Archive for Cattivi Argomenti

Sinistri misteri (Cattivi Argomenti)

Il “modello Riace” di accoglienza dei migranti è meraviglioso e prezioso. Adesso. Chissà come mai tre governi PD non lo hanno mai incoraggiato e diffuso negli anni passati? (No, non è a causa delle barricate nei paesini, quelle al massimo sono una conseguenza.)

Il PD propone una legge di bilancio alternativa che sistemerebbe una marea di cose. Oggi. Chissà come mai non l’hanno proposta negli anni passati quando proporla toccava a dei governi PD? (La legge di bilancio si fa tutti gli anni.)

Poi si chiedono come mai la gente non li vota.

Un vero mistero.

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Quanto funzionano le case chiuse

Dell’enorme sviluppo che la prostituzione ebbe in Europa sino alla prima guerra europea, i giovani d’oggi non hanno quasi più idea. Mentre ora [1940] nelle grandi città s’incontra una prostituta tanto raramente come una carrozza a cavalli, allora i marciapiedi erano così affollati di donne venali da riuscir più difficile evitarle che trovarle. A ciò si aggiungevano le numerose “case chiuse”, i locali notturni, i teatri di varietà, i ritrovi da ballo con le ballerine e le cantanti, i bar con le relative donnine. Allora la merce femminile veniva offerta ad ogni prezzo e ad ogni ora e un uomo non spendeva più tempo e fatica a comprarsi una donna per un quarto d’ora, un’ora o una notte che a procurarsi un pacchetto di sigarette o un giornale. Nulla mi pare confermi meglio la maggiore naturalezza e pulizia delle attuali forme di vita e di amore, quanto il fatto che ai giovani d’oggi è divenuto senz’altro possibile dispensarsi da questa istituzione indispensabile e che non sia stata la polizia o la legislazione ad annullare dal nostro mondo tale tragico problema della pseudomorale, ma che esso è sparito quasi completamente per mancanza di richiesta.

La posizione ufficiale dello stato e della sua morale di fronte a questo oscuro capitolo non fu mai molto agevole. Dal punto di vista etico non si osò mai riconoscere apertamente ad una donna il diritto di vendere se stessa; d’altra parte, dal punto di vista igienico, non si poteva far a meno della prostituzione, in quanto essa canalizzava l’incomoda sessualità estraconiugale. Le autorità cercarono di cavarsela con una soluzione ambigua, distinguendo la prostituzione segreta, considerata immorale e pericolosa e perseguita dallo Stato, ed una prostituzione ammessa, fornita di speciale licenza di esercizio e sottoposta al fisco. Una ragazza che si fosse decisa a divenire prostituta riceveva una speciale concessione della polizia e quale documento un libretto. Sottoponendosi al controllo della polizia e al dovere di subire due volte la settimana una visita medica, aveva acquisito il diritto commerciale di dare in affitto il proprio corpo a qualunque prezzo le sembrasse equo. La prostituzione era riconosciuta come una professione tra le altre, ma – qui spuntavano le corna del diavolo! – il riconoscimento non era completo. Se per esempio una prostituta aveva venduto la propria merce, vale a dire il corpo, ad un uomo che le rifiutava poi il compenso pattuito, non poteva citarlo in giudizio. Allora d’un tratto la sua pretesa – ob turpem causam, come spiegava la legge – diventava immorale e non era più protetta dalle autorità.

Già da simili particolari si intuiva la duplicità di un modo di vedere che da un lato iscriveva queste donne all’esercizio di un mestiere concesso dallo Stato, ma personalmente poi le poneva al di fuori del diritto comune. La più profonda ipocrisia stava poi nell’applicazione per cui le restrizioni colpivano soltanto le classi più povere. La ballerina che a Vienna per duecento corone era accessibile ad ogni ora e ad ogni uomo non meno della ragazza di strada da due corone, non aveva bisogno, si capisce, di un libretto e di un controllo; le grandi demi-mondaines venivano persino citate nelle cronache sportive delle corse fra i personaggi eminenti, perché facevano ormai parte della “società”. Allo stesso modo alcune delle mezzane più eleganti, che fornivano di merce di lusso la Corte, l’aristocrazia e la ricca borghesia, non incappavano nella legge, sempre severissima nell’infliggere gravi pene per lenocinio. La rigida disciplina, la sorveglianza spietata ed il bando sociale vigevano solo per l’esercito delle mille e mille destinate ad arginare, col loro corpo e con la loro anima umiliata contro le forme libere e naturali dell’amore, una concezione morale da tempo ormai fradicia.

Questo grandioso esercito della prostituzione era suddiviso in sezioni singole, come l’esercito vero si divide in cavalleria, artiglieria, fanteria e artiglieria da fortezza. All’artiglieria da fortezza corrispondeva pressappoco nella prostituzione quel gruppo che occupava come proprio quartiere determinate strade della città. Eran per lo più le zone dove nel medio evo di ergeva la forca o c’era un ospedale di lebbrosi o un cimitero, dove trovavano ricovero tutti i banditi dalla società. Zone cioè che i borghesi già da secoli cercavano di evitare come proprio domicilio. Ivi le autorità permettevano che si svolgesse in talune viuzze il mercato d’amore. Ancora nel ventesimo secolo nelle città europee stavano porta a porta come nel mercato dei pesci del Cairo o nello Yoshiwara del Giappone, da due a cinquecento donne, l’una accanto all’altra, alle finestre delle loro abitazioni a terreno, merce di buon prezzo che lavorava in due squadre, quella diurna e quella notturna.

Alla cavalleria o alla fanteria corrispondeva la prostituzione ambulante , cioè le innumerevoli ragazze che si cercavano i clienti perla strada. A Vienna venivano chiamate “Strichtmädchen”, perché la parte di marciapiede di cui potevano servirsi per i loro fini era limitata dalla polizia con un invisibile tratto (Stricht). Giorno e notte, sino al grigiore dell’alba, anche sotto la pioggia e il gelo, esse popolavano le strade di una falsa eleganza mantenuta a fatica, costringendo il volto già stanco emale imbellettato ad un sorriso di richiamo per ogni passante. Tutte le città mi sembrano oggi più belle e più umane, da quando non le popolano più quelle schiere di donne affamate e scontente, che senza piacere offrivano il piacere e che con le loro passeggiate senza fine da un angolo all’altro finivan tutte per trovare l’inevitabile strada dell’ospedale.

Ma anche queste masse non bastavano al perenne consumo. Molti volevano ancor maggior comodità e discrezione, senza dover dar la caccia per la strada a quei pipistrelli svolazzanti o a quei malinconici uccelli del paradiso. Cercavano l’amore con maggior comodità, con luce e calore, con musica e danze, con una parvenza di lusso. Per questi clienti vi erano le “case chiuse”, i bordelli. Là si adunavano in un cosiddetto “salone” arredato con falso lusso le ragazze, parte in toelette sfarzose, parte in vestaglie inequivocabili. Un sonatore di piano provvedeva al passatempo musicale, si beveva, si ballava e si chiacchierava prima che le coppie sparissero discretamente in una camera; in alcune case più distinte, specie a Parigi e a Milano, che fruivano di celebrità internazionale, uno spirito ingenuo poteva illudersi di essere invitato in una casa privata con signore un po’ troppo vivaci. Esteriormente queste ragazze stavan meglio che le loro colleghe ambulanti. Non dovevano girar per le strade al vento e alla pioggia, restavano al caldo, avevano begli abiti, potevano mangiare e specialmente bere in abbondanza. In compenso però erano delle autentiche prigioniere delle loro padrone, le quali vendevano loro a prezzi di strozzinaggio gli abiti e praticavano tali acrobazie contabili sul prezzo di pensione che tutte, anche la ragazza più volenterosa e resistente, rimanevano in una specie di prigionia per debiti, senza poter mai di loro libera volontà lasciare quella casa.

Scrivere la storia segreta di talune di quelle case sarebbe interessante e sarebbe anche un documentario essenziale per la cultura dell’epoca, giacché esse nascondevano pure i più strani misteri, sempre ben noti alle autorità pronte ad indulgere. Vi erano porte segrete e scalette speciali riservate ai membri della più alta società – a quel che si mormorava, anche della Corte – in modo che quegli ospiti potessero far le loro visite non veduti dagli altri mortali. C’erano camere a specchi e altre che permettevano segretamente di guardare in quella vicina, dove altre coppie si divertivano ignare. Vi erano i più strani travestimenti, dall’abito da monaca sino alla gonnellina da ballerina, tenuti chiusi nei cassetti per speciali desideri morbosi. E quella era la stessa città, la stessa società, la stessa morale che si scandalizzava se delle ragazzine andavano in bicicletta e proclamava profanazione della scienza se Freud col suo modo limpido, tranquillo e penetrante stabiliva verità per essi inammissibili. Lo stesso mondo che difendeva così pateticamente la purezza della donna, tollerava questo mostruoso mercimonio del corpo. Lo organizzava e ne traeva persino profitto.

—Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, cap. 3 “Eros matutinus”, Arnoldo Mondadori Editore, 1946 (si riferisce agli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, Zweig era nato del 1881)

 

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