A s’animas, alle anime

Questa storia me la sono fatta raccontare dal babbo apposta per la vigilia della festa di Tutti i Santi o Ognissanti, alla toscana. Anni fa l’avevo sentita dalla nonna, ma si tratta di molti anni fa… un ripassino ci voleva. Certo, la vigilia è domani, ma domani non sarò in giro per la rete.

 

A s’animas significa “alle anime” e non è un’imprecazione (a li mortacci…: no, non è questo), è una richiesta.

Mio padre è nato nel 1937 a Urzulei, già in provincia di Nuoro, ora di Ogliastra. Quando era piccolo, alla vigilia dei Santi e nel giorno stesso dei Santi, nel suo paese si formavano squadre d’assalto da quindici-venti bambini che cominciavano a visitare ogni casa del paese gridando A s’animas!, Alle anime!

A questo segnale, le persone della casa aprivano la porta e davano un’offerta ai bambini questuanti: noci, castagne, mandorle, mele cotogne, pane; rarissimamente denaro, un po’ perché non ce n’era e ma soprattutto perché l’usanza era altra.

Una volta riempito il sacco, gli allegri compagni andavano a casa, lasciavano il bottino e riprendevano il giro.

Il babbo dice che il regalo più gradito erano le castagne, forse perché dalle parti di Urzulei non ci sono castagneti; il meno gradito, per lui, era il pane. Intendo il pane carasau, quello di tutti i giorni; i pani dolci dei morti (che sono una delle cose più buone del mondo) erano graditi anch’essi ma era più difficile che glieli mollassero nel sacco.

 

Questa usanza era diffusa quantomeno in tutti i paesi del circondario ed era riservata ai bambini: si faceva fino a quattordici-quindici anni, poi basta. L’interruzione delle attività di raccolta per sopraggiunti limiti di età lasciò nel mio genitore un certo rimpianto.

Meno male che i ragazzi più grandi si potevano sollazzare suonando le campane nella notte tra la vigilia e i Santi: salivano sul campanile, arrostivano castagne e a turno suonavano le campane. Tutta la notte.

Senza saperlo, ripetevano un rito antico che serviva a indicare alle “anime”, che sono i parenti e amici morti, la strada di casa: ogni campana ha la sua voce e così le anime potevano riconoscere le campane del loro campanile. Ammetto che questa spiegazione è farina del mio sacco ma la faccenda che si suonassero le campane per indicare la strada ai defunti no, non l’ho inventata io.

Chi è interessato alle tradizioni della festa dei Santi e dei Morti, anche nella versione che oggi si chiama Halloween, può leggere:

 

1) questa serie di articoli nuovi di zecca (grazie, Lucia!) e i commenti:

Halloween, la storia vera. Parte I: Esiste un nesso tra Halloween e Samhain?

Di come Halloween divenne festa cattolica e di come, a cagione di questo, fu duramente avversata 

Halloween, la storia vera. Parte III, nella quale entrano in scena le zucche e gli scherzetti

Halloween, la storia vera. Parte IV, nella quale si sprofonda nell’orrore

continua? 

 

2) questo racconto di Andrea Camilleri, che si può trovare in varie pagine web ma soprattutto in un suo libro; e meno male, perché il web è labile e la pagina in cui lo trovai la prima volta non c’è più:

“Il giorno dei morti”, da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri

 

3) questo articolo che viene da un’altra zona della Sardegna:

Leggende sarde. “Is animeddas”: anche la Sardegna ha il suo Halloween

 

4) questo articolo che ho tradotto qualche anno fa (dentro c’è il link all’originale e a vari altri articoli collegati):

L’anticattolico attacco ad Halloween, di Scott P. Richert

 

Potete anche cercare notizie su ciò che fanno a Orsara di Puglia nella notte tra i Santi e i Morti. O in Piemonte. O in qualunque altra parte d’Italia.

Da noi essenzialmente si mangiano i maccheroni dolci alla vigilia (che fino a pochi decenni fa era giorno di digiuno&astinenza) e a Perugia si mangiano le fave dei morti, che sono dolcetti. Non conosco usanze legate alle “anime”, a parte la visita al cimitero e i lumini accesi, naturalmente. I lumini si accendono come preghiera per le anime del Purgatorio.

A Perugia, in compenso, abbiamo una grande fiera, molto antica (è attestata nei documenti fin dal XIII secolo), che chiamiamo “la Fiera dei Morti”, anche se in realtà è una fiera dei vivi. All’inizio si chiamava la Fiera dei Santi, ma a metà Ottocento il nome fu cambiato: perché i morti ce li hanno tutti, i santi invece no.

Mi chiedo se riuscirò mai a terminare gli H-files;  o a scrivere una bella raccolta di queste usanze, che pian piano si spengono perché pare più figa la zucca di Halloween…

Perugia, mercoledì 30 ottobre 2019 

2 commenti »

  1. Luigi Ferrari said

    Nelle note a commento dell’articolo citato c’è una piccola imprecisione: le feste cattoliche iniziano, in realtà, con i primi vespri che sono i vespri della “vigilia”, della veglia con la quale la festa ha inizio. La festa di tutti santi non fa eccezione, quindi la sera prima della festa, liturgicamente parlando, è già festa tutti gli effetti. È la stessa ragione per cui esistono le cosiddette messe prefestive.

  2. Vero, ma non ho mai capito se la cosa valesse e valga anche per le feste o solo per le domeniche. Nella Liturgia delle Ore vale anche per le feste. Riguardo alla Messa, non lo so. L’uso di cominciare la domenica coi vespri del sabato è antico ed è stato reintrodotto da Paolo VI, dopo che si era perso. Non sono certa (ma prima poi lo scoprirò) che valesse anche per le feste che non cadono di domenica. Prendendo il caso dei Santi, siccome i festeggiamenti di Halloween cadevano sempre dopo il tramonto, non si spiegherebbe che parlassero di “vigilia” quando invece erano già dentro alla festa. Ma questa è una ipotesi mia. Come dicevo, devo ancora trovare la risposta.

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