“Vesti giovane, fissa morbido”: scoperta l’origine dell’analfabetismo di ritorno?

Ieri pomeriggio, mio fratello e mia cognata m’hanno quasi fatto venire un coccolone (un ictus cerebrale, cioè; o colpo apoplettico, se vi piacciono le vecchie espressioni) chiedendomi come potevano usare “giovane” in qualità di avverbio. Questo perché mio nipote doveva fare un esercizio in cui bisognava usare la medesima parola – un aggettivo – come aggettivo, come nome e come avverbio.

Lì per lì, ho pensato all’avverbio derivato, che però non si usa: giovanemente. Lo Zingarelli lo dichiara morto – arcaico, dicono loro, ma letteralmente ci mettono la croce – e offre come sinonimo giovanilmente. Se pure non fosse morto, comunque, io non lo userei davvero.

La maggior parte degli aggettivi qualificativi può diventare un avverbio in -mente ma non tutti lo possono. Quello lì, “giovane”, non poteva, quindi rimaneva un buco. Altri aggettivi si usano come avverbi: vicino, lontano, troppo… ma non era il caso in questione.

Domanda di mia cognata: forse che nella frase è morto giovane abbiamo un uso avverbiale?

Sinceramente non mi pare: mi sembrerebbe il solito aggettivo qualificativo, tanto più che il morto resta morto anche se non diciamo com’era al momento del trapasso.

Forse l’espressione da giovane: locuzione avverbiale?

Mmm, forse, ma non me lo ricordo più: sono passati quarant’anni da quando facevo le elementari!

A questo punto è intervenuto mio fratello – miracoli del vivavoce – riportando un esempio che, suppongo, era dato nell’esercizio: gioca pulito è un’espressione in cui “pulito”, che è un aggettivo, è usato come avverbio.

È stato allora che ho rischiato il coccolone, perché mi sono veramente veramente VERAMENTE ARRABBIATA. Come avrebbe detto mio nipote, ero proprio arrabbiosa.

Ora, se v’interessa solo la grammatica, andate direttamente al punto Un po’ di grammatica.

Anche considerando che potrebbero avermi letto male l’esercizio – che magari non c’era scritto “avverbio” ma “locuzione avverbiale” o “aggettivo in funzione avverbiale” – e sempre ricordando che ci sono cose che non so più o che magari sono cambiate rispetto a quando andavo a scuola, semplicemente per me non è accettabile mandare a scuola i bambini perché imparino a parlare e scrivere MALE.

Io non sono di quelli che si attaccano alle regole, anzi. Non sono una purista. Mi piace la grammatica ma non penso che sia una cosa scolpita nella pietra come i Dieci Comandamenti né che sia indispensabile per vivere, mentre invece sono convintissima che venga dopo la comprensione e la bellezza del linguaggio. Si può parlare un italiano eccellente anche senza saper riconoscere un aggettivo con funzione avverbiale.

Però sono di quelli che si rifiutano di separare la grammatica dalla ragione e dallo stile, cioè una cosa che dovrebbe appunto avere a che fare con la bellezza e la comprensione.

Ma noi i nostri figli li mandiamo in giro coi capelli arruffati e sporchi oppure con le capoccette pulite e pettinate? Li mandiamo a scuola vestiti di stracci oppure ci sforziamo di dar loro degli abiti puliti, gradevoli e possibilmente non troppo diversi da quelli degli altri bambini?

E se queste cose cerchiamo di farle al meglio, poi ci sta bene che parlino come pubblicitari? come biscazzieri? come Tarzan? Nella grammatica “Io Tarzan, tu Jane” ha il suo bravo posticino (è una frase nominale) ma davvero ci piacerebbe tanto che i nostri figli si esprimessero così? E che bisogno c’è di mandarli a scuola perché imparino quel che possono imparare per strada o alla tv?

Un vecchio libro di Cesare Marchi, Impariamo l’italiano, aveva un capitolo intitolato “Vesti giovane, fissa morbido”, in cui il professore sottolineava che certi usi della pubblicità si servivano di costrutti già esistenti nella nostra lingua, come è appunto il fatto che in certi casi un aggettivo si usa come avverbio – che è un uso molto antico. Siccome però parlava di grammatica e non di stile, che son due cose differenti, non si metteva lì a dire quanto quell’uso pubblicitario fosse rozzo e anche dannoso.[1]

È stato ricordando quel titolo che m’è salito il sangue al cervello. Mi sono trovata incapace di ragionare con freddezza; non ci ho nemmeno dormito la notte (un po’ perché mi vergognavo di avere reagito così e un po’ perché ero ancora… “arrabbiosa”[2]).

Ricordo un amico, insegnante alle medie, che tre o quattro anni fa rilevava con un certo dispiacere come i ragazzi usassero tante frasi staccate senza apparentemente esser capaci di coordinazione.

E come diamine dovrebbero esserne capaci se, quando sono piccoli e assorbono come spugne, gli viene insegnato a parlare come spot pubblicitari da 10 secondi?

Come si può pretendere che riescano a esprimere pensieri articolati e armoniosi se il loro linguaggio non è articolato né armonioso? Chi parla male pensa male, diceva qualcuno. Per forza poi sono preda delle reazioni. Come gli adulti, del resto, perché le pubblicità si ficcano nel cervello di tutti, bisogna fare un lavoro per non esserne seppelliti.

E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno? Ma ecco dove lo si costruisce, l’analfabetismo di ritorno: alla scuola dell’obbligo!

Che sia un complotto di docenti per impartire lezioni private?

 

Un po’ di grammatica

Forse aveva ragione mia cognata: nella frase è morto giovane forse l’aggettivo è usato con funzione avverbiale, così come nella frase vesti giovane. Ragionandoci, poi, mi è venuto in mente che, se l’espressione “da giovane” è una locuzione avverbiale (lo penso per analogia, poiché “da lontano” è una locuzione avverbiale), allora l’aggettivo che ne prende il posto dovrebbe ugualmente avere una funzione avverbiale.

Questo però non lo rende un avverbio; tanto più che il paragone regge solo al singolare.

Se infatti cadessimo tanto in basso da metterci a dire Vesti giovane! diremmo anche Vestite giovane! Allora si tratterebbe proprio di un avverbio, che ha come caratteristica quella di essere invariabile, cioè sempre uguale, senza genere né numero. In breve: niente plurale (maschile e femminile in questo caso non ci sono per natura).

Ora, vesti giovane somiglia a è morto giovane, a parte che modo e tempo del verbo sono altri. Sono simili, finché abbiamo un morto solo.

Se però consideriamo più di un defunto, tutti in età giovanile, non diremo che sono morti giovane ma che sono morti giovani: non c’è la invariabilità che è caratteristica dell’avverbio. Direi dunque che non è un avverbio.

Ecco qui un dialogo di esempio:

Incidente a un crocevia, una persona morta in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Povero ragazzo! Abitava vicino a me. Aveva meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se è morto giovane!

Esempio simile, altro dialogo:

Incidente a un crocevia, DUE persone morte in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Poveri ragazzi! Abitavano vicino a me. Avevano meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se son morti giovani!

Riassumendo:

  • forse possiamo dire che in quella posizione lì “giovane” è un aggettivo usato in funzione avverbiale, questo non mi è chiaro e lo chiederò a chi mi può rispondere;
  • ma di sicuro non possiamo dire che diventa un avverbio. Invece “vicino”, che per nascita è un aggettivo, in quegli esempi è proprio un avverbio e infatti non cambia.

La cosa triste è che ho cercato nella mia vecchia grammatica delle medie e non ho trovato niente. Idem sul web.

Va be’, sarà colpa mia, avrò cercato male.

O magari sarebbe meglio offrire meno casistica e più ragioni per cui le cose sono come sono? Liste di locuzioni avverbiali ne ho pur trovate ma finiscono tutte con eccetera, senza dire perché è così. Oppure si dice il perché ma in maniera parziale e quindi non del tutto convincente.

È vero che, nella lingua italiana, alcuni aggettivi e sostantivi possono essere usati come avverbi e che alcuni avverbi sono anche aggettivi:

* troppo, poco, vicino, per fare solo qualche esempio, sono avverbi e sono aggettivi; la differenza è che come avverbi rimangono sempre uguali (sono invariabili o indeclinabili, che è proprio la caratteristica degli avverbi), come aggettivi hanno genere e numero, cioè hanno una forma maschile e una forma femminile, una forma singolare e una forma plurale: troppo, troppa, troppi, troppe;

* male e bene sono avverbi e sono nomi (sostantivi; in questo caso può addirittura capitare che non ammettano il plurale. Esistono i beni e i mali, ma questi plurali non possono trovare posto in tutte le frasi. Se accusiamo qualcuno di essere “il male assoluto”, per esempio, il plurale non ci sta: sarebbe perlomeno fiacco dire a un supercattivo “tu sei i mali assoluti”).

È vero, sì. Ma non è sempre vero. Anzi, potrei dire che non lo è quasi mai, considerato il numero di casi sul totale degli aggettivi.

Oltre a non sollevarli al di sopra di quel che raggiungerebbero da soli, la scuola mette in difficoltà i ragazzini con cose che non sono sempre vere, con eccezioni magari rare o uniche, e per di più partendo dalla fine anziché dal principio.

Dico dalla fine perché la grammatica è fatta di categorie che vengono, che sono venute, dopo: dopo i dialoghi, dopo le canzoni, dopo la poesia, dopo le preghiere, dopo la lingua. Sarebbe molto più utile far leggere ai bambini tante cose differenti e aiutarli pian piano a osservare e ascoltare la lingua che si parla intorno a loro.

È difficile? Certo che è difficile. Per gli insegnanti.

Mi ha colpito un articolo letto qualche giorno fa, che probabilmente è anche uno dei motivi per cui mi sono arrabbiata tanto: sosteneva che uno dei fallimenti della scuola media unica è di non essere riuscita a insegnare a tutti i ragazzi le settecento parole che separano un padrone da un operaio (immagine tratta da don Milani). E questa affermazione mi ha ricordato una ragazza intervistata in prigione che diceva “Quando sono entrata qui conoscevo e usavo duemila parole, ora me ne sono rimaste cinquecento”. Mi si strinse il cuore. Trasformiamo i nostri bambini in carcerati? Come minimo, li lasciamo nella prigione in cui sono già.[3]

I bambini fino a una certa età non hanno molta capacità di astrazione, quindi per loro è difficile capire le categorie come categorie (la fine), mentre è più facile imparare un ritmo, scoprire la musicalità delle parole e capire che servono per raccontare le cose che ci sono e si vedono (il principio) e poi quelle che ci sono e non si vedono.

Tutto è lecito ma non tutto è conveniente, diceva san Paolo. Sarebbe una gran cosa se chi insegna, a qualunque livello, seguisse il consiglio che viene dopo: Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (ICor 10,24).

 

 

 

 

[1] Ammesso poi che a quel tempo gli potesse esser chiaro che era dannoso, visto che un altro capitolo comincia così: Noi leggiamo senza eccessiva difficoltà i testi del Due e Trecento. «Nel mezzo del cammin di nostra vita» è un verso composto di parole tuttora in uso, invece gl’inglesi e i francesi di media cultura trovano scarsamente comprensibili i loro autori antichi. Altri tempi, davvero; del resto il libro è del 1984.

[2] Questa parola NON esiste, è solo una distorsione che usa il mio nipotino. Per questo le virgolette (e prima il corsivo).

[3] Uno degli articoli di Chesterton che ho tradotto per la raccolta di Natale diceva una cosa del genere, ma non avrei pensato di trovarmene davanti un esempio così concreto.

Advertisements

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: