Soccomberemo 4 e poi basta

Non so se è il caso di deprimermi. Potrebbe esserlo. Sto correggendo un testo sull’agricoltura di precisione che è una delle robe più aberranti che mi sia capitato di leggere, non come testo ma per la filosofia che ci sta dietro e di cui l’autore, cosa tristissima, non mi sembra punto consapevole.

(Uno dei misteri più misteriosi della contemporaneità è che ognuno ha una filosofia e non se ne rende conto, perché è la filosofia di qualcun altro che neanche gli vuole bene.)

L’agricoltura di precisione in sé è una cosa buona: sono le tecnologie che consentono di lavorare i terreni e raccogliere i prodotti servendosi dell’assistenza di strumenti elettronici e informatici per alleggerire la parte di lavoro di campo relativa alle misurazioni, alle distribuzioni, alle decisioni sui momenti d’intervento e simili cose, oltre e più che alleggerire il lavoro fisico. Esistono per esempio software tramite i quali un satellite dice alla seminatrice del mais se la parte di campo che si sta seminando è più o meno fertile, così la seminatrice lascia meno semente o più, anziché la quantità media come si fa di solito. Esistono sistemi per la guida assistita che impediscono al trattore di passare due volte sulla stessa striscia di campo quando si cambia direzione di marcia (i campi si arano andando da un lato all’altro e poi girando sulla capezzagna e invertendo la marcia: a seconda della manovrabilità e dell’abilità del trattorista, capita che le due strisce lavorate si sovrappongano più o meno). Insomma, ci sono sistemi che rendono il lavoro meno faticoso ed è una buona cosa, visto che si tratta di un lavoro molto faticoso.

Certe descrizioni e affermazioni, però, sono al limite del ridicolo, quando proprio non ci sguazzano dentro. Un tale ha scritto che il trattorista, avendo meno lavoro mentale da fare, potrà dedicarsi ad altro. Chissà che pensa che si possa fare: scrivere un romanzo-fiume, far due chiacchiere con la fidanzata (se non ha da lavorare), prendere una laurea o più modestamente farsi una canna o due, tanto ormai sono belle che legalizzate?

La cosa davvero deprimente non è la tecnologia in sé; non è nemmeno il ridicolo di certi accademici; non è neanche l’industrialismo applicato alle piante.

La cosa davvero deprimente è che tutti pompano l’idea che la vita è da un’altra parte rispetto al momento che stai vivendo qui e ora.

Quando dico “tutti” intendo che lo pensano e pompano anche quelli che a discuterne sosterrebbero di no, che il momento presente è il solo che conta, perché il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora (una cosa che don Giussani disse molto tempo prima di Maestro Ugwei, e forse qualcun altro l’ha detta anche prima di lui ma non ne ho idea). Sì, il momento presente è il solo che conti ma tutti vorrebbero essere altrove e spendono tanti soldi per provarci o farci provare gli altri.

Questo ci farà soccombere: non la violenza altrui ma la stupidità cosmica per cui ciò che non fai vale più di ciò che stai facendo, ciò che non hai vale più di ciò che hai e ciò che non sei vale molto più di ciò che sei.

Con questo, la serie “Soccomberemo” finisce. Non doveva essere una serie; ma poi mi è parso, fino a oggi mi pareva che potesse servire a qualcosa, perché a volte la soluzione non si riesce a trovare perché non si sa vedere il problema.

Ora, invece, vedo bene che ci vuole qualcuno che scriva di come sono belle le cose, il mondo, la terra sotto ai piedi nudi (a me piace zappettare l’orto a piedi nudi, perché è oggettivamente piacevole e non perché lo faccio senza esserci costretta), le nubi nel cielo, le ortiche e le lumache, le querce e le onde del mare, i fagiolini e le cornacchie, accendere il fuoco, intagliare il legno, il pane e la marmellata e l’arrosto e l’acqua fresca e la birra…

Personalmente, la birra non mi va giù e in generale non sono io a poter scrivere neanche delle cose che amo.

Ma posso chiedere che arrivi qualcuno capace di farlo.

Se non saremo in grado di rendere interessanti per gli uomini
l’alba, il pane e i segreti creativi del lavoro,
piomberà su tutta la nostra civiltà un affaticamento
che è l’unica malattia da cui le civiltà non guariscono.
Così morì la grande civiltà pagana:
tra cibo e circhi e dimenticanza dei lari domestici.

Dunque, qualunque cosa scegliate di fare,
non beffatevi del libro della Genesi.

Sarebbe molto meglio per voi, sarebbe molto meglio per tutti noi,
se rimanessimo così legati al libro della Genesi
da considerare la settimana
come una serie di azioni simboliche,
che ci ricordano i passi della creazione.

Sarebbe molto meglio se ogni lunedì,
anziché essere un lunedì nero,
fosse un lunedì luminoso,
per celebrare la creazione della luce.

Sarebbe molto meglio se il martedì,
parola che attualmente suona molto scialba,
rappresentasse un tripudio di fontane, fiumi e ruscelli scroscianti,
perché fu il giorno della divisione delle acque.

Sarebbe bello se ogni mercoledì
fosse l’occasione di appendere in casa rami verdi e fiori,
perché queste cose spuntarono nel terzo giorno della creazione;
o se il giovedì fosse consacrato al sole e alla luna
e il venerdì consacrato ai pesci e ai polli, e così via.

Allora cominceremmo a intuire l’importanza della settimana
e quali grandi cose
una civiltà dalla grande immaginazione
potrebbe fare in una settimana.

—Gilbert Keith Chesterton, Radio Chesterton

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