Archive for Distributismo

Perché continuo a leggere Chesterton

Ho cominciato a leggere i libri di Chesterton come cominciano quasi tutti qui da noi, vale a dire con i racconti di padre Brown e quelli del Club dei mestieri stravaganti. Facevo l’università e per anni ho continuato a leggere solo le raccolte di padre Brown, senza interessarmi se ci fosse dell’altro.

Qualche anno fa, scopersi che c’era molto altro, tramite un blog che oggi non è più attivo, “OSTERIA VOLANTE: contro il logorio della vita (post)moderna”. A causa di quello lessi appunto il romanzo L’Osteria Volante e poi Le avventure di un uomo vivo, traduzione di Emilio Cecchi, che è anch’esso un romanzo ed è l’unico libro tra i mille che ho letto ad avermi fatto venire le lacrime per il fatto che qualcuno l’avesse scritto – per dire la potenza con cui mi ha colpito.

Da quel blog arrivai anche al blog della Società Chestertoniana Italiana, che si chiama “G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo” (si può capire che ‘sto uomo vivo è qualcosa d’importante) e lì rimasi particolarmente intrigata dalla Scuola Libera Chesterton e dalla filosofia economica detta “distributismo”.

Così ho continuato a frequentare Chesterton, passando dalla narrativa ai saggi e aggiungendo alla lettura la traduzione. Ho anche conosciuto vari suoi amici, tra cui Hilaire Belloc e i miei consoci della SCI.

Come mai continuo a leggerlo e a tradurlo; o meglio, rispondendo a una domanda espressa (eravamo al XIV Chesterton Day), qual è l’eredità di Chesterton che trattengo, è scritto qua:

L’eredità di Chesterton secondo Umberta Mesina 

 

 

 

 

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Leggere i dati: grano o quinoa?

Una delle più curiose disletture (termine che ho appena inventato) dei dati numerici è quella che appartiene a questo genere:

Vegetariani e vegani sono un mercato interessante perché i vegetariani sono il 9% e i vegani sono il 4% della popolazione.

Ora, è un fatto basilare che il cibo è un diritto, poiché è un bisogno primario; e ciascuno dovrebbe poter mangiare ciò che meglio gli conviene, nel rispetto delle sue convinzioni religiose o etiche e delle sue condizioni di salute.

Questo però non c’entra con i numeri.

È un fatto altrettanto basilare che, se i vegetariani sono il 9% e i vegani il 4%, il totale fa 13% e rimane perciò un 87% di persone che non sono né vegetariane né vegane, ma che hanno i medesimi identici bisogni e diritti e che costituiscono un mercato molto ma molto più grande.

È un mercato meno interessante, ma non a causa dei numeri relativi delle persone che ci stanno dentro.

Dire che vegetariani e vegani sono interessanti perché sono un certo numero è una dislettura, cioè una lettura fuori centro, perché dà come causa dell’interesse i numeri, che sono oggettivamente bassi.

Ciò che rende interessanti queste categorie, invece, non sono i numeri delle persone: è il fatto che i prezzi dei loro mercati, cioè i prezzi di certi cibi, sono più alti di quelli di altri cibi e mercati.

Il perché e il percome questo accada non c’entra molto con la lingua italiana, perché lo stesso problema esiste in qualunque lingua.

C’entra con la filosofia dell’economia agricola, infatti: qual è il compito dell’agricoltura, dar da mangiare a quelli che possono pagare di più oppure cercare di dar da mangiare a tutti?

 

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La filosofia di Pimlico

I chestertoniani chiamano “filosofia di Pimlico” un brano del saggio Ortodossia. Mentre il saggio espone questa cosa in forma apparentemente teorica, si tratta di un’esperienza rintracciabile nella storia. Lo stesso Chesterton infatti dice che così è fatta la storia dell’umanità.

Se però fosse rintracciabile solo nella storia, non è che ce ne fregherebbe poi molto, vero? perché c’è la crisi, la disoccupazione, la follia dilagante, l’Isis, gli immigrati…

E invece, siccome, così è fatta la storia dell’umanità, è fatta così anche la storia di oggi e di ieri, ma proprio ieri nel senso di una manciata di anni fa. Chesterton porta gli esempi di Roma e Firenze che son roba vecchia, io posso portarvi l’esempio di quartieri di perugia, come Borgo XX Giugno che hanno adottato la filosofia di Pimlico senza nemmeno (ritengo) sapere che esiste. E oggi ho trovato un altro esempio, che è cominciato una manciata di anni fa ma si sta compiendo proprio adesso: Matera, la città dei Sassi, Capitale europea della Cultura nel 2019:

ARTE/ Da Matera all’Italia, quella libertà più forte di Togliatti, De Gasperi e Pasolini, di Luca Nannipieri, Il Sussidiario lunedì 19 ottobre 2015

Per me i Sassi sono innanzitutto legati alla descrizione che ne fa la sorella di Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Non c’è differenza qualitativa tra la sua descrizione dei Sassi e quella di Calcutta in La città della gioia. Siccome però, quando ho letto il libro di Levi, sapevo già che non erano più così, per me i Sassi sono sempre stati un esempio di come per l’Italia, dopo la guerra, abbia fatto la differenza essere nella Comunità europea, rispetto a non esserci. Credo di aver maturato quell’idea come il concetto del passaggio da uno stato di miseria veramente nera a uno di benessere diffuso.

Non sapevo proprio, invece, che fosse stato un amore, gratuito, arbitrario, proprio come quello descritto da Chesterton, a salvare i Sassi. Comprendo la posizione di chi li voleva eliminare, perchè le persone sono più importanti di qualunque sasso. Ma questo è proprio l’esempio che, se un uomo ama un sasso, quel sasso diventa prezioso.  È una bellissima storia.

…. Il punto non è di sapere se il mondo è troppo triste per essere amato o troppo lieto per non amarlo; il punto è che quando si ama qualcosa, la sua gioia è una ragione per amarla e la sua tristezza è una ragione per amarla di più. Tutti i discorsi ottimistici sull’Inghilterra, come tutte le idee pessimistiche, costituiscono uguali motivazioni per ogni patriota inglese. allo stesso modo, l’ottimismo e il pessimismo sono argomenti di pari valore per il patriota cosmico.

Supponiamo di essere di fronte a una cosa senza speranza, come ad esempio il quartiere di Pimlico. Se si pensa a quel che convenga meglio nel caso di Pimlico, vedremo che il filo dei nostri pensieri ci condurrà al trono o al mistico o all’arbitrario. Non basta che un uomo deplori Pimlico; in questo caso si taglierà semplicemente la gola o si trasferirà a Chelsea. Né è abbastanza che un uomo accetti imlico; poiché allora resterà a Pimlico, il che sarebbe terribile. L’unica via d’uscita sembra essere quella di amare Pimlico: di innamorarsi con un legame trascendentale e senza ragioni terrene. Se sorgesse fuori uno che amasse Pimlico, allora Pimlico innalzerebbe torri d’avorio e pinnacoli d’oro; si ammanterebbe come una donna quando è amata. L’ornamento non è dato per nascondere le cose orribili ma per abbellire quelle che già sono adorabili. Una mamma non mette al suo bambino un nastro azzurro perché, senza di esso, sarebbe brutto; un innamorato non regala una collana alla ragazza per nasconderle il collo. Se gli uomini amassero Pimlico come le madri amano i loro figli, arbitrariamente, perché sono i loro figli, Pimlico in un anno o due diventerebbe una città più bella di Firenze. Alcuni lettori diranno che questa è pura fantasia. Io rispondo che è la storia reale dell’umanità.

Così, di fatto, avvenne quando le città divennero grandi. Rintracciate le origini più scure della civiltà e le troverete legate a qualche pietra sacra o intorno a qualche pozzo sacro. La gente comincia prima ad onorare un luogo; poi acquista gloria per esso. Gli uomini non amarono Roma perché era grande; Roma fu grande perché gli uomini l’avevano amata.

Ortodossia, cap. 5 “La bandiera del mondo”, ed. Società Chestertoniana Italiana

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Il distributismo è ruralismo?

Mia traduzione dell’articolo Is Distributism Agrarianism? di David Cooney, 5 giugno 2014. Anche le note sono mie. 

Versione pdf da scaricare: Cooney, David (2014), Il distributismo è ruralismo_ 

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Il distributismo è ruralismo?

di David Cooney, 

Penso che l’articolo di Peter Blair, Distributism is not Agrarianism, sia un articolo molto importante per continuare la discussione su come risolvere i nostri problemi economici. Vi prego di leggerlo. Vi prego di condividerlo. Se è necessario, vi prego di imparare da ciò che dice.
Se posso avanzare una critica, forse l’autore sbaglia a pensare che la tendenza di certi distributisti a propugnare il ritorno a una società rurale sia dovuto al fatto che costoro «non hanno ancora disimparato a fare affidamento su quei vecchi romantici di Chesterton e Belloc». Mentre Chesterton e Belloc apprezzavano l’importanza dell’agricoltura, i loro scritti mostrano anche con chiarezza l’apprezzamento per la tecnologia ed essi scrissero circa l’applicazione dei principi del distributismo alle nuove tecnologie allora emergenti. Dobbiamo ricordare che l’industrializzazione su larga scala stava appena iniziando, ai loro tempi, e molti Paesi avevano in effetti un’economia principalmente agricola.
Ad ogni modo, leggere i loro scritti non mi ha mai suggerito un rifiuto della tecnologia, ma del modo in cui i capitalisti la stavano monopolizzando. Essi criticavano anche il modo in cui il capitalismo stava trasformando e industrializzando l’agricoltura. Erano gli albori di queste attività. Credo che essi rimpiangessero la perdita delle numerose e diffuse aziende agricole a proprietà familiare, sostituite da quelle industrializzate, più che sostenere che l’economia dovesse essere rurale.
Direi che quello che Chesterton e Belloc auspicavano fosse un adeguato equilibrio di tecnologia e agricoltura entro comunità locali, con una diffusa proprietà privata, allo scopo di rendere tali comunità economicamente efficienti e dinamiche. Belloc ha parlato della proprietà cooperativa di quelle grandi industrie che al tempo non potevano essere attuate su scala più piccola. Parlava anche positivamente dei progressi tecnologici che avevano reso possibile per certe industrie – come la produzione di elettricità – di diventare meno centralizzate di quanto non fossero in precedenza. Non sono espressioni di uno che invoca l’abbandono dei progressi tecnici e il ritorno alle “più semplici” società rurali del passato.
A parte questo, ritengo che l’articolo di Mr Blair sia molto importante. Non si può negare che nei ranghi distributisti ci siano sostenitori del ruralismo. Come gruppo, dovremmo cominciare a discutere con loro sulla base del fatto che uno stile di vita rurale è una via ma non la sola via in cui le persone possono vivere secondo i principi del distributismo.
L’importanza dell’agricoltura in una società distributista
Sostengo da tempo che, perché l’economia di una nazione sia sana e forte, innanzitutto devono essere sane e forti le sue economie locali. Ho anche sostenuto che, perché un’economia locale sia sana e forte, essa deve essere il più autosufficiente possibile. Questa autosufficienza è basata sull’idea che una comunità locale deve essere in grado di produrre quanto più è possibile di ciò che soddisfa i bisogni primari. Questo include senz’altro certe industrie come le costruzioni, il tessile, le arti metallurgiche e molte altre necessarie per produrre alloggi, vestiario e altro. Nel considerare i bisogni primari, tuttavia, non dobbiamo dimenticare uno dei più primari di tutti: il cibo.
È un autogol sostenere la proprietà diffusa dell’industria senza contemporaneamente propugnare la proprietà diffusa dell’agricoltura. È un autogol reclamare supporto per le manifatture e le aziende locali senza contemporaneamente reclamare supporto per gli agricoltori locali. Il punto è che il distributismo moderno deve abbracciare tutte queste cose e tenerle insieme fianco a fianco. Quelli che auspicano un ritorno all’agricoltura non vanno ignorati o respinti ma dovrebbero essere disposti a riconoscere che la tecnologia e la vità cittadina non sono nemici dell’agricoltura o del distributismo; il nemico è l’accentramento della proprietà del capitale produttivo.
Questo significa che, quando spieghiamo che distributismo implica più proprietà, più proprietari, più produttori, stiamo parlando dell’economia tutta intera. L’aumento della proprietà diffusa nell’agricoltura e nell’industria devono accadere fianco a fianco se il distributismo si vuole realizzare. Una può andare più veloce dell’altra ma entrambe devono compiere il viaggio insieme; altrimenti, avremo fallito.
E allora, che aspetto ha una società distributista? Sarà un ritorno agli aratri tirati da cavalli e buoi? Mentre alcuni potrebbero optare per questa possibilità, i più sceglieranno i trattori. Vuol dire che tutti e ciascuno dovremo cominciare a vivere in una fattoria con “tre acri e una mucca”? No. Alcuni potrebbero scegliere di far così, ma i più non lo faranno. Significa abbandonare le città e la tecnologia per tornare a una società principalmente rurale? No.
Distributismo significa che ci sarà più gente che si guadagnerà da vivere con l’agricoltura. Questo perché ogni comunità locale è un mercato locale per i prodotti agricoli. Più è ampia la comunità locale, più ci sarà richiesta di prodotti agricoli e più ci sarà bisogno di persone che li producano. Tuttavia quei prodotti saranno venduti a persone che lavorano nelle città, che producono beni non agricoli, che offrono servizi, che lavorano ai computer eccetera.
Peter Blair ha ragione. Il distributismo non è ruralismo. Il distributismo non si basa su una società che ritorna a un’economia prevalentemente agricola. Il distributismo riguarda la proprietà ampiamente diffusa di tutto il capitale produttivo. Non c’è niente di male nel ruralismo o in una comunità che scelga di essere principalmente rurale, economicamente parlando, ma questo non è un requisito del distributismo. Nel distributismo quella comunità sarebbe vicina a una città in cui la tecnologia sarebbe sviluppata e migliorata. Ognuna sosterrebbe l’altra perché non importa quanto progredita è la tecnologia, la gente ha comunque bisogno di mangiare e una buona tecnologia può migliorare la produzione agricola.

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Il distributismo è cattolico?

Mia traduzione dell’articolo Is Distributism Catholic?, di David Cooney, 19 novembre 2013. Anche le note sono mie. 

Versione pdf:   Cooney, David (2013-2011), Il distributismo è cattolico_

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Il distributismo è cattolico?

di David Cooney, 19 novembre 2013

(Articolo pubblicato in origine in The Distributist Review, 22 maggio 2011)

 

Di quando in quando, lettori di The Distributist Review commentano a proposito del fatto che abbiamo così tanti articoli specificamente correlati agli insegnamenti del magistero cattolico. Sembra esistere un’opinione secondo cui la proposta del distributismo dovrebbe essere basata sul solo argomento economico, senza riferimenti specifici a nessuna specifica religione, altrimenti allontaneremmo i non cattolici. Questo solleva una domanda legittima per chiunque prenda in considerazione il distributismo. Il distributismo è cattolico? La risposta a questa domanda è tanto “sì” quanto “no”. Per essere più chiaro possibile, io sono cattolico, così come la maggior parte di chi scrive su The Distributist Review. Questa non sarà una sorpresa per quelli che abbiano letto più di qualche articolo; alcuni dei nostri articoli però sono stati scritti da non cattolici.

Ad ogni modo, mi sto allontanando dal punto focale, che è dire come mai la risposta alla domanda “il distributismo è cattolico?” è sia “sì” che “no”.

Il motivo per cui il distributismo non è specificamente cattolico

Il distributismo è basato su idee filosofiche. Contrariamente a ciò che molti pensano, la filosofia non è lo stesso che la teologia o la religione. È una disciplina separata anche quando gli argomenti coincidono. Molti dei principi sostenuti dal distributismo si possono ritrovare negli insegnamenti di altre religioni e culture di tutto il mondo.

Molti degli insegnamenti filosofici che sono alla base del distributismo sono nati prima del cristianesimo. Aristotele sosteneva molte delle stesse posizioni del distributismo. Pertanto, queste idee filosofiche non possono definirsi specificamente cattoliche. In più, come non esiste soltanto una certa forma di governo che sia compatibile con il cattolicesimo, allo stesso modo non esiste un solo sistema economico che sia compatibile con il cattolicesimo. È possibile avere un sistema capitalistico che sia compatibile con il cattolicesimo; ma prima dovrebbero essere eliminati molti degli elementi che attualmente sono accettati quale parte del capitalismo a livello mondiale – come l’usura.

Il motivo per cui il distributismo è cattolico

Il distributismo come visione economica definita è nato in seguito agli insegnamento del magistero pontificio. I papi che si occuparono di giustizia economica e sociale scrissero encicliche[1] le quali ispirarono gruppi di cattolici a formare un movimento che tentasse di presentare al grande pubblico questi problemi e delle soluzioni. Questo movimento prese il nome di distributismo o distributivismo (benché i suoi promotori esprimessero il desiderio di un nome migliore). Benché il movimento abbia incluso membri non cattolici fin dall’inizio, le posizioni sostenute dal distributismo sono coerenti con gli insegnamenti della Chiesa cattolica sulla giustizia economica e sociale. In altre parole, il distributismo consiste di posizioni filosofiche riguardo alle strutture economiche e sociali che sono compatibili con la fede cattolica. Non si può separare il distributismo dal magistero cattolico più di quanto si possa separare l’originale Costituzione degli Stati Uniti d’America dagli scritti di John Locke.

Che significa questo per i non cattolici che s’interessano al distributismo?

La vera domanda che i non cattolici devono farsi, quando si interessano al distributismo, è se possono accettare le posizioni filosofiche che sono alla base del distributismo. Non occorre essere cattolico per essere distributista più di quanto occorra essere cattolico per credere che chi può deve aiutare chi è nel bisogno. Il punto è che l’accettazione del distributismo da parte di non cattolici non si basa sul fatto che esso è coerente con il cattolicesimo; si basa sul fatto che il distributismo è una visione economica e sociale sana dal punto di vista filosofico e che funziona. . I cattolici che accettano il distributismo lo fanno per entrambi i motivi.

Forse vi state chiedendo perché, se è così, ci sono così tanti articoli decisamente cattolici su The Distributist Review. La nostra società incoraggia l’errore di pensare che la fede debba restare confinata entro le mura domestiche e nei luoghi di culto, che essa non abbia relazione con l’economia e la politica e che sostanzialmente dovrebbe esser tenuta appartata dalla vita pubblica. Il cattolicesimo insegna, come pure altre fedi, che la fede ha a che fare con tutti gli aspetti della vita. Il capitalismo come è praticato oggi nel mondo accetta prontamente prassi che non sono compatibili con la fede cattolica. Pertanto noi richiamiamo i nostri confratelli cattolici su questo punto. Presentiamo l’insegnamento chiaro e coerente della Chiesa e chiediamo ai nostri confratelli cattolici di confrontare le loro idee con quell’inse­gna­mento. Anche se continuano a rifiutare certi aspetti del distributismo come sistema economico, non possono continuare ad accettare o ignorare gli aspetti del capitalismo che sono incompatibili con la nostra fede. Incoraggiamo i non cattolici a fare lo stesso, ciascuno riguardo alla propria fede, e abbiamo accolto con piacere ogni commento in proposito pubblicato dai nostri lettori.

Crediamo che sarebbe sbagliato, che sarebbe disonesto, nascondere il fatto che il distributismo ha legami con il magistero cattolico. Che scopo avrebbe far questo, nascondere il fatto ai non cattolici? No. Saremo schietti riguardo a questi legami, e ci aspettiamo che ogni non cattolico che accetta le idee del distributismo come compatibili con la propria fede sia schietto al riguardo. Non è qualcosa che si debba tenere nascosto.

Considera le domande che seguono. Sei d’accordo che è fondamentalmente ingiusto che il nostro governo prenda prestiti per salvare enormi banche e aziende “troppo grandi per fallire” e non faccia quasi niente per aiutare i proprietari o dipendenti di piccole aziende, che sono colpito molto più duramente dall’attuale crisi economica?

Sei del parere che il modo in cui tale crisi è stata affrontata dimostra che il nostro governo, indipendentemente dal colore politico, risponde ai richiami delle Grandi Aziende anziché a quelli della popolazione in generale? E questo non accade forse perché queste aziende possono esercitare un controllo sproporzionato sull’economia?

Sei d’accordo che una società in cui la maggior parte del capitale (i mezzi di produzione) sia posseduta da un’ampia parte della popolazione è preferibile a una in cui sia posseduta, e quindi controllata, da una piccola parte della popolazione (quella che possiede le aziende “troppo grandi per fallire”)?

Credi che le famiglie siano economicamente più libere e indipendenti se possiedono (o singolarmente o in maniera cooperativa) il capitale che usano per provvedere ai propri bisogni?

Sei d’accordo che il governo dovrebbe essere decisamente limitato nella sua capacità di interferire con la vita della famiglia, con cose come crescere ed educare i figli?

Sei d’accordo che, anche se i monopoli possono ridurre di molto il costo di produzione, i mezzi per far questo sono spesso a carico della società (salari più bassi, produzione delocalizzata, perdita di lavori sul territorio eccetera), mentre gli alti profitti delle aziende rimangono invariati?

A tuo parere, pensi che sia sbagliato che le aziende licenzino gente che lavora duro solo per assumere manodopera a basso prezzo oltreoceano, in paesi che impiegano bambini e lavoro coatto[2] in condizioni intollerabili?

Sei d’accordo che un gran numero di piccoli produttori dà luogo a un’economia più stabile; che è meglio se interi settori produttivi non sono messi in ginocchio dalla cattiva gestione di poche grandi società; e che non dovremmo dipendere più di tanto da fonti di approvvigionamento lontane per cose di quotidiana necessità come il cibo?

Diresti che, se le grandi aziende si trasformano in oligopoli, è meno verosimile che sentano la pressione della competizione che manterrebbe equi salari e prezzi? Trovi ironico che i sostenitori del capitalismo monopolistico di “libero mercato” stiano sempre a parlare dei benefici della competizione mentre lo scopo delle grandi aziende è quello di eliminare la competizione?

Sei d’accordo che è fondamentalmente sbagliato che le banche mettano le piccole aziende in una condizione di svantaggio facendo loro dei prestiti solo con alti tassi d’interesse mentre offrono tassi bassissimi alle aziende grandi, anche quando praticamente non c’è differenza nel rischio?

Non occorre essere cattolici per essere d’accordo con questi e tanti altri punti del movimento distributista.

Benvenuti!

 

 

[1] La prima di queste è la Rerum novarum, lettera enciclica inviata da Papa Leone XIII nel 1891. L’insieme dei documenti del magistero che da allora in poi si sono occupati specificatamente di questi temi si chiama oggi Dottrina sociale della Chiesa; ma solo il nome è moderno: in effetti la Chiesa si è sempre occupata di giustizia sociale ed economica, anche se non lo faceva in forma di magistero pontificio.

[2] Il lavoro coatto o lavoro forzato – in inglese forced labor, in francese travail forcé – è il lavoro svolto contro la propria volontà sotto la leva di minacce di vario tipo, come la violenza fisica o il ricatto a causa di debiti, e ovviamente al di fuori di qualunque contratto e tutela. L’imposizione di lavoro forzato è un crimine internazionale.

 

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Elementi di distributismo: distributismo e socialismo cristiano

Mia traduzione dell’articolo Distributism Basics: Distributism vs. Christian Socialism, di David Cooney, 18 settembre 2014. Anche le note sono mie. 

Versione pdf da scaricare, più leggibile delle pagine in WordPress: Cooney, David (2013), Elementi di distributismo 2b_distributismo e socialismo cristiano  

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Elementi di distributismo: distributismo e socialismo cristiano

di David Cooney, 18 settembre 2014

 

Una reazione a questa serie sugli Elementi di distributismo è che un gruppo particolare di commentatori ha asserito che le loro teorie economiche e politiche sono talmente vicine al distributismo da rendere le due posizioni praticamente indistinguibili. In vari modi mi hanno assicurato che, se solo avessi letto gli scritti che spiegano le loro posizioni, sarei rimasto lì a chiedermi che cosa mai le separi dalla mia. È vero? Il distributismo è un nome alternativo per ciò che altri chiamano “socialismo cristiano”?

Poiché si afferma che il distributismo e il socialismo cristiano sarebbero essenzialmente la stessa cosa, ho deciso che questa particolare asserzione deve essere affrontata come un’aggiunta alla più generale spiegazione dell’incompatibilità tra socialismo e distributismo che ho già pubblicato. Di conseguenza, anche se questo articolo è stato scritto dopo il resto della serie, lo inserisco dopo l’articolo sul socialismo e dovrà perciò essere considerato il terzo della serie.

Il proposito dell’articolo è duplice: da un lato, spiegare ai socialisti cristiani i motivi per cui la loro visione delle cose non si accorda con il distributismo. Dall’altro lato, spero di mostrare a qualunque altro lettore sospettoso che il distributismo sia una forma di socialismo che non è proprio questo il caso. Come ho sottolineato nel primo articolo della serie, i distributisti avanzano contro il capitalismo molte delle stesse critiche dei socialisti, ma d’altra parte avanziamo contro il socialismo molte delle stesse critiche dei capitalisti. Il socialismo cristiano non fa eccezione, malgrado certi socialisti cristiani asseriscano che le loro posizioni sono le stesse dei distributisti.

L’apparente confusione in merito dipende da quanto la loro visione appare vicina al distributismo. Questo non sta tanto nel fatto che avanziamo le stesse critiche al capitalismo, è piuttosto perché i termini che alcuni di loro usano per sostenere le loro posizioni sono molto simili a quelli usati dai distributisti. Tuttavia questa somiglianza è solo superficiale. Si dice che il diavolo è nei dettagli e sono appunto i dettagli a illuminare pienamente le differenze inconciliabili tra socialismo cristiano e distributismo.

Per scrivere l’articolo, ho esaminato tre scritti di autori che mi sono stati raccomandati dai socialisti cristiani: The Acquisitive Society di R. H. Tawney, Progress and Poverty di Henry George e The Great Transformation di Karl Polanyi.[1] Mentre ritengo che questi autori siano sinceri nel loro tentativo di affrontare le ingiustizie che i capitalisti sembrano incapaci o incuranti di affrontare attraverso il capitalismo, e credo anche che molte delle loro critiche al capitalismo siano giuste e corrette, a tutti loro sembra sfuggire che le soluzioni proposte sono altrettanto fallaci di quelle degli altri socialisti che criticano. In fin dei conti, le posizioni dei socialisti cristiani circa la natura della proprietà e dell’economia, le relazioni di queste con l’individuo e la società e la relazione della società con l’individuo non sono meno utilitaristiche e materialiste di quelle di qualunque altra forma di socialismo. Anche se gli scopi finali dei socialisti cristiani e dei distributisti possono sembrare simili, le basi per giustificare sia gli scopi sia i metodi proposti per raggiungerli sono incompatibili.

Mentre i socialisti cristiani sembrano concordare con i distributisti sul fatto che non esiste un diritto assoluto all’uso senza regole della proprietà privata, sembrano anche non ritenere che il diritto a possedere e trasmettere ai propri eredi una proprietà ottenuta legalmente, inclusa la proprietà della terra, sia inviolabile. I distributisti auspicano politiche che promuovano la più ampia possibile proprietà privata dei mezzi di produzione ma esse devono essere formulate in maniera da evitare iniquità verso i proprietari già esistenti. Devono incoraggiare un passaggio il più possibile spontaneo da una proprietà concentrata a una distribuita. L’idea di abolire semplicemente la proprietà a colpi di legge, suggerita da alcuni di questi autori, non è compatibile con il distributismo. Per di più, la posizione dei socialisti cristiani sembra quella di attribuire la potestà di regolamentazione al più alto livello di governo, ma i distributisti insistono che essa debba essere locale ogni volta che ciò sia possibile e praticabile.

H. Tawney asseriva che probabilmente avrebbe tolto la proprietà a quelli che la danno in affitto nelle aree urbane ma non in quelle rurali. Sosteneva inoltre che lo stato dovesse investire nell’acquisire e mantenere la proprietà di grandi industrie e suggeriva una forma di proprietà congiunta tra stato e lavoratori. Non la presentava come una misura temporanea. Scrisse che lo stato avrebbe dovuto intitolarsi la proprietà (esclusiva o congiunta) dei mezzi di produzione e mantenerla. Molte delle altre sue idee non sono per forza incompatibili con il distributismo, ma queste sui diritti di proprietà non sono nemmeno in linea con gli altri autori che mi sono stati indicati. A mio modo di vedere, questo rende la sua relazione con il socialismo cristiano perlomeno tenue. Comunque le sue idee sulla proprietà congiunta stato/privati sembrano estendersi oltre la proprietà pubblica di risorse e infrastrutture. In base a ciò, mi pare che egli possa essere più un corporativista che un distributista.

Passando a Henry George, occorre ricordare che il distributismo non è il tentativo di trovare un compromesso tra capitalismo e socialismo. Non cerca di ottenere una miscela armoniosa dei due. Il signor George, d’altra parte, dichiarò che questa era la sua particolare intenzione. Affermò che tu puoi possedere la tua casa, il tuo negozio e ogni cosa in esso, ma non la terra su cui essi si trovano o nessun’altra risorsa naturale di quella terra. I distributisti auspicano che più persone possibili, o almeno tante quante sia pratico, detengano la privata proprietà dei mezzi di produzione ivi inclusa la terra.

Il signor George accetta inoltre delle forme usurarie di interessi sul prestito di denaro, giustificandole col ragionamento che, siccome le attività di produzione procurano una crescita[2] generale in tutta la società, e perfino in tutto il mondo, l’imposizione di interessi sul denaro prestato contribuisce a un bilanciamento economico globale. Il problema di questa giustificazione è che il prestatore è efficacemente protetto dalla perdita ma chi prende il prestito non lo è. La probabilità che il beneficiario di un prestito goda di una crescita è legato al successo della sua attività, ma la probabilità di crescita per il prestatore è legata alla premessa non verificata di una crescita globale anziché alla sua abilità di scegliere con saggezza a chi prestare il denaro. Non solo l’usura è incompatibile col distributismo, l’idea di una transazione in cui solo una delle parti corre un rischio è fondamentalmente iniqua. Quello che il signor George auspica è un sistema in cui chi prende un prestito corre rischi in base al proprio particolare tentativo ma il prestatore ha un guadagno garantito basato sulla premessa non verificata di una crescita media generale per tutti i tentativi, inclusi quelli in cui egli non è coinvolto. In altre parole, se io ti faccio un prestito per l’azienda e la tua azienda fallisce, tu perdi ma io vinco comunque.

Riguardo a The Great Transformation di Karl Polanyi, in che modo esattamente possa essere offerto come prova che il socialismo cristiano è praticamente la stessa cosa del distributismo rimane al di là della mia comprensione. Anche se Polanyi sembra disposto ad applicare un qualche livello di sussidiarietà al governo nazionale, questo ha il solo scopo di preservare la cultura. Non ho trovato nessun indizio che la sua idea di sussidiarietà si applicasse realmente a qualunque altro ambito, né che si applicasse per qualcosa di più locale di uno stato. Egli mise da parte la sussidiarietà anche nelle questioni economiche. Questo perché, nella sua visione delle cose, l’economia industrializzata si era spostata oltre i confini nazionali, rendendoli anacronistici per gli economisti moderni. Non ho mai trovato un’idea simile in nessuna esposizione circa il distributismo.

Anche se questo sarebbe sufficiente a mostrare che le posizioni di Polanyi sono incompatibili, c’è un altro punto in cui egli diverge chiaramente dal distributismo. Come ho spiegato nell’articolo Is Distributism Catholic?, la base filosofica per molte posizioni distributiste è precedente al cristianesimo. In più, si possono trovare insegnamenti assai vicini al distributismo in altre religioni. Il movimento distributista fin da principio ha sempre avuto aderenti non cattolici, alcuni perfino non cristiani, ma mentre essi potrebbero asserire tranquillamente la compatibilità del distributismo con le loro religioni, non credo che nessuno di loro ne negherebbe le origini, tanto meno la compatibilità con il Vangelo cristiano. Come ho spiegato nel primo articolo di questa serie, il distributismo come un sistema economico distinto dagli altri fu elaborato da cattolici in seguito allo stimolo del magistero pontificio. Non penso che nessuno che abbia studiato il distributismo, anche se non fosse d’accordo con quel che dice, negherebbe che le sue posizioni sono un tentativo di applicare delle posizioni filosofiche a strutture economiche e sociali in modi che sono specificamente compatibili con la fede cattolica.

Alcuni dei socialisti cristiani che mi hanno garantito che le loro posizioni erano quasi esattamente le stesse del distributismo mi hanno indirizzato agli scritti del signor Polanyi per averne prova. Anziché prove di un sistema economico basato sul presupposto che il messaggio del Vangelo rimanga applicabile alle società moderne, il signor Polanyi respinge questo presupposto concordando invece con l’affermazione di Robert Owen che “il Vangelo ignorava la realtà della società”:

Owen riconobbe che la libertà che abbiamo guadagnato tramite gli insegnamenti di Gesù non era applicabile a una società complessa. Il suo socialismo era la difesa della tensione umana alla libertà in una simile società. Era cominciata l’epoca post-cristiana della civiltà occidentale, in cui il Vangelo non era più sufficiente e tuttavia rimaneva la base della nostra civiltà. La scoperta della società[3] è pertanto o la fine o la rinascita della libertà. Laddove il fascista si rassegna ad abbandonare la libertà e glorifica il potere, che è la realtà della società, il socialista si rassegna a quella realtà e continua a rivendicare la libertà a dispetto di essa. L’uomo diviene maturo e in grado di esistere come essere umano in una società complessa. Per citare ancora le ispirate parole di Robert Owen: “se qualche causa di male fosse non eliminabile ad opera dei nuovi poteri che gli uomini stanno per acquisire, essi sapranno che quelli sono mali necessari e inevitabili; e si smetterà di fare lamenti infantili e inefficaci”.

Se questa è una posizione di socialismo cristiano, in che modo è compatibile col distributismo? In che modo può sostenere di essere cristiana? Mentre alcuni degli obiettivi dei socialisti cristiani appaiono simili a quelli dei distributisti, le relative giustificazioni che i socialisti cristiani offrono per i loro obiettivi rivelano una base filosofica che è agli antipodi di quella del distributismo. Questi poi si mescolano ad altri obiettivi che non sono minimamente compatibili, così che alla fine ciò che i socialisti cristiani desiderano raggiungere non è lo stesso che desiderano i distributisti. Per questo motivo, i risultati del lavoro per raggiungere i loro interi obiettivi saranno ovviamente molto diversi dai risultati del distributismo. Per di più, i metodi ammessi dai socialisti cristiani per raggiungere i loro obiettivi non sono accettabili per i distributisti. Questi autori, che mi sono stati consigliati da socialisti cristiani, hanno rafforzato la mia convinzione che il papa Pio XI era nel giusto quando scrisse: «…. se il socialismo, come tutti gli errori, ammette pure qualche parte di vero (il che del resto non fu mai negato dai Sommi Pontefici), esso tuttavia si fonda su una dottrina della società umana, tutta sua propria e discordante dal vero cristianesimo. Socialismo religioso e socialismo cristiano sono dunque termini contraddittori: nessuno può essere buon cattolico ad un tempo e vero socialista.»[4]

C’è un ultimo punto che sento di dover affrontare in questo articolo. I distributisti sono stati criticati da certi capitalisti per il fatto di non respingere il concetto di tassazione progressiva come strumento che faciliterebbe il passaggio dal capitalismo al distributismo. Tra queste critiche si aggira l’idea che, siccome anche i socialisti, come Marx, sostenevano la tassazione progressiva, questo proverebbe che in realtà noi siamo socialisti. Poiché questo articolo, insieme al precedente sul socialismo, ha affrontato la fondamentale incompatibilità del distributismo con il socialismo, coglierò l’occasione per affrontare anche questa particolare critica in due punti.

Il primo punto è l’idea che, siccome alcuni socialisti sostengono una certa opinione, chiunque abbia la stessa opinione dev’essere ugualmente un socialista (e non conta con quanta forza invece respinga il socialismo). Ebbene, i socialisti che ho letto per scrivere questo articolo non solo consentivano ma asserivano attivamente la proprietà privata dei mezzi di produzione. Uno di loro sosteneva l’opportunità degli interessi sul capitale prestato. Se quei critici capitalisti fossero coerenti, dovrebbero o respingere qualunque idea di interessi sul capitale prestato e di proprietà privata degli strumenti di produzione oppure riconoscere che essi stessi sono socialisti. Sto scherzando, si capisce, ma questo mostra chiaramente che uno deve guardare l’intero punto di vista presentato e non può semplicemente accusare un altro di essere un socialista solo perché ci sono uno o due particolari in cui le due opinioni sembrano uguali. Il distributismo, come sistema, respinge principi fondamentali che sono l’autentica base del socialismo.

Il secondo punto è che, pur non potendo parlare a nome degli altri distributisti, personalmente considero la tassazione progressiva come una soluzione estrema. Questo perché, come ho detto in scritti e commenti precedenti, ci sono alcuni aspetti della tassazione progressiva che si possono considerare iniqui. Sarebbe allora da prendere in considerazione solo se, dopo aver tentato seriamente di applicare metodi più equi, si scoprisse che questi sono inadeguati a ottenere un cambiamento sufficiente. Anche così, si dovrebbe avere la dovuta considerazione per il principio del duplice effetto. Vorrei anche far notare che, a mio modo di vedere, la tassazione progressiva sarebbe veramente compatibile col distributismo soltanto se applicata a livello locale, più che nazionale o federale. Lo ammetto, ritengo che oggi come oggi questo sia probabilmente necessario, ma è perché il capitalismo storicamente ha usato il fisco e altre leggi per consolidare l’attuale ambiente economico e possono occorrere gli stessi strumenti per disfare ciò che hanno messo su. Tuttavia questo è un problema che sto ancora studiando, perciò la mia posizione potrebbe cambiare. Ad ogni modo, sarei il primo a rallegrarmi se si potesse raggiungere una più ampia distribuzione della proprietà produttiva privata senza questo genere di misure drastiche. Raccomanderei con forza di evitare la tassazione progressiva, se farlo è possibile, perché credo che il non usare simili misure sia più coerente con le idee che stanno alla base del distributismo.

.

1] R.H. Tawney, “La società acquisitiva” in Opere, UTET 1975; Henry George, Progresso e povertà, R. Schalkenbach Foundation, 1967; Karl Polany, La grande trasformazione, Einaudi 1974.

[2] Da qui, la parola “crescita” (increase) ricorre varie volte per alcune righe e io sempre con “crescita” traduco; ma sarà crescita economica generale o crescita del fatturato o crescita delle entrate seconda che parli di economia mondiale o di singole aziende o di prestatori di denaro.

[3] Nel senso dello scoprire, del prender coscienza che la società esiste.

[4] Pio IX, Quadragesimo anno, par. 120.

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Elementi di distributismo: la società distributista

Mia traduzione dell’articolo Distributism Basics: Distributist Economic Society, di David Cooney, 28 gennaio 2014. Anche le note sono mie. 

Versione pdf: Cooney, David (2013), Elementi di distributismo 6_la società distributista  

Pagina-indice 

Elementi di distributismo: la società distributista

di David Cooney, 28 gennaio 2014

 

Nell’introduzione a questa serie di articoli, dichiarai che il distributismo non è una via di mezzo tra il capitalismo da un lato e il socialismo dall’altro. Il distributismo non è un tentativo di compromesso tra queste due posizioni. Al contrario, il distributismo sta da tutta un’altra parte rispetto a quei sistemi. L’obiettivo del distributismo non è quello di trovare un terreno comune tra i due ma di stabilire qualcosa di interamente differente ed estraneo ad entrambi.

Ci sono due cose da puntualizzare all’inizio di quest’ultimo articolo della serie. La prima è riconoscere che il capitalismo potrebbe essere realizzato in una maniera equa. Io affermo che la proprietà privata è un diritto fondamentale e asserisco che, come la libertà personale è meglio garantita quando include la libertà economica, la libertà economica è meglio garantita se in una società la proprietà della maggior parte dei mezzi di produzione è distribuita tra quanti più possibile dei suoi cittadini. Devo però riconoscere che potrebbe essere un sistema giusto, una forma di capitalismo che accettasse il fatto che l’economia è un settore di un sistema etico che riconosce, nella società, la preminenza delle persone sul guadagno monetario o materiale. Avrebbe quantomeno il potenziale per essere un sistema con pochi spazi per il lamento. Il problema principale del capitalismo è che la sua base filosofica è essenzialmente una visione utilitaristica, la quale consente di separare l’economia dall’etica e, per l’uomo comune, può essere fonte di gravi ingiustizie.

Il capitalismo keynesiano tenta di correggere queste ingiustizie dando maggiore autorità ai governi per aiutare i poveri a spese dei ricchi, nel contempo lasciando quanto più possibile intatto il sistema economico capitalistico. Questo si traduce in uno stato sempre più autoritario che è “compravenduto” dai ricchi, i quali usano i poteri di governo per portare avanti i propri interessi perfino più che i capitalisti originari. Allo stesso tempo, il governo stabilisce programmi per aiutare i poveri ma anche sovvenziona le grandi imprese e sforna leggi secondo i desideri delle grandi imprese addirittura a spese dell’uomo comune. Alla fine, il capitalismo keynesiano ci conduce evidentemente su una strada che porta o al socialismo o allo stato servile descritto da Hilaire Belloc.

La seconda cosa da dire è che il socialismo, malgrado il suo nobile intento di alleviare le ingiustizie che le classi lavoratrici soffrivano sotto il capitalismo, crea inevitabilmente una società perfino più ingiusta negando il diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione e ribaltando la struttura politica della società, consentendo allo stato di interferire con il lavoro interno agli ordini di comunità inferiori, fino al punto di interferire con il cuore stesso della società: la famiglia. Esso stabilisce immancabilmente uno stato totalitario e semplicemente trasferisce l’ingiusto potere economico dei ricchi nelle mani di una struttura statale già iniqua di suo.

La base per affermare che il distributismo sta da una parte mentre capitalismo e socialismo stanno dall’altra è che sia il capitalismo sia il socialismo conducono e consolidano la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione nelle mani di una piccola minoranza di cittadini. Pur dovendo ammettere che il capitalismo non richiede il consolidamento del possesso dei mezzi di produzione,[1] accettare tale consolidamento è necessario per accettare il capitalismo, perché esso è un risultato naturale di ciò che i capitalisti chiamano concorrenza sul libero mercato. Qualcuno potrebbe replicare che nel socialismo non c’è consolidamento del possesso perché esso appartiene ai cittadini. Tuttavia, senza la capacità di effettivamente predisporre l’uso dei mezzi di produzione, non si può dire di avere realmente il possesso. Così, il possesso dei mezzi di produzione nel socialismo è, se vogliamo essere realistici, concentrata nelle mani dei funzionari statali. Mentre nel socialismo coloro che controllano la stragrande maggioranza del potere economico sono gli stessi che detengono il potere politico, l’esito finale del capitalismo è che coloro che controllano la stragrande maggioranza del potere economico usano questo stesso potere per esercitare un controllo su coloro che detengono il potere politico.

L’obiettivo del distributismo è di stabilire una maggior distribuzione sia del potere economico sia di quello politico. Come ho detto altrove, questo non è solo “un progetto nuovo”. È una visione filosofica completamente differente delle relazioni tra l’economia e le persone e anche tra la società e le persone. Per questo motivo, lo spostamento dal tipo di società economica e politica che abbiamo ora verso la visione distributista sarà inevitabilmente graduale man mano che (si può sperare) più e più persone accetteranno questo modo di vedere. Non comincerà dai vertici della società, dovrà partire dalle persone alle “radici” della società, che faranno cambiamenti a livello personale e poi eserciteranno pressione sui livelli superiori della società perché assecondino ciò che loro desiderano per il bene comune. Questo dovrebbe essere naturale, poiché i livelli superiori della società esistono per servire gli inferiori.

Nell’articolo sul ruolo e la natura del governo, ho spiegato come l’autorità nel governo civile si strutturi secondo il principio di sussidiarietà. Lo stesso principio si applica all’autorità in una società economica distributista. La funzione principale dell’economia – che significa “gestione della propria casa” – è di provvedere ai bisogni della famiglia. Anche se la maggior parte dell’attività economica appare sostenere solo indirettamente i bisogni della famiglia, soddisfare tali bisogni è il fondamento di base senza il quale non ci sarebbe attività economica. Se tu non avessi bisogno di assicurarti il cibo, non andresti a comprarlo. Se non dovessi guadagnarti un reddito con cui acquistare le cose che ti servono e che vuoi da altri, non avresti bisogno di lavorare per guadagnare quel reddito. Che si tratti di commercio internazionale, di commercio tra gli stati di una federazione o di un impero, o tra regioni o contee o simili, o di un commercio locale tra le aziende di una piccola comunità, tutta l’attivi­tà economica in fin dei conti ha luogo affinché gli individui possano provvedere ai bisogni e alle esigenze delle loro famiglie. È importante tenerlo a mente, perché sembra che molti economisti dimentichino questo punto fondamentale e parlano di economia e di famiglie come se avessero una relazione del tutto casuale.

Per questo, è necessario che gli ordini sociali locali abbiano il maggior controllo sulle faccende economiche locali. Questo è il motivo per cui i distributisti propugnano il sistema delle gilde tra negozi a gestione locale, che pertanto possano rispondere direttamente alla comunità locale. Gli ordini sociali superiori non dovrebbero essere in grado di interferire nelle questioni economiche locali così tanto quanto lo sono ora. Prendiamo ad esempio il Farm Bill degli Stati Uniti. Si tratta di un’insieme di normative stabilite al più alto livello politico che interferiscono direttamente sulle decisioni economiche locali. Il Farm Bill sostiene certi tipi di attività agricola – tenendone i prezzi artificialmente bassi – e fa apparire l’attività agricola alternativa, nel confronto, inefficiente e dispendiosa. Perché pensate che i prodotti biologici cresciuti localmente siano più costosi? Perché dovrebbe essere più dispendioso non usare fertilizzanti chimici, antibiotici, processi come la pastorizzazione e l’omogeneizzazione, sementi geneticamente modificate e brevettate, immagazzinaggio e trasporto a lunga distanza? Ognuno di questi elementi aggiunge qualcosa al costo di produzione eppure i prodotti che li usano, tutti o alcuni, in qualche modo costano meno di quelli che non li usano. Questo accade perché il governo degli Stati Uniti non solo sovvenziona le gigantesche aziende agricole che si servono di quei procedimenti, ma insieme ai governi statali[2] interferisce spesso e volentieri con le piccole aziende che non se ne servono, soprattutto se osano offrire qualcosa come prodotti lattiero-caseari al naturale.[3] In una società distributista, i governi federali, statali e perfino provinciali avrebbero minore autorità per interferire con le questioni economiche locali, lasciando la maggior parte dell’autori­tà ai cittadini della comunità locale che vivono in quel determinato ambiente economico locale e ne dipendono. Essi sono del tutto capaci di stabilire degli standard di salute e sanitari.

Questo non significa che i livelli sociali superiori non debbano avere nessun coinvolgimento. Il principio di sussidiarietà non richiede questo. Ma esso offre le basi perché la comunità locale protegga i propri interessi, così limitando l’influenza corruttrice delle grandi aziende sulle politiche governative. Gli alti livelli di governo possono offrire assistenza nei momenti di bisogno e perfino servire da guida ma senza prendere il controllo.

Altre pratiche che ora consideriamo normali potrebbero altresì essere cambiate a beneficio dell’economia locale. Per esempio, i piani regolatori potrebbero essere riconsiderati in maniera tale da non costringere le persone a fare i pendolari. Mentre è ragionevole che una comunità decida di non avere certi tipi di azienda vicini a scuole o luoghi di residenza, ci sono molti altri tipi di attività per le quali questo, a mio avviso, non ha senso. Perché un fornaio non può vivere nello stesso edificio, o almeno nello stesso complesso di edifici, in cui si trova il suo forno? Il concetto che le zone residenziali debbano essere rigidamente separate dalle attività commerciali e aziendali non solo crea un maggiore incomodo per la comunità locale, ma costringe ad una spesa maggiore, perché gli aspiranti imprenditori devono acquistare due proprietà in cui vivere e lavorare, anziché una sola. Eliminare questo obbligo, laddove sia realizzabile, non solo abbasserebbe i costi d’impresa ma diminuirebbe anche il traffico collocando molte attività e negozi a breve distanza da casa.

Il distributismo è un’economia in cui le famiglie contano. È un’eco­no­mia che protegge le piccole attività economiche locali da quelle grandi. È un’economia non predatrice. È un’economia governata dall’etica.

 

[1] Qui “consolidamento”, consolidation, implica una difficoltà gravosa e sistematica a far spostare il possesso dei mezzi di produzione da un proprietario a un altro. Può sembrare esagerato, perché in teoria la compravendita o l’affitto di questo beni sono liberi, ma in realtà non è proprio così. Una decina di anni fa chiesi a un docente della mia ex-facoltà (Agraria) come mai la facoltà avesse deciso di specializzarsi nel formare figure professionali dedite ai servizi e non all’impren­di­­to­ria agricola. Mi rispose che in Europa è praticamente – non legalmente o formalmente ma praticamente – impossibile per un giovane qualunque acquistare o affittare un’azienda agricola: o la eredita oppure è ricco e allora si può permettere di pagare i prezzi richiesti, altrimenti niente. Questo è il tipo di consolidamento di cui parla l’autore – anche se certo un termine più espressivo sarebbe “cementazione”.

[2] Il governo degli Stati Uniti, U.S. Government, è il governo federale. Ciascuno Stato, però, ha un suo proprio governo, State government. Similmente, quando si parla di nazione, Nation, si parla degli Stati Uniti d’America; quando di parla di Stato, State, ci si riferisce al singolo Stato.

[3] Qui c’è qualcosa di potenzialmente fuorviante, perché l’Autore non ha menzionato i costi del lavoro tra i fattori di costo e questo rende improprio il confronto, qualunque sia il tipo di azienda (locale o multinazionale, biologica o convenzionale). È però possibile che negli Stati Uniti esistano, in materia, leggi molto differenti dalle nostre, che lo rendono valido.

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