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I doveri degli italiani

Quali sono i doveri di un cittadino italiano? Ascoltando il presidente Gentiloni, qualche giorno fa, sottolineare che i cittadini italiani hanno dei diritti ma anche dei doveri, mi sono accorta all’improvviso che io stessa, nata e crescita italiana e fiera di esserlo per la maggior parte della vita, non ho una grande e salda idea di quali siano questi doveri: votare, difendere la nazione, pagare le tasse e poi?

Quanto alle tasse, però, le paghi là dove lavori o hai dei possedimenti, perciò non è neanche tanto un dovere di cittadinanza, forse.

A una domanda del genere dovrebbe esser facile trovare la risposta, rileggendo la Costituzione. Solo che io la Costituzione l’ho letta più di una volta; ma si vede che ogni volta ero distratta, perché i doveri non li ricordo chiaramente.

Così sono andata a rivedere, nei primi 54 articoli, dove e come compaiono i termini del dovere, incluse le declinazioni del verbo e le espressioni “assimilabili” e ho trovato che ci sono tre tipi di dovere.

A) Ci sono doveri che vengono esplicitamente chiamati così

Sono, ad esempio i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (articolo 2) o il «dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4) o il dovere di mantenere ed istruire i figli (personalmente o mandandoli a scuola, articolo 30)[1] o il «dovere civico» di votare o infine il «sacro dovere» di difendere la patria (articolo 52). Ce ne sono anche altri, naturalmente. Basta leggere. La Costituzione, ognuno se la dovrebbe leggere da sé.

B) Ci sono doveri che sono formulati con “espressioni assimilabili”

Sono, per esempio il dovere di pagare le tasse (articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva») o il dovere di rispettare l’ordinamento giuridico italiano per le religioni che non siano quella cattolica, qualora ci sia contrasto con ciò che le religioni stesse stabiliscono (articolo 8: «Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano»). I neretti sono miei.

Le chiamo “espressioni assimilabili” perché, anche se non presentano il termine specifico, definiscono comunque un dovere.

Seguitando con l’esempio delle religioni, il dovere è quello di rispettare le leggi e le basi giuridiche della nostra nazione, come si è recentemente precisato in Corte di Cassazione a proposito dei coltelli rituali dei Sikh; indipendentemente dallo specifico della questione (che a me pare un poco fuori centro, perché quei coltelli non tagliano; è un po’ come metter fuori legge i sottobicchieri di metallo per tema che si possano usare a mo’ di shuriken), quel giorno è stato ribadito chiaramente il dovere esposto nell’articolo 8 in forma assimilabile.

C) Ci sono doveri impliciti nelle previste eccezioni ai diritti

I primi 54 articoli della nostra Costituzione sono zeppi di diritti, molti dei quali «inviolabili», e forse è anche per questo che i doveri non me li ricordavo più di tanto: perché annegano nell’oceano dei diritti. Molti di quei diritti oggigiorno sono internazionali, non dipendono dalla cittadinanza, la nostra Costituzione ha qualche anno sulle spalle.

Per alcuni diritti la Costituzione prevede che lo Stato possa legiferare delle eccezioni.

Uno di questi (non il solo caso, però) è il diritto alla salute:

Articolo 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.
La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Neretto mio. Qui è stabilito che nessuno può costringermi a curarmi e ciò che vale per me vale per tutti i cittadini, a meno che lo Stato non decida di costringerci a un certo trattamento sanitario emanando una norma specifica. È quello che lo Stato ha fatto nel caso dei vaccini.

In simili casi c’è un dovere implicito, che nasce però da un dovere esplicito, quello dell’articolo 54: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi».

Se lo Stato decide che tutti i bambini devono essere vaccinati, si potrà anche discutere sul numero dei vaccini o sull’obbligatorietà di certi vaccini e anche sulla giustizia della norma in sé MA, nel momento in cui lo Stato fa una legge in materia, è dovere di ogni cittadino italiano obbedire. Il dovere specifico del caso è implicito nel fatto che si tratta di una legge e che noi, come cittadini, abbiamo il dovere esplicito di obbedire alle leggi.

 

Ora, ci sono a volte cittadini che protestano contro leggi dello Stato e che non hanno la minima voglia di obbedire. Ci sono a volte leggi che sono dei veri e propri sputi all’umanità e disobbedire è un dovere civico quanto il voto.

Adesso però non stiamo lì a vedere se una legge è giusta o no: prendiamo come esempio, continuando con la salute, i genitori che non vogliono far vaccinare i loro figli. Che abbiano ragione o meno, rispetto ai doveri costituzionali che il presidente Gentiloni richiamava conta il fatto che questi cittadini italiani non vogliono onorare il dovere che hanno di seguire le leggi.

Tutti i cittadini italiani che conosco, poi, non avrebbero nessuna voglia di onorare quell’altro dovere di pagare le tasse (succede nei regimi di polizia fiscale, ma anche questo adesso lasciamolo da parte).

E una buona parte di cittadini italiani non ha la minima voglia di onorare il “sacro dovere” di difendere la patria e s’imboscherà di corsa se mai capitasse che entriamo in guerra, cosa che possiamo fare solo per difenderci, secondo la Costituzione: ma s’imboscheranno comunque. Addirittura, in Costituzione è presente un dovere, quello del servizio militare, che oggi abbiamo eliminato, tanto ci faceva schifo (non del tutto a torto, va riconosciuto).

Infine, bisogna che riconosciamo che molti non hanno la minima intenzione di onorare il dovere esplicitato dell’articolo 4, anche quando abbiano un’attività o funzione (un lavoro, insomma): il progresso che gli interessa è soltanto il loro proprio, alla nazione non ci pensano affatto, se non quando entra in gioco l’articolo 53 e allora non ci pensano esattamente con benevolenza.

Se gente che è nata e cresciuta in Italia, e non conosce concretamente altro, non è sempre disposta ad compiere i propri doveri costituzionali, quanto è saggio e giusto chiedere di compierli a persone che, pur nate e cresciute in Italia, conoscono concretamente anche altro e magari gli piace pure di più?

Anzi, facciamo un esempio estremo: immaginiamo che la Tunisia o la Francia ci attacchino e che dobbiamo difenderci con le armi; non succederà, però ha più senso usare come esempio due nazioni confinanti rispetto al Qatar o alla Corea del Nord.

Sarebbe giusto chiedere a un giovane cresciuto in una famiglia tunisina o francese, con parenti in Tunisia o in Francia, magari parenti stretti, di compiere il sacro dovere di difendere la patria italiana solo perché gli è capitato di nascere in Italia?

Sarebbe saggio aspettarsi che lo compia, se non vorrebbe compierlo nemmeno chi non ha alternative di patria?

E, se davvero si entrasse in guerra contro quei paesi, anzi, stavolta diciamo se fossimo in guerra contro la Corea del Nord: siamo sicuri che qualche benintenzionato funzionario della Difesa non avrebbe il ghiribizzo di internare mia cognata (che è di Seul, quindi del Sud, non del Nord) e mio nipote proprio come fecero gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale con i cittadini statunitensi di origine italiana o giapponese? Eppure la cittadinanza gliel’avevano pur data! Suprema ingiustizia, ma io riesco a immaginarla praticata anche in Italia, specie con la percentuale di preconcettosi fifoni che abbiamo. Non si può sperare che non entreremo mai più in guerra con nessuno solo perché con l’Unione europea abbiamo avuto settant’anni di pace fittizia.

Sarebbe una gran cosa se la gente guardasse le cose senza sentimentalismi e considerando tanto la storia quanto la natura umana.

 

Paolo Pombeni, Lo ius soli e una politica sfilacciata, Mente Politica 21.06.2017

Rodolfo Casadei, Ius soli. Perché non funziona (Una trappola chiamata ius soli), Tempi.it, 20 giugno 2017

 

 

 

[1] In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola. Lo Stato istituisce scuole per i figli di chi non è in grado di istruirseli da sé ma non è obbligatorio mandarceli: è solo generalmente più comodo. Un bambino deve avere perlomeno otto anni di istruzione, questo è un suo diritto. Il dovere quindi riguarda non solo l’istruzione ma anche la sua durata: gli otto anni valgono sia che il bambino vada a scuola sia che venga educato in casa.

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Le parole che evito: italiota

Il termine “italiota”, fin dalla sua nascita, ha sempre indicato nella nostra lingua un determinato elemento della Storia: come sostantivo, gli antichi abitanti della Magna Grecia, cioè dell’Italia meridionale, e come aggettivo tutto ciò che riguarda la Magna Grecia antica.

Quando facevo il liceo, questo è il significato che appresi.

Poi è venuta fuori la moda per cui un italiano definisce gli italiani “italioti” quando fanno qualcosa che non gli garba. Non so chi abbia messo in giro questo significato spregiativo ed è possibile che sia più vecchio dei miei anni liceali; è anche possibile che il sostantivo greco da cui deriva fosse dispregiativo di suo (in tal caso sarebbe strano che sia stato usato per trarne un termine storico all’inizio dell’Ottocento, dovrò approfondire) ma è solo in seguito che l’ho sentito usare in maniera diffusa.

Per la nascita del significato dispregiativo vedo due possibilità:

* una è che sia un traslato inventato da qualcuno che disprezzava gli abitanti della Magna Grecia attuale e che abbia cominciato a usarlo prima contro di loro (come userebbe “terroni”, per capirci) e poi appunto trasportando quel significato a tutti quelli che disprezza; però mi pare poco probabile;

* l’altra, e mi pare la più verosimile, è che sia una composizione di italiano+idiota; in altre parole, chi usa il dispregiativo “italiota” sta dando dell’idiota a chiunque non la pensi come lui e nel farlo gli par d’essere figo, anche.

Se anche la genesi fosse la prima, comunque, la diffusione è stata dovuta sicuramente all’assonanza con “idiota”.

Questa è una delle parole che non uso né userei mai, ovviamente nel significato dispregiativo. Se mi trovassi a parlare degli abitanti della Magna Grecia antica, immagino che la userei.

Se invece mi irritassi (cosa non molto difficile a verificarsi) e volessi dare dell’idiota a qualcuno, gli darei dell’idiota; più probabilmente gli darei del deficiente. Ma sarebbe una cosa personale e indipendente dal suo o mio essere italiano tunisino americano o filippino. I deficienti sono universali come gli idioti e gli imbecilli. Legare un termine dispregiativo a una nazionalità non rientra nel mio genere di dispregio.

Oltre a evitarla, mi son fatta un’idea abbastanza chiara di quelli che la usano; e ho una certa tendenza a evitare anche loro.

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Flat-tax: il punto non è l’aliquota, è tutto il resto

Ogni tanto si riparla di flat-tax. La flat-tax è un tipo di prelievo fiscale diretto che prevede una sola aliquota, cioè la percentuale di reddito da prelevare, uguale per tutti. Il sistema attuale prevede degli scaglioni, con aliquote che crescono al crescere della fascia di reddito.

Se una proposta di flat-tax prevedesse solo una percentuale unica e niente altro, sarebbe un bel guaio. Nel valutare una proposta di flat-tax, quindi, bisogna guardare non tanto l’aliquota, ma il contorno, cioè le condizioni. Perché?

Innanzitutto bisogna sapere o ricordare che la flat-tax riguarda le imposte dirette, cioè quelle sul reddito, e non le imposte indirette (come l’IVA). Partiamo quindi dai redditi.

Immaginiamo di avere due redditi, uno da 25.000 euro l’anno e l’altro da 250.000 euro l’anno, cioè dieci volte più grande dell’altro.

25.000                                    250.000

Scelgo una percentuale del 10% e la applico a entrambi i redditi. Che cosa ottengo dalla matematica?

10% di 25.000 = 2.500 

10% di 250.000 = 25.000 

Il reddito maggiore paga di sole tasse una somma pari all’intero reddito minore.

Parrebbe una cosa giusta, no? Chi ha di più paga di più. Anche la Costituzione dice che ognuno deve contribuire in base alle sue possibilità (Articolo 53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva).

Ma continuiamo con la matematica. Qual è il reddito che rimane dopo aver pagato le imposte?

25.000 – 2.500 = 22.500

250.000 – 25.000 = 225.000 

Forse adesso sembra un po’ meno giusto.

Ma un po’ TANTO meno giusto.

Non è la stessa cosa trovarsi a vivere con 22.500 euro l’anno o con 225.000: nel primo caso si sta scomodi, specie se si tratta di una famiglia; nel secondo caso ce n’è d’avanzo, perché nessuna famiglia normale ha vera necessità di spendere tutti quei soldi in un anno per vivere.

Se tutto questo accade con un banale 10%, figuriamoci quandol’aliquota è il 20% o il 25%: più che scomodi, forse si sta stretti; come in una bara.

Per questo motivo, in una proposta di flat-tax l’aliquota in sé è un elemento che non dice granché. Quello che dice molto è il resto delle condizioni: visto che la flat-tax riguarda solo l’imposta sul reddito, che succede alle altre imposte? (Iva, Imu, Irap eccetera) che ne è delle tasse per i servizi? (a parte quelle locali, che fine fa la sanità?) e qual è la franchigia?

Quella che qui io chiamo “franchigia” è la fascia di reddito da 0 a Nmila euro che NON paga l’imposta, per piatta che sia.

Come si è visto dalla matematica di prima, non è pensabile proporre una flat-tax senza una franchigia: sarebbe un’iniquità da far sembrare generoso e filantropo perfino il Vecchio Bracalone. C’è un reddito minimo che garantisce alla famiglia un’esistenza dignitosa; quel reddito non va toccato.

Ci sarà  il problema di stabilire quale sia quel reddito minimo dignitoso: trentamila l’anno? quarantamila?

Ovviamente dipende da molte cose, come il numero di persone nel nucleo familiare o la zona in cui ti trovi. Si può individuare in vari modi, per questo uso il termine generico di “franchigia” che indica l’esenzione dalle imposte. Alcuni pensano che una franchigia non sia opportuna e propongono di mantenere il sistema a scagliono sotto a un certo reddito e di adottare la flat-tax sopra. Ma anche quel “certo reddito” bisogna che sia calcolato.

Se però riusciamo a mandar gente nello spazio, direi che la matematica è ormai abbastanza sviluppata da poter fare simili calcoli. Casomai quel che manca è la volontà. Ma questa è un’altra storia.

In definitiva: quando si parla di flat-tax, non è (solo o tanto) l’aliquota che dovete guardare.

 

La proposta del prof. Francesco Forte, da Tempi Web

La proposta dell’Istituto Bruno Leoni, dal sito dell’Istituto

La proposta della Lega Nord, da affaritaliani.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ovvero, ossia, oppure

Mi ero sempre meravigliata che la cosa non avesse mai provocato incomprensioni; ormai non mi posso più meravigliare, perché infine ne ha provocate.

Mi riferisco al fatto che, per i giurisprudenti la congiunzione ovvero significa “oppure” e non, come per le persone normali, “ossia”, “cioè”.

ovvero o †o vero, †overo

[comp. di o (2) e vero; 1261 ca.]

cong.

1 Ossia: sarò da te fra quattro giorni, ovvero venerdì sera.

2 Oppure (con valore disgiuntivo): siasi questa o giustizia, ovver perdono (TASSO).

Per la verità, l’uso della giurisprudenza credo sia quello più vicino all’origine. (Se ci fate, caso, per il primo significato, lo Zingarelli riporta un esempio moderno, mentre per il secondo ce n’è uno letterario antico, anche se non tanto antico quanto la parola stessa.) Solo che ormai l’uso disgiuntivo è diventato solo “giuris” e, in certi casi, è usato con poca prudenza.

Uno di questi casi è sicuramente il comma della legge sulla legittima difesa che ha fatto cianciare a sproposito un bel po’ di gente, a partire da Matteo Salvini, accompagnato fuori dall’aula proprio durante la discussione. Non so se per lui si tratti di ignoranza o di voluta caciara, ma il fatto è che quel comma dice esattamente l’opposto di quello che ha inteso (o fatto intendere lui): dice che di notte puoi anche sparare a vanvera e nessuno ti può toccare.

E questo, riconosciamolo, non è che vada poi tanto bene.

Ma vediamo la grammatica.

Il comma controverso è questo:

«…. la reazione a un’aggressione in tempo di notte OVVERO la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno»

Appena l’ho letto, ho capito finalmente da dove fosse nato il problema di cui si parlava da due giorni. I più, incluso Salvini, hanno considerato “ovvero” come sinonimo di “ossia” e hanno letto questo:

Interpretazione 1: È legittimo reagire solo durante la notte OSSIA quando uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose (sfascia la porta d’ingresso e simili, suppongo) oppure con l’inganno o le minacce.

Sorprendentemente, hanno capito bene il secondo “ovvero”, ma non il primo. Oppure erano talmente concentrati sul primo che del secondo neanche si sono accorti?

Se invece si considera quell’ovvero come lo considerano i giurisprudenti (che poi sono i redattori delle leggi, perché le leggi non le scrive il salumiere), il comma dice esattamente il contrario:

Interpretazione 2:  È legittimo reagire durante la notte OPPURE quando [=ogni volta che] uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce.

Se invertiamo i termini disgiunti, il comma diventa:

…. la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose OVVERO con minaccia o con inganno ovvero la reazione a un’aggressione in tempo di notte

vale a dire che

Interpretazione 2 bis:  È legittimo reagire ogni volta che uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce oppure in ogni caso durante la notte.

Insomma: durante il giorno vedremo se la reazione è giustificata e proporzionata eccetera; se invece spari durante la notte, anche se spari a casaccio nel buio, non ti possiamo condannare.

Per forza molti ora dicono che la legge è scritta male: è proprio scritta male! Ma se ne sarebbero potuti accorgere anche prima. E mi auguro che ora la ritengano scritta male per i veri motivi.

Il problema è l’uso particolare di “ovvero” e l’ignoranza o la malafede di certuni.

Sulla malafede non posso nulla. Per l’ignoranza posso poco, se non far sapere che quell’uso particolare esiste. Ma poi mi chiedo: sarebbe giusto e opportuno chiedere ai giurisprudenti di cambiare oppure no?

Conosco da molto tempo quell’uso particolare per via del mio lavoro di editor; ricordo lo sconcerto della prima volta, quando fu il contesto che mi aiutò a capire, anche senza vocabolario (poi sono andata comunque a verificare). Nel tempo mi sono accorta che la maggior parte dei giurisprudenti non è in grado di liberarsi dall’uso disgiuntivo di “ovvero”: insomma, lo usano in quel modo anche quando non scrivono leggi ma solo di leggi. Non se ne rendono proprio conto.

Un po’ li capisco e non mi dispiace questo uso così arcaico, tanto più perché so che cosa vuol dire. Addirittura a volte questi particolari gergali mi sono stati d’aiuto per individuare i plagi via copia-incolla. E capisco sempre l’affezione alla propria lingua.

Solo che l’affezione non dovrebbe mai ostacolare la comunicazione, specie quando si scrivono leggi, che hanno a che fare con la vita delle persone.

No, io non vorrei che cambiassero radicalmente lingua, quelli che scrivono le leggi. Vorrei invece che stessero attenti: che pensassero a comunicare, per ciò che gli spetta, e non solo a produrre un testo. Che si chiedessero: ma questa cosa, messa così, sarà equivoca o sarà comprensibile?

Scrivere “o” al posto di “ovvero” non sarebbe tanto sconvolgente ma in molti casi potrebbe evitare confusione e tante chiacchiere inutili.

 

Un buon articolo sulla legge:

Le critiche alla legge sulla legittima difesa Il Post, 5 maggio 2017

 

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Avvento

Il Natale si chiama così perché il 25 dicembre noi cristiani ricordiamo la nascita di Gesù, ricordiamo che Dio un giorno è nato come uomo; il giorno in cui uno nasce si chiama in latino dies natalis, da cui Natale.

Se avessimo voluto commemorare qualcos’altro, la festa avrebbe un altro nome. Visto che nel periodo intorno al solstizio d’inverno c’è sempre stata qualche festa, avremmo avuto solo l’imbarazzo della scelta. A noi però interessava e interessa quell’Avvenimento e non qualcos’altro: Dio che viene a farci compagnia nel mondo come un uomo.

Siccome ci interessa molto, ci prepariamo alla festa con un periodo appositol’Avvento.

Avvento deriva da una parola degli antichi Latini, adventus, che indicava il momento in cui la divinità entrava nel tempio ad essa dedicato. Noi cristiani invece la usammo per indicare non il momento dell’arrivo del Bambino (anche perché il momento del Suo ingresso nel mondo è il momento del concepimento, che celebriamo il 25 marzo con la festa dell’Annunciazione), ma il tempo di attesa che precede la nascita. Questo per tre motivi:

* perché all’inizio ci fu un’attesa, una duplice attesa: l’attesa del Messia, da parte del popolo di Israele, ma anche l’attesa molto concreta del parto;

* perché attendiamo che Gesù torni alla fine dei tempi, come lui stesso ha promesso;

* e per imparare ad attendere e chiedere che venga ogni giorno, come dice il “Padre nostro”: venga il tuo Regno. Il Regno è Gesù stesso.

Tutto il calendario liturgico serve a questo: nel corso dell’anno ci mette davanti agli occhi ora quel tema e ora quell’altro, con l’obiettivo di arrivare a vivere ogni giorno le cose su cui ci concentriamo nei vari periodi. L’idea generale, insomma, è che ogni giorno facciamo memoria della venuta di Gesù (Natale), della Passione e della Risurrezione (Pasqua), della vita oltre la morte, con i suoi premi e i suoi pianti (le feste dei Santi e dei Morti) e così via.

Le circa quattro settimane di Avvento che precedono il Natale, così come le settimane di Quaresima, servono per imparare ad attendere e chiedere; non per niente, uno dei canti principali dell’Avvento è il Rorate caeli desuper, nelle sue varie versioni.

A che serve, però? Se lo so già, che Natale viene e che Gesù è nato eccetera, a che serve prepararmici? E tutti gli anni, per giunta?

Piccolo principe volpe

Se per esempio verrai alle quattro del pomeriggio,
già dalle tre io comincerò a essere felice.

Più il tempo passerà e più mi sentirò felice.

Finché alle quattro sarò tutta agitata e in apprensione:
scoprirò il valore della felicità!

Ma se vieni quando capita,
non saprò mai a che ora vestirmi il cuore…

—la Volpe al Piccolo Principe, capitolo XXI

 

Ci occorre una preparazione per gustare le cose belle, altrimenti dopo un po’ non c’interessano più.

C’è il rischio che uno dica “va be’, ma tanto lo so che è venuto, che è risorto” e in questo modo, anche se lo sa, nella vita quotidiana se lo scorda e smette di chiedere che riaccada e smette di essere felice del fatto che è accaduto e accade.

Si tratta di un’evidenza sperimentale, non di un’ipotesi o di una fissa clericale: ognuno ha qualche esperienza di cose che “sapeva già” e che gli sono diventate insignificanti, che ha cominciato a dare per scontate o magari a trovare fastidiose. Non devono per forza essere cose importanti. Funziona così con tutto.

Un buon Avvento a chi attende e a chi non attende niente.

(28 novembre 2015)

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Percezione e realtà: scomuniche

L’altro giorno, quando i telegiornali hanno annunciato che il Santo Padre aveva concesso a ogni sacerdote di assolvere dal peccato di aborto (e l’hanno fatto come se avesse detto “abortite pure, tanto poi è una strada in discesa” ma ora lasciamo stare la scarsa qualità del giornalismo), ho scoperto con vera sorpresa che ci sarebbero persone convinte che la scomunica le metta da parte per sempre. La mente moderna mi sconcerta sempre ma stavolta ha superato se stessa.

A causa delle persone da cui l’ho sentito affermare, non posso credere che sia una bubbola da propaganda; devo credere per forza che sia una posizione sincera. Oltre che sincera, però, è anche una posizione ignorante e superstiziosa. Mi si stringe il cuore per Diderot: chissà quanto s’angoscia a vedere i cervelli che lui e i suoi compari hanno contribuito a generare?

Che una scomunica sia fatta per “mettere da parte” è vero; che sia “per sempre” è una scemenza grande quanto Giove. La scomunica funziona solo in virtù di due caratteristiche e una di queste è proprio il fatto che può e deve essere revocata quando chi ne è colpito si pente del peccato che gliel’ha portata addosso; se fosse “per sempre” non servirebbe a niente.

Basterebbe conoscere quattro righe di storia: l’imperatore Enrico a Canossa, per esempio. Ma no, cavolo, troppa fatica! E allora, come se un aborto di per sé non fosse già un ottimo motivo per lacerarsi l’anima, si sta lì a preoccuparsi di qualcosa che

a) non è vero e

b) non riguarda nemmeno tutti.

Perché l’altra cosa che fa funzionare la scomunica è il fatto che presuppone l’esistenza di una comunità rispetto alla quale essere “messi da parte”. Trattandosi della religione minoritaria che chiamiamo cattolica, questa comunità è la comunità cattolica, la Chiesa in ogni sua articolazione; e non si può, in buona fede, affermare che riguardi tutti.

Quelli che non si riconoscono cattolici non dovrebbero ragionevolmente avere problemi con una scomunica. Io non avrei ragionevolmente problemi con una fatwah; avrei forse il pensiero che qualcuno possa tagliarmi la gola, ma la fatwah di per sé mi farebbe un baffo, come si usa dire. I cattolici non tagliano la gola al prossimo per via delle scomuniche, quindi non vedo bene il problema per i non-cattolici. Forse hanno consistenti problemi di autoinganno o di malafede: ma non poter avere i sacramenti cattolici, tranne che in punto di morte, a costoro non dovrebbe fare né caldo né freddo. Se non sono mai stati cattolici, la cosa non li tocca; se hanno abbandonato la Chiesa cattolica, la cosa non dovrebbe più toccarli.

Quanto al timore che siano gli altri cattolici a poterti mettere da parte”… be’, per farlo si dovrebbe sapere che uno è scomunicato. E in genere non si sa, perché nessuno se ne va in giro col cartello “ho ammazzato un bambino prima che nascesse” o la descrizione di qualunque altro peccato soggetto a scomunica.

Ma c’è un ma.

Anche considerando che qualunque scomunica dovrebbe essere un problema solo per chi è cattolico, o meglio per chi è battezzato, c’è da ricordare che quelli che non si riconoscono cattolici o cristiani potrebbero comunque esserlo stati, e quindi potrebbero effettivamente sentirsi feriti. Lo troverei un sentimento misterioso, visto che se ne sono andati da sé, ma penso che potrebbe esistere, come esiste la nostalgia.

Soprattutto, però, la Chiesa cattolica è l’unica istituzione al mondo che afferma di poter perdonare i peccati. E questo non è uguale a zero.  

Altri ti metteranno in testa che abortendo hai esercitato un diritto, o aiutato a esercitarlo, e cose del genere; e la ferita non guarirà, perché nessun autoinganno ti può proteggere da questo genere di ferite. Ma la Chiesa dice di poter perdonare i peccati, tutti, e che nessuno è escluso dall’abbraccio di Dio; al punto che il primo a entrare in paradiso insieme a Gesù fu un ladro, forse anche assassino, non certo una brava persona. Questo è interessante e non si trova da nessun’altra parte.

È questo a rendere tanto importante il fatto che ogni sacerdote possa assolvere dal peccato di aborto.

Non immagino code di non-cattolici ai confessionali; non ci sono nemmeno code di cattolici (anche per questo è tanto facile gabbarli col cattivo giornalismo). Però sapere che esiste un luogo in cui puoi andare ed essere perdonato, secondo me non è uguale a zero anche per chi non è cattolico.

Pentirsi realmente è la seconda cosa più difficile. La cosa difficile in assoluto è credere che ci sia qualcuno che ti perdona quando sei pentito; perché noi non siamo disposti a perdonare noi stessi, quando abbiamo fatto una cosa davvero grave e ne siamo realmente addolorati. Ci vuole qualcuno fuori di noi, per questo. Ecco, la decisione del Santo Padre rende più chiaro che qualcuno c’è. C’era anche prima, ma forse non era molto chiaro. Ora è più chiaro.

Non si è trattato di fare i conti con una percezione che esiste, per quanto sbagliata, come ho pensato lì per lì. Si è trattato invece – come del resto dice il Santo Padre nella lettera, solo che uno la leggesse – di ricordare a tutti che non esiste peccato, per quanto grande, che Dio non possa perdonare e che non voglia perdonare, se uno è davvero pentito:

«non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre» (Misericordia et misera, par. 12).

Questa può sembrare una novità solo ai legalisti. Ma di legalisti ce ne sono fin troppi, fuori e dentro la Chiesa. Ben venga che il Santo Padre l’abbia specificato di nuovo in una simile occasione, così magari ci rimane più impresso.

E non è vero che così si attenua la percezione del peccato grave; affermare questo sarebbe come dire che, non esistendo l’obbligo di farsi medicare, è meno grave la percezione di dolore quando ti tagli un braccio con una sega a nastro. Abortire non è come iscriversi al partito comunista o alla massoneria.

È vero, invece, che questa decisione richiede un supplemento di responsabilità da parte dei confessori e anche degli altri fedeli, specie per combattere le due amiche di Diderot, ignoranza e superstizione. Sarebbe ora di capirlo: istruire gli ignoranti è un’opera di carità, però richiede che siamo disposti a imparare prima di insegnare agli altri.

Se fossi il Vaticano, metterei di moda una mezz’oretta di scuola domenicale prima o dopo la messa di precetto. E insegnerei le cose come sono e non come la percezione degli ignoranti (o la malafede dei cattivi) le presenta. Siccome però non lo sono, mi arrangerò con quello che ho.

Continua? 

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Mondo Primario e Mondo Secondario: Realtà e Finzione

Penso che sarà capitato a molti di svolgere qualche compito mentalmente poco impegnativo (pulire le finestre, annaffiare il giardino) e nel frattempo di concentrarsi così tanto su un qualche pensiero da riuscire a isolarsi completamente. A me succede, al padre Dante succedeva e credo che succeda a un bel po’ di persone. Non dico a tutte ma a molte sì.

Ora, una cosa che succede a molte persone, anche se non a tutte, è un dato dell’esperienza; fa parte della realtà, fa parte di ciò che esiste nel mondo primario. Se è successo a te, sai che può succedere. Se non ti è mai successo, sai che comunque può capitare ad altri. È così che si propagano le conoscenze basate sull’esperienza; sennò staremmo ancora lì a capire come cementare i mattoni per far sì che i muri stiano in piedi. Per non dir niente degli esperimenti di Galilei o di Newton: ogni fisico dovrebbe sempre ricominciare da capo! E anche le cuoche, come farebbero a sapere che l’uovo è un legante? Saremmo ancora fermi ai budelli come gli antichi Romani.

Il passaggio di conoscenze da una persona a un’altra si chiama tradizione, dal termine latino traditio, traditionis, che significa “consegna”. La tradizione è il consegnare una conoscenza o un’usanza da una persona che sa a una che non sa ancora.

tradizione

[vc. dotta, lat. traditione(m), da traditus ‘tràdito (2)’; 1338 ca.]

s.f.

1 Trasmissione nel tempo di notizie, memorie, consuetudini da una generazione all’altra attraverso l’esempio o mediante informazioni, testimonianze e ammaestramenti orali o scritti: sapere, conoscere per tradizione; la tradizione ininterrotta della musica popolare; è volgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fosse… stata monarchia (VICO) | Tradizione orale, complesso di testimonianze su fatti o costumi trasmesse oralmente da una generazione all’altra e utilizzate spec. nel corso di ricerche e studi etnologici | (est.) Opinione, usanza e sim. così tramandata: sono cose attestate dalla tradizione; cerimonia regolata secondo una tradizione antichissima | (est.) Uso, regola costituiti sulla tradizione stessa: liberarsi dalla tradizione.

2 (colloq.) Consuetudine: per tradizione si vestono da anni dallo stesso sarto.

3 Forma sotto la quale i documenti antichi e medievali sono giunti fino a noi e cioè in minuta, in originale o in copia | Complesso delle copie manoscritte derivate dall’originale di un autore.

4 (dir.) Consegna di una cosa da un soggetto a un altro che ne acquista il possesso: tradizione consensuale, effettiva, simbolica.

5 Uso o comportamento rituale non attestato nei libri sacri e trasmesso per costante adozione.

 

Solo che oggi questo meccanismo (perché si tratta di un meccanismo, in fin dei conti) si è interrotto. Come se qualcuno avesse infilato un bastone tra gli ingranaggi.

Così tocca sentire di un poveraccio sospettato, senza l’ombra di una prova, di aver ammazzato la moglie solo perché, se era in giardino ad annaffiare e il giardino è piccolo, nell’ipotesi che se un estraneo fosse entrato in casa il marito avrebbe dovuto sentire qualcosa. Io affermo che è possibile che uno non senta nemmeno una motosega, se è veramente immerso nei suoi pensieri; a meno che non gliela accendano davanti, che però non è il caso in questione.

Ma il marito è sempre il primo sospettato, dirà qualcuno, è la prassi.

Sicuro, in mancanza di un prete negro da incolpare la prassi è questa, sono d’accordo. Dirò di più: è sempre piuttosto ragionevole pensare che ti abbia ammazzato uno che ti conosceva, specie se eri in casa tua. Io non obietto minimamente alla prassi. Ma un conto è la prassi; un conto è sostenere la prassi con delle fesserie.

Nel caso in questione – che è l’assassinio della professoressa Del Gaudio – c’è anche l’episodio ridicolo della busta supposta proveniente dalle vacanze nel Sud Italia, che invece proveniva da un caseificio nelle vicinanze. Provenendo da un caseificio nelle vicinanze, poteva essere (e senz’altro era) in decine di altre case come era in casa Del Gaudio; anzi, se davvero in casa Del Gaudio c’è arrivata la mattina dell’omicidio, mi sembra assai poco plausibile che sia stata usata per un omicidio premeditato: se io premeditassi un omicidio, premediterei anche il modo di sbarazzarmi degli attrezzi in maniera pulita. Se invece l’omicidio non era premeditato, si capisce che l’assassino avrà preso la prima busta che ha trovato, che verosimilmente è l’ultima entrata in casa. Questo però vorrebbe solo dire che l’assassino era in casa, il che era già chiaro; non indica niente altro.

Be’, ma se il marito era lì vicino perché non ha sentito?

Ma non l’ho già detto?

Così si ragiona in circolo. Secondo Chesterton, gli inglesi dei suoi tempi l’avevano imparato dalle storie di detective; alla fine, l’abbiamo imparato anche noi, leggendo le stesse storie.

Quello che sta nelle storie si chiama mondo secondario. È un mondo finto, di finzione: lo creiamo noi.

Ho sempre detto che le parole sono nomi di esperienze, e questo è vero sia nel mondo primario sia nel mondo secondario. Nel mondo secondario, quello della finzione, tuttavia, esistono parole che sono nomi di cose che non esistono nella realtà primaria: cose come il Rok e il Sarchiapone o Sauron e gli Orchi di Mordor.

Il guaio è che nel mondo secondario esistono anche altre cose che non esistono nel mondo primario: per esempio, che il colpevole è sempre il maggiordomo… o il marito; che è possibile capire se uno è mancino da come ha rimesso a posto una tazza; e via così.

Se le finzioni del mondo secondario vengono prese come criteri del mondo primario, specie da giornalisti o investigatori o giudici, finiamo nei guai. E tendiamo a mandar la gente in galera senza prove.

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