Dio confonde coloro che vuol perdere

Ogni tanto qualche commentatore tira fuori una vecchia massima secondo la quale Dio, o Giove, fa in primo luogo impazzire coloro di cui vuol causare la rovina. Una perla di lampante e generale attualità, specie nell’ultima settimana (che è quella del 25 agosto 2019).

In genere si trova la citazione latina oppure una forma italiana tra le varie possibili. La mia versione, per esempio è quella del titolo:

Dio confonde coloro che vuol perdere

Dico “mia” nel senso che a me viene in mente così e non in latino, ma immagino di averla sentita da qualche parte, anche se non me ne ricordo affatto.

È una versione corretta?

Letteralmente no, perché non presenta la connotazione di tempo.

L’originale latino, infatti, dice (grazie, Wikipedia):

Quos vult Iupiter perdere, dementat prius

oppure, in una forma che per me è ovviamente più adatta, non essendo un’adoratrice di Giove,

Quos Deus perdere vult, dementat prius. 

Questo vuol dire :

Coloro che Dio (o Giove) vuol portare alla rovina,[1] prima li priva del senno

o se preferite li fa impazzire, li fa rimbambire. Io uso “confondere” nel senso di «Turbare in modo da togliere la chiarezza del pensiero, il discernimento» (Zingarelli).

 

(Visti i comportamenti della maggior parte degli esponenti politici negli ultimi cinque-dieci giorni, si capisce come mai sia di attualità. Il ministro Salvini che infila una bestialità politica dietro l’altra nel giro di pochi giorni, il presidente Conte che fustiga pubblicamente il ministro Salvini come se non ci fosse un domani, il PD che prima recita la parte di “quelli responsabili” e poi cerca ogni sorta di scuse per non fare un governo con i Cinquestelle, Silvio Berlusconi che pensa che il problema di un governo PD-5S sia la patrimoniale, come se i nostri problemi nazionali fossero principalmente salvare i quattrini in banca… Posto che la massima sia veritiera, qui vanno tutti in malora, ma noi poi che facciamo? Torniamo alle libertà comunali? Mmm…)

 

Dicevo che letteralmente la mia versione non è del tutto corretta. Però non è nemmeno sbagliata. Miracoli della lingua! Nessuno ha mai stabilito né ha l’autorità per stabilire che una traduzione debba essere letterale per essere buona: questa idea è una distorsione mentale indotta dall’abuso di macchine e sistemi informatici. Questo particolare caso può essere utile quanto altri per curare la distorsione: infatti ha un bel po’ di versioni accettabili e vi si possono osservare due aspetti interessanti, che sono quello ritmico, o più genericamente quello del suono, e quello comunicativo.

 

Parto dalla cosa relativamente meno importante, anche se per noi italiani, dotati di orecchio estetico, è fondamentale.

Ogni lingua ha il suo proprio ritmo. In latino, la frase

Quos vult Iupiter perdere, dementat prius

ha un buon ritmo, mentre sarebbe legnosa la formula

Quos vult Deus perdere, dementat prius,

e infatti Wikipedia riporta

Quos Deus perdere vult, dementat prius,  

che ha un buon ritmo anch’essa.

È la medesima lingua, le due frasi dicono la medesima cosa, e allora perché cambiar posto al soggetto? Per il ritmo, naturalmente.

Le due versioni del Vocabolario Treccani, che gentilmente manda in rovina le persone una alla volta e non in fasci:

quem Iuppiter vult perdere dementat prius

e

quem Deus vult perdere dementat prius

sono aritmiche, cioè di ritmo non ne hanno proprio.

Non si sa quale sia la forma originaria; quelli che attribuiscono il detto a Euripide o a Isaia stanno solo facendo i furbi (anche perché i due gentiluomini non scrivevano in latino). Può darsi che sia nata aritmica e poi sia stata trasformata in una versione dal ritmo migliore, ma potrebbe anche essere accaduto il contrario.

 

In italiano possiamo avere varie traduzioni, letterali o meno, ma non tutte hanno il suono “giusto”.

1) La prima tra le letterali potrebbe essere

quelli che Dio vuol perdere, prima li priva del senno.

Qui il ritmo non è male, e va anche meglio se mettiamo Giove al posto di Dio; l’assonanza “prima/priva” non è del tutto gradevole, però.

2) Potremmo allora dire:

quelli che Dio vuol perdere, prima li dissenna.[2]

Qui però si fa fuori Giove, perché con Giove il ritmo si perde; in più, la seconda parte così tronca non suona bene in nessun caso.

3) Eccone poi un’altra che non ci pone il problema del singolare o plurale:

chi Dio vuol perdere, prima lo dissenna

ma non ha un gran bel suono, nemmeno con Giove.

4) Possiamo cambiare metrica, o anche lasciarla da parte, e dire che

Dio dissenna coloro che vuol perdere.

Molto meno soddisfacente per il nostro orecchio estetico, almeno fino a quando pubblicità sconsiderate e giornalismo frettoloso non lo avranno finito di distruggere.

5) Proviamo così:

Dio toglie il senno a coloro che vuol rovinare.

Ecco, questa suona meglio, ma si continua a far fuori Giove. È anche vero che Giove non va molto di moda, ultimamente. Perfino meno di Dio.

6) La versione italiana della Treccani spregia la ritmica come quelle latine:

Giove toglie prima il senno a colui ch’egli vuol mandare in rovina.

7) La “mia” versione, infine, è incisiva perché è breve e precisa (se si trattasse di altro che di follia e rovina, potrei dire che è icastica) ma non ha chissà che ritmo.

 

Veniamo alla parte più importante, che è quella comunicativa, quella che ci fa comprendere che tutte le forme riportate sopra sono corrette, anche quelle in cui l’indicazione del tempo non c’è. Perché è così?

Perché in questo particolare caso la relazione tra l’andar fuori di testa e il ritrovarsi in rovina è di per sé una relazione di prima-e-dopo.

Se impazzisci, per esempio, non è immediato che tu vada in rovina neanche sul versante dei quattrini; molte famiglie, pur avendo tutte le ragioni del mondo, devono attendere un bel po’ prima di riuscire a far interdire il capofamiglia dissennato.

Se sei un politico, altro esempio, puoi inanellare una serie sconcertante di balordaggini e tuttavia a) continuare a governare per anni (PD docet) oppure b) passare mesi prima di verificare se le baggianate ti hanno rovinato o no (la Lega).

Se sei un escursionista, la pazzia ti colpisce facendoti partire da solo senza gps e senza avere imparato a memoria le carte dell’Igm relative alla zona che percorrerai; dopodiché, se ti succede un incidente, sei quasi certamente un uomo morto; ma non è detto che ti accada un incidente e comunque non accade al primo passo.

Insomma, l’unico caso in cui la pazzia improvvisa ti rovina sul colpo probabilmente è se diventi pazzo furioso mentre stai correndo a 160 km orari su un viadotto con la strada bagnata. C’è però da dire che, se corri a 160 km orari su un viadotto con la strada bagnata, già in partenza non eri messo poi tanto bene. Forse dopotutto, non esistono casi di follia & rovina in cui manchi la relazione di prima-e-dopo.

 

Aggiornamento 24 gennaio 2020. Ho sentito eletto che qualcuno usa amentat invece che dementat. Sbagliato. In latino esistono amentia, follia, e amens, amentis, demente, pazzo, ma non esiste un verbo corrispondente. Il verbo amentare, di cui amentat è la terza persona singolare, significa “scagliare, lanciare”. E da dove li lancerebbe, Dio, dalla finestra? Ecco, questa è la dimostrazione che l’estetica del suono ha una presa fortissima su di noi: Deus amentat suona meglio e si pronuncia meglio di Deus dementat. Un gran peccato che la facilità non lo renda corretto, eh? 

P.S. Il dizionario Olivetti al quale ho messo il collegamento è buono ed è online, il che lo rende anche migliore, a parte che riporta le coniugazioni eccetera. (A scuola usavo un Pittano ma mio cugino poi l’ha rivoluto). Insieme all’Olivetti, uso un Forcellini scannerizzato, con delle pagine in formato TIFF che sono una vera disperazione. Se vinco alla Lotteria, mi compro un Forcellini cartaceo

 

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[1] Il latino perdere qui significa “mandare in rovina, portare alla rovina”. Anche in italiano “perdere” ha questo significato (numero 7 nello Zingarelli) ma è un uso forse poco consueto.

[2] Il verbo “dissennare” significa “togliere il senno, far impazzire”, come ben sanno i lettori di Harry Potter, avendo notato che i Dissennatori in inglese si chiamano Dementors. In inglese infatti c’è molto latino. Siccome si tratta di un verbo piuttosto raro e letterario, si accoppia bene con “perdere”.

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