Archive for Economia

Perché continuo a leggere Chesterton

Ho cominciato a leggere i libri di Chesterton come cominciano quasi tutti qui da noi, vale a dire con i racconti di padre Brown e quelli del Club dei mestieri stravaganti. Facevo l’università e per anni ho continuato a leggere solo le raccolte di padre Brown, senza interessarmi se ci fosse dell’altro.

Qualche anno fa, scopersi che c’era molto altro, tramite un blog che oggi non è più attivo, “OSTERIA VOLANTE: contro il logorio della vita (post)moderna”. A causa di quello lessi appunto il romanzo L’Osteria Volante e poi Le avventure di un uomo vivo, traduzione di Emilio Cecchi, che è anch’esso un romanzo ed è l’unico libro tra i mille che ho letto ad avermi fatto venire le lacrime per il fatto che qualcuno l’avesse scritto – per dire la potenza con cui mi ha colpito.

Da quel blog arrivai anche al blog della Società Chestertoniana Italiana, che si chiama “G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo” (si può capire che ‘sto uomo vivo è qualcosa d’importante) e lì rimasi particolarmente intrigata dalla Scuola Libera Chesterton e dalla filosofia economica detta “distributismo”.

Così ho continuato a frequentare Chesterton, passando dalla narrativa ai saggi e aggiungendo alla lettura la traduzione. Ho anche conosciuto vari suoi amici, tra cui Hilaire Belloc e i miei consoci della SCI.

Come mai continuo a leggerlo e a tradurlo; o meglio, rispondendo a una domanda espressa (eravamo al XIV Chesterton Day), qual è l’eredità di Chesterton che trattengo, è scritto qua:

L’eredità di Chesterton secondo Umberta Mesina 

 

 

 

 

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Esenzione dalla denuncia dei redditi sotto gli 8.000 euro?

Ancora l’altra sera qualche politico in tv diceva che se uno ha percepito meno di 8.000 euro nell’anno d’imposta non deve presentare la denuncia dei redditi.

È vero? L’ho sentito spesso ma a me non risulta che sia esattamente così.

Limite di 8.000 euro

In realtà il limite di 8.000 euro vale solo per le condizioni seguenti, che si devono verificare tutte insieme (non è un elenco di punti indipendenti):

lavoro dipendente, o assimilato al lavoro dipendente,
che sia stato svolto per un solo datore di lavoro 
per almeno 365 giorni

(non so come si possano considerare “almeno” 365 giorni in un anno; probabilmente è solo una forma numerica per indicare l’intero anno indipendentemente da feste e ferie).

Non c’è male, vero? Da una frase che sembrava un assoluto roccioso ricaviamo… un sassetto. Rimangono fuori vari tipi di reddito, di rapporti lavorativi e di circostanze. E sono circostanze assai più probabili di “almeno 365 giorni in un anno”.

Ammettiamo che le condizioni siano soddisfatte. In questo caso, è vero che presentare la dichiarazione dei redditi non è obbligatorio.

Vorrei però sottolineare due cose:

a) in questo caso e in qualunque altro, non dover presentare la dichiarazione non significa che “non si devono pagare le imposte”: le ha già pagate il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, operando la ritenuta d’acconto; l’esonero è dovuto al fatto che la ritenuta copre l’imposta totalmente;

b) non solo: la ritenuta d’acconto potrebbe perfino essere maggiore dell’imposta dovuta e allora sarebbe opportuno presentare comunque la denuncia dei redditi (anche se non è obbligatoria) per poter chiedere il rimborso del credito d’imposta; non hai diritto al rimborso se non hai presentato la dichiarazione.

Conclusione.

Cercate il CAF più vicino e fatevi aiutare.

I CAF costano, ovviamente. Però spendere 40 euro per riprenderne 200 può ancora andar bene. Bisogna riflettere sulla cosa e fare due calcoli ma è meglio se i calcoli te li fai fare da chi ne capisce di più.

Non state a sentire quel che dicono del fisco i politici in tv: non ne capiscono niente, esattamente come qualunque altro cittadino che non si occupi di fisco per lavoro.

Oltre a questo, certuni non ritengono degno di esistere il lavoro diverso da quello dipendente, per questo parlano sempre e solo degli 8.000 euro.

A me ovviamente i conti non tornavano perché, come non-dipendente (quando ero dipendente, non me ne preoccupavo, ci pensava l’ufficio fiscale), il mio limite è più basso di 8.000.

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Leggere i dati: grano o quinoa?

Una delle più curiose disletture (termine che ho appena inventato) dei dati numerici è quella che appartiene a questo genere:

Vegetariani e vegani sono un mercato interessante perché i vegetariani sono il 9% e i vegani sono il 4% della popolazione.

Ora, è un fatto basilare che il cibo è un diritto, poiché è un bisogno primario; e ciascuno dovrebbe poter mangiare ciò che meglio gli conviene, nel rispetto delle sue convinzioni religiose o etiche e delle sue condizioni di salute.

Questo però non c’entra con i numeri.

È un fatto altrettanto basilare che, se i vegetariani sono il 9% e i vegani il 4%, il totale fa 13% e rimane perciò un 87% di persone che non sono né vegetariane né vegane, ma che hanno i medesimi identici bisogni e diritti e che costituiscono un mercato molto ma molto più grande.

È un mercato meno interessante, ma non a causa dei numeri relativi delle persone che ci stanno dentro.

Dire che vegetariani e vegani sono interessanti perché sono un certo numero è una dislettura, cioè una lettura fuori centro, perché dà come causa dell’interesse i numeri, che sono oggettivamente bassi.

Ciò che rende interessanti queste categorie, invece, non sono i numeri delle persone: è il fatto che i prezzi dei loro mercati, cioè i prezzi di certi cibi, sono più alti di quelli di altri cibi e mercati.

Il perché e il percome questo accada non c’entra molto con la lingua italiana, perché lo stesso problema esiste in qualunque lingua.

C’entra con la filosofia dell’economia agricola, infatti: qual è il compito dell’agricoltura, dar da mangiare a quelli che possono pagare di più oppure cercare di dar da mangiare a tutti?

 

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La filosofia di Pimlico

I chestertoniani chiamano “filosofia di Pimlico” un brano del saggio Ortodossia. Mentre il saggio espone questa cosa in forma apparentemente teorica, si tratta di un’esperienza rintracciabile nella storia. Lo stesso Chesterton infatti dice che così è fatta la storia dell’umanità.

Se però fosse rintracciabile solo nella storia, non è che ce ne fregherebbe poi molto, vero? perché c’è la crisi, la disoccupazione, la follia dilagante, l’Isis, gli immigrati…

E invece, siccome, così è fatta la storia dell’umanità, è fatta così anche la storia di oggi e di ieri, ma proprio ieri nel senso di una manciata di anni fa. Chesterton porta gli esempi di Roma e Firenze che son roba vecchia, io posso portarvi l’esempio di quartieri di perugia, come Borgo XX Giugno che hanno adottato la filosofia di Pimlico senza nemmeno (ritengo) sapere che esiste. E oggi ho trovato un altro esempio, che è cominciato una manciata di anni fa ma si sta compiendo proprio adesso: Matera, la città dei Sassi, Capitale europea della Cultura nel 2019:

ARTE/ Da Matera all’Italia, quella libertà più forte di Togliatti, De Gasperi e Pasolini, di Luca Nannipieri, Il Sussidiario lunedì 19 ottobre 2015

Per me i Sassi sono innanzitutto legati alla descrizione che ne fa la sorella di Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Non c’è differenza qualitativa tra la sua descrizione dei Sassi e quella di Calcutta in La città della gioia. Siccome però, quando ho letto il libro di Levi, sapevo già che non erano più così, per me i Sassi sono sempre stati un esempio di come per l’Italia, dopo la guerra, abbia fatto la differenza essere nella Comunità europea, rispetto a non esserci. Credo di aver maturato quell’idea come il concetto del passaggio da uno stato di miseria veramente nera a uno di benessere diffuso.

Non sapevo proprio, invece, che fosse stato un amore, gratuito, arbitrario, proprio come quello descritto da Chesterton, a salvare i Sassi. Comprendo la posizione di chi li voleva eliminare, perchè le persone sono più importanti di qualunque sasso. Ma questo è proprio l’esempio che, se un uomo ama un sasso, quel sasso diventa prezioso.  È una bellissima storia.

…. Il punto non è di sapere se il mondo è troppo triste per essere amato o troppo lieto per non amarlo; il punto è che quando si ama qualcosa, la sua gioia è una ragione per amarla e la sua tristezza è una ragione per amarla di più. Tutti i discorsi ottimistici sull’Inghilterra, come tutte le idee pessimistiche, costituiscono uguali motivazioni per ogni patriota inglese. allo stesso modo, l’ottimismo e il pessimismo sono argomenti di pari valore per il patriota cosmico.

Supponiamo di essere di fronte a una cosa senza speranza, come ad esempio il quartiere di Pimlico. Se si pensa a quel che convenga meglio nel caso di Pimlico, vedremo che il filo dei nostri pensieri ci condurrà al trono o al mistico o all’arbitrario. Non basta che un uomo deplori Pimlico; in questo caso si taglierà semplicemente la gola o si trasferirà a Chelsea. Né è abbastanza che un uomo accetti imlico; poiché allora resterà a Pimlico, il che sarebbe terribile. L’unica via d’uscita sembra essere quella di amare Pimlico: di innamorarsi con un legame trascendentale e senza ragioni terrene. Se sorgesse fuori uno che amasse Pimlico, allora Pimlico innalzerebbe torri d’avorio e pinnacoli d’oro; si ammanterebbe come una donna quando è amata. L’ornamento non è dato per nascondere le cose orribili ma per abbellire quelle che già sono adorabili. Una mamma non mette al suo bambino un nastro azzurro perché, senza di esso, sarebbe brutto; un innamorato non regala una collana alla ragazza per nasconderle il collo. Se gli uomini amassero Pimlico come le madri amano i loro figli, arbitrariamente, perché sono i loro figli, Pimlico in un anno o due diventerebbe una città più bella di Firenze. Alcuni lettori diranno che questa è pura fantasia. Io rispondo che è la storia reale dell’umanità.

Così, di fatto, avvenne quando le città divennero grandi. Rintracciate le origini più scure della civiltà e le troverete legate a qualche pietra sacra o intorno a qualche pozzo sacro. La gente comincia prima ad onorare un luogo; poi acquista gloria per esso. Gli uomini non amarono Roma perché era grande; Roma fu grande perché gli uomini l’avevano amata.

Ortodossia, cap. 5 “La bandiera del mondo”, ed. Società Chestertoniana Italiana

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Il distributismo è ruralismo?

Mia traduzione dell’articolo Is Distributism Agrarianism? di David Cooney, 5 giugno 2014. Anche le note sono mie. 

Versione pdf da scaricare: Cooney, David (2014), Il distributismo è ruralismo_ 

Pagina-indice 

Il distributismo è ruralismo?

di David Cooney, 

Penso che l’articolo di Peter Blair, Distributism is not Agrarianism, sia un articolo molto importante per continuare la discussione su come risolvere i nostri problemi economici. Vi prego di leggerlo. Vi prego di condividerlo. Se è necessario, vi prego di imparare da ciò che dice.
Se posso avanzare una critica, forse l’autore sbaglia a pensare che la tendenza di certi distributisti a propugnare il ritorno a una società rurale sia dovuto al fatto che costoro «non hanno ancora disimparato a fare affidamento su quei vecchi romantici di Chesterton e Belloc». Mentre Chesterton e Belloc apprezzavano l’importanza dell’agricoltura, i loro scritti mostrano anche con chiarezza l’apprezzamento per la tecnologia ed essi scrissero circa l’applicazione dei principi del distributismo alle nuove tecnologie allora emergenti. Dobbiamo ricordare che l’industrializzazione su larga scala stava appena iniziando, ai loro tempi, e molti Paesi avevano in effetti un’economia principalmente agricola.
Ad ogni modo, leggere i loro scritti non mi ha mai suggerito un rifiuto della tecnologia, ma del modo in cui i capitalisti la stavano monopolizzando. Essi criticavano anche il modo in cui il capitalismo stava trasformando e industrializzando l’agricoltura. Erano gli albori di queste attività. Credo che essi rimpiangessero la perdita delle numerose e diffuse aziende agricole a proprietà familiare, sostituite da quelle industrializzate, più che sostenere che l’economia dovesse essere rurale.
Direi che quello che Chesterton e Belloc auspicavano fosse un adeguato equilibrio di tecnologia e agricoltura entro comunità locali, con una diffusa proprietà privata, allo scopo di rendere tali comunità economicamente efficienti e dinamiche. Belloc ha parlato della proprietà cooperativa di quelle grandi industrie che al tempo non potevano essere attuate su scala più piccola. Parlava anche positivamente dei progressi tecnologici che avevano reso possibile per certe industrie – come la produzione di elettricità – di diventare meno centralizzate di quanto non fossero in precedenza. Non sono espressioni di uno che invoca l’abbandono dei progressi tecnici e il ritorno alle “più semplici” società rurali del passato.
A parte questo, ritengo che l’articolo di Mr Blair sia molto importante. Non si può negare che nei ranghi distributisti ci siano sostenitori del ruralismo. Come gruppo, dovremmo cominciare a discutere con loro sulla base del fatto che uno stile di vita rurale è una via ma non la sola via in cui le persone possono vivere secondo i principi del distributismo.
L’importanza dell’agricoltura in una società distributista
Sostengo da tempo che, perché l’economia di una nazione sia sana e forte, innanzitutto devono essere sane e forti le sue economie locali. Ho anche sostenuto che, perché un’economia locale sia sana e forte, essa deve essere il più autosufficiente possibile. Questa autosufficienza è basata sull’idea che una comunità locale deve essere in grado di produrre quanto più è possibile di ciò che soddisfa i bisogni primari. Questo include senz’altro certe industrie come le costruzioni, il tessile, le arti metallurgiche e molte altre necessarie per produrre alloggi, vestiario e altro. Nel considerare i bisogni primari, tuttavia, non dobbiamo dimenticare uno dei più primari di tutti: il cibo.
È un autogol sostenere la proprietà diffusa dell’industria senza contemporaneamente propugnare la proprietà diffusa dell’agricoltura. È un autogol reclamare supporto per le manifatture e le aziende locali senza contemporaneamente reclamare supporto per gli agricoltori locali. Il punto è che il distributismo moderno deve abbracciare tutte queste cose e tenerle insieme fianco a fianco. Quelli che auspicano un ritorno all’agricoltura non vanno ignorati o respinti ma dovrebbero essere disposti a riconoscere che la tecnologia e la vità cittadina non sono nemici dell’agricoltura o del distributismo; il nemico è l’accentramento della proprietà del capitale produttivo.
Questo significa che, quando spieghiamo che distributismo implica più proprietà, più proprietari, più produttori, stiamo parlando dell’economia tutta intera. L’aumento della proprietà diffusa nell’agricoltura e nell’industria devono accadere fianco a fianco se il distributismo si vuole realizzare. Una può andare più veloce dell’altra ma entrambe devono compiere il viaggio insieme; altrimenti, avremo fallito.
E allora, che aspetto ha una società distributista? Sarà un ritorno agli aratri tirati da cavalli e buoi? Mentre alcuni potrebbero optare per questa possibilità, i più sceglieranno i trattori. Vuol dire che tutti e ciascuno dovremo cominciare a vivere in una fattoria con “tre acri e una mucca”? No. Alcuni potrebbero scegliere di far così, ma i più non lo faranno. Significa abbandonare le città e la tecnologia per tornare a una società principalmente rurale? No.
Distributismo significa che ci sarà più gente che si guadagnerà da vivere con l’agricoltura. Questo perché ogni comunità locale è un mercato locale per i prodotti agricoli. Più è ampia la comunità locale, più ci sarà richiesta di prodotti agricoli e più ci sarà bisogno di persone che li producano. Tuttavia quei prodotti saranno venduti a persone che lavorano nelle città, che producono beni non agricoli, che offrono servizi, che lavorano ai computer eccetera.
Peter Blair ha ragione. Il distributismo non è ruralismo. Il distributismo non si basa su una società che ritorna a un’economia prevalentemente agricola. Il distributismo riguarda la proprietà ampiamente diffusa di tutto il capitale produttivo. Non c’è niente di male nel ruralismo o in una comunità che scelga di essere principalmente rurale, economicamente parlando, ma questo non è un requisito del distributismo. Nel distributismo quella comunità sarebbe vicina a una città in cui la tecnologia sarebbe sviluppata e migliorata. Ognuna sosterrebbe l’altra perché non importa quanto progredita è la tecnologia, la gente ha comunque bisogno di mangiare e una buona tecnologia può migliorare la produzione agricola.

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ISTAT, Occupati e disoccupati

Categoria: politica – strumenti 

La politica è affare di ciascun cittadino, non dei soli politici. Pensare che la politica sia l’attività dei politici è solo un modo per stare comodi quando le cose vanno bene e avere qualcuno con cui prendersela quando le cose vanno male.

Se uno vuol sapere come stanno le cose riguardo all’occupazione, la fonte non è il governo e non è l’INPS. Non è nemmeno Il Fatto Quotidiano, non è La Repubblica, non è l’Huffington Post, non è questo o quell’altro programma televisivo o radiofonico.

La fonte per i dati sull’occupazione è l’ISTAT, che emana il bollettino mensile Occupati e disoccupati.

È ovvio che, in un Paese in cui per decenni s’è pompata l’idea del “posto fisso” – o contratto a tempo indeterminato, che è quasi lo stesso – l’aumento di questo genere di contratti sarà considerato una notizia ed è altrettanto ovvio che il governo se ne faccia un vanto. È così che funziona. Nessuno dei seri professionisti che ho visto lamentarsi per le notizie INPS sulla crescita dei contratti TI andrebbe a scrivere nel proprio curriculum i fallimenti anziché i successi.

Quel che occorre capire è se questa crescita – di cui non ho motivo di dubitare, ora come ora – sia un successo o no. Se la cosa ha valore in sé, è un successo. Se non ha valore in sé, allora non è un successo. Se poi dipende da condizioni che paralizzano il resto del “mercato del lavoro”, allora è una sciagura.

Ma questo non si capisce bestemmiando sui dati e sul governo (posto che bestemmiare ti aiuti mai a capire qualcosa). Questo è un giudizio che non dipende dai dati, dipende dall’idea che uno ha di come dovrebbe essere il rapporto tra uomo e lavoro.

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Paradossi: la disoccupazione che cresce con la ripresa

Qualche tempo fa, scrissi un articolo con un po’ di numeri e considerazioni sulla disoccupazione. I numeri erano quelli ufficiali dell’Istat, le considerazioni erano mie.

Ieri ho sentito (come tutti) l’affermazione paradossale del ministro Poletti, secondo cui la disoccupazione cresce perché c’è la ripresa. Questo è uno dei rari casi in cui il paradosso è anche vero nei fatti: la sua verità dipende però da come sono definite le parole.

Se sto a casa senza cercare lavoro, per l’Istat io sono “inattiva”, non sono “disoccupata”. Se ricomincio a cercare lavoro, perché credo nelle chiacchiere sulla ripresa, divento “disoccupata”, non sono più inattiva. Ne consegue che se la gente crede che ci sia la ripresa e ricomincia a cercare lavoro, la disoccupazione come parametro Istat cresce.

Come dicevo l’altra volta, le fasce non si sovrappongono, perciò i disoccupati e gli inattivi non sono mai in due categorie allo stesso momento: o qui o lì. Allora, se cresce il parametro “disoccupati” deve diminuire il parametro “inattivi”, altrimenti non vale.

Il punto è che a noi non ce ne dovrebbe fregare niente della disoccupazione come parametro Istat e basta.

Se uno è inattivo o è disoccupato, vuol dire che non ha i soldi per il pane quotidiano o per altre cose necessarie, come rifarsi gli occhiali o andare da un medico specialista per qualche male particolare. Umanamente stare qui o lì non fa differenza.

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