Archive for Economia

Sopravvivenza dell’euro

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01 gennaio 2010-31 dicembre 2018 (=oggi)

EN survival of the euro

FR survie de l’euro

ES supervivencia del euro

PT sobrevivência do euro

 

 

 

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-plicare

Trovo citata in un articolo la frase che segue, tratta da un libro, citato anch’esso (ma che io tacerò perché si dice il peccato e non il peccatore):

“A partire dal 1980 l’ammontare degli attivi generati dal sistema finanziario ha superato il valore del Pil dell’intero pianeta. Da allora la corsa della finanza al profitto è diventata così veloce da quintuplicare per massa di attivo l’economia reale nel giro di un trentennio”.

Meno male che sapevo già di che si trattava, altrimenti avrei capito che era accaduto l’esatto contrario di quel che è accaduto realmente. Spero che il libro non sia scritto tutto alla stessa maniera, altrimenti chiunque lo legga, o già ne sa abbastanza o si ritroverà più ignorante d’una zappa; che è uno strumento utilissimo ma non esattamente una tecnologia all’avanguardia e perciò lo si usa come paragone dell’ignoranza.

Parte dei verbi che hanno -plicare come seconda parte – quelli come moltiplicare, decuplicare, centuplicare, intendo, non quelli come supplicare o complicare – indicano la crescita, l’aumento in numero di qualcosa. Tale crescita può essere indotta da qualcos’altro e allora i verbi sono transitivi: l’azione è compiuta da un soggetto su qualcosa, che chiamiamo complemento oggetto. Se non ci interessa sottolineare il soggetti, possono essere riflessivi: moltiplicarsi, decuplicarsi, centuplicarsi eccetera.

Quando ti trovi a scrivere, normalmente non vuoi che i lettori capiscano il contrario di ciò che intendi dire; c’è anche chi se ne infischia, lo riconosco, ma in genere… E poi a chi gioverebbe ciò che scrivi, se per capirlo deve saperlo già?

Per raggiungere lo scopo, devi usare la lingua correttamente. Se non fai così, non avrai mai la certezza che i lettori capiscano. Ci sono brutti idiotismi che rimangono comunque comprensibili, come “cioè a dire”; ma già il “piuttosto che” diventa un azzardo. Quando poi si passa ai verbi, si rischia di dire stupidaggini.

Chi ha scritto quella frase intendeva dire che

i profitti delle attività finanziarie sono diventati, in trent’anni, cinque volte più grandi dei profitti dell’economia reale.

Ma questo io posso dirlo perché lo sapevo già (non basta aver letto la frase precedente, no). Quel che vi è scritto invece è che

i profitti delle attività finanziarie [soggetto] hanno fatto diventare cinque volte maggiori [verbo: quintuplicare] i profitti dell’economia reale [complemento oggetto],

cioè l’esatto contrario. Per questo ho dovuto leggerla due volte: perché non credevo ai miei occhi.

Dopo la seconda lettura mi è balzata in mente un’idea: possibile che chi ha scritto sia un fan delle corse di Formula Uno? In questo sport, infatti, siccome si corre su una pista chiusa, ad anello, a un certo punto le auto più veloci si trovano davanti quelle più lente e le sorpassano: si dice allora che le “doppiano”.

Non si dice però che le “raddoppiano”, quindi la mia ipotesi è senz’altro balzana.

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Diamo i numeri: immigrati, pensionati, disoccupati e casalinghe

Vorrei che qualcuno facesse una rubrica su qualche giornale online con lo scopo “Diamo i numeri”, perché qui i numeri volano come i lapilli a Pompei.

Il guaio dei numeri è che spesso da soli non significano niente e invece diventano significativi e interessanti quando si mettono a confronto gli uni con gli altri. Non è sempre così ma spesso lo è, specie in economia & affini.

* Il presidente dell’INPS Boeri ogni tanto torna alla carica con i suoi 8 miliardi l’anno di contributi versati da cittadini immigrati che ne percepiscono solo 3. Irritante perché parziale (a parte la mentalità semischiavistica e truffaldina del ragionamento di breve periodo, perché quella appartiene al concetto stesso di INPS, non al suo presidente attuale). Va bene, sono 8 miliardi l’anno ma il resto quant’è? di quanti denari parliamo? e di che tempi? L’INPS non è un negozietto di souvenir, che apre, per un paio d’anni vede se va bene e poi casomai chiude. Visto lo scopo che ha, l’INPS deve avere un orizzonte di assai lungo periodo per fare i suoi conti; ma questo periodo non è tanto lungo da vederci tutti morti, più probabile che muoia l’INPS.[1] Solo dopo che avremo visto un bel po’ di altri numeri, sapremo bene di che si parla, non prima.

(Sarei contenta se qualcuno lo facesse per me ma tutti son troppo impegnati a parlare d’altro.)

* La disoccupazione è scesa di n%, e che vuol dire? Da sé, niente: bisogna vedere come mai è scesa, se e quanto sono aumentati gli occupati o gli inoccupati, che sono quelli che smettono di dire “sto cercando lavoro” (l’indagine è campionaria, infatti, non è basata su documenti e simili).

* Le casalinghe sono mezzo milione in meno rispetto a dieci anni fa; e questo ci autorizza a pensare che siano in via di estinzione? Ma nemmeno per sogno. Le casalinghe saranno anche -500.000 rispetto a dieci anni fa ma sono +2.459.000 –DUEMILIONIQUATTROCENTOCINQUANTANOVEMILA – rispetto al 2013.

A me secca parecchio sentir dire che le casalinghe sarebbero in via di estinzione proprio mentre sto ragionando sull’opportunità di definirmi “casalinga” io stessa. Ho capito che la casalinga non fa PIL e non versa i contributi pensionistici,[2] ma insomma, volerle proprio estinguere come triceratopi…

Quest’ultima uscita giornalistica delle casalinghe in estinzione è stata indotta dall’ISTAT, che ha iniziato il suo comunicato del 10 luglio scorso così:

Nel 2016 sono 7milioni 338mila le donne che si dichiarano casalinghe nel nostro Paese, 518mila in meno rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni. 

Certo, parlare di “estinzione” con un’età media di 60 anni mi pare un pizzichino esagerato: in dieci anni è comprensibile che muoia un mezzo milione di vecchiette, io stessa ho perduto una prozia. Ma coi riflessi quasi-pavloviani e la memoria corta di certi giornali era praticamente inevitabile quella reazione. L’ISTAT però non dovrebbe averla tanto corta, la memoria. Non per i dati suoi, almeno.

Che l’Istat mi attacchi un comunicato sulle casalinghe in quel modo lì, quando sono stati loro stessi a diffondere i dati del 2013 (allora le casalinghe erano 4 milioni 879 mila, come si può vedere in questo vecchio articolo; non ho ancora capito quale sia la diffusione ISTAT relativa) è davvero sconcertante. Anche volendo pensare che sia cambiata la metodologia di rilevamento, nespole, la differenza mi pare degna di nota. C’è del dolo dietro, foss’anche solo che hanno assunto qualche sprovveduto per scrivere i comunicati stampa!

______________

[1] Del resto, la nota espressione di Keynes – In the long run we are all dead, nel lungo periodo siamo tutti morti – era rivolta agli economisti, non ai contabili. In economia e in contabilità&commercio, “lungo periodo” indica due cose diverse. Ma l’INPS non è teoria economica, è contabilità.

[2] Esiste un Fondo Casalinghe dell’INPS a cui ci si può iscrivere e versare contributi pensionistici, se però non hai entrate come fai a pagare? Le casalinghe non hanno entrate per definizione. Non parliamo poi di quanti denari bisognerebbe pagare, e per quanti anni, per poter avere una pensione decente.

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Flat-tax: il punto non è l’aliquota, è tutto il resto

Ogni tanto si riparla di flat-tax. La flat-tax è un tipo di prelievo fiscale diretto che prevede una sola aliquota, cioè la percentuale di reddito da prelevare, uguale per tutti. Il sistema attuale prevede degli scaglioni, con aliquote che crescono al crescere della fascia di reddito.

Se una proposta di flat-tax prevedesse solo una percentuale unica e niente altro, sarebbe un bel guaio. Nel valutare una proposta di flat-tax, quindi, bisogna guardare non tanto l’aliquota, ma il contorno, cioè le condizioni. Perché?

Innanzitutto bisogna sapere o ricordare che la flat-tax riguarda le imposte dirette, cioè quelle sul reddito, e non le imposte indirette (come l’IVA). Partiamo quindi dai redditi.

Immaginiamo di avere due redditi, uno da 25.000 euro l’anno e l’altro da 250.000 euro l’anno, cioè dieci volte più grande dell’altro.

25.000                                    250.000

Scelgo una percentuale del 10% e la applico a entrambi i redditi. Che cosa ottengo dalla matematica?

10% di 25.000 = 2.500 

10% di 250.000 = 25.000 

Il reddito maggiore paga di sole tasse una somma pari all’intero reddito minore.

Parrebbe una cosa giusta, no? Chi ha di più paga di più. Anche la Costituzione dice che ognuno deve contribuire in base alle sue possibilità (Articolo 53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva).

Ma continuiamo con la matematica. Qual è il reddito che rimane dopo aver pagato le imposte?

25.000 – 2.500 = 22.500

250.000 – 25.000 = 225.000 

Forse adesso sembra un po’ meno giusto.

Ma un po’ TANTO meno giusto.

Non è la stessa cosa trovarsi a vivere con 22.500 euro l’anno o con 225.000: nel primo caso si sta scomodi, specie se si tratta di una famiglia; nel secondo caso ce n’è d’avanzo, perché nessuna famiglia normale ha vera necessità di spendere tutti quei soldi in un anno per vivere.

Se tutto questo accade con un banale 10%, figuriamoci quandol’aliquota è il 20% o il 25%: più che scomodi, forse si sta stretti; come in una bara.

Per questo motivo, in una proposta di flat-tax l’aliquota in sé è un elemento che non dice granché. Quello che dice molto è il resto delle condizioni: visto che la flat-tax riguarda solo l’imposta sul reddito, che succede alle altre imposte(Iva, Imu, Irap eccetera)?  che ne è delle tasse per i servizi? (a parte quelle locali, che fine fa la sanità?) e qual è la franchigia?

Quella che qui io chiamo “franchigia” è la fascia di reddito da 0 a Nmila euro che NON paga l’imposta, per piatta che sia.

Come si è visto dalla matematica di prima, non è pensabile proporre una flat-tax senza una franchigia: sarebbe un’iniquità da far sembrare generoso e filantropo perfino il Vecchio Bracalone. C’è un reddito minimo che garantisce alla famiglia un’esistenza dignitosa; quel reddito non va toccato.

Ci sarà  il problema di stabilire quale sia quel reddito minimo dignitoso: quindicimila l’anno? di più? di meno?

Ovviamente dipende da molte cose, come il numero di persone nel nucleo familiare o la zona in cui ti trovi. Si può individuare in vari modi, per questo uso il termine generico di “franchigia” che indica l’esenzione dalle imposte. Alcuni pensano che una franchigia non sia opportuna e propongono di mantenere il sistema a scaglioni sotto a un certo reddito e di adottare la flat-tax sopra. Ma anche quel “certo reddito” bisogna che sia calcolato.

Se però riusciamo a mandar gente nello spazio, direi che la matematica è ormai abbastanza sviluppata da poter fare simili calcoli. Casomai quel che manca è la volontà. Ma questa è un’altra storia.

In definitiva: quando si parla di flat-tax, non è (solo o tanto) l’aliquota che dovete guardare.

 

La proposta del prof. Francesco Forte, da Tempi Web

La proposta dell’Istituto Bruno Leoni, dal sito dell’Istituto

La proposta della Lega Nord, da affaritaliani.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Perché continuo a leggere Chesterton

Ho cominciato a leggere i libri di Chesterton come cominciano quasi tutti qui da noi, vale a dire con i racconti di padre Brown e quelli del Club dei mestieri stravaganti. Facevo l’università e per anni ho continuato a leggere solo le raccolte di padre Brown, senza interessarmi se ci fosse dell’altro.

Qualche anno fa, scopersi che c’era molto altro, tramite un blog che oggi non è più attivo, “OSTERIA VOLANTE: contro il logorio della vita (post)moderna”. A causa di quello lessi appunto il romanzo L’Osteria Volante e poi Le avventure di un uomo vivo, traduzione di Emilio Cecchi, che è anch’esso un romanzo ed è l’unico libro tra i mille che ho letto ad avermi fatto venire le lacrime per il fatto che qualcuno l’avesse scritto – per dire la potenza con cui mi ha colpito.

Da quel blog arrivai anche al blog della Società Chestertoniana Italiana, che si chiama “G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo” (si può capire che ‘sto uomo vivo è qualcosa d’importante) e lì rimasi particolarmente intrigata dalla Scuola Libera Chesterton e dalla filosofia economica detta “distributismo”.

Così ho continuato a frequentare Chesterton, passando dalla narrativa ai saggi e aggiungendo alla lettura la traduzione. Ho anche conosciuto vari suoi amici, tra cui Hilaire Belloc e i miei consoci della SCI.

Come mai continuo a leggerlo e a tradurlo; o meglio, rispondendo a una domanda espressa (eravamo al XIV Chesterton Day), qual è l’eredità di Chesterton che trattengo, è scritto qua:

L’eredità di Chesterton secondo Umberta Mesina 

 

 

 

 

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Esenzione dalla denuncia dei redditi sotto gli 8.000 euro?

Ancora l’altra sera qualche politico in tv diceva che se uno ha percepito meno di 8.000 euro nell’anno d’imposta non deve presentare la denuncia dei redditi.

È vero? L’ho sentito spesso ma a me non risulta che sia esattamente così.

Limite di 8.000 euro

In realtà il limite di 8.000 euro vale solo per le condizioni seguenti, che si devono verificare tutte insieme (non è un elenco di punti indipendenti):

lavoro dipendente, o assimilato al lavoro dipendente,
che sia stato svolto per un solo datore di lavoro 
per almeno 365 giorni

(non so come si possano considerare “almeno” 365 giorni in un anno; probabilmente è solo una forma numerica per indicare l’intero anno indipendentemente da feste e ferie).

Non c’è male, vero? Da una frase che sembrava un assoluto roccioso ricaviamo… un sassetto. Rimangono fuori vari tipi di reddito, di rapporti lavorativi e di circostanze. E sono circostanze assai più probabili di “almeno 365 giorni in un anno”.

Ammettiamo che le condizioni siano soddisfatte. In questo caso, è vero che presentare la dichiarazione dei redditi non è obbligatorio.

Vorrei però sottolineare due cose:

a) in questo caso e in qualunque altro, non dover presentare la dichiarazione non significa che “non si devono pagare le imposte”: le ha già pagate il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, operando la ritenuta d’acconto; l’esonero è dovuto al fatto che la ritenuta copre l’imposta totalmente;

b) non solo: la ritenuta d’acconto potrebbe perfino essere maggiore dell’imposta dovuta e allora sarebbe opportuno presentare comunque la denuncia dei redditi (anche se non è obbligatoria) per poter chiedere il rimborso del credito d’imposta; non hai diritto al rimborso se non hai presentato la dichiarazione.

Conclusione.

Cercate il CAF più vicino e fatevi aiutare.

I CAF costano, ovviamente. Però spendere 40 euro per riprenderne 200 può ancora andar bene. Bisogna riflettere sulla cosa e fare due calcoli ma è meglio se i calcoli te li fai fare da chi ne capisce di più.

Non state a sentire quel che dicono del fisco i politici in tv: non ne capiscono niente, esattamente come qualunque altro cittadino che non si occupi di fisco per lavoro.

Oltre a questo, certuni non ritengono degno di esistere il lavoro diverso da quello dipendente, per questo parlano sempre e solo degli 8.000 euro.

A me ovviamente i conti non tornavano perché, come non-dipendente (quando ero dipendente, non me ne preoccupavo, ci pensava l’ufficio fiscale), il mio limite è più basso di 8.000.

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Leggere i dati: grano o quinoa?

Una delle più curiose disletture (termine che ho appena inventato) dei dati numerici è quella che appartiene a questo genere:

Vegetariani e vegani sono un mercato interessante perché i vegetariani sono il 9% e i vegani sono il 4% della popolazione.

Ora, è un fatto basilare che il cibo è un diritto, poiché è un bisogno primario; e ciascuno dovrebbe poter mangiare ciò che meglio gli conviene, nel rispetto delle sue convinzioni religiose o etiche e delle sue condizioni di salute.

Questo però non c’entra con i numeri.

È un fatto altrettanto basilare che, se i vegetariani sono il 9% e i vegani il 4%, il totale fa 13% e rimane perciò un 87% di persone che non sono né vegetariane né vegane, ma che hanno i medesimi identici bisogni e diritti e che costituiscono un mercato molto ma molto più grande.

È un mercato meno interessante, ma non a causa dei numeri relativi delle persone che ci stanno dentro.

Dire che vegetariani e vegani sono interessanti perché sono un certo numero è una dislettura, cioè una lettura fuori centro, perché dà come causa dell’interesse i numeri, che sono oggettivamente bassi.

Ciò che rende interessanti queste categorie, invece, non sono i numeri delle persone: è il fatto che i prezzi dei loro mercati, cioè i prezzi di certi cibi, sono più alti di quelli di altri cibi e mercati.

Il perché e il percome questo accada non c’entra molto con la lingua italiana, perché lo stesso problema esiste in qualunque lingua.

C’entra con la filosofia dell’economia agricola, infatti: qual è il compito dell’agricoltura, dar da mangiare a quelli che possono pagare di più oppure cercare di dar da mangiare a tutti?

 

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