G.K. Chesterton, L’elettore e le due voci (1912)

Chesterton online (in italiano)

I grassetti sono miei, così come la traduzione. 

 

L’elettore e le due voci

(The Voter and the Two Voices)

A Miscellany of Men, 1912

 

Il vero male del nostro sistema partitico è di solito espresso nella maniera sbagliata. Fu espresso nella maniera sbagliata da lord Rosebery quando disse che esso impediva agli uomini migliori di dedicarsi alla politica e che incoraggiava uno scontro fanatico. Dubito che gli uomini migliori si dedicherebbero mai alla politica. Gli uomini migliori si dedicano a maiali e bambini e cose del genere. E quanto allo scontro fanatico nella politica dei partiti, vorrei tanto che ce ne fosse di più. Il vero pericolo dei due partiti con le loro due politiche è che essi limitano indebitamente la prospettiva del cittadino comune. Lo rendono sterile anziché creativo, perché non gli è mai consentito di far niente altro che scegliere tra l’una e l’altra di due politiche già esistenti. Non abbiamo vera democrazia quando la decisione dipende dal popolo. Avremo vera democrazia quando il problema dipenderà dal popolo. L’uomo comune deciderà non soltanto come votare, ma anche su che cosa votare.

È questo che comporta una certa debolezza in molte attuali aspirazioni ad estendere il suffragio; voglio dire che, a parte ogni questione di giustizia astratta, non è la piccolezza o l’ampiezza del suffragio ad essere oggi la difficoltà della democrazia. Non è la quantità di elettori, ma la qualità di ciò su cui votano. Una certa alternativa viene messa loro davanti dai potenti casati e dalla classe politica superiore. Due strade si aprono per loro; ma devono imboccare o l’una o l’altra. Non possono avere quello che preferiscono, ma solo scegliere tra quello che c’è.

Per seguire il processo nella pratica, possiamo porlo come segue. Se è permesso giudicare in base alla frequenza con cui suonano alla sua porta, le Suffragette vogliono far qualcosa al signor Asquith.[1] Non ho idea di che cosa. Diciamo, per la nostra discussione, che vogliano pitturarlo di verde. Supporremo che sia per quel semplice motivo che esse cercano continuamente d’incontrarlo in privato; sembra adeguato quanto qualunque altro scopo che io possa immaginare per un simile incontro. Ora, è possibile che il governo del momento possa dedicarsi a una concreta politica di tinteggiatura in verde del signor Asquith; che possa dare a tale riforma un posto di rilievo nel programma di governo. Allora il partito d’opposizione adotterebbe un’altra politica: non una che lasci in pace il signor Asquith (questo sarebbe considerato pericolosamente rivoluzionario) ma una linea d’azione alternativa, come per esempio tinteggiarlo di rosso. Dopodiché entrambe le parti si fionderebbero sulla gente, entrambe griderebbero di appellarsi ora al Cesare della Democrazia. Un’aria cupa e drammatica di conflitto e di vera crisi spirerebbe da ambo le parti; volerebbero frecce di satira e balenerebbero spade d’eloquenza. I Verdi direbbero che Socialisti e liberi-amatori vorrebbero per forza dipingere il signor Asquith di rosso; vorrebbero dipingerci tutto il paese, di rosso. I Socialisti replicherebbero indignati che il socialismo è il contrario del disordine e che essi vogliono dipingere il signor Asquith di rosso solo perché così ricorderebbe le rosse cassette postali tanto emblematiche del controllo statale. I Verdi negherebbero con passione l’accusa che tanto spesso è rivolta loro dai Rossi; negherebbero di desiderare che il signor Asquith sia verde per rendersi invisibile sulle panche verdi della Camera dei Comuni, al modo che certi animali prendono il colore dell’ambiente circostante quando sono spaventati. Ci sarebbero scaramucce per strada, forse, e abbondanza di nastri, bandiere e spillette, per entrambi i colori. Una folla canterebbe “Keep the Red Flag Flying” e l’altra “The Wearing of the Green”.[2] Ma una volta fatto l’ultimo sforzo e giunto il momento finale, quando le due folle stessero aspettando nell’oscurità fuori dall’edificio pubblico per sentir proclamare l’esito del voto, allora entrambe le parti allo stesso modo direbbero che adesso è a favore della democrazia fare esattamente ciò che si è scelto di fare. Che l’Inghilterra stessa, alzando la testa in tremenda solitudine e libertà, deve parlare e pronunciare il giudizio.

Eppure questo potrebbe non essere perfettamente vero. L’Inghilterra stessa, alzando la testa in tremenda solitudine e libertà, potrebbe in realtà desiderare che il signor Asquith fosse tinto di celeste. La democrazia d’Inghilterra in astratto, se le fosse stato consentito di costruirsi una linea di condotta politica, avrebbe potuto desiderare che fosse nero a pallini rosa. Avrebbe addirittura potuto apprezzarlo così com’è. Ma un poderoso apparato di ricchezza, potere e roba stampata ha reso loro impossibile nella pratica avanzare queste altre proposte, anche se le avessero preferite davvero. Nessun candidato si presenterà nell’interesse dei pallini; perché i candidati comunemente devono tirar fuori il denaro o dalle proprie tasche o da quelle del partito; e in simili circoli i pallini non si portano. Nessun uomo nella posizione sociale di un ministro del governo, forse, si dedicherà alla teoria del signor Asquith celeste; pertanto essa non può essere una misura del governo, pertanto non può passare. Quasi tutti i grandi quotidiani, insieme pomposi e frivoli, dogmaticamente dichiareranno giorno dopo giorno, finché uno quasi ci crederà, che il rosso e il verde sono i soli due colori della tavolozza. L’Observer dirà:  “Nessuno che conosca la solida struttura della politica o gli enfatici principii primi di un popolo imperiale può supporre per un momento che possa esistere un qualsivoglia compromesso raggiungibile in questa questione; o compiamo il nostro palese destino razziale e coroniamo l’edificio dei secoli con l’augusta figura di un Premier Verde o abbandoniamo il nostro retaggio, infrangiamo la nostra promessa all’Impero, ci gettiamo nell’anarchia estrema e lasciamo che la fiammante demoniaca immagine di un Premier Rosso si libri sul nostro disfacimento e sul nostro destino”. Il Daily Mail direbbe: “Non c’è via di mezzo in questa faccenda: o rosso o verde. Desideriamo vedere ogni inglese onesto con un colore o con l’altro”. Allora qualche burlone della stampa popolare metterebbe in evidenza l’affermazione con un gioco di parole e direbbe che al Daily Mail piace che i suoi lettori siano verdi e che il giornale sia letto.[3] Ma nessuno oserebbe neanche sussurrare che esiste qualcosa come il giallo.

Per gli scopi di pura logica è più comprensibile discutere servendosi di esempi sciocchi che di esempi sensati: questo perché gli esempi sciocchi sono semplici. Ma potrei offrire molti casi seri e concreti del genere di cosa a cui mi riferisco. Durante l’ultimo periodo della guerra boera,[4] entrambi i partiti insistevano costantemente in ogni discorso e opuscolo che l’annessione era inevitabile e che era solo questione di vedere se l’avrebbero fatta i Liberali o i Conservatori. Non era per niente inevitabile; sarebbe stato facilissimo far la pace con i Boeri come le nazioni cristiane fanno comunemente la pace con i nemici che hanno sottomesso. Personalmente ritengo che per noi sarebbe stato meglio nel senso più egoistico, meglio per le nostre tasche e per il nostro prestigio, se non avessimo effettuato l’annessione; ma è questione di opinioni. Quel che è chiaro è che non era inevitabile; non era, come si disse, l’unica strada possibile; c’era una quantità di altre strade; c’era una quantità di altri colori sulla tavolozza. Ancora, nella discussione riguardo al socialismo, viene pian piano fatta entrare nell’opinione pubblica l’idea che dobbiamo scegliere tra il socialismo e una qualche cosa orribile che essi chiamano individualismo. Non so che significhi, ma sembra significare che chiunque tiri fuori una prugna dal budino debba adottare la filosofia morale del giovane Horner [5] e dire quant’è un bravo ragazzo per essersi servito.

Viene tranquillamente dato per certo che i soli due tipi di società possibili sono un tipo di società collettivista e la società attuale che esiste in questo momento e che è piuttosto simile a un vivace mucchio di letame. È del tutto superfluo dire che io preferirei il socialismo all’attuale stato di cose. Che preferirei l’anarchia all’attuale stato di cose. Ma semplicemente non è un dato di fatto che il collettivismo sia il solo altro modello possibile per un ordine più equo. Un collettivista ha tutto il diritto di ritenerlo l’unico modello sano; ma non è l’unico modello plausibile o possibile. Potremmo avere la proprietà contadina; potremmo avere il compromesso di Henry George; potremmo avere un gran numero di piccolissimi comuni; potremmo avere la cooperazione; potremmo avere il comunismo anarchico; potremmo avere cento cose. Non sto dicendo che qualcuna tra queste sia giusta, anche se non riesco a immaginare come una qualunque possa essere peggiore dell’attuale manicomio sociale, coi suoi ricchi straricchi e i suoi poveri torturati; ma dico che è una prova dell’alternativa ristretta e inamidata offerta alla coscienza civica il fatto che la coscienza civica non è, generalmente, consapevole di queste altre possibilità. La coscienza civica non è libera o vigile abbastanza per sentire di avere il mondo intero davanti a sé. Ci sono almeno dieci soluzioni al problema dell’educazione, e nessuno sa che cosa gli inglesi vogliano davvero. Perché agli inglesi è consentito soltanto votare sulle due che al momento sono offerte dal capo del governo e dal capo dell’opposizione. Ci sono dieci soluzioni al problema dell’alcolismo; e nessuno sa quale la democrazia voglia; perché alla democrazia è consentito solo litigare su un Licensing Bill[6] alla volta.

Così la situazione è a questo punto: la democrazia ha il diritto di rispondere alle domande, ma non ha il diritto di farne. È ancora l’aristocrazia politica a fare le domande. E non saremo irragionevolmente cinici se supponiamo che l’aristocrazia politica starà sempre ben attenta a quali domande fare. E se il pericoloso confortevole autoincensamento dell’Inghilterra moderna continuerà ancora un po’, ci sarà meno valore democratico in un’elezione inglese che nei saturnali degli schiavi dell’antica Roma. Perché la classe al potere sceglierà due linee di azione, entrambe prive di pericoli per sé, e poi darà alla democrazia la soddisfazione di scegliere una linea o l’altra. Il signore prenderà due cose talmente simili che sarebbe indifferente scegliere l’una o l’altra; e poi come grande burla consentirà agli schiavi di scegliere.

… … …

[1] Herbert Henry Asquith, liberale, Primo Ministro dal 1908 al 1916 e un oppositore del suffragio femminile per quasi tutta la sua carriera politica.

[2] Rispettivamente, l’inno del partito laburista e  una ballata sulla repressione della ribellione irlandese del 1798, molto famosa in tutto il diciannovesimo secolo. Il primo avrei potuto tradurlo con “Bandiera Rossa” (anche se non è la stessa canzone che conosciamo noi) ma per la seconda non avevo in mente niente, così ho preferito lasciarli come sono.

[3] Il gioco di parole è (solo in inglese) tra red, rosso, e read, participio passato del verbo to read, leggere, che si pronunciano allo stesso modo.

[4] La seconda guerra boera (1899-1902), alla quale Chesterton si oppose insieme a pochi altri giornalisti e intellettuali.

[5] Protagonista di una canzoncina per bambini: Little Jack Horner / Sat in the corner, / Eating a Christmas pie; / He put in his thumb, / And pulled out a plum, / And said “What a good boy am I”! (Il piccolo Jack Horner / sedeva in un cantuccio / mangiando una tortina di Natale; / c’infilò un pollice / e pescò una prugna / e disse: “Che bravo ragazzo che sono!”).

[6] Un’allusione al progetto di legge sulle licenze per la vendita di alcolici (Licensing Bill) che proprio H.H. Asquith aveva presentato al parlamento nel 1908. Il progetto di legge fu respinto dalla Camera dei Lord.

… … … 

Questa traduzione appartiene
alla Società Chestertoniana Italiana 

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