoli precedenti, infatti, è che l’idea generale dietro al non concedere alle donne di votare o di lavorare in fabbrica è un’idea di protezione: occorre proteggere la parte universale dell’umanità, che è la donna, perché la specializzazione non prenda il sopravvento. Questo lo dice nei capitoli 2 e 3; a parte la questione femminile, il capitolo 2 è prezioso da leggere per lo spunto che offre su come guardare il lavoro.

Noi oggi abbiamo perduto questa sensibilità rispetto alla parola democrazia e alla coercizione collettiva, ammesso che l’abbiamo mai avuta. Se però uno ci pensa appena un po’, essa ha moltissimo più senso della sua alternativa, che lo stesso Chesterton sottolinea: il pensiero che in realtà non siamo davvero colpevoli perché queste cose avvengono in maniera indiretta:[1]

E non è neppure accettabile rispondere (come spesso si risponde a riguardo) che nella civiltà moderna non verrebbe realmente chiesto alla donna di catturare, condannare o assassinare, perché tutto avviene in modo indiretto: c’è chi è specializzato nell’uccidere i nostri criminali, come c’è chi uccide il nostro bestiame. Chi sostiene questo, non proclama il significato reale del diritto di voto, ma il suo travisamento. La democrazia è stata intesa come un esercizio di governo più diretto, non più indiretto; e se tutti noi non ci sentiamo dei carcerieri, tanto peggio per noi e anche per i prigionieri.—ibidem

La conclusione del capitolo è che

…. la semplice trovata di nascondere questi gesti brutali [si riferisce alle esecuzioni dei criminali, che non avvenivano più pubblicamente] non cambia la situazione, a meno che non dichiariamo apertamente che stiamo concedendo il suffragio non tanto perché è una fonte di potere, ma perché non lo è affatto; o, in altre parole,  che le donne non otterranno di votare, quanto piuttosto di recitare la parte di chi va a votare.—op. cit. pag. 125

Si tratta di una conclusione che non è amara solo perché Gilbert non era amaro e perché non sapeva quanto avesse ragione. C’era un’altra cosa che non sapeva, perché era il 1910; ma io la so e posso trarne un’altra conclusione. Questa potrebbe essere amara, perché io non sono proprio come Gilbert.

È vero che le suffragette, cercando di mettersi “alla pari” dell’uomo attraverso sistemi e strumenti inadeguati, accettarono di recitare una parte; è la stessa parte che recitiamo tutti oggi. Ma, facendolo, accettarono anche di essere strumenti degli stessi uomini da cui si ritenevano discriminate.[2] Questo non si vede solo ora, nel disastro in cui si trovano i due sessi e la società occidentale e il mondo intero; si vide pochi anni dopo la pubblicazione del libro.

Non so che cosa ne abbia detto GKC, ma io sono rimasta molto male quando ho scoperto, facendo ricerche per il post di ieri, che le suffragette inglesi furono attivissime nello spingere gli uomini inglesi a combattere durante la Prima guerra mondiale, unendosi al movimento della Piuma Bianca, fondato da un ammiraglio, ovviamente uomo (benché con l’aiuto di una donna), nel 1914. Nell’esercito britannico la piuma bianca è un insulto, indica che ti ritengono un codardo, come si vede nel film Le quattro piume: ebbene, il Movimento della Piuma Bianca voleva convincere le donne a dare piume bianche, cioè ad accusare di codardia, tutti gli uomini che non si trovassero al fronte o che non portassero l’uniforme perché in congedo temporaneo, e le suffragette ci si buttarono a pesce.

Erano convinte della bontà della guerra? Forse. Come ne erano convinte in America le donne del Sud (mai letto Via col vento? dovreste), forse ne erano convinte le donne inglesi; solo che le donne del Sud volevano difendere il loro mondo, le inglesi miravano a distruggere il mondo di qualcun altro. Una guerra di difesa è accettabile; qualunque altra, no. Quello fu un esempio di donne che usavano le armi loro proprie con successo, un tristissimo esempio. E furono funzionali al potere maschile. Mi chiedo se poi se ne siano accorte.

L’idea di proteggere la donna dalla parte criminale del potere non era tanto sbagliata, anche se si poteva aggiustare; non è realmente con il voto che si influisce sulla società, specie nelle pseudo-democrazie come le nostre. È ovviamente infondata, invece, l’idea che, se le donne sono al potere, le guerre non succedono. Il problema non è il tipo di potere che hai, ma come lo usi, perché il verbo “potere” – da cui deriva il sostantivo – si applica a un’infinità di situazioni umane, a quasi tutte. Il potere è una caratteristica dell’uomo, maschio o femmina che sia. Le suffragette usarono il loro potere di donne, non di votanti, per indurre gli uomini a combattere, ed era come donne, non come votanti, che sostenevano la guerra. Dubito che, se fossero state “al potere”, avrebbero avuto una posizione differente.

(Se invece state pensando che lo fecero per avere poi della merce di scambio, be’, che differenza c’è coi maschi?)

 

[1] Accusare, per esempio, la Cancelliera Merkel delle molestie subite dalle donne tedesche la notte di Capodanno è un giochino politico contro chi ha il potere, non è realmente il riconoscimento di una sua particolare responsabilità morale o operativa nella mancata coercizione. Questo perché le nostre non sono democrazie, sono oligarchie. Erano già oligarchie ai tempi di GKC ma bisognerà che leggiate il libro.

[2] Questo accade anche con la questione dell’indipendenza economica ma è una storia che racconterò un’altra volta.

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