Leggere i dati: grano o quinoa?

Una delle più curiose disletture (termine che ho appena inventato) dei dati numerici è quella che appartiene a questo genere:

Vegetariani e vegani sono un mercato interessante perché i vegetariani sono il 9% e i vegani sono il 4% della popolazione.

Ora, è un fatto basilare che il cibo è un diritto, poiché è un bisogno primario; e ciascuno dovrebbe poter mangiare ciò che meglio gli conviene, nel rispetto delle sue convinzioni religiose o etiche e delle sue condizioni di salute.

Questo però non c’entra con i numeri.

È un fatto altrettanto basilare che, se i vegetariani sono il 9% e i vegani il 4%, il totale fa 13% e rimane perciò un 87% di persone che non sono né vegetariane né vegane, ma che hanno i medesimi identici bisogni e diritti e che costituiscono un mercato molto ma molto più grande.

È un mercato meno interessante, ma non a causa dei numeri relativi delle persone che ci stanno dentro.

Dire che vegetariani e vegani sono interessanti perché sono un certo numero è una dislettura, cioè una lettura fuori centro, perché dà come causa dell’interesse i numeri, che sono oggettivamente bassi.

Ciò che rende interessanti queste categorie, invece, non sono i numeri delle persone: è il fatto che i prezzi dei loro mercati, cioè i prezzi di certi cibi, sono più alti di quelli di altri cibi e mercati.

Il perché e il percome questo accada non c’entra molto con la lingua italiana, perché lo stesso problema esiste in qualunque lingua.

C’entra con la filosofia dell’economia agricola, infatti: qual è il compito dell’agricoltura, dar da mangiare a quelli che possono pagare di più oppure cercare di dar da mangiare a tutti?

 

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