Scrivere in tempi bui

Traduzione dell’articolo On Writing in Dark Times di Susannah Black, pubblicato sulla Distributist Review il 12 novembre 2012, poco dopo le elezioni in cui divenne presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

L’articolo non parla di politica, però: parla di perché valga la pena fare qualcosa quando apparentemente quella cosa, qualunque sia, non cambia niente nel modo in cui vanno le cose.

Ovviamente, siccome Susannah Black è una scrittrice, parla di perché valga la pena scrivere (e leggere e cercare di capire). Ma anche del perché valga la pena fare pesche conservate o il giardino o lavorare all’uncinetto – tutte cose che a casa mia, tra l’altro, si fanno da quando esiste. 

(A un certo punto poi cita anche i romanzi di Patrick o’Brian, non potevo non tradurla. L’abbraccerei come una sorella, se capitasse qui.) 

Sarà pubblicato tra qualche tempo anche sulla Distributist Review, ma ho ottenuto il permesso di pubblicarlo qui.

SCRIVERE IN TEMPI BUI

12 novembre 2012

 

In un recentissimo episodio del podcast luterano “Issues, Etc.”, Matt Harrison, intervistando Allan Carson, rifletteva sul significato delle elezioni appena trascorse per i conservatori sociali. Sono certa che siamo stati tutti immersi in questa sorta di pensieri , nell’ultima settimana o giù di lì: Harrison diceva che “anche se non è inevitabile, potremmo aver attraversato una soglia culturale…”.

La maggioranza del popolo americano, ho sentito dire negli ultimi due giorni, a occhi aperti, spassionatamente, sapendo ciò che sceglieva, ha votato in favore della più estremista delle agende sociali antivita e antifamiglia. E per noi è finita, dice la gente: abbiamo perduto la nostra cultura. Ho udito molta disperazione.

Di fronte a una situazione così, che scopo ha scrivere editoriali, scrivere e pubblicare e leggere piccoli saggi sul legame concettuale tra l’aborto e i semi suicidi ogm della Monsanto, per esempio? O sulla possibilità di basare i quartieri pedonali sulla legge naturale?

Questa è la domanda che abbiamo di fronte tutti noi che scriviamo, che facciamo editoriali, che esprimiamo opinioni e disegniamo pagine e le pubblichiamo, che spendiamo il nostro tempo a disporre le frasi in paragrafi o a studiare dove dovrebbe cadere un’interruzione di pagina o quale immagine usare per accompagnare un’idea.

Verso la metà del secolo scorso, Marshall McLuhan coniò il termine “ecologia dei media” per descrivere il fatto che, quando un nuovo mezzo di comunicazione entra in scena, esso cambia la cultura esistente non appena aggiungendosi ad essa ma mutandone la struttura in maniera sostanziale. Una foresta più un lupo è una foresta diversa.

Egli si concentrava sui mezzi di comunicazione – stampa, televisione, radio – e non sulle idee espresse attraverso il mezzo, ma io, mentre mi rigiravo in testa la frase, decisi che la metafora funziona anche per le idee. La conversazione americana senza l’apporto della cultura conservatrice sarebbe una cosa del tutto diversa. Anche solo prendendo parte alla conversazione, anche se le nostre voci non sono forti, anche se ci sentiamo soffocati, noi cambiamo la natura di quella conversazione.

Questo riguarda il versante secolare delle scienze sociali ed è in qualche modo confortante ed è vero. Ma mentre ci pensavo, soppesando la frase “ecologia dei media” in cerca di una metafora che avrebbe cristallizzato la mia idea, mi resi conto che qualcuno l’aveva già trovata; qualcuno aveva creato la metafora giusta duemila anni fa. Il regno dei cieli, ci fece presente Gesù, è come lievito che una donna ha preso e impastato in tre misure di farina, finché sia tutta lievitata.

Allora mi resi conto che la risposta a “Perché scrivere? Perché parlare? Perché leggere? Perché pubblicare?” è che innanzitutto noi non scriviamo e leggiamo e pubblichiamo per “aggiustare” la Città dell’Uomo. Voglio dire, forse le cose in futuro “penderanno dalla nostra parte” e forse le nostre parole avranno avuto qualcosa a che fare con il ripristino del conservatorismo sociale in America. Forse però no.

Ma il fatto è che questo non è mai stato – non avrebbe mai dovuto essere – in nessun modo il nostro principale motivo per scrivere. Perché scrivere, in primo luogo? La risposta è la stessa che bisogna dare a “Perché fare il giardino?”, “Perché far figli?”, “Perché farsi la casa?”. La risposta è: perché siamo chiamati a farlo, siamo chiamati a operare, perché siamo fatti a immagine di un creatore e questo è parte del significato di essere fecondi, avere dominio, essere umanità, risanata in Cristo, come Dio intendeva che fossimo. Quando siamo i migliori esseri umani che riusciamo ad essere, i migliori “operatori”, è allora che facciamo il meglio per la cultura in senso ampio.

Se siamo scrittori, allora scriviamo perché è la nostra parte nel compito umano farlo, scrivere saggi e pubblicarli, così come potremmo fare pesche conservate, lavorare all’uncinetto o installare pannelli solari. Quando siamo in Cristo, e stando in Lui gli offriamo il nostro lavoro, esso dura per l’eternità; penso che diventi parte di quel che troveremo nelle biblioteche e librerie della Nuova Gerusalemme. Non si tratta di “ribaltare l’America”; si tratta di vivere nel Regno adesso, ambasciatori di un’altra città, una luce in un mondo buio. Vivere la vita culturale dell’eternità a partire da adesso.

E dunque lo scoraggiamento a causa delle elezioni è fuori discorso. Non si tratta innanzitutto di attivismo o di politica. Piuttosto, come scrittori e lettori e revisori ed editori e commentatori su Facebook, stiamo operando su due livelli:

  1. Primo, portiamo avanti ciò che Andrew Crouch e Tim Keller, tra molti altri, hanno chiamato il compito culturale ricevuto da Dio. Egli ci ha detto di coltivare, cosa che molti hanno interpretato ampiamente come qualcosa del genere: Andate e fate, prendete i materiali del mondo, combinateli con le vostre idee e il vostro lavoro, create più bellezza e ordine, costruite, fate crescere, scoprite.

Una delle cose che dobbiamo costruire e far crescere (in noi stessi prima che altrove) è una visione vera del mondo, un’accurata Weltanschauung in cui Cristo e noi e lo Stato e i giardini e la storia e i romanzi di Patrick O’Brian e il pane fatto in casa e i vecchi episodi di Rockford Files abbiano ciascuno il suo adeguato posto e significato.

  1. Secondo, stiamo conducendo una campagna per conquistare cuori e menti in territorio nemico, per mostrare alle persone la bellezza di una cultura/economia/società/ sinceramente umanista e perciò che onora Dio, e per motivarle a coinvolgersi con questo. È una specie di diplomazia pubblica per il Regno di Dio, un tentativo che si potrebbe chiamare Radio Terra Libera. E ogni persona che riesce a vedere un po’ di questa bellezza come risultato di un saggio ben scritto rappresenta una grande vittoria. Ogni episodio di godimento del bene ha valore. Niente di tutto questo succederà senza lo Spirito di Dio ma se ci sono state date – come è – menti e parole e il gusto delle idee, siamo responsabili di coltivarle a gloria di Dio, proprio come siamo responsabili per come usiamo i soldi e il tempo.

E il modo di compiere il compito culturale (nell’ambito delle idee concretizzate in scritti o discorsi o dibattiti, in opposizione a quelle concretizzate in giocattoli di legno o cattedrali o cose del genere) e il modo di svolgere la pubblica diplomazia sono praticamente lo stesso, come si può vedere:

Come fare le cose: Edizione del Pubblico Diplomatico

  1. Impara (raccogli il materiale del caso; comincia con il mondo esterno; comincia con quello che è già successo nella storia e con quello di cui di sta dibattendo ora);
  2. Fai qualcosa (scrivi un articolo, organizza una conferenza o una cena, prepara un’antologia);
  3. Mettilo a disposizione (pubblica l’antologia, pubblica l’articolo, invita gente alla cena o alla conferenza e fa’ che si svolga)
  4. Parlane (promuovi un’adeguata vita del prodotto culturale, in cui le persone che se ne potrebbero sentir toccate possano interagire l’una con l’altra, trarne conclusioni e, si spera, sentirsi ispirate a usare il tuo prodotto come materiale per i loro progetti, così il ciclo continua).

Non sto dicendo ovviamente che noi siamo quelli che hanno capito tutto e che dobbiamo solo deporre la nostra saggezza sugli altri. Qualunque cosa vera e buona che abbiamo capito non proviene da noi, ma viene a noi come un dono, tanto per cominciare. E abbiamo tutti ancora moltissimo da imparare. Ma abbiamo, credo, azzannato almeno una particella di verità e abbiamo scoperto che ci ha nutrito.

Così, lo scoraggiamento per la sconfitta elettorale è l’ultima cosa a cui possiamo soccombere adesso. Piuttosto, ora più che mai, mangiamo più verità, restiamo aperti a imparare di più, usiamo la conversazione e l’esplorazione e i saggi e le antologie per rifinire e, se necessario, cambiare le nostre idee e prassi, invitiamo altri alla festa e facciamo tutto con cuori pieni della carità che abbiamo trovato.

Ricordiamo anche altre quattro cose:

  1. Le persone possono essere cristiani agli occhi di Dio anche se non sono d’accordo con noi su… il livello delle tasse o la desiderabilità di un quartiere pedonale o cose del genere;
  2. Condurre le persone a concordare con noi circa le tasse o la piccola proprietà delle aziende non è lo stesso che condurle a Cristo. E non è altrettanto importante;
  3. Assicurarci che abbiamo buone idee non è lo stesso che cercare di riconciliarci con Dio e non è altrettanto importante. La giustificazione attraverso la sola opinione economica non è mai stata argomento di nessuno in nessun momento della storia della Chiesa; e
  4. Scrivere e discutere e così via non è lo stesso di ciò che voi cattolici chiamate “le opere di misericordia corporale”. Non possiamo avere la faccia tosta di scrivere saggi che spieghino alla gente come “sentirsi caldi e sazi” senza, perlomeno qualche volta, decidere di sostenere un’azienda familiare anche se è più costosa o senza offrire del tempo a una mensa per i poveri. E questo promemoria è per me stessa.

E ancora ricordiamo che il Punto Zero del ciclo di produzione culturale accennato prima è pregare. Così questo, nella mia maniera evangelica (perché in effetti sono una furtiva evangelica anglicana tra voi), è ciò con cui vi lascio: il nostro primo compito come lettori e pensatori e scrittori è chiedere a Dio di renderci fecondi, di essere con noi nel nostro operare. Di renderci, veramente, lievito.

 

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