Robert Browning

Quest’anno, la sorpresa di Natale l’ho già ricevuta. (Quella terrena, si capisce.) Non so se me ne arriveranno delle altre ma la più bella è la pubblicazione della mia traduzione di Robert Browning di G.K. Chesterton.

Robert Browning è un poeta inglese dell’epoca vittoriana che qui da noi è quasi ignoto, come la gran parte dei suoi colleghi. Non avrei letto – non tanto presto, almeno – il libro che porta il suo nome se un amico non mi avesse chiesto un parere per decidere se pubblicarlo o no. Gli ho fatto una scheda di lettura e mi sono offerta di tradurlo. Finora però non sapevamo ancora se ce l’avremmo fatta a pubblicarlo.

Ma ce l’abbiamo fatta!

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Robert Browning è uno dei primissimi lavori pubblicati da Chesterton (1903, commissionato nel 1901) ed è un saggio biografico e insieme di critica letteraria. Allo stesso tempo non è nessuna delle due cose esattamente.

Chesterton era un genio nell’entrare in contatto con gli autori, perciò non si tratta solo o tanto di notizie sulla vita di un uomo, come in genere si trova nei saggi biografici, o di dissertazioni sulla poesia di un poeta, come in genere si trova nei saggi di letteratura. È piuttosto il racconto dell’amicizia di un uomo con un altro uomo, il quale capita che sia un poeta e anche che sia morto prima che Gilbert nascesse. Ma simili amicizie sono possibili.

Con questo però non voglio dire che siano elucubrazioni per niente interessanti di uno di cui non c’importa niente su un altro che neanche conosciamo. Se non fosse stato interessante, non l’avrei tradotto.

GKC leggeva come si dovrebbe leggere, come io ho imparato da don Giussani e altri hanno imparato da altri maestri, per esempio Leopardi, perché in fin dei conti è un modo antico. Quando me ne sono accorta, ho trovato un fratello maggiore:

Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

 

Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

 

Io faccio fatica, specie con certi autori, ma Gilbert aveva questa capacità al massimo grado. A quel tempo, poi, non era il modo normale di leggere. Soprattutto non era il modo normale di leggere Browning, che passava per uno “oscuro” come minimo.

Leggendone in Chesterton, invece, Browning diventa una persona cara come lo era per lui. (Quando sono arrivata a tradurre il punto in cui Browning muore, mi è venuto da piangere come se stesse morendo mio zio. Eppure lo sapevo, che era morto.)

Che a lui fosse caro si capisce sia da ciò che scrive sia da un fatto che nella mia traduzione non troverete, perché è stato eliminato alla prima pubblicazione:[1] nel manoscritto del saggio, cioè la versione che l’autore consegna all’editore, la maggior parte dei versi erano scritti sbagliati, perché GKC citava sempre a memoria. E questi versi li conosceva talmente a memoria da averli modificati: un fenomeno che accade anche a me con i versi della Divina Commedia che conosco a memoria. Il significato rimane lo stesso, il verso è riconoscibile… ma lo modifichi come se fosse una cosa tua. Probabilmente accade lo stesso a tutti quelli che conoscono versi a memoria (o by heart, come dicono gli inglesi) e se li ripetono di quando in quando.

Ecco qua alcune delle mie parti preferite del libro. Ma sono solo alcune, una per capitolo (tranne il capitolo IV, che ne ha due perché parla dell’Italia ed è il mio preferito). Sono in genere più lunghe del solito, perché Chesterton non è tanto uno scrittore da “citazioni citabili”, benché ce ne siano: quel che veramente dà gusto è immergersi nel ragionamento o nell’esposizione che fa e in genere si tratta di più periodi.

Tutto il libro è una gran bella avventura. E siccome è la prima cosa di Chesterton che ho tradotto, mi resterà caro anche per questo.

…. questo è, appunto, il peccato e la tentazione dei biografi: tendono a vedere un significato in ogni cosa, come una trasandatezza caratteristica se il loro eroe lascia cader la pipa e una caratteristica accuratezza se la raccoglie.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. I “Giovinezza ed esordio”

 

Non c’è niente di così fieramente realistico come il sentimento e l’emozione. Il pensiero e l’intelletto si contentano di accettare astrazioni, riassunti e generalizzazioni; si contentano che dieci acri di terreno siano detti X per comodità di discussione, e che i redditi di dieci vedove si chiamino Y per comodità di discussione; si contentano che un migliaio di terribili e misteriose sparizioni dall’universo visibile possano essere assommate come mortalità di un distretto o che diecimila avvelenamenti dell’anima portino il nome generico di istinto sessuale. Il razionalismo può vivere di aria e di segni e di numeri. Ma il sentimento deve avere la realtà; l’emozione reclama i campi concreti, le vedove concrete e le loro concrete dimore, i cadaveri concreti e la donna concreta. Di conseguenza la poesia d’amore di Browning è la più squisita poesia d’amore del mondo, perché non parla di estasi e ideali e dei cancelli del paradiso, ma di vetri di finestre e di guanti e di muri di giardino. Non si occupa granché delle astrazioni; è la più vera in tutta la poesia d’amore, perché non parla molto d’amore. Essa risveglia in ogni uomo i ricordi di quell’istante immortale in cui cose morte e ordinarie hanno avuto un significato che nessun vocabolario ha il potere di esprimere e un valore che nessun milionario ha il potere di calcolare. Egli esprime il tempo celestiale in cui un uomo non pensa al paradiso ma ad un parasole. E di conseguenza egli è innanzitutto il più grande dei poeti d’amore e, in secondo luogo, l’unico filosofo ottimista a parte Whitman.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. II “Prime opere”

 

Elizabeth Barrett cercava di affermare – cosa che richiede tuttora di essere affermata ma allora lo richiedeva con urgenza – il fatto che la femminilità, nella vita o nella poesia, è una cosa positiva di per sé e non semplicemente il contrario della mascolinità. I suoi versi nella forma migliore erano altrettanto forti di quelli di Browning e quasi altrettanto abili. La differenza tra le loro nature era la differenza tra due colori primari, non quella tra i toni scuri e chiari di uno stesso colore.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. III “Browning e il suo matrimonio”

 

…. ci sono, a conti fatti, certe cose che un pittore di quint’ordine conosce e che un critico di prim’ordine non conosce; ci sono certe cose che un organista di sest’ordine conosce e che un critico musicale di prim’ordine non conosce. E queste cose Browning le conosceva. Egli era, in altre parole, quello che chiamiamo un dilettante.
La parola “dilettante” è giunta, attraverso le mille stranezze del linguaggio, a trasmettere un’idea di tepidezza; mentre la parola di per sé indica la passione. Né questa peculiarità è confinata alla sola forma della parola: la caratteristica effettiva di questi ignoti dilettanti[2] è un autentico fuoco e un genuino realismo. Un uomo deve amare qualcosa davvero tanto se la pratica non solo senza averne speranza di fama o denaro ma perfino senza alcuna speranza di riuscire a farla bene. Un simile uomo ama le fatiche del lavoro più di quanto qualunque altro uomo ne ami le ricompense.
In questo senso stretto, Browning era un dilettante accanito.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. IV “Browning in Italia”

 

Robert Browning era indiscutibilmente un uomo convenzionale fino al midollo. Molti ritengono questo elemento di convenzionalità assolutamente deplorevole e disgraziato; essi hanno stabilito, per così dire, una convenzione dell’anticonvenzionale. Ma questo odio per l’elemento convenzionale nella personalità di un poeta è possibile soltanto a coloro che non ricordano il significato delle parole. Convenzione significa soltanto un venire insieme, un accordo; e siccome ogni poeta deve basare il proprio lavoro su un accordo emotivo tra esseri umani, allora ogni poeta deve basare il proprio lavoro su una convenzione. Ogni arte è, si capisce, basata su una convenzione, un accordo tra chi parla e chi ascolta sul fatto che non saranno sollevate certe obiezioni. […] un poeta deve essere convenzionale, è nella natura della cosa. A meno che non descriva un’emozione che altri condividono, le sue fatiche saranno del tutto inutili. Se un poeta provasse un’emozione davvero originale, se per esempio un poeta s’innamorasse d’improvviso dei respingenti di un treno, gli ci vorrebbe assai più tempo dei settant’anni che gli sono concessi per comunicare i suoi sentimenti.
La poesia ha a che fare con cose primitive e convenzionali: la fame di pane, l’amore per la donna, l’amore per i figli, il desiderio di una vita immortale. Se gli uomini provassero davvero nuovi sentimenti, la poesia non se ne potrebbe occupare. Se, diciamo, un uomo non provasse un’acuta brama di mangiare pane ma, in sostituzione, provasse una fresca, originale brama di mangiare parafuoco d’ottone o tavole di mogano, non potrebbe esprimerlo con la poesia. Se un uomo, anziché innamorarsi di una donna, s’innamorasse di un fossile o di un anemone di mare, non potrebbe esprimerlo con la poesia. La poesia può solo esprimere ciò che è originale in un unico senso: nel senso in cui parliamo di “peccato originale”. Esso è originale, non nel senso meschino di essere nuovo, ma nel senso più profondo di essere vecchio; è originale nel senso che ha a che fare con le origini.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. IV “Browning in Italia”

 

I pregiudizi di Browning, tuttavia, appartenevano interamente a quel genere sano che è contraddistinto da un’allegra e soddisfatta ignoranza. A un uomo non fa mai gran male odiare una cosa che non conosce affatto. Odiare una cosa che conosciamo un po’, è questo a rovinare il carattere. Tutti noi abbiamo un oscuro sentimento di resistenza verso persone che non abbiamo mai incontrato, e un profondo virile disgusto per autori che non abbiamo mai letto. Non fa male all’uomo esser certo, prima di averne aperto i libri, che Whitman è un osceno esaltato predicatore o che Stevenson è solo uno che gioca con lo stile. A essere sulla buona strada per la perdizione mentale è l’uomo che riesce a pensare cose simili dopo averne letto i libri. Il pregiudizio, in effetti, non è un grande peccato intellettuale tanto quanto lo è quella cosa che potremmo chiamare, inventandoci il termine, “postgiudizio”: non lo sbilanciamento che esiste prima di un giusto processo ma lo sbilanciamento che rimane dopo.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. V “Browning negli anni seguenti”

 

La differenza suprema tra il metodo scientifico e il metodo artistico è, in parole povere, semplicemente questa: che un’espressione scientifica significa sempre la stessa cosa, dovunque e in qualunque momento sia pronunciata, mentre un’espressione artistica significa cose del tutto differenti a seconda della relazione che ha con ciò che la circonda.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VI “Browning come artista letterario”

 

Il poeta nel suo ruolo antico presiedeva una sorta di terreno Giorno del giudizio e dava agli uomini la forca o l’aureola; Browning non dà loro né forca né aureola, dà loro delle voci. Questa è appunto la più munifica tra tutte le funzioni del poeta, che egli dà agli uomini le parole; e di queste gli uomini fin dall’inizio del mondo hanno avuto fame più che del pane.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”

 

L’ottimismo di Browning, allora, poiché dobbiamo continuare a usare questo termine alquanto inadatto, era il risultato dell’esperienza – esperienza che per qualche misterioso motivo generalmente s’intende nel senso di esperienza triste o deludente. Nella concezione comune, un vecchio gentiluomo che sgrida un ragazzino perche mangia mele dall’albero è l’immagine dell’esperienza. Se quello desiderasse davvero essere un’immagine di esperienza, s’arrampicherebbe lui stesso sull’albero e si dedicherebbe a far esperienza delle mele. La fede di Browning era fondata sull’esperienza gioiosa, non nel senso che egli scegliesse tra le proprie esperienze quelle gioiose e ignorasse quelle dolorose, ma nel senso che le sue esperienze gioiose si sceglievano da sole …. L’ottimismo di Browning è di quel genere definitivo e incrollabile che si fonda puramente sul vedere, sull’udire sul sentire, sull’odorare, sul toccare le cose.
—G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VIII “La filosofia di Browning”

 

[1] Solo un verso è sfuggito ai revisori, se non ricordo male. Nel corso della traduzione, controllavo sempre i versi con una copia dell’opera omnia di Browning presa in Google Libri. Li trovai tutti perfetti tranne appunto uno, ma non ricordo più quale fosse. Chesterton comunque era famoso (e disperante, per gli editori) per non azzeccare le citazioni esatte. Ma Borges, che era un grande innamorato di Chesterton e che cita proprio questo saggio, nel suo corso di letteratura inglese, in cui dedicò due lezioni anche a Robert Browning (Professor Borges: A Course on English Literature), diceva che era un peccato che l’editore avesse “normalizzato” quei versi sbagliati, perché sarebbe stato interessante vedere come GKC li avesse modificati. Un po’ lo capisco; come editor, però, avrei “normalizzato” anch’io. Dopotutto il libro era su Browning.

[2] In italiano nel testo. Per il resto, invece, l’autore usa il termine inglese (derivante dal francese) amateur, che corrisponde appunto al nostro “ dilettante”.

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