Di pirati, confini e forzature di blocco

Le parole sono importanti. Non dovrei scrivere, perché ho una mano fuori uso, che però corre alla tastiera perché sono abituata così e ciò non le fa bene. Scrivere con una mano sola è una fatica. Però ieri sera ho sentito così tante imprecisioni o positive fesserie concentrate in mezz’ora che scriverne diventa un dovere civile, dovessi metterci la giornata intera.

 

Il Caso

La nave Sea Watch 3, armata da ong tedesca e battente bandiera olandese, incrociando nel Mediterraneo, trova e carica 42 persone in acque internazionali (beneficio del dubbio, poiché non so bene) e fa rotta verso Lampedusa.

L’Italia le vieta l’ingresso nelle proprie acque territoriali.

La nave si ferma e presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani, Cedu, contro tale divieto.

La Cedu risponde che la nave non ha alcun diritto di entrare nelle acque di un dato paese se quel paese non vuole. Per far ciò, impiega un paio di settimane, mentre la nave sta in mezzo al mare con 42 persone sotto i tendali, vale a dire i teloni che vengono tesi sul ponte di una nave per ripararlo dal sole; la Sea Watch 3, infatti, non è attrezzata per il trasporto di passeggeri, ma solo per il trasbordo (è una specie di chiatta, per dirla con un’immagine).

Avuta notizia del no della Corte, il comandante della nave, che è una giovane tedesca, decide di entrare comunque nelle acque territoriali italiane, perché i suoi ospiti sono allo stremo (e anche l’equipaggio non starà poi così bene, immagino, ma questo non si dice mai), per raggiungere il più vicino porto sicuro. Così dirige su Lampedusa.

Arrivata al largo di Lampedusa si mette alla fonda (cioè si ferma in mare) e aspetta circa 24 ore. Non sono sicura dei tempi ma dovrebbe essere un’attesa legata al fatto che la comandante aveva dichiarato l’emergenza che le ha fatto ritenere opportuno entrare senza autorizzazione; però potrebbe anche dipendere dal fatto che in porto c’era già una nave e quindi non c’era posto per un’altra.

Il giorno seguente, la Sea Watch 3 riparte verso il porto. A circa 1 miglio (un po’ meno di 2 km) da esso, le nostre motovedette raggiungono la nave e intimano di spegnere i motori. La comandante obbedisce.

La nave viene raggiunta da un gommone con alcuni deputati del PD che salgono a bordo.

 

Le Imprecisioni  

 

Pirati. Il ministro degli Interni Salvini dichiara che la comandante della Sea Watch 3 è un pirata, perché è entrata nelle nostre acque violando la legge che espressamente lo vieta.

No. Un pirata è essenzialmente un ladro che aggredisce navi o anche paesi costieri per fare bottino. La signora essenzialmente non sta rubando niente e non ha aggredito nessuno. È una fuorilegge, senza dubbio, ma non un pirata. Poteva essere un corsaro, ma dubito che abbia avuto la patente di corsa dal governo tedesco, visto che fa parte di una ong. Al massimo potremmo definirla una contrabbandiera.

 

Ostaggi. I deputati del PD dicono – stavolta come altre volte – che il governo tiene in ostaggio dei poveretti, per di più allo stremo perché provengono dai campi libici e da due settimane in mare.

No. Un ostaggio è qualcuno che viene tenuto prigioniero in modo da poterlo usare come leva per ottenere qualcosa. A rigor di termini (anche se è un po’ pesante, metterla così), se qualcuno tiene in ostaggio 42 poveretti, quel qualcuno è la comandante della nave, che li usa per fare a modo suo senza averne alcun diritto.

Nessuno costringeva la comandante della Sea Watch 3 a rimanere in mare due settimane in attesa di una sentenza: poteva fare rotta verso un altro porto. La sentenza della Cedu ha sottolineato proprio questo; in più ha stabilito che, anche senza farle entrare, noi dobbiamo assistere queste navi con rifornimenti, quindi la nave poteva dirigere su un altro porto anche dopo la sentenza. Nessuno l’ha obbligata ad attendere due settimane per una sentenza né è mai stata obbligata a fare rotta verso Lampedusa. Semplicemente la comandante (e forse la stessa ong) voleva che lo sbarco avvenisse a Lampedusa.

In ogni caso, da dove le persone provengano e come stiano, rispetto allo status di ostaggi o meno, non c’entra niente; se avessero cabine di lusso e caviale a colazione, la questione non cambierebbe di una virgola.

 

La nave in balia del mare. Secondo il Televideo, e chissà chi altro, la nave è rimasta due settimane in balia del mare.

No. Una nave è in balia del mare quando non gli si può opporre: ha il timone rotto (non governa) oppure ha finito il carburante e può solo seguire la corrente oppure a bordo son tutti morti e quindi nessuno la governa anche se ha timone e propulsione. Questo non è mai stato il caso della Sea Watch 3 o di nessuna della navi di ong che abbiamo respinto.

 

I confini non esistono. Secondo uno dei deputati PD saliti a bordo (Fratoianni, mi pare), il nostro governo non può tenere le navi delle ong fuori dalle nostre acque perché i confini non esistono.

Questa è talmente sbagliata che non si può nemmeno discutere.

 

Forzare il blocco. Tutti si son buttati a dire che la comandante della Sea Watch 3 ha forzato il blocco ed è entrata nelle nostre acque territoriali.

No davvero. Non ha forzato niente, così come nessuno dei suoi colleghi. (Una gran delusione, per me, perché sto aspettando da quasi un anno che qualcuno mostri davvero di tenerci ai poveretti che trasborda.)

Per cominciare, nel Mediterraneo non esiste un blocco da forzare. C’è solo qualche legge da violare.

Il blocco navale è uno schieramento di navi che devono fermarne altre, per impedir loro di entrare in certe acque o di raggiungere una certa terra. Le navi del blocco possono fermarsi a una certa distanza l’una dall’altra, costituendo uno sbarramento, oppure incrociano, cioè vanno avanti e indietro, in una certa zona di mare. Ecco la definizione dello Zingarelli:

Sbarramento di forze militari, spec. navali, destinato a chiudere le vie di accesso, di rifornimento, di comunicazione con un luogo, un porto, uno Stato.

Un blocco, insomma, è una cosa fisica. Una cosa fisica che nel Mediterraneo non c’è.

Può esserci davanti a un porto, però. Fisicamente un porto non si può chiudere come se fosse il cancello del giardino. Un tempo si tendevano catene appena sott’acqua, per sfondare la chiglia della nave che fosse entrata senza permesso ma ora non si fa più, perché non funzionerebbe. Un porto oggi si chiude usando altre imbarcazioni.

Così, quando la Sea Watch 3 si è avvicinata troppo allo scalo, le motovedette le sono andate incontro e le hanno intimato di fermarsi e di spegnere i motori. Quello era un blocco: se preferite, era un posto di blocco, anche se mobile.

E che cos’ha fatto la comandante della nave? Ha proseguito, consapevole che stava salvando delle vite? Ha accelerato per portare a terra le persone in sofferenza? Questa sarebbe stata una vera forzatura di blocco, perché c’erano le motovedette a fare un posto di blocco. Questo è ciò che aspetto da quasi un anno e mi piaceva che avvenisse ad opera di una donna, anche se in genere non faccio simili distinzioni.

Ma lei no, niente del genere. Si è fermata e ha spento i motori.

Diligentissima. O meglio, cauta. Deve aver pensato: violare la legge va benone, ma questi hanno le armi per spararci addosso. Come se fosse nostro costume sparare così, su chi palesemente non è armato.

In definitiva, dove il blocco c’era, esso è stato rispettato. Dove non c’era, non si può parlare di forzatura del blocco.

*****

Aggiornamento 29 giugno 2019. Nemmeno 12 ore dopo che avevo pubblicato queste parole, il capitano Carola Rackete della nave Sea Watch 3 ha veramente forzato il blocco e ha attraccato nel porto di Lampedusa.

Circa i motivi si può pensare quel che si vuole, ce ne sono almeno tre possibili. Io per me penso che lo abbia fatto perché la situazione era diventata rischiosa per davvero: poco prima, infatti, uno dei PD a bordo aveva detto che due persone erano state sbarcate perché stavano male e che gli altri, vedendo che per quel motivo si sbarcava, avrebbero potuto farsi del male da soli.

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