Quando hai imparato a leggere?

Ultimamente mi ronza in testa ogni tanto una battuta di una fiction Rai che ho sentito la settimana scorsa. Non l’ho seguita perché dalle pubblicità&interviste m’era sembrata la fiera dello stereotipo – l’uomo violento e puttaniere, le “donne forti”, qualunque cosa significhi, e via dicendo – e i primi dieci minuti non m’hanno dato modo di cambiare idea; ma la segue mia sorella e a un certo punto della prima sera, entrata per bere, mi trovo nelle orecchie questa frase della protagonista (interpretata da Stefania Rocca): Non ho potuto imparare a leggere perché dovevo occuparmi del marito e dei figli.

Lì per lì ho solo pensato: Uffa, che minch… e me ne sono tornata a leggere in camera. Poi però mi sono resa conto che la faccenda era più grave di quanto non sembrasse. Confesso che mi ci è voluto qualche giorno e non capisco se è la vecchiaia o che, ma questa è un’altra storia.

Non ha il minimo senso dire che una donna non ha potuto imparare a leggere perché doveva occuparsi del marito e dei figli.

Perché non ha senso? Perché la normalità – concetto alieno oggigiorno, mi rendo conto – è che le persone imparino a leggere da bambini, se imparano. E quando dico normalità, non dico la normalità nostra oggi, ma la normalità di sempre. La cosa strana e anomala – e tanto più lodevole, ma pure questa è un’altra storia – è imparare a leggere da grandi, quando appunto hai marito e figli oppure fai il marinaio o il fuochista e così via. Ci sono anche esempi molto curiosi di simili… anomalie: ma questa storia la racconta Lucia.

Nelle civiltà in cui esiste la scrittura, si è normalmente cominciato a imparare da bambini. Perché? Perché da bambini s’impara più facilmente e si ha oggettivamente più tempo. Inoltre, se la cosa è utile, devi essere già in grado di usarla quando diventi grande, altrimenti sei sempre indietro rispetto agli altri.

Così, imparare a leggere da bambini è la normalità per una civiltà letterata (o porzione letterata di civiltà).

Ed era la normalità nell’Italia fascista, in cui quel personaggio era cresciuto. Ma anche ipotizzando che i genitori della signora non l’avessero mandata a scuola – cosa che non so quanto davvero succedesse nel Ventennio ma che è genericamente possibile – la motivazione da dare non era “marito e figli”; al massimo era “genitori stronzi”, ma più probabilmente “genitori poveri”.

Si potrebbe replicare che “si voleva rappresentare una storia che fosse, per così dire, universale”.

Possibilissimo.

Se fosse davvero così, però, prima di tutto non si mette la legge Merlin nei primi dieci minuti, perché chiudere i bordelli è tutto tranne che universale, tant’è vero che ogni tanto c’è una volpe desiderosa di farli riaprire: erano discutibili solo le marchette del Sacro Romano Impero, mica quelle delle democrazie moderne.

In secondo luogo, l’universalità non spiana la ragione, casomai il contrario: di solito le cose non universali sono anche più o meno irrazionali.

Da noi le spose bambine non hanno mai avuto successo, anche se poteva capitare, in passato, che ragazzine si sposassero a dodici anni. Ma erano eccezioni, non la regola. Di sicuro non erano la regola nell’Italia degli anni Cinquanta! Magari i bambini non imparavano a scrivere, è vero, ma perché si pensava che non fosse utile, non perché già da bambini erano occupati con le faccende da grandi. E valeva per i maschi quanto per le femmine. (Per avere ben chiaro che il discrimine è l’utilità, leggete la storia di Lucia per saperne di più.)

È grave, questa faccenda, o è solo fastidiosa?

A me pare grave in generale, perché mostra una marcescenza della narrativa, come l’avevo già vista nella miniserie de “I Medici”, per fare un solo esempio. Ho già detto che la fiction in oggetto m’è parsa la fiera dello stereotipo e la rappresentazione teatrale di qualunque tipo ha un grandissimo peso nel diffondere le idee (e di solito quelle false o sbagliate ne sanno profittare meglio, chissà come mai). Ovviamente, è grave nel particolare perché è una falsità voluta. Non credo proprio che qualcuno possa partorire per sbaglio una simile sciocchezza.

Ma potrei essere io quella “difettosa”! Magari va benissimo inventarsi la storia o inventarsi tratti di (in)civiltà che non sono mai stati nostri, ma di altre culture anche abbastanza distanti dalla nostra.

Poi oggi m’è capitato l’articolo di un professore italiano che abita e insegna a New York e ho capito che, almeno stavolta, non sono io.

PAOLO VALESIO, Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States, IlSussidiario.net, venerdì 28 aprile 2017

 

(No, Gabbani non c’entra! Riporto la “bio” dal Sussidiario:

Paolo Valesio, nato a Bologna nel 1939, tiene dal 2004 la cattedra Giuseppe Ungaretti a Columbia University, New York, Usa. Si laurea in lettere nell’Università di Bologna (1961) e ottiene successivamente la libera docenza in glottologia (1969). Dopo un periodo di studi e insegnamento presso Harvard University (1963-1966, 1968-1973), Valesio insegna a New York University come Associate Professor of Italian Studies (1973-1975); è poi nominato Professor of Italian Language and Literature a Yale University, dove insegna dal 1975 al 2004. È direttore della rivista internazionale di poesia Italian Poetry Review (Ipr); ha fondato e diretto per dieci anni (1993-2003) lo “Yale Poetry Group”; è presidente della giuria del Premio internazionale di poesia “Pietro Alinari” a Firenze. Oltre a numerosi saggi critici, articoli, racconti e poesie sparse e un atto unico in versi, ha pubblicato cinque libri di critica letteraria, due romanzi, una raccolta di racconti, una novella, e sedici volumi di poesia. È attualmente impegnato nella composizione simultanea di una trilogia di romanzi diaristici paralleli scritti da prospettive differenti.)

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