In chiesa per la Pasqua?

Era inevitabile che il problema si ponesse: possiamo andare a Messa almeno il giorno di Pasqua? Non dico di andarci per la Veglia, ma almeno per Pasqua.

Il primo passo per risolvere un problema consiste nel definirlo.

Il motivo tangibile per cui i vescovi hanno stabilito che il popolo non vada a Messa, qual è? È il timore che possa diffondersi il contagio.

Anche se le celebrazioni cattoliche non sono “movida”, non c’è gente che urla e vocia e ride e si sputazza addosso (non ci guardiamo nemmeno, se non al momento della pace), la probabilità di contagio rimane abbastanza alta, perché c’è tanta gente in uno spazio ristretto: le chiese si sviluppano in verticale ma il vapore acqueo emesso dalle persone non va verso l’alto. Pensare di prendere un contagio qualunque dall’acquasantiera l’ho sempre considerato una superstizione curiosa, ma qui non si tratta delle acquasantiere, si tratta delle persone.

É venuto meno il motivo tangibile per cui sono state sospese le celebrazioni? No.

Il motivo intangibile per cui i vescovi hanno deciso di sospendere le celebrazioni, qual è?

È forse che i cattolici “non sono al di sopra delle leggi”? Ma per favore. Anche le leggi razziali del 1938 erano leggi, con tutti i crismi e le firme del caso.

Il motivo intangibile (ma fondamentale) è che ai cristiani è chiesto di amare il prossimo come sé stessi.

Non “di più” o “di meno” ma “come” noi stessi. Personalmente non ho paura delle malattie, però mi dispiacerebbe moltissimo che qualcuno facesse fuori i miei genitori o i miei amici anziani perché non ha avuto la pazienza e la coscienza di starsene a casa e mi dispiacerebbe altrettanto se fossi io a far fuori i genitori di qualcuno per comportarmi così.

È venuto meno il motivo intangibile? No.

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Non ci vuole un’immaginazione scatenata per comprendere che, se ci fossero Messe a Pasqua, sarebbero zeppe di gente; che ci sarebbe, come si diceva una volta, gran concorso di popolo. Basta essere andati a una Messa di Pasqua o a una delle Palme. Anni fa, nel 2014, scrissi un appunto proprio in una Domenica delle Palme:

2014, Domenica delle Palme. La chiesa, come ogni anno in questo giorno, è strapiena di gente. Mi viene in mente che forse non si tratta, come mi pareva, di un gesto superstizioso (il ramo benedetto da portare a casa come buon auspicio) ma dell’espressione di un bisogno umano e profondo: il bisogno di qualcosa di concreto da toccare, vedere, guardare, annusare se è il caso. Non è per superstizione ma perché le persone hanno questo bisogno, che riempiono le chiese nella Domenica delle Palme e nella notte di Natale.

Non è verosimile, non è per niente verosimile, che si possano mantenere le distanze di sicurezza in condizioni del genere. Ci vorrebbe qualcuno fuori della chiesa a far entrare: tu sì, tu no. Intanto, ci sarebbe veramente un assembramento fuori da ogni chiesa.

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Se si stabilisse che ci saranno Messe a Pasqua, bisognerebbe anche chiedere a tanti di non andarci, il che sarebbe alquanto contraddittorio.

Io comunque non ci andrei, richiesta o no, perché il motivo tangibile e quello intangibile non sono venuti meno.

Anche se potessi fare la Comunione, che è il punto focale della Messa, non ci andrei. Non potendola fare, ho pure un incoraggiamento, ma in ogni caso non andrei. Ne ho già abbastanza da mettere sulla bilancia, quando sarà la mia ora, senza aggiungerci un paio di vecchietti morti perché sono una portatrice sana: questa è una cosa di cui non ho idea e quindi, non potendola avere, devo comportarmi come se lo fossi. Non varrebbe il discorso (logicissimo e veritiero) “se io mi fossi presa il virus, a quest’ora mio padre sarebbe in ospedale” quando mi trovassi a mettere il cuore sulla bilancia: ci si mette il cuore, infatti, e non il cervello.

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Posso immaginare e comprendere le motivazioni di chi vorrebbe le Messe a Pasqua. Io tra l’altro sono di quelli che patiscono molto la lontananza e la chiusura delle chiese; detesto le celebrazioni trasmesse, mi paiono fredde e non mi consolano affatto; non mi tirano fuori dal mio buco, per così dire. Una cosa buonissima che potrebbe venir fuori dalla brutta situazione attuale (naturalmente potrebbe anche non venir fuori) è che ci accorgeremo di quanto siamo esseri materiali anche in senso buono e che ce ne accorgeremo sul serio, non solo con l’intelletto: per esempio, capiremo che va bene fare i fuochi d’artificio in onore della Madonna anziché usare i quattrini per comprare cibo ai poveri, perché l’uomo non vive di solo pane ma anche di bellezza e, una volta che il popolo sia nutrito di bellezza, ci scappa pure la spesa per i poveri. La bellezza è una cosa materiale, con delle ricadute materiali inaspettate. E, quando potrò tornare a Messa, mi metterò in tiro per ogni celebrazione, incluse le scarpe col tacco; dopotutto è una festa.

Con tutto ciò, mi pare che i motivi per non violare un comandamento chiaro come “Ama il tuo prossimo come te stesso” siano evidenti.

Al mondo ci sono milioni di cattolici che all’Eucaristia non si possono accostare neanche una volta al mese, perché vivono in posti in cui il sacerdote arriva, se va bene, due volte in un anno. Sono meno cattolici di noi? No. E questa sarebbe stata anche un’occasione d’oro per immedesimarsi in loro. Lo è ancora: la Settimana Santa è appena cominciata.

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Adesso c’è la Settimana Santa;
se uno il Giovedì Santo, il Venerdì Santo, il Sabato Santo, la Pasqua,
in questi quattro giorni va dentro senza guardare in faccia Cristo e basta,
ma con la preoccupazione dei peccati
o della perfezione oppure delle cose da meditarci su,
viene fuori stanco e riprende le cose come prima.

Guardare in faccia Cristo, invece, cambia.

Ma perché cambi, bisogna guardargli in faccia veramente,
col desiderio del bene, col desiderio della verità:
“Di tutto sono capace Signore, se sto con te che sei la mia forza”;
è un tu che domina, non delle cose da rispettare.

— Luigi Giussani, Si può vivere così?, pag. 237

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