Archive for Lingue

Dionigi: “I peggiori nemici del latino sono i latinisti”

«E sa cosa succede quando si dimentica il significato delle parole?

No.

Si perde di vista la realtà. Non la si conosce più, e si rimane ingannati. Oggi le parole sono state mandate in esilio dai padroni del linguaggio, che non siamo più noi. E non va dimenticato che le rivoluzioni e i colpi di stato si fanno, prima ancora che con le armi, con le parole.

Conoscere le parole aiuta a difendersi.»

Intervista al professor Ivano Dionigi su GrecoLatinoVivo (ripresa da Linkiesta)

Dionigi: “I peggiori nemici del latino
sono i latinisti”

 

Annunci

Commenti disabilitati

Epigrafi volatili

Epigrafi volatili

I siti pubblicati su wordpress.com hanno un servizio di Statistiche, che a me è stato molto utile quando ho iniziato a scrivere il mio blog. Qui c’è un pdf che mostra la pagina.

Anche se non scrivo più, ogni tanto ancora leggo le statistiche, per capire quali siano le curiosità degli utenti e in che forma le. Stamattina ci ho trovato un esempio di messaggio epigrafico contemporaneo che mi ha fatto tenerezza, visibile anche nel pdf:

se dice tvttb teso che significa

Questa ragazza[1]  ha usato internet come la matrigna di Biancaneve usava lo specchio fatato o le fanciulle di una volta la margherita: domanda diretta – chi è la più bella del reame? m’ama o non m’ama? Alcuni, in effetti, usano i motori di ricerca così, come se fossero in chat.

Non so se la rete abbia risposto, spero di sì. Ad ogni modo, “tvttb teso” significa “ti voglio tanto tanto bene, tesoro mio”.

Certo, il povero ragazzo ha scelto la donna sbagliata per fare l’epigrafista. Qualcuno avrebbe dovuto dirgli che il linguaggio è una convenzione sì, ma una convenzione condivisa con chi riceve il messaggio, se no non ci si capisce. Avesse almeno scritto “tesò” anziché “teso”, un pezzo si sarebbe inteso chiaramente – e poteva illuminare il resto; però bisognava battere di più sui tasti, per far uscire l’accento. Molti scrivono “teso” come troncamento di “tesoro”: parola-immagine anziché parola-suono. Forse non la pronunciano né l’hanno mai sentita ma solo vista scritta. Oppure non pensano che la parola scritta riproduce un suono e che il significato è legato al suono e non all’aspetto, nel nostro sistema di scrittura. Non so.

Naturalmente, un messaggio scritto con uno strumento informatico non è un’epigrafe, perché le epigrafi sono iscrizioni su materiale duraturo e solido; i supporti cedevoli, come la carta, sono esclusi, e figuriamoci quelli volatili. L’ho chiamato messaggio epigrafico a causa delle abbreviazioni.

Quel messaggio è tutto un’abbreviazione; e non è poi tanto diverso dalla tavoletta con su scritto “INRI” che si vede riportata su alcuni crocifissi[2] o dalle iscrizioni sugli architravi delle chiese rinascimentali o da certe lapidi funerarie latine. Lo scopo è sempre lo stesso, risparmiare: solo che nell’antichità si voleva risparmiare spazio e fatica – perché non è proprio comodo e veloce, scolpire un’iscrizione sulla pietra; mentre i ragazzi di oggi immagino che vogliano soprattutto risparmiare tempo.

Forse, però, cercano anche il brivido di qualcosa di segreto, riservato, non troppo sbattuto alla luce del sole. È possibile, suppongo, in un mondo in cui si ha l’impressione che di cose davvero misteriose non ce ne siano più. Come zia di un nipote che da grande vuol fare il cacciatore di draghi, questa percezione di non-mistero mi pare assai triste. Ma dopotutto mio nipote ha me come zia: gli ho detto che da queste parti non ci sono più draghi, perché era tutto ciò che voleva sentire, ma non gli direi che i draghi non sono mai esistiti. I bambini sanno benissimo che i draghi esistono, solo che non hanno piacere di trovarseli in giardino.[3]

.

Francesca Razzetti, Introduzione all’epigrafia latina, Loescher Media Classica – semplice e molto interessante, con immagini

Achille Campanile, Equivoci vecchi e nuovi – a proposito di convenzione condivisa…

e in inglese? Texting, Circa 1860, by Richard Nordquist 

.


[1] Ho visto sempre solo i maschi scrivere così, perciò ipotizzo che chi ha ricevuto il messaggio fosse una ragazza. Ma naturalmente è possibile anche il contrario.

[2] O dal Titulus Crucis, che si trova a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Il Titulus Crucis è un’epigrafe, appunto, perché l’iscrizione è incisa su legno.

[3] Ok, so che i più odiano le citazioni, quindi lo scrivo in nota. Che i bambini vogliano sentirsi dire che i draghi “da queste parti non ci sono più” l’ho imparato da Tolkien, anche se ho dovuto mettere insieme un nipotino e un documentario sui draghi per capirlo (non c’è maestra come l’esperienza, eh). Mentre «i bambini sanno benissimo che i draghi esistono» è una nozione basilare per qualunque chestertoniano, anche dilettante, e io sono giustappunto un novello membro della Società Chestertoniana Italiana, con tanto di tessera.

Commenti disabilitati

Doppiaggio e lingue straniere

Non sono un’estimatrice della teoria secondo cui si può imparare una lingua straniera guardando i film senza doppiaggio. Più facile che arrivi ad odiarlo, un film, se la prima volta te lo vedi in una lingua che non comprendi… o perlomeno, questo è accaduto a me con Braveheart.

Naturalmente la mia esperienza particolare non può essere un paradigma, e certo non conta nulla di fronte alle leggende secondo cui i tedeschi conoscono benissimo l’inglese perché non doppiano i film americani. Così, mi sono informata. Ho scoperto che i tedeschi doppiano i film (me lo disse un amico che in Germania ci abitava) ma, in compenso, le scuole inviano i ragazzini per tre-quattro settimane ogni anno a studiare lingue all’estero, come parte del curriculum dell’anno scolastico (quando ero a Malta, la scuola in cui mi trovavo si riempì di ragazzini tedeschi in ottobre; uno di loro era in corso con me).

Il mito tedesco è uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene la teoria del “doppiaggio dannoso”. Tutta la teoria, quindi, mi sembra poco convincente, visto che sceglie di appoggiarsi a una falsità. Ascoltare i film in lingua potrà essere particolarmente proficuo per alcuni, non lo nego, ma questo è vero per qualunque metodo di studio delle lingue. Io mi dedico alla grammatica comparata, quando studio una lingua nuova, ma non mi sogno di dire che sia un metodo buono per chiunque! (Anzi.) E dipende molto anche dallo scopo che hai: per rimorchiare ci vuole un certo tipo di applicazione, per leggere Cechov ne occorre un altro.

Poi, qualche giorno fa, mi è venuto in mente qualcosa di semplicissimo.

Se davvero bastasse ascoltare una lingua per impararla, gli italiani del 1907 avrebbero dovuto tutti conoscere e parlare il latino: perché nel 1907 gli italiani andavano a messa e le letture della messa erano in lingua latina, e si ripetevano a intervalli regolari, quindi un qualunque italiano sentiva le stesse letture più e più volte nel corso della vita. Di certo, le sentiva più volte di quante noi possiamo sentire un film, a meno che non abbiamo null’altro da fare che star lì davanti allo schermo. I vangeli sinottici hanno testi molto semplici, tra l’altro.

Se imparare una lingua fosse solo questione di esposizione e di assorbimento passivo, come è appunto il guardare film, tutti gli italiani avrebbero dovuto parlare latino come seconda lingua. Questo non succedeva, perché?

Pensateci. La risposta è qui sotto.

(Adoravo i telefilm di Ellery Queen, quelli con Jim Hutton. Purtroppo non posso riassumere gli indizi.)

Leggi il seguito di questo post »

Commenti disabilitati

Commodity o commodities?

In italiano si usano molte parole straniere, soprattutto inglesi. Lasciamo perdere se si possa farne a meno o no. Diciamo che abbiamo da scrivere un testo in cui usare una parola inglese, per esempio commodity, che indica i beni primari come il grano o il petrolio, quelli che si usano in grandi quantità per le necessità quotidiane.

Una domanda che molti si pongono è «scrivendo in italiano una parola straniera, si usa il plurale della lingua di origine oppure no?». A questa se ne può accompagnare un’altra, che è «lo scrivo in corsivo oppure in tondo?» Il tondo è il carattere normale di scrittura.

La risposta è «puoi fare come preferisci», però il “come preferisci” ha delle regole da seguire. “Come preferisci” non è mai esattamente uguale a “come ti pare”.

In questo caso, posso fare come preferisco scegliendo tra due opzioni:

1) scrivo la parola al singolare e in tondo: la/una commodity, le commodity – questo sistema si usa in genere per le parole che ormai fanno parte della lingua, perché non ne esiste una valida traduzione o perché nel settore (per i linguaggi settoriali) la si usa normalmente; se però uno vuole usare la forma numero 2 nessuno gli può dire niente;

2) scrivo la parola al plurale e in corsivo: la/una commodity, le commodities – questa forma si usa per le parole straniere non ancora entrate nella lingua, per quelle che hanno una traduzione esatta (e perciò sono proprio straniere: la parola che un altro popolo usa per indicare quell’esperienza) o semplicemente si usa se uno preferisce usarla. Per il latino entro un testo italiano, si usa normalmente questa convenzione.

L’articolo è sempre quello italiano, come si può vedere: singolare quando parlo di una commodity, plurale quando mi riferisco a più commodity o commodities.

Naturalmente, il plurale che scrivo deve essere corretto. Se uno ignora qual è il plurale corretto di una parola, meglio usare la convenzione numero 1.

In genere, uno può scegliere la forma che preferisce e che meglio gli conviene, a meno che non debba seguire una direttiva stringente – che so, scrivendo la tesi, spesso bisogna seguire le linee guida della facoltà o dell’ateneo.

Quello che soprattutto conta, quando si scrive, non è l’ossequio alle regole – che sono assai meno di quanto si creda – ma è la coerenza interna del testo: se scelgo una convenzione, una forma (per le parole straniere, per la bibliografia, per le note e via così), una volta scelta mi atterrò ad essa in tutto il testo.

Bibliografia

Marilì Cammarata, Il correttore di bozze, Editrice Bibliografica, Milano , 1997, p. 34.

Cammarata, M. (1997), Il correttore di bozze, Editrice Bibliografica, Milano, p. 34.

A proposito di convenzioni e bibliografia, quello qui sopra è lo stesso libro scritto in due forme diverse; e non sono le uniche possibili.

Aggiornamento. Ci sono delle eccezioni, naturalmente, non mancano mai. Esistono parole che hanno una traduzione esatta nella nostra lingua – per esempio, computer = calcolatore, letteralmente – ma si scrivono comunque in tondo perché ormai fanno parte a tutti gli effetti della lingua.

Commenti disabilitati

Sicurezza

Il linguaggio è uno strumento sistematico ma lo è a modo suo; per questo non esistono software capaci di sostituire la conoscenza delle lingue, nemmeno i più sofisticati programmi professionali. Sistematizzano in modi diversi.

In questi giorni ci ho pensato perché mi è ricapitata davanti la locuzione sicurezza alimentare in italiano e in inglese.

sicurezza
[da sicuro; av. 1336]
s. f.
1 Condizione o caratteristica di ciò che è sicuro, privo di rischi o di pericoli: […]

2 Condizione di chi è sicuro di sé: […]

3 Certezza: […]

4 Insieme del personale addetto alla sorveglianza di uffici, strutture industriali, turistiche e sim.: […]; SIN. Security nel sign. 1.

La nostra locuzione sicurezza alimentare in inglese si traduce in due modi, food safety e food security, che indicano due fenomeni differenti. La traduzione di sicurezza in safety o security però è corretta in entrambi i casi. Anzi, il Merriam-Webster c’informa che security e safety, in certi casi, sono anche sinonimi.

Allora si capisce perché i software di traduzione fanno piangere, no?

Food safety è la sicurezza alimentare nel senso di sanità e genuinità degli alimenti, tracciabilità eccetera. Zingarelli n. 1. Potremmo usare sanità alimentare ma allora caratteristiche come, appunto, la tracciabilità ne resterebbero fuori. È chiaro che il fatto che una bistecca sia tracciabile non implica che essa sia anche sana, perché questo dipende dall’etica del produttore; ma, se non è sana, puoi andare dal produttore e rompergli il naso (o farglielo rompere da un avvocato, che è legale e dunque più sicuro, ancorché più costoso; la sicurezza infatti si paga).

Food security, invece, riguarda il fatto di avere il pane quotidiano, riguarda cioè la disponibilità di cibo in quantità sufficiente. Zingarelli n. 3. Quando si tratta di beni, spesso security indica la capacità di disporre dei beni in questione. Il cibo dovrebbe anche essere di qualità adeguata, questo è dato per scontato (errore ma lasciamo stare), però quando muori di fame sapere chi ha allevato la bistecca e se è una Chianina o una Marchigiana e se è Dop oppure no diventano particolari meno che secondari.

In breve: “sicurezza alimentare” in un documento che parla dell’Africa, al 99% è food security; in un articolo sui prodotti tipici di nicchia, al 100% è food safety.

Commenti disabilitati

A me piace l’analisi logica

(per fortuna, se no sarei disoccupata)

Nonostante questo continuo a chiedermi:

nella frase
Era distratto fino all’idiozia
,
che complemento è “fino all’idiozia”?
Estensione figurata?

Sto preparando una tabella sinottica dei complementi in italiano e in giapponese ma il “fino a”, se non riguarda la distanza fisica, non so dove metterlo.

Comments (2)

Copy editing: che cos’è, com’è… e perché in inglese?

Copy editor, ghostwriter. Perché mai il titolo del blog è “initaliano” se poi mi definisco in inglese? Semplice: perché in italiano non ho trovato una traduzione adeguata.

Di ghostwriter veramente ho già detto che di solito non mi definisco così (qui).

Nel caso di copy editor, faccio esattamente il contrario.

Una volta scrissi nel curriculum “revisore di testi” e l’amico a cui lo facevo controllare mi chiese “se fai il correttore di bozze perché non lo dici così?”. Be’, perché non lo faccio o perlomeno non è la mia attività principale di fronte a un testo altrui. Decisi allora di usare i termini inglesi: così la gente è costretta a chiedere, senza presumere di sapere già.

Ho descritto il mio lavoro in questa pagina.

In quest’altra, invece, ho tradotto il punto di vista di un autore: è un post del blog di Scott Berkun, uno scrittore americano. Chiaramente si parla di editing per la saggistica. Io non faccio editing per la narrativa, che è pure un’attività rischiosa, come si può leggere qui.

Buona lettura.

Commenti disabilitati

Older Posts »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: