Percezione e realtà: scomuniche

(Parte prima di due)

L’altro giorno, quando i telegiornali hanno annunciato che il Santo Padre aveva concesso a ogni sacerdote di assolvere dal peccato di aborto (e l’hanno fatto come se avesse detto “abortite pure, tanto poi è una strada in discesa” ma ora lasciamo stare la scarsa qualità del giornalismo), ho scoperto con vera sorpresa che ci sarebbero persone convinte che la scomunica le metta da parte per sempre. La mente moderna mi sconcerta sempre ma stavolta ha superato se stessa.

A causa delle persone da cui l’ho sentito affermare, non posso credere che sia una bubbola da propaganda; devo credere per forza che sia una posizione sincera. Oltre che sincera, però, è anche una posizione ignorante e superstiziosa. Mi si stringe il cuore per Diderot: chissà quanto s’angoscia a vedere i cervelli che lui e i suoi compari hanno contribuito a generare?

Che una scomunica sia fatta per “mettere da parte” è vero; che sia “per sempre” è una scemenza grande quanto Giove. La scomunica funziona solo in virtù di due caratteristiche e una di queste è proprio il fatto che può e deve essere revocata quando chi ne è colpito si pente del peccato che gliel’ha portata addosso; se fosse “per sempre” non servirebbe a niente.

Basterebbe conoscere quattro righe di storia: l’imperatore Enrico a Canossa, per esempio. Ma no, cavolo, troppa fatica! E allora, come se un aborto di per sé non fosse già un ottimo motivo per lacerarsi l’anima, si sta lì a preoccuparsi di qualcosa che

a) non è vero e

b) non riguarda nemmeno tutti.

Perché l’altra cosa che fa funzionare la scomunica è il fatto che presuppone l’esistenza di una comunità rispetto alla quale essere “messi da parte”. Trattandosi della religione minoritaria che chiamiamo cattolica, questa comunità è la comunità cattolica, la Chiesa in ogni sua articolazione; e non si può, in buona fede, affermare che riguardi tutti.

Quelli che non si riconoscono cattolici non dovrebbero ragionevolmente avere problemi con una scomunica. Io non avrei ragionevolmente problemi con una fatwah; avrei forse il pensiero che qualcuno possa tagliarmi la gola, ma la fatwah di per sé mi farebbe un baffo, come si usa dire. I cattolici non tagliano la gola al prossimo per via delle scomuniche, quindi non vedo bene il problema per i non-cattolici. Forse hanno consistenti problemi di autoinganno o di malafede: ma non poter avere i sacramenti cattolici, tranne che in punto di morte, a costoro non dovrebbe fare né caldo né freddo. Se non sono mai stati cattolici, la cosa non li tocca; se hanno abbandonato la Chiesa cattolica, la cosa non dovrebbe più toccarli.

Quanto al timore che siano gli altri cattolici a poterti mettere da parte”… be’, per farlo si dovrebbe sapere che uno è scomunicato. E in genere non si sa, perché nessuno se ne va in giro col cartello “ho ammazzato un bambino prima che nascesse” o la descrizione di qualunque altro peccato soggetto a scomunica.

Ma c’è un ma.

Anche considerando che qualunque scomunica dovrebbe essere un problema solo per chi è cattolico, o meglio per chi è battezzato, c’è da ricordare che quelli che non si riconoscono cattolici o cristiani potrebbero comunque esserlo stati, e quindi potrebbero effettivamente sentirsi feriti. Lo troverei un sentimento misterioso, visto che se ne sono andati da sé, ma penso che potrebbe esistere, come esiste la nostalgia.

Soprattutto, però, la Chiesa cattolica è l’unica istituzione al mondo che afferma di poter perdonare i peccati. E questo non è uguale a zero.  

Altri ti metteranno in testa che abortendo hai esercitato un diritto, o aiutato a esercitarlo, e cose del genere; e la ferita non guarirà, perché nessun autoinganno ti può proteggere da questo genere di ferite. Ma la Chiesa dice di poter perdonare i peccati, tutti, e che nessuno è escluso dall’abbraccio di Dio; al punto che il primo a entrare in paradiso insieme a Gesù fu un ladro, forse anche assassino, non certo una brava persona. Questo è interessante e non si trova da nessun’altra parte.

È questo a rendere tanto importante il fatto che ogni sacerdote possa assolvere dal peccato di aborto.

Non immagino code di non-cattolici ai confessionali; non ci sono nemmeno code di cattolici (anche per questo è tanto facile gabbarli col cattivo giornalismo). Però sapere che esiste un luogo in cui puoi andare ed essere perdonato, secondo me non è uguale a zero anche per chi non è cattolico.

Pentirsi realmente è la seconda cosa più difficile. La cosa difficile in assoluto è credere che ci sia qualcuno che ti perdona quando sei pentito; perché noi non siamo disposti a perdonare noi stessi, quando abbiamo fatto una cosa davvero grave e ne siamo realmente addolorati. Ci vuole qualcuno fuori di noi, per questo. Ecco, la decisione del Santo Padre rende più chiaro che qualcuno c’è. C’era anche prima, ma forse non era molto chiaro. Ora è più chiaro.

Non si è trattato di fare i conti con una percezione che esiste, per quanto sbagliata, come ho pensato lì per lì. Si è trattato invece – come del resto dice il Santo Padre nella lettera, solo che uno la leggesse – di ricordare a tutti che non esiste peccato, per quanto grande, che Dio non possa perdonare e che non voglia perdonare, se uno è davvero pentito:

«non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre» (Misericordia et misera, par. 12).

Questa può sembrare una novità solo ai legalisti. Ma di legalisti ce ne sono fin troppi, fuori e dentro la Chiesa. Ben venga che il Santo Padre l’abbia specificato di nuovo in una simile occasione, così magari ci rimane più impresso.

E non è vero che così si attenua la percezione del peccato grave; affermare questo sarebbe come dire che, non esistendo l’obbligo di farsi medicare, è meno grave la percezione di dolore quando ti tagli un braccio con una sega a nastro. Abortire non è come iscriversi al partito comunista o alla massoneria.

È vero, invece, che questa decisione richiede un supplemento di responsabilità da parte dei confessori e anche degli altri fedeli, specie per combattere le due amiche di Diderot, ignoranza e superstizione. Sarebbe ora di capirlo: istruire gli ignoranti è un’opera di carità, però richiede che siamo disposti a imparare prima di insegnare agli altri.

Se fossi il Vaticano, metterei di moda una mezz’oretta di scuola domenicale prima o dopo la messa di precetto. E insegnerei le cose come sono e non come la percezione degli ignoranti (o la malafede dei cattivi) le presenta. Siccome però non lo sono, mi arrangerò con quello che ho.

(Parte 2)

I commenti sono chiusi.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: