Archive for Chesterton

G.K. Chesterton, L’Osteria Volante, capitolo I

Persone diverse traducono in maniera diversa; e tanto più a settant’anni e passa di distanza. Ho tradotto il primo capitolo del romanzo The Flying Inn (L’osteria Volante) di GKC perché si potesse vedere, volendo, la differenza con le versioni precedenti, in particolare quella di Gian Dàuli.

 

Gilbert Keith Chesterton

L’Osteria Volante

(The Flying Inn, Penguin edition, 1958)

 

Capitolo I.
Una predica sulle osterie

 

Il mare era di un pallido verdegrigio e il pomeriggio era già sfiorato dal tocco incantato della sera mentre una giovane donna dai capelli scuri, vestita di un abito increspato color rame del genere artistico, passeggiava piuttosto svogliata sul lungomare di Pebblewick-on-Sea, trascinandosi dietro un parasole e guardando lontano verso l’orizzonte.  Aveva una ragione per guardare istintivamente verso l’orizzonte del mare, una ragione che molte giovani donne hanno avuto nella storia del mondo. Ma non c’erano vele in vista.

Sulla spiaggia sotto il lungomare c’era una distesa di piccoli assembramenti intorno ai vari oratori della spiaggia, che fossero negri o socialisti o ecclesiastici o pagliacci. Qui c’era un tizio che faceva non si sa bene cosa con delle scatole di carta; e i villeggianti restavano a osservarlo per ore nella speranza di scoprire prima o poi che cosa ci facesse. Poco distante c’era un tale in cappello a cilindro con una Bibbia colossale e una moglie minuscola, che gli stava vicino in silenzio mentre lui agitando il pugno chiuso combatteva l’eresia del sublapsarismo milniano[1] così diffusa nelle stazioni termali alla moda. Non era facile seguirlo, tanto era su di giri; ma ogni tanto rispuntavano le parole “i nostri amici sublapsarii” insieme a una sorta di sogghigno stridulo. Accanto c’era un giovanotto che parlava di non si sa che (e lui lo sapeva meno di tutti) ma che evidentemente puntava, per conquistare il favore del pubblico, soprattutto sull’anello di carote che gli circondava il cappello. Aveva davanti a sé più denaro di tutti gli altri. Poi c’erano i negri. E dopo, un servizio religioso per bambini tenuto da un uomo col collo lungo che batteva il tempo con una paletta di legno. Ancora più avanti c’era un ateo, rabbioso da non credere, che ogni tanto puntava il dito contro la funzione per bambini e parlava delle cose più belle della Natura che venivano corrotte tramite i segreti dell’Inquisizione Spagnola – ad opera dell’uomo con la paletta, naturalmente. L’ateo (che indossava una coccarda rossa) era assai sprezzante anche verso il proprio pubblico. “Ipocriti!”, diceva; e quelli gli gettavano soldi. “Gonzi e codardi!” e loro gli buttavano ancor più soldi. Ma tra l’ateo e la funzione dei bambini c’era un omino d’aspetto gufesco con un fez rosso, che agitava blandamente un grande ombrello informe di tela verde. Il suo viso era bruno e rugoso come una noce, il naso era del tipo che associamo alla Giudea, la barba invece era quella specie di cuneo nero che associamo alla Persia. La giovane donna non l’aveva mai visto prima; era un esemplare nuovo nel ormai familiare museo di svitati e ciarlatani. La giovane era una di quelle persone in cui un vero senso dell’umorismo sempre viene a cozzo con una certa tendenza del temperamento alla noia o malinconia; indugiò un momento, e si chinò sulla ringhiera per ascoltare.

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Jane Austen, Love and Freindship

Il titolo va scritto proprio così ed è una commedia veramente divertente.

Oggi la JASIT ha pubblicato l’articolo che avevo annunciato nel post del 18 luglio, dove però non avevo parlato di questo particolare testo. Anche perché già ne parla GKC, che bisogno c’era di me?

E non c’è bisogno nemmeno adesso, perché è uscita l’edizione italiana a stampa delle opere giovanili di Jane Austen, tra cui anche questa. Ecco l’articolo relativo. 

L’articolo di GKC che ho tradotto era proprio l’introduzione a una prima edizione americana degli Juvenilia, cioè le opere giovanili della scrittrice.

In italiano non si usa (o non si usa più? ma neanche il Tommaseo-Bellini lo riporta) juvenilia, anche se è una parola così bellina e chiara. Siccome sono “opere”, si sarebbe tentati – io lo sono senz’altro – di considerare femminile il termine; ma è un neutro plurale e in questi casi mi pare che si debba usare l’articolo maschile.

La lingua inglese impiega vari termini latini che invece l’italiano non ha usato mai. Ricordo ancora la sorpresa di trovare impromptu orchestra (aggettivo+sostantivo: “orchestra improvvisata”) nel primo capitolo di The Lord of the Rings! Ma in realtà l’inglese ha più elementi provenienti dal latino di quanti potremmo immaginare. Qualche anno fa c’è stato il solito manipolo di benpensanti che ha proposto di eliminarli (come da noi l’Istat propose di eliminare i numeri romani dalle pubbliche vie), ma credo che non se ne sia fatto nulla.

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18 luglio 1817

Oggi è il secondo centenario della morte di Jane Austen.

Per il bicentenario della mia scrittrice preferita ho tradotto due articoli del mio prediletto G.K. Chesterton. Potrebbe sembrare un abbinamento stravagante ma in realtà GKC era un deciso ammiratore di Jane Austen: spesso la menziona, oltre ad averle dedicato espressamente alcuni articoli. Io finora ne ho incontrati tre.

Uno di questi, “The Evolution of Emma”, è un capitolo di The Uses of Diversity, pubblicato in italiano col titolo La serietà non è una virtù, Lindau 2011 (traduttore ignoto al web e io non ho una copia del libro).

Gli altri due, appunto, li ho tradotti io; uno sarà pubblicato a breve nel sito della JASIT – Jane Austen Society of Italy e l’altro… non so ancora. L’avevo offerto per la pubblicazione a una testata online, così che lo potessero leggere tante persone ma in dieci giorni non ho avuto risposta, quindi a mezzanotte considererò decaduta l’offerta.

Gli articoli sono questi due, inserirò i collegamenti appena saranno disponibili:

G.K. Chesterton, Introduzione a Love and Freindship di Jane Austen, 1922

G.K. Chesterton, “Jane Austen e le elezioni politiche”, Illustrated London News, 1 giugno 1929

Intanto però voglio ricordare la seconda nascita della mia beniamina almeno con qualche riga. Sono troppo poco moderna per commemorare le prime nascite (cioè i compleanni) delle persone morte, ma le seconde nascite continuano a sembrarmi importanti.

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La vita è arcigna con chi le mette il muso (E. Mounier, Lettere sul dolore)

Ho trovato la citazione in un blog con la forma che ho messo nel titolo. Poi ho scoperto la fonte: “La vita è arcigna con quelli che tengono il broncio” (E. Mounier, lettera a Madeleine Mounier, 4 novembre 1929, in Lettere sul dolore, BUR)

Ho avuto spesso la medesima idea e impressione: quelli che si lamentano sempre di ogni cosa, che si comportano come se avanzassero chissà che da chissà chi… hanno una vita più infelice di altri.

E non è che si lamentino *perché* hanno una vita infelice, no: certuni si lagnerebbero perfino in un palazzo d’oro, come la vecchia nella favola di Puskin. Hanno una vita infelice proprio perché si lamentano.

Immagino che lamentarsi impedisca alle persone di godere di ciò che hanno, di quello che c’è e di partire da lì per avanzare verso qualcosa di meglio.

Il contrario di Cenerentola, insomma. Lei non si lamentava mai, come fa notare la fiaba. E alla fine diventa una regina non perché un principe arriva e se la porta via, ma perché è lei stessa a muoversi (assecondando un desiderio anche abbastanza comprensibile e umano, per niente fuori dagli schemi), con l’aiuto di un’amica che fa per lei quello che può.

Perché bisogna che sia chiaro: se Cenerentola fosse stata simpatica e garbata come le sue sorellastre, fata madrina o no, col cavolo che sposava il principe!

Capisco come mai GKC dava tanta importanza alle fiabe. Non sono del tutto sicura che un bambino lo capisca al volo, ma casomai ci penserà chi gliele racconta, ad aiutarlo a capire. E poi effettivamente col tempo i bambini capiscono molte cose. Chissà, forse è per questo che amano tanto rivedere i cartoni animati dozzine di volte: per scoprire tutto quel che c’è da scoprire.

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Robert Browning

Quest’anno, la sorpresa di Natale l’ho già ricevuta. (Quella terrena, si capisce.) Non so se me ne arriveranno delle altre ma la più bella è la pubblicazione della mia traduzione di Robert Browning di G.K. Chesterton.

Robert Browning è un poeta inglese dell’epoca vittoriana che qui da noi è quasi ignoto, come la gran parte dei suoi colleghi. Non avrei letto – non tanto presto, almeno – il libro che porta il suo nome se un amico non mi avesse chiesto un parere per decidere se pubblicarlo o no. Gli ho fatto una scheda di lettura e mi sono offerta di tradurlo. Finora però non sapevamo ancora se ce l’avremmo fatta a pubblicarlo.

Ma ce l’abbiamo fatta!

copertinabrowningweb

Robert Browning è uno dei primissimi lavori pubblicati da Chesterton (1903, commissionato nel 1901) ed è un saggio biografico e insieme di critica letteraria. Allo stesso tempo non è nessuna delle due cose esattamente.

Chesterton era un genio nell’entrare in contatto con gli autori, perciò non si tratta solo o tanto di notizie sulla vita di un uomo, come in genere si trova nei saggi biografici, o di dissertazioni sulla poesia di un poeta, come in genere si trova nei saggi di letteratura. È piuttosto il racconto dell’amicizia di un uomo con un altro uomo, il quale capita che sia un poeta e anche che sia morto prima che Gilbert nascesse. Ma simili amicizie sono possibili.

Con questo però non voglio dire che siano elucubrazioni per niente interessanti di uno di cui non c’importa niente su un altro che neanche conosciamo. Se non fosse stato interessante, non l’avrei tradotto.

GKC leggeva come si dovrebbe leggere, come io ho imparato da don Giussani e altri hanno imparato da altri maestri, per esempio Leopardi, perché in fin dei conti è un modo antico. Quando me ne sono accorta, ho trovato un fratello maggiore:

Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

 

Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

 

Io faccio fatica, specie con certi autori, ma Gilbert aveva questa capacità al massimo grado. A quel tempo, poi, non era il modo normale di leggere. Soprattutto non era il modo normale di leggere Browning, che passava per uno “oscuro” come minimo.

Leggendone in Chesterton, invece, Browning diventa una persona cara come lo era per lui. (Quando sono arrivata a tradurre il punto in cui Browning muore, mi è venuto da piangere come se stesse morendo mio zio. Eppure lo sapevo, che era morto.)

Che a lui fosse caro si capisce sia da ciò che scrive sia da un fatto che nella mia traduzione non troverete, perché è stato eliminato alla prima pubblicazione:[1] nel manoscritto del saggio, cioè la versione che l’autore consegna all’editore, la maggior parte dei versi erano scritti sbagliati, perché GKC citava sempre a memoria. E questi versi li conosceva talmente a memoria da averli modificati: un fenomeno che accade anche a me con i versi della Divina Commedia che conosco a memoria. Il significato rimane lo stesso, il verso è riconoscibile… ma lo modifichi come se fosse una cosa tua. Probabilmente accade lo stesso a tutti quelli che conoscono versi a memoria (o by heart, come dicono gli inglesi) e se li ripetono di quando in quando.

Ecco qua alcune delle mie parti preferite del libro. Ma sono solo alcune, una per capitolo (tranne il capitolo IV, che ne ha due perché parla dell’Italia ed è il mio preferito). Sono in genere più lunghe del solito, perché Chesterton non è tanto uno scrittore da “citazioni citabili”, benché ce ne siano: quel che veramente dà gusto è immergersi nel ragionamento o nell’esposizione che fa e in genere si tratta di più periodi.

Tutto il libro è una gran bella avventura. E siccome è la prima cosa di Chesterton che ho tradotto, mi resterà caro anche per questo.

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Soccomberemo 4 e poi basta

Non so se è il caso di deprimermi. Potrebbe esserlo. Sto correggendo un testo sull’agricoltura di precisione che è una delle robe più aberranti che mi sia capitato di leggere, non come testo ma per la filosofia che ci sta dietro e di cui l’autore, cosa tristissima, non mi sembra punto consapevole.

(Uno dei misteri più misteriosi della contemporaneità è che ognuno ha una filosofia e non se ne rende conto, perché è la filosofia di qualcun altro che neanche gli vuole bene.)

L’agricoltura di precisione in sé è una cosa buona: sono le tecnologie che consentono di lavorare i terreni e raccogliere i prodotti servendosi dell’assistenza di strumenti elettronici e informatici per alleggerire la parte di lavoro di campo relativa alle misurazioni, alle distribuzioni, alle decisioni sui momenti d’intervento e simili cose, oltre e più che alleggerire il lavoro fisico. Esistono per esempio software tramite i quali un satellite dice alla seminatrice del mais se la parte di campo che si sta seminando è più o meno fertile, così la seminatrice lascia meno semente o più, anziché la quantità media come si fa di solito. Esistono sistemi per la guida assistita che impediscono al trattore di passare due volte sulla stessa striscia di campo quando si cambia direzione di marcia (i campi si arano andando da un lato all’altro e poi girando sulla capezzagna e invertendo la marcia: a seconda della manovrabilità e dell’abilità del trattorista, capita che le due strisce lavorate si sovrappongano più o meno). Insomma, ci sono sistemi che rendono il lavoro meno faticoso ed è una buona cosa, visto che si tratta di un lavoro molto faticoso.

Certe descrizioni e affermazioni, però, sono al limite del ridicolo, quando proprio non ci sguazzano dentro. Un tale ha scritto che il trattorista, avendo meno lavoro mentale da fare, potrà dedicarsi ad altro. Chissà che pensa che si possa fare: scrivere un romanzo-fiume, far due chiacchiere con la fidanzata (se non ha da lavorare), prendere una laurea o più modestamente farsi una canna o due, tanto ormai sono belle che legalizzate?

La cosa davvero deprimente non è la tecnologia in sé; non è nemmeno il ridicolo di certi accademici; non è neanche l’industrialismo applicato alle piante.

La cosa davvero deprimente è che tutti pompano l’idea che la vita è da un’altra parte rispetto al momento che stai vivendo qui e ora.

Quando dico “tutti” intendo che lo pensano e pompano anche quelli che a discuterne sosterrebbero di no, che il momento presente è il solo che conta, perché il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora (una cosa che don Giussani disse molto tempo prima di Maestro Ugwei, e forse qualcun altro l’ha detta anche prima di lui ma non ne ho idea). Sì, il momento presente è il solo che conti ma tutti vorrebbero essere altrove e spendono tanti soldi per provarci o farci provare gli altri.

Questo ci farà soccombere: non la violenza altrui ma la stupidità cosmica per cui ciò che non fai vale più di ciò che stai facendo, ciò che non hai vale più di ciò che hai e ciò che non sei vale molto più di ciò che sei.

Con questo, la serie “Soccomberemo” finisce. Non doveva essere una serie; ma poi mi è parso, fino a oggi mi pareva che potesse servire a qualcosa, perché a volte la soluzione non si riesce a trovare perché non si sa vedere il problema.

Ora, invece, vedo bene che ci vuole qualcuno che scriva di come sono belle le cose, il mondo, la terra sotto ai piedi nudi (a me piace zappettare l’orto a piedi nudi, perché è oggettivamente piacevole e non perché lo faccio senza esserci costretta), le nubi nel cielo, le ortiche e le lumache, le querce e le onde del mare, i fagiolini e le cornacchie, accendere il fuoco, intagliare il legno, il pane e la marmellata e l’arrosto e l’acqua fresca e la birra…

Personalmente, la birra non mi va giù e in generale non sono io a poter scrivere neanche delle cose che amo.

Ma posso chiedere che arrivi qualcuno capace di farlo.

Se non saremo in grado di rendere interessanti per gli uomini
l’alba, il pane e i segreti creativi del lavoro,
piomberà su tutta la nostra civiltà un affaticamento
che è l’unica malattia da cui le civiltà non guariscono.
Così morì la grande civiltà pagana:
tra cibo e circhi e dimenticanza dei lari domestici.

Dunque, qualunque cosa scegliate di fare,
non beffatevi del libro della Genesi.

Sarebbe molto meglio per voi, sarebbe molto meglio per tutti noi,
se rimanessimo così legati al libro della Genesi
da considerare la settimana
come una serie di azioni simboliche,
che ci ricordano i passi della creazione.

Sarebbe molto meglio se ogni lunedì,
anziché essere un lunedì nero,
fosse un lunedì luminoso,
per celebrare la creazione della luce.

Sarebbe molto meglio se il martedì,
parola che attualmente suona molto scialba,
rappresentasse un tripudio di fontane, fiumi e ruscelli scroscianti,
perché fu il giorno della divisione delle acque.

Sarebbe bello se ogni mercoledì
fosse l’occasione di appendere in casa rami verdi e fiori,
perché queste cose spuntarono nel terzo giorno della creazione;
o se il giovedì fosse consacrato al sole e alla luna
e il venerdì consacrato ai pesci e ai polli, e così via.

Allora cominceremmo a intuire l’importanza della settimana
e quali grandi cose
una civiltà dalla grande immaginazione
potrebbe fare in una settimana.

—Gilbert Keith Chesterton, Radio Chesterton

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Perché continuo a leggere Chesterton

Ho cominciato a leggere i libri di Chesterton come cominciano quasi tutti qui da noi, vale a dire con i racconti di padre Brown e quelli del Club dei mestieri stravaganti. Facevo l’università e per anni ho continuato a leggere solo le raccolte di padre Brown, senza interessarmi se ci fosse dell’altro.

Qualche anno fa, scopersi che c’era molto altro, tramite un blog che oggi non è più attivo, “OSTERIA VOLANTE: contro il logorio della vita (post)moderna”. A causa di quello lessi appunto il romanzo L’Osteria Volante e poi Le avventure di un uomo vivo, traduzione di Emilio Cecchi, che è anch’esso un romanzo ed è l’unico libro tra i mille che ho letto ad avermi fatto venire le lacrime per il fatto che qualcuno l’avesse scritto – per dire la potenza con cui mi ha colpito.

Da quel blog arrivai anche al blog della Società Chestertoniana Italiana, che si chiama “G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo” (si può capire che ‘sto uomo vivo è qualcosa d’importante) e lì rimasi particolarmente intrigata dalla Scuola Libera Chesterton e dalla filosofia economica detta “distributismo”.

Così ho continuato a frequentare Chesterton, passando dalla narrativa ai saggi e aggiungendo alla lettura la traduzione. Ho anche conosciuto vari suoi amici, tra cui Hilaire Belloc e i miei consoci della SCI.

Come mai continuo a leggerlo e a tradurlo; o meglio, rispondendo a una domanda espressa (eravamo al XIV Chesterton Day), qual è l’eredità di Chesterton che trattengo, è scritto qua:

L’eredità di Chesterton secondo Umberta Mesina 

 

 

 

 

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