L’incubo del Nord: Il Trono di Spade

Prendiamo ad esempio quell’affermazione circa i Secoli Bui e la sensatezza nordica. È ammissibile e perfino tollerabile dire che i Secoli Bui furono un incubo. Ma è insensato dire che l’elemento nordico avesse una sia pur vaga somiglianza con la sensatezza. Se i Secoli Bui furono un incubo, fu in massima parte perché l’insensatezza nordica li rese un incubo estremamente nordico. Fu il periodo delle invasioni dei barbari, quando la pirateria occupava i mari e la civiltà si trovava nei monasteri. Potete non apprezzare i monasteri, o la sorta di civiltà preservata dai monasteri; ma è sicurissimo che fu l’unica sorta di civiltà che ci fosse.—G.K. Chesterton, The Thing, ch. 14 “The Call to the Barbarians”, traduzione mia

[i Secoli Bui, Dark Ages, sono i secoli dal VI al X d.C. circa]

The Thing è pubblicato in italiano da Lindau col titolo La mia fede.
Si può trovare, o almeno ordinare, su Pump Street.
L’unica edizione precedente è degli anni ‘50
e ha il titolo
 La Chiesa viva, edizioni San Paolo.  

Due dei telefilm più geniali degli ultimi dieci anni sono, a mio avviso, Roma e Il Trono di Spade. Geniali, sì, perché mostrano perfettamente quel che sia un mondo senza Cristo e senza Chiesa.

Roma mostra il mondo prima di Cristo; il racconto termina al tempo della morte di Antonio e Cleopatra. È logico che non ci siano né Cristo né Chiesa né quel che ne è venuto fuori.

Che sia logico, però, non significa niente. Non era affatto scontato riuscire a mostrare gli antichi così come si può capire che fossero dalle opere che ci sono arrivate: come si possono sbagliare i costumi d’epoca (una volta lo storico Alessandro Barbero disse che i certi film i senatori dei tempi di Cesare sembrano vestiti di asciugamani, il che è inverosimile), allo stesso modo si possono sbagliare gli animi e i comportamenti.

È possibile capire come fossero gli antichi perché abbiamo tanta letteratura di autori greci e latini – a me Roma ricorda moltissimo Catullo, per esempio – ma riuscirci o anche solo aver voglia di farlo non era scontato nella sceneggiatura del telefilm come non è scontato nella vita: sono molti quelli che inneggiano a un passato pagano giusto e armonioso che non è mai esistito nella realtà.

Se non era scontato dove abbiamo la letteratura, tanto meno lo era dove bisognava inventare quasi di sana pianta.

Non ho mai letto i libri da cui deriva Il Trono di Spade e non so davvero che scopo avesse il loro autore: potrebbe essere sinceramente convinto che nel Medioevo la gente si comportasse in quel modo, così come altri sono convinti dell’antichità giusta e armoniosa, è lo stesso fenomeno. Ma so quel che ci si vede, se uno è in grado di vedere: un possibile Medioevo, con aree simili al Nord e al Sud dell’Europa (culture simili alle celtiche e germaniche, alla greco-latina e a quelle del Medio Oriente) e senza la presenza di Cristo nella Chiesa.

A molti questo potrebbe risultare incomprensibile o irritante: e invece è esattamente questa assenza che origina il sentimento di fastidio o addirittura di disperazione o di oppressione che alcuni avvertono guardando questa serie.

È anche il suo genio, questa assenza, perché uno può farsi delle domande:

Voglio un mondo così?

È mai esistito un mondo che non fosse così?

Com’è che nei secoli passati si scriveva tutt’altro tipo di storie?[1]

Uno se lo può chiedere perché avverte (se non è proprio di legno) che qualcosa non va, lo avverte ogni volta che la guarda e si sente ferito da una certa disumanità riscontrabile perfino nei migliori – la giustizia di Daeneris in certi momenti è molto simile all’ingiustizia degli schiavisti – e non diciamo niente dei peggiori, che pure a volte partono da un presupposto buono – l’amore dei Lannister per la famiglia ha delle distorsioni da non credersi, eppure è umano e buono amare la propria famiglia. Tutte virtù impazzite, per dirla nuovamente con Chesterton.

Ebbene, quel che avvertiamo di opprimente è la prospettiva di un mondo senza Cristo e senza Chiesa, che è il luogo in cui Egli ha stabilito di permanere per farci compagnia.

In termini più operativi, la mancanza si colloca qui:

  • gli antichi sapevano dire non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te; chiamavano questa raccomandazione “la regola d’oro” e la violavano sistematicamente, nel senso letterale del termine: avevano cioè creato sistemi in cui era lecito e normale fare agli altri quello che a te non sarebbe piaciuto – schiavitù, tortura, sopraffazione eccetera;
  • poi è arrivato Gesù Cristo che ha detto fate agli altri quello che volete gli altri facciano a voi e questa è diventata la pietra di paragone, una raccomandazione che non è più semplicemente negativa ma positiva: ti è stato posto davanti un modello oggettivo di comportamento, non semplicemente il tuo sentire. Con una simile pietra di paragone, nessuno può più sentirsi la coscienza veramente a posto facendo lo schiavista, per esempio; per avere la coscienza a posto, devi respingere il modello. (Certo un sadomasochista potrebbe seguirlo al contrario, il modello; ma non mi sembra che i sadomasochisti siano rappresentativi della maggioranza degli esseri umani.)

Il cambiamento di prospettiva fa un mondo di differenza. Anzi, fa un mondo differente. Anzi no: può fare un mondo differente se uno non pretende di farlo da solo ma cerca di farlo insieme al Signore della Storia. Mi duole per chi non ci crede, però basterebbe guardare appunto la Storia, quella vera.

Certe cose che molti ascrivono alla Chiesa derivano invece dalla ripresa dell’antichità classica romana e pagana, che si attuò nel tardo Medioevo (già cominciava ai tempi di Dante) e più marcatamente nel Rinascimento: la sottomissione delle donne e dei bambini, la schiavitù dei tempi imperiali e coloniali (che è diversa dal servaggio medievale), moltissimi aspetti legali e così via. Si può leggere Régine Pérnoud per questo.[2]

La compassione, la comprensione, il perdono, l’amore, l’attenzione, la giustizia, la lealtà, la magnanimità che vorremmo per noi, è quasi banale dire che le vogliamo, desiderarle non dipende da noi, semplicemente non possiamo non desiderarle. Ma come fare ad averle? Ci è stato raccomandato di darle noi per primi agli altri, a imitazione di Cristo e grazie al Suo amore (altrimenti non regge).

Ce l’ha raccomandato Lui in persona.[3] Poi san Paolo ci ha messo il carico: non c’è più schiavo né libero eccetera ma tutti siamo uno in Cristo Gesù.[4] E san Giovanni ha rincarato la dose: come possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo i fratelli che vediamo?[5]

È un altro respiro, un altro modo di guardare sé stessi e gli altri. Ne nacque pian piano[6] una civiltà del tutto nuova rispetto a quelle che c’erano prima. Non è lo stesso pensare che l’altro è “uno” con me o vederlo solo per le sue oggettive caratteristiche diverse dalle mie e magari scomode o sgradevoli: è uno schiavo, è una donna, è un capitalista, è un africano, è un musulmano…

Un altro respiro non vuol dire che fino al XII secolo i cristiani fossero tutti esseri umani meravigliosi. Vuol dire che ci provavano seriamente. Dopo, hanno smesso. Di nuovo Chesterton: non è che l’ideale cristiano sia stato messo alla prova e trovato manchevole; è stato trovato difficile, perciò è stato abbandonato.[7]

Quel respiro mancava in Roma e manca nel mondo del Trono di Spade, il che rende questa serie più geniale, e anche più angosciosa, dell’altra.

È vero che Il Trono di Spade è una serie disperata e può risultare opprimente, e questo non dipende solo dalla quota notevole di malati di mente cattivi che ci sono. Molti personaggi sono spietati o cattivi senza essere malati di mente. Si avverte la mancanza di un respiro più ampio, di un senso del tempo, di un orizzonte di libertà a cui guardare, ecco cosa. Anch’io l’avverto, solo che a me non fa impressione.

Io guardo Roma e Il Trono di Spade perché sono ben raccontati e hanno costumi strepitosi, specie la seconda; ma anche per quello che ho detto prima – mi ricordano che io non voglio un mondo così – e perché le trovo entrambe un richiamo utilissimo alla gratitudine e alla coscienza di quello che sono.

§§§

[1] Quest’ultima se la può fare solo chi legge, certo. La risposta non può essere che nei secoli passati si volesse menar la gente per il naso, perché questo è ciò che si fa oggi: se si fosse fatto anche ieri, dunque, le storie dovrebbero essere più o meno le stesse. La narrativa è uno dei mezzi di cambiamento più potenti ma è solo un mezzo. Ciò che la fa muovere è un ideale.

[2] Régine Pérnoud, Medioevo. Un secolare pregiudizio, Bompiani, 2005.

[3] Vangelo secondo Luca, capitolo 6, versetto 31.

[4] Lettera ai Galati, capitolo 3.

[5] Lettera I, capitolo 4.

[6] Il fatto che una civiltà cresca piano è scandaloso per molti, o anche incomprensibile, ma in realtà tutte le civiltà crescono pian piano e tanto più lentamente quelle che marciano contro agli istinti peggiori, come quella cattolica. La Chiesa impiegò mille anni a erodere la schiavitù, i rinascimentali di ogni confessione ci misero solo un paio di secoli a renderla di nuovo legale e accettabile. Quel che marcia veloce è il deterioramento, non la crescita. Occorrono vent’anni e più per diventare uomini, ma per rimbambirsi ne può bastare uno.

[7] G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo, Rubbettino et al., 2015, trad. Annalisa Teggi, pag. 41: L’ideale cristiano non è stato processato e trovato mancante. È stato trovato difficile e lasciato intentato.

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