Manipolazioni: sì e no

Premetto che non intendo dare un giudizio sul voto del prossimo autunno, perché ancora non so niente di niente della riforma costituzionale per la quale voteremo. Il giudizio è sulle parole che ho appena sentite dal nostro dinamico presidente del Consiglio, noto manipolatore.

Oh, intendiamoci, uno può anche manipolare a fin di bene; quindi il mio non è nemmeno un giudizio sulle sue azioni. È un giudizio su come usa le parole.

Bisogna ammettere che stavolta la manipolazione era smaccata: il referendum costituzionale sarebbe un modo per valorizzare, diciamo, l’Italia che dice sì rispetto a quella che dice sempre e solo no. È una nuova versione del solito, risorgimentale, “prendi gli italiani per la pancia”.

Possono esistere ottimi motivi per dire no: dipende dalla domanda, infatti.

Se uno chiede “Posso picchiarti?” spero bene che la risposta sarà “no”.

Se qualcuno si sente chiedere “Mi vendi tua figlia (o tuo figlio) per farci i comodi miei?”, mi sento di poter affermare che nel comune sentire l’unica risposta accettabile sia “no”; e quelli che rispondono “sì” son considerati mostri dallo stesso comune sentire.

Se uno si sentisse dire “Ti sta bene che lo Stato si prenda il 50% di ciò che guadagni?”, la risposta sarebbe sicuramente “no”; ma così sicuramente che lo Stato non fa mai la domanda, si limita a prelevare.

Esistono tante e tante situazioni, davvero le più varie che ci si possa immaginare, per dire legittimamente no.

Anche il referendum costituzionale, se le variazioni fossero peggiorative, sarebbe una di queste situazioni. Se invece fossero migliorative, sarebbe una situazione a cui dire sì.

Il punto è che per saperlo bisogna capire quali sono le riforme, in che cosa consistono, qual è la situazione attuale e quali sono i suoi punti deboli e forti. Poi bisogna cercare di prevedere gli abusi più macroscopici, senza però farsi intrappolare dalla paura degli abusi, perché quelli ci sono sempre stati (i nostri antenati dicevano che abusum non tollit usum, cioè l’abuso di qualcosa non può eliminarne l’uso; evidentemente si tratta di un vecchio problema).

Insomma, c’è un lavoro da fare.

Matteo Renzi però l’ha buttata sul “combattiamo i bastiancontrari” e questo non è proprio leale: è una manipolazione, vale a dire il tentativo di indurre le persone a fare qualcosa per motivi che non sono i loro. Anche ammettendo che le sue manipolazioni siano a fin di bene – e io credo che sia davvero benintenzionato, in fin dei conti – un simile atteggiamento vuol dire che ci considera dei poveretti ignari di quel che è il loro bene e che perciò vanno instradati accuratamente, usando strumenti che dei poveri deficienti possono capire. È lo stesso snobismo intellettuale, direi, per cui Umberto Eco si crucciava che internet avesse dato voce anche agli imbecilli.

In certi momenti, lo ammetto, sarei quasi tentata di dargli ragione; del resto non è certo il primo a pensarla così e una volta la pensavo così anch’io. Poi però mi sono accorta di quanto sia nocivo questo atteggiamento: nocivo alle singole persone e alle società in cui si trovano. E ho cambiato idea.

Ma siamo su un’altalena: il punto opposto a questo atteggiamento nocivo è l’idiozia per cui ognuno dice la sua e nessuno ha il diritto di dirgli niente, perché non esistono né verità né ragione oggettivamente utilizzabile: questo comporta che o non si fa niente o quel che si fa lo si fa per mezzo di sotterfugi.

L’unico antidoto ai due opposti è, ovviamente, che l’altalena si fermi e ricada a piombo. Questa non è una posizione di compromesso tra le altre due, è proprio un’altra posizione; ma è difficile da trovare perché tutti si confondono.

 

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