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Suffragette 2

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(non è necessario per capire questo)

In Cosa c’è di sbagliato nel mondo, la parte III è dedicata al femminismo dei tempi di Chesterton. Il libro uscì nel 1910, perciò il femminismo dei tempi era il movimento che chiedeva l’emancipazione della donna e il suffragio (da cui suffragette, suffragetta).

A un certo punto, nel capitolo 8 di questa terza parte, lo scrittore sottolinea come ogni governo abbia una funzione coercitiva:

Ogni forma di governo è coercitiva; noi, poi, abbiamo creato una forma di governo che non solo è coercitiva, ma è anche collettiva. …. nei paesi che si governano autonomamente, questa coercizione … è una coercizione collettiva. La persona anomala è teoricamente colpita da un milione di pugni e presa a calci da un milione di piedi. Se un uomo viene flagellato, noi tutti l’abbiamo flagellato; se un uomo viene impiccato, noi tutti l’abbiamo impiccato. Questo è l’unico significato possibile della parola “democrazia”, cioè che dia un vero significato alle prime due sillabe e anche alle ultime due.

—G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo (parte III cap. 8), trad. Annalisa Teggi, Rubbettino 2016, pag.122

Fine del capitolo. Il successivo si apre così:

Quando dunque si dice che la tradizione che si oppone al suffragio femminile esclude le donne dal’attività, dall’essere socialmente influenti e partecipi della cittadinanza, chiediamoci in modo un po’ più sobrio da che coda veramente le esclude. Certamente le esclude dalla collettiva azione di coercizione, dalla punizione inflitta per mano della folla. … Ora, io non penso che qualsiasi ragionevole Suffragetta negherà che l’esclusione da questo tipo di funzione possa essere a dir poco definita come una protezione, oltre che un veto. Nessuna persona onesta rigetterà in pieno la constatazione che l’idea di avere un Signor Cancelliere e non una Signora Cancelliere può essere perlomeno associata all’idea di avere un boia e non una boia, un carnefice e non una carnefice.—op. cit. pag. 123

Quel che Chesterton ha sostenuto nei capitoli precedenti, infatti, è che l’idea generale dietro al non concedere alle donne di votare o di lavorare in fabbrica è un’idea di protezione: occorre proteggere la parte universale dell’umanità, che è la donna, perché la specializzazione non prenda il sopravvento. Questo lo dice nei capitoli 2 e 3; a parte la questione femminile, il capitolo 2 è prezioso da leggere per lo spunto che offre su come guardare il lavoro.

Noi oggi abbiamo perduto questa sensibilità rispetto alla parola democrazia e alla coercizione collettiva, ammesso che l’abbiamo mai avuta. Se però uno ci pensa appena un po’, essa ha moltissimo più senso della sua alternativa, che lo stesso Chesterton sottolinea: il pensiero che in realtà non siamo davvero colpevoli perché queste cose avvengono in maniera indiretta:[1]

E non è neppure accettabile rispondere (come spesso si risponde a riguardo) che nella civiltà moderna non verrebbe realmente chiesto alla donna di catturare, condannare o assassinare, perché tutto avviene in modo indiretto: c’è chi è specializzato nell’uccidere i nostri criminali, come c’è chi uccide il nostro bestiame. Chi sostiene questo, non proclama il significato reale del diritto di voto, ma il suo travisamento. La democrazia è stata intesa come un esercizio di governo più diretto, non più indiretto; e se tutti noi non ci sentiamo dei carcerieri, tanto peggio per noi e anche per i prigionieri.—ibidem

La conclusione del capitolo è che

…. la semplice trovata di nascondere questi gesti brutali [si riferisce alle esecuzioni dei criminali, che non avvenivano più pubblicamente] non cambia la situazione, a meno che non dichiariamo apertamente che stiamo concedendo il suffragio non tanto perché è una fonte di potere, ma perché non lo è affatto; o, in altre parole,  che le donne non otterranno di votare, quanto piuttosto di recitare la parte di chi va a votare.—op. cit. pag. 125

Si tratta di una conclusione che non è amara solo perché Gilbert non era amaro e perché non sapeva quanto avesse ragione. C’era un’altra cosa che non sapeva, perché era il 1910; ma io la so e posso trarne un’altra conclusione. Questa potrebbe essere amara, perché io non sono proprio come Gilbert.

È vero che le suffragette, cercando di mettersi “alla pari” dell’uomo attraverso sistemi e strumenti inadeguati, accettarono di recitare una parte; è la stessa parte che recitiamo tutti oggi. Ma, facendolo, accettarono anche di essere strumenti degli stessi uomini da cui si ritenevano discriminate.[2] Questo non si vede solo ora, nel disastro in cui si trovano i due sessi e la società occidentale e il mondo intero; si vide pochi anni dopo la pubblicazione del libro.

Non so che cosa ne abbia detto GKC, ma io sono rimasta molto male quando ho scoperto, facendo ricerche per il post di ieri, che le suffragette inglesi furono attivissime nello spingere gli uomini inglesi a combattere durante la Prima guerra mondiale, unendosi al movimento della Piuma Bianca, fondato da un ammiraglio, ovviamente uomo (benché con l’aiuto di una donna), nel 1914. Nell’esercito britannico la piuma bianca è un insulto, indica che ti ritengono un codardo, come si vede nel film Le quattro piume: ebbene, il Movimento della Piuma Bianca voleva convincere le donne a dare piume bianche, cioè ad accusare di codardia, tutti gli uomini che non si trovassero al fronte o che non portassero l’uniforme perché in congedo temporaneo, e le suffragette ci si buttarono a pesce.

Erano convinte della bontà della guerra? Forse. Come ne erano convinte in America le donne del Sud (mai letto Via col vento? dovreste), forse ne erano convinte le donne inglesi; solo che le donne del Sud volevano difendere il loro mondo, le inglesi miravano a distruggere il mondo di qualcun altro. Una guerra di difesa è accettabile; qualunque altra, no. Quello fu un esempio di donne che usavano le armi loro proprie con successo, un tristissimo esempio. E furono funzionali al potere maschile. Mi chiedo se poi se ne siano accorte.

L’idea di proteggere la donna dalla parte criminale del potere non era tanto sbagliata, anche se si poteva aggiustare; non è realmente con il voto che si influisce sulla società, specie nelle pseudo-democrazie come le nostre. È ovviamente infondata, invece, l’idea che, se le donne sono al potere, le guerre non succedono. Il problema non è il tipo di potere che hai, ma come lo usi, perché il verbo “potere” – da cui deriva il sostantivo – si applica a un’infinità di situazioni umane, a quasi tutte. Il potere è una caratteristica dell’uomo, maschio o femmina che sia. Le suffragette usarono il loro potere di donne, non di votanti, per indurre gli uomini a combattere, ed era come donne, non come votanti, che sostenevano la guerra. Dubito che, se fossero state “al potere”, avrebbero avuto una posizione differente.

(Se invece state pensando che lo fecero per avere poi della merce di scambio, be’, che differenza c’è coi maschi?)

 

[1] Accusare, per esempio, la Cancelliera Merkel delle molestie subite dalle donne tedesche la notte di Capodanno è un giochino politico contro chi ha il potere, non è realmente il riconoscimento di una sua particolare responsabilità morale o operativa nella mancata coercizione. Questo perché le nostre non sono democrazie, sono oligarchie. Erano già oligarchie ai tempi di GKC ma bisognerà che leggiate il libro.

[2] Questo accade anche con la questione dell’indipendenza economica ma è una storia che racconterò un’altra volta.

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Marciam! Suffragette, a noi!   

Una delle mie canzoni preferite in Mary Poppins è la marcia delle suffragette cantata dalla signora Banks, la brillante Glynis Jones.  A causa sua, ho sempre avuto una simpatia per le suffragette come categoria, anche se non ho mai conosciuto bene la loro storia.

Conosco due commedie cinematografiche con delle suffragette: La Grande Corsa di Blake Edwards e, appunto, Mary Poppins. Ci saranno senz’altro anche dei film storici, solo che non li conosco. La mia immagine delle suffragette è derivata sia da quelle due commedie sia da qualche racconto che ho letto da giovane, per cui so che le suffragette chiedevano il voto per le donne e s’incatenavano ai cancelli e alle carrozze per protesta, finendo regolarmente in prigione (cosa a cui si accenna in entrambe le commedie) a fare lo sciopero della fame.

Detesto le femministe degli anni Sessanta e Settanta con tutta la potenza di cui sono capace. Le suffragette invece mi sono sempre state simpatiche, perché mi parevano coraggiose e anche perché ai miei occhi erano donne normali: volevano votare e s’incatenavano, però erano donne, non una scimmiottatura malriuscita dei maschi. La signora Emmeline Pankhurst, nata Goulden, ha avuto cinque figli dal suo unico marito, tanto per fare un esempio, anche se ha continuato a occuparsi di politica e di emancipazione femminile.

Solo che le mie simpatiche e coraggiose suffragette imboccarono la china in discesa anziché in salita… e noi oggi stiamo ancora rotolando giù.

Che ci fosse una china, e che ci sia tuttora, non sarò io a negarlo né lo farà alcun altro in retti sensi. La parola “china” però indica un declivio, un pezzo di mondo che non è piatto ma inclinato e, siccome è inclinato, si può decidere di percorrerlo salendo oppure scendendo. Di solito il verso di percorrenza di qualunque via dipende da dove vuoi andare; in alcuni casi, invece, dipende da dove ti convinci di voler andare e, una volta arrivato, capisci che non era dove volevi andare veramente.

Non penso che le suffragette si rendessero conto d’aver preso la via per il verso sbagliato; io senz’altro non me ne potevo rendere conto, a sedici anni, nonostante la parziale conoscenza (che le suffragette non avevano) delle femministe sessantottine; ma Chesterton lo capì subito, che si andava verso il disastro.

La terza parte di Cosa c’è di sbagliato nel mondo si intitola “Femminismo, ovvero l’errore sulla donna”.[1] Uno può non essere d’accordo con tutto ciò che dice, ma non si legge Chesterton per essere d’accordo con lui (non si dovrebbe leggere nessuno così): Chesterton si legge per levarsi la ruggine dal cervello, un po’ come si usa la soda quando il lavandino è ingorgato o lo Svitol quando la chiave non gira nella toppa. Poi, quando il cervello ricomincia a funzionare, si vede quel che lui non poteva vedere e si giudica se aveva ragione o no. Di solito si scopre che aveva sorprendentemente ragione.

La frase che segue è una profezia, considerando che sono parole del 1910:

La maggior parte del movimento femminista concorderà probabilmente con me sul fatto che la figura della donna è oggetto di una vergognosa tirannia nei negozi e negli stabilimenti.
Però io voglio distruggere la tirannia.
Loro vogliono distruggere la donna.
Ecco l’unica differenza.
—G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo (parte III cap. 12), trad. Annalisa Teggi, Rubbettino 2016, pag. 134

Il movimento femminista ai tempi di Chesterton si muoveva per il suffragio e l’emancipazione femminile, che includeva anche migliori condizioni lavorative per le donne. Chesterton non era cieco alla necessità di migliori condizioni per le donne (e per molti altri, però). Ciò che lui contesta è innanzitutto una questione di metodo e di non-democraticità, che qui esporrò brevissimamente in tre punti.

1) GKC considerava del tutto antidemocratico che una minoranza “illuminata” imponesse la sua visione su una maggioranza “non illuminata”, di maschi o di femmine che fosse. Forse la maggior parte di noi lo troverebbe antidemocratico, non è così? Eppure il suffragio universale maschile, così come quello femminile, fu appunto chiesto e ottenuto da una minoranza di uomini e di donne rispettivamente. Gli uomini che non l’avevano voluto nel 1910 avevano già cominciato a detestarlo (Nota sul suffragio femminile, pagg. 208-209); e guardate come siamo messi ora…

2) Le suffragette non erano in grado di fare una rivoluzione e vincerla, perché erano poche rispetto alla maggioranza delle donne – che non voleva il voto – e perché usavano gli strumenti sbagliati per ottenere ciò che chiedevano; la loro azione, però, non era indifferente ma creava disordine o, come dice GKC, anarchia e una perpetua contrapposizione (Parte III, cap. 1, pag. 89 ss.). Visto che la contrapposizione esiste tuttora, direi che anche qui non si sbagliava.

3) GKC considerava che le istanze di indipendenza economica delle donne non fossero veramente istanze del popolo perché si basavano sulle esperienze dei ricchi:

…. c’è un presupposto plutocratico alla base della frase “Perché una donna dovrebbe essere dipendente economicamente dall’uomo?”. La risposta ….

La risposta potrete trovarla nel libro, Parte I cap. 8; non ve lo posso riportare tutto qui e comunque lo abbiamo stampato perché venisse letto, non solo citato. Va bene, si trova anche qui. Ma è sempre solo un pezzo di libro: è come mettere la soda nel lavandino e non versarci sopra l’acqua bollente![2]

A metà della china, le femministe sessantottine lavorarono alacremente per distruggere la donna. E erano solo a metà, poi s’è andati peggiorando. Qualunque abuso potessero commettere gli uomini prima del femminismo, non era davvero peggiore di quelli che commettono ora sia gli uomini sia le donne.

È un obbrobrio che in un codice civile o penale le donne valgano meno degli uomini, che esista la fattispecie del delitto d’onore, per esempio; ma è altrettanto obbrobrioso che si pretenda di farle valere di più e differentemente, inventandosi una parola come “femminicidio”, che aumenta lo strappo anziché migliorare le cose. Se si volesse davvero sanare in qualche modo la situazione, bisognerebbe al contrario insistere sul fatto che omicidio è l’uccisione di un essere umano, qualunque sia la sua età, condizione e sesso. A mio parere dovrebbero sparire perfino infanticidio, uxoricidio, parricidio, matricidio e tutti gli altri -cidii; restare come aggravanti, ma sparire come categorie. Il giorno in cui “femminicidio” entrerà nel codice di procedura penale, sapremo che è l’inizio della fine.

È un obbrobrio che una madre metta al mondo tanti bambini se non ha di che dar loro da mangiare; ma è un obbrobrio peggiore che una madre decida di uccidere un figlio non ancora nato e lo chiami “diritto”. L’aborto è sempre esistito, possiamo dedurlo dal fatto che esistono da secoli pozioni abortive; ma che sia un “diritto” non se l’era mai sognato nessuno, prima di pochi decenni fa.

È un obbrobrio che una donna povera sia disposta a farsi ingravidare per vendere il bambino che nascerà, o anche solo regalarlo. Questa pratica si chiama correttamente “utero in affitto”, perché ai committenti (anche questo nome è corretto) non importa della donna ma solo della sua porzione utile e solo per un periodo di tempo limitato, come è anche l’affitto: le attenzioni e le limitazioni a cui è sottoposta una “madre surrogata” non sono per lei, sono per il “prodotto”. E non diciamo, per favore, che dipende dall’ignoranza e dalla povertà: anche cento anni fa esistevano tante donne povere e ignoranti ma non si sarebbero fatte usare come cavalle da riproduzione. Né sarebbe venuto in mente ad alcuno di legalizzare una cosa simile, cento anni fa, se pure a qualcuno fosse venuto in mente di attuarla.

Se non è distruzione della donna, questa…

Saremo arrivati o no in fondo alla china?

A me non sembra che possa esserci niente di peggio di questo, ma potrei sbagliarmi. A volte sembra davvero che al peggio non ci sia mai fine.

 

[1] Il libro è costituito da cinque parti più una dedica iniziale:
Parte I “Uomini senza tetto”;
Parte II “Imperialismo, ovvero l’errore sull’uomo”;
Parte III “Femminismo, ovvero l’errore sulla donna”;
Parte IV “L’educazione, ovvero l’errore sul bambino”;
Parte V “La casa dell’uomo” con la Conclusione;
e infine Tre Note (“Sul suffragio femminile”; “Sull’educazione alla pulizia”; Sulla proprietà contadina”). L’edizione italiana è della Rubbettino, traduzione di Annalisa Teggi. Il libro è in vendita su Pump Street.

[2] Quanto a me, posso dire che l’indipendenza economica non esiste nella realtà; è una creazione di intellettuali poco pratici, un ossimoro come l’apprendista con esperienza o il silenzio assordante. L’economia implica la dipendenza, altrimenti non c’è. L’unica indipendenza economica che possa mai esistere è quella di Robinson Crusoe, quella che ognuno di noi butterebbe via volentieri.

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Consigli

Ieri, mentre passeggiavo al sole di ottobre, mi venivano in mente gli hobbit nei boschi della Contea e comunque Il Signore degli Anelli è un libro autunnale.

Io: Quale rileggo, italiano o inglese?
Palli: Woof (inglese)

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Il Dio della vita

– Le piace essere un pastore?

Il reverendo Paul Ford stavolta sollevò lo sguardo vivamente.

– Se mi piace… ma, che strana domanda! Perché me lo chiedi, cara?

– Niente… è solo per la faccia che aveva. Mi ha fatto ripensare al mio papà. Anche lui aveva la stessa faccia, ogni tanto.

– Davvero? – La voce del pastore era educata ma i suoi occhi erano tornati a guardare la foglia secca per terra.

– Sì, e io gli chiedevo, come ho chiesto a Lei, se era contento di essere un pastore

L’uomo seduto ai piedi dell’albero sorrise un po’ mestamente.

– Ebbene, lui che rispondeva?

– Oh, lui diceva sempre che lo era, naturalmente, ma quasi sempre diceva anche che non sarebbe rimasto pastore neanche un minuto se non fosse stato per i brani gioiosi.

– I cosa? – Gli occhi del reverendo Paul Ford abbandonarono la foglia e si fissarono stupefatti sul faccino gaio di Pollyanna.

– Be’, papà li chiamava così – rise lei. – Ovviamente la Bibbia non li definisce così. Ma sono tutte quelle frasi che cominciano con “Siate lieti nel Signore” oppure “Rallegrati” o “Gridate di gioia” e così via, sa… ce ne sono così tante. Una volta che papà si sentiva proprio giù, le ha contate tutte. E ce n’erano ottocento.

– Ottocento!

– Sì; e ti dicono di rallegrarti ed essere contento, sa; ecco perché papà li chiamava i brani gioiosi.

– Oh! – Sul volto del pastore apparve una strana espressione. Lo sguardo gli era caduto sulle parole del primo foglio che aveva in mano: «Ma guai a voi, scribi e farisei, ipocriti!» – E dunque tuo padre… gli piacevano quei brani gioiosi – mormorò.

– Oh, sì – Pollyanna annuì con forza. – Diceva che si era sentito subito meglio, quel primo giorno che pensò di contarli. Diceva che se Dio si è preso il disturbo di dirci ottocento volte di essere contenti e rallegrarci, deve volere che lo facciamo – spesso.

E.H. Porter, Pollyanna, ch. XXII
(traduzione mia)

Quando una persona ripete sempre la stessa cosa, noi diciamo che “è fissata” con quella cosa lì. È un’esperienza comune, credo; tutti conosciamo qualcuno che appena ti vede ti attacca un bottone circa il suo argomento preferito.

Pollyanna è uno dei miei libri preferiti a causa del brano che ho riportato qui sopra. Mi ha sempre colpito la considerazione che se Dio si è preso il disturbo di dirci per ottocento volte di essere contenti, evidentemente vuole che siamo contenti. Non fa una piega. Si capisce che Dio è fissato con ‘sta faccenda di rallegrarci ed essere contenti.

Mi ha pure colpito sempre che il babbo di Pollyanna si sia messo a sfogliare l’intera Bibbia per contare tutte le occorrenze. Non riesco a immaginare quanto tempo potrei metterci. Così, sono stata assai contenta di avere a disposizione le statistiche di IntraText, quando mi sono resa conto che l’Onnipotente è in fissa, diciamo, anche con un’altra cosa.

C’è una parola, nella Bibbia, che ti balza incontro con una grande frequenza. È la parola vita. Contando tutte le volte che ricorre, declinazioni, verbi, aggettivi, modi di dire e così via (un’operazione leggermente diversa da quella che compì il papà di Pollyanna), le occorrenze sono 1628. Che voglia farci capire qualcosa?

Vita & c.
occorrenze nella Bibbia
(versione CEI attuale)

A) il sostantivo vita

vita      871

vite      17        (solo il plurale di “vita”; esclusi i riferimenti alla pianta)

B) forme del verbo vivere

vivere  85

visse    36

vissero 1

vissuta 1

vissuti  4

vissuto 11

vivano 7

vivendo           7

vivesse            3

vivessero         1

vivessimo        1

viveste 2

vivete  6

viveva 4

vivevano         4

vivevo 1

viviamo           9

viviate 3

vivono 22

vivrà    45

vivrai   9

vivranno          8

vivremo           7

vivrete 12

vivrò    4

C) aggettivi e avverbi collegati a vita e vivere

vitale   11

vitalità 1

vivente            102

viventi 61

vivissima         1

vivamente       4

D) termini plurivalenti (hanno lo stesso aspetto ma sono elementi diversi, per esempio forme verbali oppure  aggettivi, modi di dire e così via)

viva     65 (aggettivo, forma verbale, esclamazione)

vive     54 (aggettivo, forma verbale)

vivi      47 (aggettivo, forma verbale)

vivo     101 (aggettivo, forma verbale)

totale: 1628

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nco la testa sem armasti al tempo del por Benito

Così di potrebbe dire dalle mie parti per intendere che «con la testa [noi italiani] siamo rimasti ai tempi del defunto Benito [Mussolini]».

(Ma non si dice. Dalle mie parti il por Benito lo rimpiangono in parecchi, anche credo che siano in equilibrio con quelli che rimpiangono il por baffone [Stalin]).

In realtà non credo di essere la sola a pensarlo, che “nco la testa semo armasti al tempo del por Benito”.

A me è venuto in mente guardando, nei due anni passati, le trasmissioni di Rai Storia sui 150 dell’Italia: è palese che i mezzi di comunicazione, il modo di usare la burocrazia, la pretesa di controllare tutto dal centro sono uguali ad allora. Veramente il centralismo c’era da prima, visto che i cosiddetti “liberali” padri della patria erano tutto tranne che liberali. Ma il resto, specie per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, è proprio uguale ai tempi del por Benito – anche perché ai tempi del por Camillo [Benso conte di Cavour] la Rai non esisteva ancora.

Poi trovai un articolo di (mi pare) Robi Ronza che parlava dello stesso argomento e quindi siamo almeno due.

Ora ho scoperto che don Sturzo già le diceva negli anni ’50, queste cose. Anzi, diceva molto di quello che oggi pare una idea originale di questo o di quell’altro. Nessuno lo cita mai, don Sturzo, eppure aveva già visto e descritto la maggior parte di quello che sta accadendo. Usava persino il termine “casta”!

Luigi Sturzo, I mali della politica italiana: pensieri liberali, Armando Editore, 2000, introduzione di Massimo Baldini.

(Dalla quarta di copertina) Nel presente volume sono stati raccolti alcuni pensieri, tratti dai sei tomi dell’opera di Luigi Sturzo Politica di questi anni. Consensi e critiche (1946-1959). Tali pensieri sono stati ordinati alfabeticamente secondo l’argomento trattato e consentono di cogliere agevolmente quelli che per Sturzo costituivano i mali principali che affliggevano (e tuttora affliggono) la vita politica italiana. Mali che possono essere così sintetizzati: 1 Lo statalismo; 2 La partitocrazia; 3 La sindacatocrazia; 4 L’imprenditoria liberal-statalista; 5 Il comunismo ed il fascismo; 6 I difetti degli italiani; 7 La burocrazia; 8 L’”entite”; 9 Il sistema bancario; 10 I limiti della classe politica; 11 Il centralismo monopolista; 12. La corruzione. La radice di tutti questi mali sta, a suo avviso, nella violazione, nella limitazione della libertà.

L’elenco è preso dall’introduzione. “Entite” è una parola costruita come appendicite: enti + il suffisso –ite, ed è la fissa di produrre enti.

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Esempio di formattazione: What’s wrong with the world

pagina sui
Servizi di editing

What’s Wrong with the World è un libro di G. K. Chesterton del 1910, inedito in Italia. (Forse sarà pubblicato l’anno prossimo; ce la siamo presa comoda, non c’è che dire.)

Ho pensato di usarlo come esempio di formattazione. Ecco due file formattati del libro – la versione di partenza è quella di Project Gutenberg – e le relative schede di formattazione.

La scheda di formattazione è una procedura che creo – sulla base di norme editoriali date o scegliendo io stessa elementi e valori – per dare a un testo un certo aspetto.

Quando dico che “creo” la scheda non sono in preda ad un attacco di megalomania: è che non ne ho mai trovate in giro e dunque mi tocca presumere che queste schede siano una mia invenzione.

What’s Wrong with the World, semplice – scheda di formattazione

What’s Wrong with the World, titoli correnti – scheda di formattazione

Le differenze riguardano i margini e i numeri di pagina, oltre alla presenza dei titoli correnti, che sono i titoli in cima alle pagine.

La formattazione a che serve? e soprattutto, a chi?

La formattazione di un libro o di un articolo per la pubblicazione è compito della casa editrice, non certo mio o degli autori.

Anche i manoscritti però vanno formattati in un certo modo, siano essi libri o articoli o papers; e vanno ben formattate anche le proposte di pubblicazione o book proposal.

L’idea generale è quella di favorire la leggibilità e godibilità per il destinatario. Che cosa è preferibile leggere, un testo scritto piccolo e fitto, zeppo di caratteri fantasiosi, o uno pulito e ordinato con un carattere semplice, margini ampi e righe ben spaziate?

D’accordo, so che c’è chi se ne infischia ma gli editori non sono della partita, a quel che mi si dice.

Chiaro che un libro o un articolo non viene pubblicato per il solo fatto che è stato presentato in maniera aggraziata; ma un manoscritto sciatto fin dall’aspetto viene scartato di sicuro. Un po’ come un curriculum.

.

Aggiornamento: addirittura due edizioni!
Sono entrambe indicate nel post
Due edizioni negli stessi giorni: What’s wrong with the world a cura di Lindau della Società Chestertoniana Italiana.

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George Orwell, Politics and the English Language

Politics and the English Language è un saggio che George Orwell pubblicò nel 1946 e che riguarda la corruzione della lingua inglese e il linguaggio come «strumento per esprimere il pensiero e non per nasconderlo o impedirlo».

La corruzione di una lingua, secondo Orwell, parte da «cause di natura politica ed economica» ma poi diventa essa stessa causa di declino della politica e della società. Il legame tra politica, linguaggio e pensiero è un argomento cui Orwell era molto interessato.

Molti di coloro che criticano questo saggio lo fanno perché pensano che Orwell se la prenda con le parole straniere o con la coniazione di nuovi termini partendo da radici latine o greche e così via. Sono critiche ideologiche, dove un singolo punto viene preso come assioma invece di diventare una domanda. Altri ritengono perfettamente accettabile un certo modo di scrivere – per esempio la parodia dell’Ecclesiaste – e nemmeno capiscono dove sia il problema.

In realtà ciò che Orwell dice è questo (pag. 17) :

Per cominciare, essa [la difesa della lingua inglese, N.d.T.] non ha niente a che fare con gli arcaismi, col salvataggio di parole e locuzioni obsolete o con lo stabilire un “inglese standard” da cui non allontanarsi mai. Al contrario, prevede lo scrostamento di qualunque parola o modo di dire che ha perduto la sua utilità. Non ha nulla a che fare con una corretta grammatica e sintassi, che non sono importanti finché uno fa capire quello che intende, o con l’evitare gli americanismi o con quello che viene definito “una bella prosa”. D’altro canto non è interessata ad una falsa semplicità o a rendere colloquiale l’inglese scritto. Nemmeno implica di preferire in ogni caso la parola sassone a quella latina, anche se implica di utilizzare la parola più breve e semplice che esprime il significato voluto. Quello che è soprattutto necessario è lasciare che il significato scelga la parola e non il contrario.

A me piace molto Orwell, a volte in questo saggio lo trovo un poco snob ma glielo perdono facilmente. Quello che mi ha colpito di più non sono state le “sei regole” – il mio primo incontro con il saggio – ma le sei domande che un autore “leale”, secondo Orwell, si pone. E, a costo di sembrare autoreferenziale, dico che mi hanno colpito perché sono alcuni degli stessi punti che considero io ma in forma di domanda, che è meglio di quanto io abbia mai fatto finora.

Schema del saggio

Tesi: la lingua inglese è in decadenza ma forse è possibile rimediare

Cause ed effetti della corruzione della lingua inglese

Cinque esempi di scrittura inglese comune al giorno d’oggi

Espedienti per costruire uno scritto senza realmente lavorarci: Metafore spompate – Operatori o gambe di legno verbali – Ampollosità – Parola senza significato

Un esempio di “traduzione” usando gli espedienti sopra elencati

Separazione tra parole e concretezza

Breve analisi dei cinque esempi mostrati in precedenza

Le sei domande che uno scrittore leale si pone

La politica e la scrittura politica

Corruzione del linguaggio e corruzione del pensiero

Come si può curare la decadenza della lingua

Le sei regole

Conclusione

Orwell_IT_Politics and the English Language

Il file Orwell_IT_Politics and the English Language.pdf  riporta soltanto la traduzione.

L’originale inglese si trova qui.

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