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Cattivi Argomenti: i posti di lavoro della TAV

Niente al mondo potrebbe indurmi a far commenti sulla TAV e sull’analisi costi-benefici. A seconda dei dati che si impiegano, può venir fuori una risposta anziché un’altra; c’è solo da fidarsi della professionalità di chi ha scelto i dati. O da non fidarsi. Idem per chi li commenta. Ma non è affar mio.

Gli argomenti utilizzati nel “dibattito” invece sono un’altra faccenda.

Quello del lavoro, poi, è particolare.

 

Dicono che la TAV porterebbe 50.000 posti di lavoro. Una buona cosa, specie in tempi di vacche magre.

Ciò che normalmente non viene specificato (se non dal presidente di Confindustria Boccia) è che Leggi il seguito di questo post »

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Sinistri misteri (Cattivi Argomenti)

Il “modello Riace” di accoglienza dei migranti è meraviglioso e prezioso. Adesso. Chissà come mai tre governi PD non lo hanno mai incoraggiato e diffuso negli anni passati? (No, non è a causa delle barricate nei paesini, quelle al massimo sono una conseguenza.)

Il PD propone una legge di bilancio alternativa che sistemerebbe una marea di cose. Oggi. Chissà come mai non l’hanno proposta negli anni passati quando proporla toccava a dei governi PD? (La legge di bilancio si fa tutti gli anni.)

Poi si chiedono come mai la gente non li vota.

Un vero mistero.

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Quanto funzionano le case chiuse

Dell’enorme sviluppo che la prostituzione ebbe in Europa sino alla prima guerra europea, i giovani d’oggi non hanno quasi più idea. Mentre ora [1940] nelle grandi città s’incontra una prostituta tanto raramente come una carrozza a cavalli, allora i marciapiedi erano così affollati di donne venali da riuscir più difficile evitarle che trovarle. A ciò si aggiungevano le numerose “case chiuse”, i locali notturni, i teatri di varietà, i ritrovi da ballo con le ballerine e le cantanti, i bar con le relative donnine. Allora la merce femminile veniva offerta ad ogni prezzo e ad ogni ora e un uomo non spendeva più tempo e fatica a comprarsi una donna per un quarto d’ora, un’ora o una notte che a procurarsi un pacchetto di sigarette o un giornale. Nulla mi pare confermi meglio la maggiore naturalezza e pulizia delle attuali forme di vita e di amore, quanto il fatto che ai giovani d’oggi è divenuto senz’altro possibile dispensarsi da questa istituzione indispensabile e che non sia stata la polizia o la legislazione ad annullare dal nostro mondo tale tragico problema della pseudomorale, ma che esso è sparito quasi completamente per mancanza di richiesta.

La posizione ufficiale dello stato e della sua morale di fronte a questo oscuro capitolo non fu mai molto agevole. Dal punto di vista etico non si osò mai riconoscere apertamente ad una donna il diritto di vendere se stessa; d’altra parte, dal punto di vista igienico, non si poteva far a meno della prostituzione, in quanto essa canalizzava l’incomoda sessualità estraconiugale. Le autorità cercarono di cavarsela con una soluzione ambigua, distinguendo la prostituzione segreta, considerata immorale e pericolosa e perseguita dallo Stato, ed una prostituzione ammessa, fornita di speciale licenza di esercizio e sottoposta al fisco. Una ragazza che si fosse decisa a divenire prostituta riceveva una speciale concessione della polizia e quale documento un libretto. Sottoponendosi al controllo della polizia e al dovere di subire due volte la settimana una visita medica, aveva acquisito il diritto commerciale di dare in affitto il proprio corpo a qualunque prezzo le sembrasse equo. La prostituzione era riconosciuta come una professione tra le altre, ma – qui spuntavano le corna del diavolo! – il riconoscimento non era completo. Se per esempio una prostituta aveva venduto la propria merce, vale a dire il corpo, ad un uomo che le rifiutava poi il compenso pattuito, non poteva citarlo in giudizio. Allora d’un tratto la sua pretesa – ob turpem causam, come spiegava la legge – diventava immorale e non era più protetta dalle autorità.

Già da simili particolari si intuiva la duplicità di un modo di vedere che da un lato iscriveva queste donne all’esercizio di un mestiere concesso dallo Stato, ma personalmente poi le poneva al di fuori del diritto comune. La più profonda ipocrisia stava poi nell’applicazione per cui le restrizioni colpivano soltanto le classi più povere. La ballerina che a Vienna per duecento corone era accessibile ad ogni ora e ad ogni uomo non meno della ragazza di strada da due corone, non aveva bisogno, si capisce, di un libretto e di un controllo; le grandi demi-mondaines venivano persino citate nelle cronache sportive delle corse fra i personaggi eminenti, perché facevano ormai parte della “società”. Allo stesso modo alcune delle mezzane più eleganti, che fornivano di merce di lusso la Corte, l’aristocrazia e la ricca borghesia, non incappavano nella legge, sempre severissima nell’infliggere gravi pene per lenocinio. La rigida disciplina, la sorveglianza spietata ed il bando sociale vigevano solo per l’esercito delle mille e mille destinate ad arginare, col loro corpo e con la loro anima umiliata contro le forme libere e naturali dell’amore, una concezione morale da tempo ormai fradicia.

Questo grandioso esercito della prostituzione era suddiviso in sezioni singole, come l’esercito vero si divide in cavalleria, artiglieria, fanteria e artiglieria da fortezza. All’artiglieria da fortezza corrispondeva pressappoco nella prostituzione quel gruppo che occupava come proprio quartiere determinate strade della città. Eran per lo più le zone dove nel medio evo di ergeva la forca o c’era un ospedale di lebbrosi o un cimitero, dove trovavano ricovero tutti i banditi dalla società. Zone cioè che i borghesi già da secoli cercavano di evitare come proprio domicilio. Ivi le autorità permettevano che si svolgesse in talune viuzze il mercato d’amore. Ancora nel ventesimo secolo nelle città europee stavano porta a porta come nel mercato dei pesci del Cairo o nello Yoshiwara del Giappone, da due a cinquecento donne, l’una accanto all’altra, alle finestre delle loro abitazioni a terreno, merce di buon prezzo che lavorava in due squadre, quella diurna e quella notturna.

Alla cavalleria o alla fanteria corrispondeva la prostituzione ambulante , cioè le innumerevoli ragazze che si cercavano i clienti perla strada. A Vienna venivano chiamate “Strichtmädchen”, perché la parte di marciapiede di cui potevano servirsi per i loro fini era limitata dalla polizia con un invisibile tratto (Stricht). Giorno e notte, sino al grigiore dell’alba, anche sotto la pioggia e il gelo, esse popolavano le strade di una falsa eleganza mantenuta a fatica, costringendo il volto già stanco emale imbellettato ad un sorriso di richiamo per ogni passante. Tutte le città mi sembrano oggi più belle e più umane, da quando non le popolano più quelle schiere di donne affamate e scontente, che senza piacere offrivano il piacere e che con le loro passeggiate senza fine da un angolo all’altro finivan tutte per trovare l’inevitabile strada dell’ospedale.

Ma anche queste masse non bastavano al perenne consumo. Molti volevano ancor maggior comodità e discrezione, senza dover dar la caccia per la strada a quei pipistrelli svolazzanti o a quei malinconici uccelli del paradiso. Cercavano l’amore con maggior comodità, con luce e calore, con musica e danze, con una parvenza di lusso. Per questi clienti vi erano le “case chiuse”, i bordelli. Là si adunavano in un cosiddetto “salone” arredato con falso lusso le ragazze, parte in toelette sfarzose, parte in vestaglie inequivocabili. Un sonatore di piano provvedeva al passatempo musicale, si beveva, si ballava e si chiacchierava prima che le coppie sparissero discretamente in una camera; in alcune case più distinte, specie a Parigi e a Milano, che fruivano di celebrità internazionale, uno spirito ingenuo poteva illudersi di essere invitato in una casa privata con signore un po’ troppo vivaci. Esteriormente queste ragazze stavan meglio che le loro colleghe ambulanti. Non dovevano girar per le strade al vento e alla pioggia, restavano al caldo, avevano begli abiti, potevano mangiare e specialmente bere in abbondanza. In compenso però erano delle autentiche prigioniere delle loro padrone, le quali vendevano loro a prezzi di strozzinaggio gli abiti e praticavano tali acrobazie contabili sul prezzo di pensione che tutte, anche la ragazza più volenterosa e resistente, rimanevano in una specie di prigionia per debiti, senza poter mai di loro libera volontà lasciare quella casa.

Scrivere la storia segreta di talune di quelle case sarebbe interessante e sarebbe anche un documentario essenziale per la cultura dell’epoca, giacché esse nascondevano pure i più strani misteri, sempre ben noti alle autorità pronte ad indulgere. Vi erano porte segrete e scalette speciali riservate ai membri della più alta società – a quel che si mormorava, anche della Corte – in modo che quegli ospiti potessero far le loro visite non veduti dagli altri mortali. C’erano camere a specchi e altre che permettevano segretamente di guardare in quella vicina, dove altre coppie si divertivano ignare. Vi erano i più strani travestimenti, dall’abito da monaca sino alla gonnellina da ballerina, tenuti chiusi nei cassetti per speciali desideri morbosi. E quella era la stessa città, la stessa società, la stessa morale che si scandalizzava se delle ragazzine andavano in bicicletta e proclamava profanazione della scienza se Freud col suo modo limpido, tranquillo e penetrante stabiliva verità per essi inammissibili. Lo stesso mondo che difendeva così pateticamente la purezza della donna, tollerava questo mostruoso mercimonio del corpo. Lo organizzava e ne traeva persino profitto.

—Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, cap. 3 “Eros matutinus”, Arnoldo Mondadori Editore, 1946 (si riferisce agli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, Zweig era nato del 1881)

 

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Cattivi argomenti

Non mi era mai capitato di vedere sciorinare una quantità di cattivi argomenti come in questo caso del referendum costituzionale. Ora come ora non me li ricordo tutti, solo una manciata. Eccoli qua.

A) Il peggiore di tutti è sicuramente “votiamo no per mandare a casa Renzi”. Siccome il presidente del Consiglio ha già riconosciuto e pubblicamente ammesso che è stato un errore collegare il sì al referendum con la sua permanenza al governo, mi pare abbastanza chiaro che non abbia voglia di levar le tende. Votare no per questo e basta significa perdere. Ci sono eccellenti motivi per votare un bel no tondo tondo ma questo non ne fa parte.

B) Quasi alla pari è l’argomento del senato che “rappresenterebbe i territori perché sarebbe costituito di sindaci e consiglieri regionali”. Questo è un po’ più complicato del precedente, che è scemo e basta.

Tanto per cominciare, se la conferenza Stato-Regioni non funziona, non ho ben capito come mai si pensi che trasformarla in senato funzionerebbe meglio. È un problema di volontà, non di nomi.

In secondo luogo, sospetto che un sindaco o un consigliere regionale abbia già abbastanza da fare senza metterci pure il senato. Se però a questa obiezione si replica che tanto al senato ci si andrebbe solo una volta al mese, allora mi pare evidente che detto senato lo si pensa inutile, altro che rappresentare il territorio. Non conosco nessuna persona seria che sia capace di prendere una decisione importante – e magari condivisa con altre cento – nell’arco di ventiquattr’ore: anche senza andare fisicamente lì, far bene il lavoro implica studiare, capire eccetera. Allora, o fai male tutto quel che devi fare oppure fai male una sola delle due cose e quale sarà mai? E comunque, se il sindaco di Firenze Nardella attualmente va a Roma una volta a settimana per fare anticamera da qualche ministro, direi che con una volta al mese non ci si fa niente.

Terzo: ma il sindaco Nardella mica penserà di non andare più a Roma una volta che ci sia un senato di rappresentanti territoriali? Voglio dire, mica penserà che al sindaco di Aosta (per dire) importi qualcosa dei problemi precipui di Firenze? Non è certo di quelli che si parlerebbe nel nuovo senato. Anche perché, se si riunisce una volta al mese, dovrà essere molto ma molto selettivo…

In definitiva, basandoci su questo argomento, dobbiamo concludere che il nuovo senato non rappresenterebbe niente.

C) La faccenda dei soldi lasciamola perdere, perché è meschina, oltre che ballerina. Cinquanta, cinquecento, e che volete che sia? Lo zero non vale niente e la matematica è un’opinione.

D) L’argomento del “non ci sarà un’altra occasione per i prossimi trent’anni” è sballato: anche nel 2006 abbiamo votato per un referendum costituzionale e non sono trent’anni, sono dieci. Il problema è di volontà, non di tempo.

Certo, dopo tutto il veleno che le due parti si sono sputate addosso, non sarà facile ricominciare a discutere da persone civili; ma non sarà facile qualunque sia il risultato, non solo se vince il “no”. Irrilevante? Non proprio; perché un altro dei cattivi argomenti è appunto che

E) “Intanto facciamo il primo passo, poi aggiusteremo quel che va aggiustato”. E come vorrebbero aggiustarlo, se non discutendo da persone civili? Con la legge marziale?

F) L’argomento “le Regioni bloccano le opere comuni per i propri interessi particolari” è infondato: se lo Stato avesse (a) capacità di negoziazione e (b) nerbo, farebbe tutte le opere necessarie. Competenze concorrenti non vuol dire che Stato e regioni devono andare a litigare davanti ai tribunali.

G) L’argomento “la nostra Costituzione diventerebbe illeggibile” è assurdo, perché presuppone che la nostra Costituzione ora come ora sia leggibile e comprensibile per chiunque. Questo non è vero. Se lo fosse, tanto per fare due esempi, non ci sarebbe tanta gente convinta che lo Stato gli debba dare lavoro né altrettanta convinta che la scuola sia obbligatoria. In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola.

H) L’argomento “Questa riforma uccide la democrazia” è ridicolo, la democrazia è morta da un pezzo. O non ve n’eravate accorti?

 

Mi rendo conto che quasi tutti questi cattivi argomenti sono quelli del “sì”; il fatto è che loro ne portano di più – il “no” si è molto fossilizzato su ‘sta scemenza del “mandiamo a casa Renzi”, per questo ha preso la A – e anche che forse ho ascoltato con più attenzione i sostenitori del “sì” perché cercavo in tutti i modi un motivo adeguato per votare come loro, visto che anche persone che stimo sono per il “sì”. Non l’ho trovato.

Questo però non ha a che fare con la cattiva qualità degli argomenti.

Un cattivo argomento è cattivo perché non ha basi solide. Nella raccolta chestertoniana che ho tradotto per questo Natale (in fondo si può vedere la copertina), c’è un bell’articolo sulla logica che parla proprio di questo. E uno dei motivi per cui l’ho scelto, a parte l’interesse per la cosa in sé, è stato proprio il pessimo argomentare che ho dovuto subire negli ultimi sei mesi.

In definitiva, se avessi potuto servirmi solo di questi argomenti, avrei votato scheda bianca. E poi si lamentano dell’astensione.

 

la-divina-poltrona-copertina

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Manipolazioni: sì e no

Premetto che non intendo dare un giudizio sul voto del prossimo autunno, perché ancora non so niente di niente della riforma costituzionale per la quale voteremo. Il giudizio è sulle parole che ho appena sentite dal nostro dinamico presidente del Consiglio, noto manipolatore.

Oh, intendiamoci, uno può anche manipolare a fin di bene; quindi il mio non è nemmeno un giudizio sulle sue azioni. È un giudizio su come usa le parole.

Bisogna ammettere che stavolta la manipolazione era smaccata: il referendum costituzionale sarebbe un modo per valorizzare, diciamo, l’Italia che dice sì rispetto a quella che dice sempre e solo no. È una nuova versione del solito, risorgimentale, “prendi gli italiani per la pancia”.

Possono esistere ottimi motivi per dire no: dipende dalla domanda, infatti.

Se uno chiede “Posso picchiarti?” spero bene che la risposta sarà “no”.

Se qualcuno si sente chiedere “Mi vendi tua figlia (o tuo figlio) per farci i comodi miei?”, credo di poter affermare che nel comune sentire l’unica risposta accettabile sia “no”; e quelli che rispondono “sì” son considerati mostri dallo stesso comune sentire.

Se uno si sentisse dire “Ti sta bene che lo Stato si prenda il 50% di ciò che guadagni?”, la risposta sarebbe sicuramente “no”; ma così sicuramente che lo Stato non fa mai la domanda, si limita a prelevare.

Esistono tante e tante situazioni, davvero le più varie che ci si possa immaginare, per dire legittimamente no.

Anche il referendum costituzionale, se le variazioni fossero peggiorative, sarebbe una di queste situazioni. Se invece fossero migliorative, sarebbe una situazione in cui dire sì.

Il punto è che per saperlo bisogna capire quali sono le riforme, in che cosa consistono, qual è la situazione attuale e quali sono i suoi punti deboli e forti. Poi bisogna cercare di prevedere gli abusi più macroscopici, senza però farsi intrappolare dalla paura degli abusi, perché quelli ci sono sempre stati (i nostri antenati dicevano che abusum non tollit usum, cioè l’abuso di qualcosa non può eliminarne l’uso; evidentemente si tratta di un vecchio problema).

Insomma, c’è un lavoro da fare.

Matteo Renzi però l’ha buttata sul “combattiamo i bastiancontrari” e questo non è proprio leale: è una manipolazione, vale a dire il tentativo di indurre le persone a fare qualcosa per motivi che non sono i loro. Anche ammettendo che le sue manipolazioni siano a fin di bene – e io credo che sia davvero benintenzionato, in fin dei conti – un simile atteggiamento vuol dire che ci considera dei poveretti ignari di quel che è il loro bene e che perciò vanno instradati accuratamente, usando strumenti che dei poveri deficienti possono capire. È lo stesso snobismo intellettuale, direi, per cui Umberto Eco si crucciava che internet avesse dato voce anche agli imbecilli.

In certi momenti, lo ammetto, sarei quasi tentata di dargli ragione; del resto non è certo il primo a pensarla così e una volta la pensavo così anch’io. Poi però mi sono accorta di quanto sia nocivo questo atteggiamento: nocivo alle singole persone e alle società in cui si trovano. E ho cambiato idea.

Ma siamo su un’altalena: il punto opposto a questo atteggiamento nocivo è l’idiozia per cui ognuno dice la sua e nessuno ha il diritto di dirgli niente, perché non esistono né verità né ragione oggettivamente utilizzabile: questo comporta che o non si fa niente o quel che si fa lo si fa per mezzo di sotterfugi.

L’unico antidoto ai due opposti è, ovviamente, che l’altalena si fermi e ricada a piombo. Questa non è una posizione di compromesso tra le altre due, è proprio un’altra posizione; ma è difficile da trovare perché tutti si confondono.

 

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