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Perché scrivere in maiuscole sul web è maleducato?.

Aggiornamento. Ciò che ho scritto sotto rimane vero. Ho però scoperto che alcuni, specie su Facebook, scrivono in maiuscole perché… le vedono meglio. Questo vale soprattutto per le persone più anziane, che hanno più difficoltà visive e magari sono meno abili con gli zoom (tenere premuto CTRL e insieme girare la rotella del mouse funziona su quasi tutti i browser, ma loro non lo sanno).

Il rimedio – visto che il tutto-maiuscolo è oggettivamente fastidioso da leggere, anche se uno non ha intenzione di gridare – consiste nel dir loro che non si legge bene e insieme insegnargli a zoomare.  Per i maleducati, invece, non c’è rimedio. Ma nessuno ci obbliga a pensare che uno si stia muovendo per maleducazione e non per necessità, quindi il rimedio che ho detto vale anche per loro. Solo dopo che avranno rifiutato, sapremo ogni ragionevole dubbio che sono dei maleducati. 

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L’altro giorno discutevo con un mio compagno di gioco[1] sul fatto che usare il corsivo in un forum mi pare maleducato – voglio dire, scrivere tutti i messaggi integralmente in corsivo – e lui mi ricordava che la netiquette vieta solo le maiuscole: non esiste una regola che proibisca di usare il corsivo.

Il mio amico è l’amministratore del forum, perciò è chiaro che ha una certa attenzione per le regole. A me invece le regole non interessano molto, tranne quelle minime necessarie, mi interessano di preferenza le persone. Così, quando lui mi ha chiesto come farei a giustificare la proibizione del corsivo, ho risposto che il corsivo integrale è faticoso da leggere, ed è questo che lo rende maleducato.

È lo stesso sulla carta, del resto: infatti il corsivo si usa – sul web e sulla carta – per evidenziare. Questo presuppone che il testo intorno sia differente (lo chiamiamo tondo), se no l’evidenza che fine fa? Quando scriviamo un testo in corsivo, per esempio un titolo, si usa il tondo per evidenziare: insomma, è questione di contrasto.

In un forum, un utente che scriva in corsivo integrale, oltre a non farsi leggere agevolmente, si pone in contrasto con tutti gli altri utenti, che normalmente scrivono in tondo. L’effetto che fa, uno che scriva così, è più o meno “Guardatemi! Sono arrivato io!” (come se fosse Giulio Cesare) o anche “Guardatemi! Sono qui” (stile Calimero – la differenza si capisce dall’espressione verbale, se avete la capacità di farlo e la pazienza di leggere il corsivo). Ora, mettersi in contrasto con il resto del mondo non è proprio la cosa più educata ed elegante del mondo. Nemmeno quando te lo puoi permettere. Figuriamoci se neanche lo fai apposta.

Ma allora perché la netiquette non parla del corsivo? Solo le maiuscole sono considerate maleducate, e come mai?

La risposta è semplice, ma così semplice che mi sono dovuta mettere a pensarci un po’. Le cose semplici, spesso, sono sfuggenti – o forse sono complicata io, ma insomma…

Quando è nata la netiquette, si scriveva solo testo: non c’era la possibilità di usare grassetti e corsivi, possibilità che tuttora non esiste nelle chat come quella del mio gioco o di Skype o di Facebook. Tastiera nuda e cruda. Ne consegue che si poteva solo usare quel che c’era sulla tastiera: ad esempio, per evidenziare qualcosa si usavano gli *asterischi* come ho appena fatto. Per attirare l’attenzione, come gridando, che cosa si poteva usare? Le maiuscole, si capisce.

Usare le maiuscole sul web, per questo motivo, equivale a gridare e, qualora non sia necessario e giustificabile, è considerato maleducato. Perché? Be’, perché gridare è maleducato anche fuori dal web. Non è maleducato “perché lo dice la netiquette”. Gridare è maleducato perché infastidisce le persone e la netiquette ha semplicemente sottolineato questo fastidio. Ovvio che se occorre gridare si grida: se vedo uno che annega, che faccio, mi metto a sussurrare? No, grido, e nessuno penserà che sono maleducata.

Perché in seguito la netiquette non sia stata aggiornata in proposito, io credo dipenda dal fatto che essa si basa sul buonsenso: ti insegna a capire e considerare che non ci sei solo tu, in rete, e che gli altri vanno trattati con garbo e attenzione; così impari anche a capire come fare per non infastidirli. Non c’è bisogno di specificare ogni cosa per filo e per segno. Le regole, come il sabato, sono fatte per l’uomo e non il contrario. Quelli che dicono “faccio come mi piace perché nessuna regola lo vieta” sono dei conformisti senza speranza.

Ad ogni modo, per avere un conforto alla mia genialità (che viene raramente riconosciuta), sono andata a riguardarmi il libro su cui ho imparato la netiquette e un sacco di altre cose. Da qui mi viene anche l’idea che la netiquette sia basata sul buonsenso e il rispetto per gli altri. Riconosco che è un’idea dannatamente americana ma a me piace.

Thomas Mandel e Gerard Van der Leun, Galateo per Internet. Come navigare con cortesia e correttezza nella Rete, Bompiani, Saggi Tascabili, 1998.

Ecco quello che dicono i due autori a proposito delle maiuscole (e delle minuscole, che sono un capitolo a parte, ormai incomprensibile ai più):

4° Comandamento del cyberspazio

“Non essere né maiuscolo né minuscolo”

Si accede alla Rete per mezzo di tastiere tipo macchina da scrivere, ma ben poco di ciò che viene messo in Rete vedrà mai la carta. Il testo viene letto sugli schermi del computer. Qui un TESTO IN TUTTE MAIUSCOLE VIENE VISTO E “SENTITO” COME L’ESPRESSIONE DI QUALCUNO CHE GRIDA. È DA MALEDUCATI! OK! QUINDI NON FATELO! A MENO CHE, OVVIAMENTE, NON STIATE GRIDANDO QUALCOSA A QUALCUNO, E ALLORA È OK.

per lo stesso motivo, scrivere tutto in minuscolo, compresi i nomi propri come bill clinton, è visto dai membri della rete come un comportamento affettato e pigro. la gente in rete è abbastanza istruita per sapere che e. e. cummings è morto. sanno anche che le vostre possibilità di essere un poeta e uno scrittore altrettanto bravo si avvicinano allo zero assoluto.


[1] La Leggenda: Guerra dei Draghi (c’è il banner in fondo alla colonna di destra).

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Esempio di scrittura: come ti giustifico la mia personale arbitraria opinione

Le opinioni sono (o dovrebbero essere) sempre personali ma questo non significa che siano sempre arbitrarie. L’idea è che uno, per farsi un’opinione, si metta davanti al dato e applichi un criterio. Diceva san Paolo: “Vagliate tutto e trattenete ciò che vale”.

Faticosissimo, specie quando fa tanto caldo e sei obnubilato dall’afa.

Ho appena trovato un esempio abbastanza buono di questo fenomeno – che quando fa caldo si sostengono opinioni arbitrarie senza rifletterci più di tanto – e perciò lo uso:

Pronte le tasse per finanziare i Comuni. La Stampa, 4 agosto 2010

Che cosa c’entra questo articolo col titolo del post? Fila benissimo, non è polemico e nemmeno aggressivo, il che lo rende molto apprezzabile, almeno per me.

Il problema è  Leggi il seguito di questo post »

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Esempio di formattazione: What’s wrong with the world

pagina sui
Servizi di editing

What’s Wrong with the World è un libro di G. K. Chesterton del 1910, inedito in Italia. (Forse sarà pubblicato l’anno prossimo; ce la siamo presa comoda, non c’è che dire.)

Ho pensato di usarlo come esempio di formattazione. Ecco due file formattati del libro – la versione di partenza è quella di Project Gutenberg – e le relative schede di formattazione.

La scheda di formattazione è una procedura che creo – sulla base di norme editoriali date o scegliendo io stessa elementi e valori – per dare a un testo un certo aspetto.

Quando dico che “creo” la scheda non sono in preda ad un attacco di megalomania: è che non ne ho mai trovate in giro e dunque mi tocca presumere che queste schede siano una mia invenzione.

What’s Wrong with the World, semplice – scheda di formattazione

What’s Wrong with the World, titoli correnti – scheda di formattazione

Le differenze riguardano i margini e i numeri di pagina, oltre alla presenza dei titoli correnti, che sono i titoli in cima alle pagine.

La formattazione a che serve? e soprattutto, a chi?

La formattazione di un libro o di un articolo per la pubblicazione è compito della casa editrice, non certo mio o degli autori.

Anche i manoscritti però vanno formattati in un certo modo, siano essi libri o articoli o papers; e vanno ben formattate anche le proposte di pubblicazione o book proposal.

L’idea generale è quella di favorire la leggibilità e godibilità per il destinatario. Che cosa è preferibile leggere, un testo scritto piccolo e fitto, zeppo di caratteri fantasiosi, o uno pulito e ordinato con un carattere semplice, margini ampi e righe ben spaziate?

D’accordo, so che c’è chi se ne infischia ma gli editori non sono della partita, a quel che mi si dice.

Chiaro che un libro o un articolo non viene pubblicato per il solo fatto che è stato presentato in maniera aggraziata; ma un manoscritto sciatto fin dall’aspetto viene scartato di sicuro. Un po’ come un curriculum.

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Aggiornamento: addirittura due edizioni!
Sono entrambe indicate nel post
Due edizioni negli stessi giorni: What’s wrong with the world a cura di Lindau della Società Chestertoniana Italiana.

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Segnalare le osservazioni di copy editing

Questo è un
post tecnico

Quando faccio copy editing (come l’ho descritto qui), il mio ruolo è quello del lettore critico e a fine lettura devo proporre le mie osservazioni all’autore.

Ho quattro modi per far questo:

– annotare a matita le osservazioni sul testo in copia cartacea (quella che i colleghi americani chiamano hard copy);

– segnalarle nel file usando gli strumenti Revisioni e Commenti del software di scrittura (come mostra Scott Berkun con MS Word);

– scriverle nel file, in neretto rosso, di seguito al testo osservato, che viene evidenziato;

– scrivere le osservazioni in un file distinto e richiamarle nel testo da correggere usando numeri tra parentesi, come se fossero note.

L’autore sceglie il modo che preferisce.

Di seguito descriverò i pro e i contro dei tre metodi “elettronici”, dal mio punto di vista che è sempre piuttosto, come dire, gilbrethiano: meno tempo impiego per fare un lavoro routinario (*) e più me ne rimane per fare quello che mi piace. Ma se l’autore non è un gilbrethiano e considera il suo tempo diversamente, è libero di farlo. Il metodo più lungo non costa di più. L’unica eccezione è l’annotazione a mano. Annotare a mano è un sistema veramente lento (in effetti mi è capitato di farlo solo una volta, per una casa editrice).

A) Revisioni e Commenti di Word

Lati positivi

– i Commenti sono di impatto immediato, perché il testo commentato viene evidenziato e messo tra parentesi e un filo rosso congiunge la nuvola del commento al testo;

– idem come sopra per quanto riguarda le Revisioni, che però non sono evidenziate;

– il testo è pulito, non ci sono scritte estranee (le mie);

– per accettare o rifiutare bastano due clic col mouse; più razionalmente, quello che si rifiuta si rifiuta subito, le correzioni approvate si accettano alla fine tutte insieme, c’è una funzione apposta.

Lati negativi

– le Revisioni e i Commenti compaiono in colonna a destra del testo, il quale viene tutto spostato a sinistra e così è impossibile capire che aspetto avrà;

– i Commenti annidati (più commenti in uno stesso periodo, uno dei quali è più ampio degli altri) sono poco evidenti;

– le Revisioni sono indiscriminate: anche se hai cambiato solo una virgola, loro lo devono dire all’universo mondo e non c’è modo di accettare, per esempio, le sole modifiche di formattazione e lasciare evidenti le altre; certo potrebbe farlo l’autore ma…

– …se l’autore non ha mai usato le Revisioni, devo spiegargli come funzionano e ci vuole tempo, che l’autore probabilmente non ha.

B) Segnalazione nel testo

Lati positivi

– l’autore legge la frase evidenziata e di seguito ha l’osservazione: l’impatto è immediato;

– l’allineamento del testo è quello che deve essere.

Lati negativi

– il testo non è pulito, ci sono dentro le mie osservazioni;

– che l’autore accetti o rifiuti la mia proposta, dovrà cancellare l’osservazione dal testo, il che gli richiederà tempo e lavoro.

C) Osservazioni in un file separato

Lati positivi

– il testo è molto più pulito che nel caso B (ma lo è meno che nel caso A, naturalmente);

– l’allineamento del testo è quello che deve essere;

– la lettura è più agevole, se l’autore desidera rileggersi più paragrafi per capire che cosa è meglio fare.

Lati negativi

– che l’autore accetti o rifiuti la mia proposta, dovrà cancellare dal testo i richiami di nota, il che gli richiederà tempo e lavoro.

Le soluzioni B e C costano un po’ di più, perché a me richiedono più tempo e più lavoro, così come le annotazioni sulla copia cartacea. Questo non è un lato negativo, comunque: è solo una condizione.

Chi ha un senso estetico di un certo tipo si troverà male con le Revisioni e i Commenti di Word. Chi ha poco tempo a disposizione forse li preferirà. Se un autore ha l’esigenza di controllare letteralmente anche le virgole, le Revisioni sono il suo strumento di elezione, a meno che non scelga l’annotazione su copia cartacea.

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(*) Il lavoro routinario non è ragionare sulle mie osservazioni per decidere se accettarle o no: è semplicemente e fisicamente cancellare le segnalazioni.

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Non siamo parenti di gorilla e scimpanzé: invalidata la teoria, è inutile attendere l’anello mancante

Rinvenuto in Etiopia lo scheletro di Ardi, la nostra più antica progenitrice

Il ritrovamento di Ardi, dal sito del National Geographic: traduzione integrale dell’articolo Oldest “Human” Skeleton Found–Disproves “Missing Link” (01/10/2009) , con i collegamenti alle immagini.

Qui la mappa della regione dei ritrovamenti (Reuters).

Riassunto per chi ha fretta

Un equipe di scienziati ha annunciato la scoperta, in Etiopia, dello scheletro di un’ominide più antica di Lucy. E’ lo scheletro più antico finora rinvenuto. L’ominide è chiamata Ardi, abbreviazione della specie a cui appartiene, Ardipithecus ramidus.

La scoperta risale al 1992 e riguarda i fossili di molti individui, il che è già una rarità. I resti sono molto delicati, perciò ci sono voluti anni per ripulirli e ricomporre lo scheletro.

Ardi presenta caratteristiche particolari che invalidano la teoria dell’anello mancante, secondo cui l’uomo discenderebbe direttamente da un primate simile a uno scimpanzé. Questo non lede la teoria dell’evoluzione ma diventa inutile studiare le scimmie antropomorfe per capire la biologia e il comportamento dell’uomo.

Il ritrovamento permette di avanzare nuove ipotesi sul perché gli ominidi divennero bipedi.

Le immagini sono meravigliose.


Aggiornamento
martedì 6 ottobre
Oggi il titolo è soltanto

Oldest “Human” Skeleton Found.
Chissà se è cambiato anche dell’altro?


Trovato il più antico scheletro “umano”: sconfessa la teoria dell’“anello mancante”

Jamie Shreeve, Science editor, National Geographic magazine
Updated 6:44 p.m. ET, October 1, 2009

Fatti da parte, Lucy. E dì addio all’anello mancante.

Alcuni scienziati hanno annunciato oggi la scoperta del più antico scheletro fossile di un antenato dell’uomo. Il ritrovamento svela che i nostri progenitori vissero uno stadio evolutivo finora sconosciuto, oltre un milione di anni prima di Lucy, l’esemplare-icona dei progenitori umani che camminò sulla Terra 3,2 milioni di anni fa.

Pezzo forte di un tesoro di nuovi fossili, lo scheletro – attribuito ad una specie chiamata Ardipithecus ramidus – apparteneva ad una femmina di 110 libbre (50 chilogrammi), dotata di una piccola scatola cranica, soprannominata Ardi. (Immagini di Ardipithecus ramidus).

Il fossile manda in pensione la teoria, popolare sin dai tempi di Darwin, che alla radice della famiglia umana si sarebbe prima o poi trovato un anello mancante simile allo scimpanzé,  una via di mezzo, nell’aspetto, tra l’uomo e le scimmie antropomorfe di oggi. In effetti, la nuova prova suggerisce che lo studio dell’anatomia e del comportamento degli scimpanzé – a lungo utilizzato per inferire la natura dei primissimi antenati dell’uomo – sia perlopiù irrilevante per comprendere le nostre origini.
(Cronologia interattiva: come la scoperta dell’Ardipithecus ramidus cambia la teoria dell’evoluzione umana).

Ardi invece mostra una mescolanza inattesa di caratteristiche evolute e di tratti primitivi tipici di primati molto più antichi e diversi dagli scimpanzé e dai gorilla (interattivo: le fattezze di Ardi).

Stando così le cose, lo scheletro apre uno spiraglio sul possibile aspetto dell’ultimo antenato comune a uomini e scimmie di oggi.

Annunciata in una conferenza stampa congiunta in Washington (D.C.) e Addis Abeba (Etiopia), l’analisi delle ossa dell’Ardipithecus ramidus sarà pubblicata domani, in una raccolta di documenti, in un numero speciale della rivista Science, con una valanga di materiale di supporto pubblicato online.

“Questo ritrovamento è di gran lunga più importante di quello di Lucy”, ha detto Alan Walker, un paleontologo dell’Università Statale della Pennsylvania, il quale non ha preso parte alla ricerca. “Esso mostra che l’ultimo antenato comune con gli scimpanzé non aveva l’aspetto di uno scimpanzé o di un uomo né di una buffa via di mezzo”. (Articolo collegato: Trovato il più antico fossile di Homo sapiens, secondo gli esperti [11 giugno 2003])

Ardi e la sua famiglia

I fossili di Ardipithecus ramidus sono stati rinvenuti nel desolato deserto di Afar, in Etiopia, in una località chiamata Aramis, nella regione del Awash centrale, distante solo 46 miglia (74 km) da dove fu scoperta Lucy, Australopithecus afarensis, nel 1974. La datazione radiometrica dei due strati di ceneri vulcaniche tra cui erano inseriti i resti fossili ha rivelato che Ardi visse 4,4 milioni di anni fa.

Esistono fossili di ominidi più antichi, tra cui un teschio proveniente dal Ciad e vecchio di almeno 6 milioni di anni e alcuni resti frammentari, leggermente più recenti, provenienti dal Kenya e da aree vicine all’Awash centrale. Per quanto importanti, tuttavia, nessuno di questi fossili è neanche lontanamente illuminante quanto i resti appena presentati che, oltre allo scheletro incompleto di Ardi, comprendono ossa di almeno altri 36 individui.

“All’improvviso trovi dita delle mani e dei piedi e braccia e gambe e teste e denti”, ha detto Tim White dell’Università di California – Berkeley, codirettore dei lavori insieme a Berhane Asfaw, paleoantropologo e già direttore del Museo nazionale di Etiopia, e a Giday WoldeGabriel, geologo al Laboratorio di Los Alamos, Nuovo Messico.

“Questo ci consente di fare qualcosa che è impossibile con esemplari isolati”, ha detto White. “Permette di studiare la biologia”.

(Articolo collegato: Riscoprire l’Ardipithecus)

Ardi si muoveva in uno strano modo

La sorpresa maggiore riguardo alla biologia dell’Ardipithecus è il suo inconsueto modo di muoversi.

Tutti gli ominidi noti finora – appartenenti alla nostra linea evolutiva – camminavano su due gambe, come noi. Invece i piedi, il bacino, le gambe e le mani di Ardi suggeriscono che ella fosse bipede sul terreno ma quadrupede nel muoversi sugli alberi.

Il suo grosso alluce, per esempio, diverge dal piede come quello di una scimmia, la posizione migliore per afferrare i rami degli alberi. Diversamente dallo scimpanzé, tuttavia, l’alluce dell’Ardipithecus ha un piccolo osso speciale all’interno di un tendine ereditato da più primitivi antenati, che mantiene più rigido l’alluce divergente. Insieme a modifiche delle altre dita, l’osso avrebbe aiutato Ardi a camminare da bipede sul terreno, anche se con meno efficienza degli ominidi successivi come Lucy. L’osso si perse nella linea evolutiva di scimpanzé e gorilla.

Secondo i ricercatori, il bacino mostra un analogo mosaico di caratteristiche. Le larghe ossa sporgenti del bacino superiore erano sistemate in maniera che Ardi potesse camminare a due gambe senza dondolarsi come uno scimpanzé. Ma la parte inferiore del bacino era costruita come quella di una scimmia, per ospitare robusti muscoli posteriori usati per arrampicarsi.

Anche sugli alberi, Ardi non era affatto simile alle scimmie di oggi, dicono i ricercatori.

Scimpanzé e gorilla odierni hanno sviluppato un’anatomia delle membra atta a scalare verticalmente i tronchi degli alberi, appendersi ai rami e dondolarsi e camminare al suolo sulle nocche.

Mentre questi comportamenti richiedono ossa del polso molto rigide, per fare un esempio, le ossa del polso e le nocche dell’Ardipithecus erano assai flessibili. Di conseguenza Ardi probabilmente camminava appoggiandosi sulle palme mentre si aggirava tra gli alberi – più come certe primitive scimmie fossili che come scimpanzé e gorilla.

“Quello che Ardi ci racconta è che c’è stato nella nostra evoluzione un vasto stadio intermedio di cui nessuno sapeva niente”, ha detto Owen Lovejoy, anatomo alla Kent State University in Ohio, il quale ha analizzato le ossa di Ardi dal collo in giù. “Questo cambia ogni cosa”.

Contro ogni probabilità, Ardi viene alla luce

I primi, frammentari esemplari di Ardipithecus furono rinvenuti ad Aramis nel 1992 e rivelati al pubblico nel 1994. Lo scheletro presentato oggi fu scoperto nello stesso anno e riportato alla luce, insieme alle ossa degli altri individui, nel corso delle tre stagioni di scavo seguenti. Ma ci sono voluti 15 anni prima che la squadra di ricerca potesse analizzare completamente e rendere pubblico lo scheletro, perché i fossili erano in pessime condizioni.

Dopo la morte di Ardi, i suoi resti furono apparentemente calpestati nel fango da ippopotami e altri erbivori di passaggio. Milioni di anni più tardi, l’erosione riportò alla superficie le ossa infrante e sformate. Esse erano così fragili che si polverizzavano al tocco. Per salvare i preziosi frammenti, White e colleghi portarono via i fossili insieme alle rocce circostanti. Poi, in un laboratorio in Addis Abeba, i ricercatori rimossero cautamente le ossa dalla matrice rocciosa usando un ago e osservando il lavoro al microsopio, procedendo “per millimetri e frazioni di millimetro”, come hanno detto su Science. Questo solo procedimento ha richiesto molti anni.

I pezzi del cranio infranto furono poi rilevati e riprodotti con la tomografia computerizzata e rimessi insieme digitalmente da Gen Suwa, paleoantropologo dell’Università di Tokio.

Infine, la squadra di ricerca ha recuperato oltre 125 pezzi dello scheletro, inclusa buona parte dei piedi e quasi per intero le mani – una vera rarità tra i fossili di ominidi di qualunque periodo, tanto più se così antichi.

“Trovare questo scheletro è stato più che fortuna”, ha detto White. “Era contro ogni probabilità”.

Il mondo di Ardi

La squadra trovò anche i fossili di circa 6.000 animali e altri esemplari che ci offrono un ritratto del mondo in cui Ardi viveva: una foresta umida assai diversa dal territorio siccitoso di oggi. Oltre a specie di antilopi e scimmie tipiche delle foreste, i depositi contenevano uccelli della foresta e semi di fichi e palme.

I segni di usura e gli isotopi trovati nei denti degli ominidi suggeriscono una dieta che comprendeva frutta fresca e secca e altri cibi tipici delle foreste.

Se White e la sua squadra hanno ragione nel pensare che Ardi camminasse eretta e si arrampicasse sugli alberi, la prova ambientale parrebbe stroncare l’“ipotesi savana” – un’annosa teoria secondo cui i nostri antenati cominciarono a camminare eretti perché vivevano nella prateria.

Sesso in cambio di cibo

Alcuni ricercatori, tuttavia, non sono convinti che l’Ardipithecus fosse tanto versatile.
“Questo è uno scheletro affascinante ma, a giudicare da quanto ci presentano, le prove che fosse bipede sono perlomeno limitate”, ha detto William Jurgens, anatomo alla Stony Brook University nello Stato di New York.

“I grandi alluci divergenti sono associati all’atto di afferrare e questo ha uno degli alluci più divergenti che si possa immaginare”, ha detto Jurgens. “Perché un animale totalmente adattato a spostare il proprio peso sugli alberi con gli arti anteriori dovrebbe scegliere di camminare a due gambe sul terreno?”

Una risposta provocatoria a questa domanda – proposta inizialmente da Lovejoy nei primi anni ’80 e ora precisata alla luce delle scoperte sull’Ardipithecus – attribuisce l’origine dell’andatura bipede a un altro segno distintivo dell’essere umano: il sesso monogamico.

Quasi tutte le scimmie, antropomorfe e non, soprattutto i maschi, hanno lunghi canini superiori – armi formidabili nelle lotte per l’accoppiamento.

L’Ardipithecus invece sembra aver già imboccato il sentiero evolutivo specificamente umano, secondo i ricercatori, con canini di taglia ridotta e sensibilmente “femminilizzati” in forma di corto e spesso diamante. Maschi e femmine sono anche simili nelle dimensioni corporee.

Lovejoy vede queste variazioni come parte di una svolta unica nel comportamento sociale: invece di combattere per avere le femmine, un Ardipithecus maschio avrebbe procurato il cibo ad una “femmina-obiettivo” – e alla sua prole – in cambio della sua lealtà sessuale.

Per fare la sua parte, un maschio aveva bisogno di avere le mani libere per portare a casa il cibo. Diventare bipede può essere stato per l’Ardipithecus un modo poco efficiente di andare in giro ma fare la sua parte nel contratto “sesso in cambio di cibo” sarebbe stato un modo eccellente per avere più discendenti. E nell’evoluzione, naturalmente, avere più discendenti è lo scopo del gioco (anche: I primi uomini cominciarono a camminare per il sesso?)

Duemila anni dopo l’Ardipithecus, comparve nella regione un’altra specie, chiamata Australopithecus anamensis. Secondo i più, quella specie presto evolse nell’Australopithecus afarensis, con una scatola cranica leggermente più grande e una totale dedizione alla vita da bipede. In seguito arrivò il primo Homo, con una scatola cranica ancora più grande e l’abitudine di costruire strumenti.

Forse i primitivi Ardipithecus subirono un mutamento accelerato nei 200.000 anni che intercorrono tra loro e gli Australopithecus – e sono gli antenati di tutti gli ominidi successivi? Oppure l’Ardipithecus era una specie relitta, che ha portato con sé il suo bizzarro mosaico di caratteristiche primitive ed evolute finché non si è estinta?

Il codirettore della ricerca White non vede nulla nello scheletro “che lo escluderebbe da una linea evolutiva ancestrale”. Ma ha detto che occorrerebbero più fossili per risolvere definitivamente la questione.

Jurgens di Stony Brook ha aggiunto: “Queste scoperte sono incredibilmente importanti e, dato lo stato di conservazione delle ossa, quello che essi hanno fatto lo definirei eroico. Ma è solo l’inizio della storia”.

**************

Qualcuno in Italia ha inizialmente annunciato la scoperta, venerdì, dicendo che era stato trovato l’anello mancante. Forse aveva letto male l’agenzia.

Ma ancor più mi sconcerta che c’è chi continua a pensare e scrivere “non è ancora l’anello mancante” (e già l’uso di questa forma implica “ma prima o poi lo troveremo”, anche se poi non aggiungesse che “ci porta molto più vicino ad esso“). Forse gli sfugge che “disproves” vuol dire altro? E il contenuto? Se Ardi ci dovesse portare più vicini all’anello mancante, perché NG dovrebbe scrivere il contrario? Che siano creazionisti? E perché secondo il dott. Lovejoy “Questo cambia tutto”? Creazionista pure lui?

Misteri della stampa.


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Bicarbonato e camomilla

Due degli almanacchi più famosi d’Italia provengono dalla mia regione: sono il Barbanera e Frate Indovino. Ognuno ha un calendario illustrato e pieno di proverbi e di notizie sulla campagna, le tradizioni, la cucina… insomma, quello che c’è negli almanacchi.

Da piccola mi divertivo molto con quei calendari e ho imparato molto sull’uso delle parole. Non sono diventata una rimatrice ma scrivere un testo breve per me non è un problema.

Settembre: si torna a scuola e si torna ad ammalarsi. (Tutti i bambini sono untori in potenza.) Bicarbonato e camomilla insieme sono un ottimo rimedio per stappare il naso – meglio che spray chimici. In acqua bollente si versa un cucchiaio di bicarbonato e ci si immergono due bustine di camomilla – quattro o cinque cucchiaini, per chi usa i fiori sfusi. Si fanno suffumigi finché l’acqua non diventa tiepida. Il naso si stappa – bisogna avere un fazzoletto a portata di mano – e la pelle si ripulisce. Meglio di così!

90 parole, 519 battute (83 parole e 477 battute se si toglie la parentesi dei bambini)

Settembre: torna il raffreddore. I suffumigi con bicarbonato e camomilla insieme aiutano a respirare meglio. In acqua bollente si versa un cucchiaio di bicarbonato e ci si immergono due bustine di camomilla – quattro o cinque cucchiaini, per chi usa i fiori sfusi. Coprendosi la testa con un asciugamano, si respira il vapore finché l’acqua non diventa tiepida. Lo stesso risultato si può ottenere con il solo bicarbonato o con l’olio essenziale di camomilla (si trova in erboristeria).

77 parole, 487 battute


Link

Barbanera

Frate Indovino

Almanacco


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“” (virgolette)

“” “” “” “”“” “” “” “”


A settembre più o meno tutti tornano al lavoro. Questa settimana, tre clienti mi hanno chiesto di correggere i loro scritti.

Un mare di “”.

Non lo avevo mai notato, forse perché non avevo mai lavorato per tre persone diverse nella stessa settimana.

“”, “”, “”. In testi non divulgativi.

Una volta per indicare che la parola usata era approssimativa, colloquiale, non del tutto adeguata al significato da esprimere, si scriveva ‘per così dire’. Le “” sostituiscono questa formula, fanno risparmiare tempo e inchiostro e questo è ottimo.

Ma…

Come sarebbe un testo o un discorso in cui ogni tre frasi ci fosse un ‘per così dire’? Fastidioso? Irritante? Noioso? Si avrebbe forse l’impressione che chi scrive o parla non sappia quello che può o deve dire?

Anche in questo, comunque, le “” fanno risparmiare tempo.

Grazie alle “”, non occorre leggere per avere quell’impressione.

Basta guardare.

Trovare le parole non è facile. Per me è forse più facile che per altri ma richiede comunque fatica. Io capisco la fatica di trovare le parole.

Se però uno scrive per lavoro, quella fatica fa parte del suo compito. Sottrarsi alla fatica del proprio compito è come barare con la propria vita.

(Causa la sovraesposizione, non ho usato “” nemmeno per indicare il modo di dire.)

“” “” “” “”“” “” “” “”

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