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Ovvero, ossia, oppure

Mi ero sempre meravigliata che la cosa non avesse mai provocato incomprensioni; ormai non mi posso più meravigliare, perché infine ne ha provocate.

Mi riferisco al fatto che, per i giurisprudenti la congiunzione ovvero significa “oppure” e non, come per le persone normali, “ossia”, “cioè”.

ovvero o †o vero, †overo

[comp. di o (2) e vero; 1261 ca.]

cong.

1 Ossia: sarò da te fra quattro giorni, ovvero venerdì sera.

2 Oppure (con valore disgiuntivo): siasi questa o giustizia, ovver perdono (TASSO).

Per la verità, l’uso della giurisprudenza credo sia quello più vicino all’origine. (Se ci fate, caso, per il primo significato, lo Zingarelli riporta un esempio moderno, mentre per il secondo ce n’è uno letterario antico, anche se non tanto antico quanto la parola stessa.) Solo che ormai l’uso disgiuntivo è diventato solo “giuris” e, in certi casi, è usato con poca prudenza.

Uno di questi casi è sicuramente il comma della legge sulla legittima difesa che ha fatto cianciare a sproposito un bel po’ di gente, a partire da Matteo Salvini, accompagnato fuori dall’aula proprio durante la discussione. Non so se per lui si tratti di ignoranza o di voluta caciara, ma il fatto è che quel comma dice esattamente l’opposto di quello che ha inteso (o fatto intendere lui): dice che di notte puoi anche sparare a vanvera e nessuno ti può toccare.

E questo, riconosciamolo, non è che vada poi tanto bene.

Ma vediamo la grammatica.

Il comma controverso è questo:

«…. la reazione a un’aggressione in tempo di notte OVVERO la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno»

Appena l’ho letto, ho capito finalmente da dove fosse nato il problema di cui si parlava da due giorni. I più, incluso Salvini, hanno considerato “ovvero” come sinonimo di “ossia” e hanno letto questo:

Interpretazione 1: È legittimo reagire solo durante la notte OSSIA quando uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose (sfascia la porta d’ingresso e simili, suppongo) oppure con l’inganno o le minacce.

Sorprendentemente, hanno capito bene il secondo “ovvero”, ma non il primo. Oppure erano talmente concentrati sul primo che del secondo neanche si sono accorti?

Se invece si considera quell’ovvero come lo considerano i giurisprudenti (che poi sono i redattori delle leggi, perché le leggi non le scrive il salumiere), il comma dice esattamente il contrario:

Interpretazione 2:  È legittimo reagire durante la notte OPPURE quando [=ogni volta che] uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce.

Se invertiamo i termini disgiunti, il comma diventa:

…. la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose OVVERO con minaccia o con inganno ovvero la reazione a un’aggressione in tempo di notte

vale a dire che

Interpretazione 2 bis:  È legittimo reagire ogni volta che uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce oppure in ogni caso durante la notte.

Insomma: durante il giorno vedremo se la reazione è giustificata e proporzionata eccetera; se invece spari durante la notte, anche se spari a casaccio nel buio, non ti possiamo condannare.

Per forza molti ora dicono che la legge è scritta male: è proprio scritta male! Ma se ne sarebbero potuti accorgere anche prima. E mi auguro che ora la ritengano scritta male per i veri motivi.

Il problema è l’uso particolare di “ovvero” e l’ignoranza o la malafede di certuni.

Sulla malafede non posso nulla. Per l’ignoranza posso poco, se non far sapere che quell’uso particolare esiste. Ma poi mi chiedo: sarebbe giusto e opportuno chiedere ai giurisprudenti di cambiare oppure no?

Conosco da molto tempo quell’uso particolare per via del mio lavoro di editor; ricordo lo sconcerto della prima volta, quando fu il contesto che mi aiutò a capire, anche senza vocabolario (poi sono andata comunque a verificare). Nel tempo mi sono accorta che la maggior parte dei giurisprudenti non è in grado di liberarsi dall’uso disgiuntivo di “ovvero”: insomma, lo usano in quel modo anche quando non scrivono leggi ma solo di leggi. Non se ne rendono proprio conto.

Un po’ li capisco e non mi dispiace questo uso così arcaico, tanto più perché so che cosa vuol dire. Addirittura a volte questi particolari gergali mi sono stati d’aiuto per individuare i plagi via copia-incolla. E capisco sempre l’affezione alla propria lingua.

Solo che l’affezione non dovrebbe mai ostacolare la comunicazione, specie quando si scrivono leggi, che hanno a che fare con la vita delle persone.

No, io non vorrei che cambiassero radicalmente lingua, quelli che scrivono le leggi. Vorrei invece che stessero attenti: che pensassero a comunicare, per ciò che gli spetta, e non solo a produrre un testo. Che si chiedessero: ma questa cosa, messa così, sarà equivoca o sarà comprensibile?

Scrivere “o” al posto di “ovvero” non sarebbe tanto sconvolgente ma in molti casi potrebbe evitare confusione e tante chiacchiere inutili.

 

Un buon articolo sulla legge:

Le critiche alla legge sulla legittima difesa Il Post, 5 maggio 2017

 

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Avvento

Il Natale si chiama così perché il 25 dicembre noi cristiani ricordiamo la nascita di Gesù, ricordiamo che Dio un giorno è nato come uomo; il giorno in cui uno nasce si chiama in latino dies natalis, da cui Natale.

Se avessimo voluto commemorare qualcos’altro, la festa avrebbe un altro nome. Visto che nel periodo intorno al solstizio d’inverno c’è sempre stata qualche festa, avremmo avuto solo l’imbarazzo della scelta. A noi però interessava e interessa quell’Avvenimento e non qualcos’altro: Dio che viene a farci compagnia nel mondo come un uomo.

Siccome ci interessa molto, ci prepariamo alla festa con un periodo appositol’Avvento.

Avvento deriva da una parola degli antichi Latini, adventus, che indicava il momento in cui la divinità entrava nel tempio ad essa dedicato. Noi cristiani invece la usammo per indicare non il momento dell’arrivo del Bambino (anche perché il momento del Suo ingresso nel mondo è il momento del concepimento, che celebriamo il 25 marzo con la festa dell’Annunciazione), ma il tempo di attesa che precede la nascita. Questo per tre motivi:

* perché all’inizio ci fu un’attesa, una duplice attesa: l’attesa del Messia, da parte del popolo di Israele, ma anche l’attesa molto concreta del parto;

* perché attendiamo che Gesù torni alla fine dei tempi, come lui stesso ha promesso;

* e per imparare ad attendere e chiedere che venga ogni giorno, come dice il “Padre nostro”: venga il tuo Regno. Il Regno è Gesù stesso.

Tutto il calendario liturgico serve a questo: nel corso dell’anno ci mette davanti agli occhi ora quel tema e ora quell’altro, con l’obiettivo di arrivare a vivere ogni giorno le cose su cui ci concentriamo nei vari periodi. L’idea generale, insomma, è che ogni giorno facciamo memoria della venuta di Gesù (Natale), della Passione e della Risurrezione (Pasqua), della vita oltre la morte, con i suoi premi e i suoi pianti (le feste dei Santi e dei Morti) e così via.

Le circa quattro settimane di Avvento che precedono il Natale, così come le settimane di Quaresima, servono per imparare ad attendere e chiedere; non per niente, uno dei canti principali dell’Avvento è il Rorate caeli desuper, nelle sue varie versioni.

A che serve, però? Se lo so già, che Natale viene e che Gesù è nato eccetera, a che serve prepararmici? E tutti gli anni, per giunta?

Piccolo principe volpe

Se per esempio verrai alle quattro del pomeriggio,
già dalle tre io comincerò a essere felice.

Più il tempo passerà e più mi sentirò felice.

Finché alle quattro sarò tutta agitata e in apprensione:
scoprirò il valore della felicità!

Ma se vieni quando capita,
non saprò mai a che ora vestirmi il cuore…

—la Volpe al Piccolo Principe, capitolo XXI

 

Ci occorre una preparazione per gustare le cose belle, altrimenti dopo un po’ non c’interessano più.

C’è il rischio che uno dica “va be’, ma tanto lo so che è venuto, che è risorto” e in questo modo, anche se lo sa, nella vita quotidiana se lo scorda e smette di chiedere che riaccada e smette di essere felice del fatto che è accaduto e accade.

Si tratta di un’evidenza sperimentale, non di un’ipotesi o di una fissa clericale: ognuno ha qualche esperienza di cose che “sapeva già” e che gli sono diventate insignificanti, che ha cominciato a dare per scontate o magari a trovare fastidiose. Non devono per forza essere cose importanti. Funziona così con tutto.

Un buon Avvento a chi attende e a chi non attende niente.

(28 novembre 2015)

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Percezione e realtà: scomuniche

L’altro giorno, quando i telegiornali hanno annunciato che il Santo Padre aveva concesso a ogni sacerdote di assolvere dal peccato di aborto (e l’hanno fatto come se avesse detto “abortite pure, tanto poi è una strada in discesa” ma ora lasciamo stare la scarsa qualità del giornalismo), ho scoperto con vera sorpresa che ci sarebbero persone convinte che la scomunica le metta da parte per sempre. La mente moderna mi sconcerta sempre ma stavolta ha superato se stessa.

A causa delle persone da cui l’ho sentito affermare, non posso credere che sia una bubbola da propaganda; devo credere per forza che sia una posizione sincera. Oltre che sincera, però, è anche una posizione ignorante e superstiziosa. Mi si stringe il cuore per Diderot: chissà quanto s’angoscia a vedere i cervelli che lui e i suoi compari hanno contribuito a generare?

Che una scomunica sia fatta per “mettere da parte” è vero; che sia “per sempre” è una scemenza grande quanto Giove. La scomunica funziona solo in virtù di due caratteristiche e una di queste è proprio il fatto che può e deve essere revocata quando chi ne è colpito si pente del peccato che gliel’ha portata addosso; se fosse “per sempre” non servirebbe a niente.

Basterebbe conoscere quattro righe di storia: l’imperatore Enrico a Canossa, per esempio. Ma no, cavolo, troppa fatica! E allora, come se un aborto di per sé non fosse già un ottimo motivo per lacerarsi l’anima, si sta lì a preoccuparsi di qualcosa che

a) non è vero e

b) non riguarda nemmeno tutti.

Perché l’altra cosa che fa funzionare la scomunica è il fatto che presuppone l’esistenza di una comunità rispetto alla quale essere “messi da parte”. Trattandosi della religione minoritaria che chiamiamo cattolica, questa comunità è la comunità cattolica, la Chiesa in ogni sua articolazione; e non si può, in buona fede, affermare che riguardi tutti.

Quelli che non si riconoscono cattolici non dovrebbero ragionevolmente avere problemi con una scomunica. Io non avrei ragionevolmente problemi con una fatwah; avrei forse il pensiero che qualcuno possa tagliarmi la gola, ma la fatwah di per sé mi farebbe un baffo, come si usa dire. I cattolici non tagliano la gola al prossimo per via delle scomuniche, quindi non vedo bene il problema per i non-cattolici. Forse hanno consistenti problemi di autoinganno o di malafede: ma non poter avere i sacramenti cattolici, tranne che in punto di morte, a costoro non dovrebbe fare né caldo né freddo. Se non sono mai stati cattolici, la cosa non li tocca; se hanno abbandonato la Chiesa cattolica, la cosa non dovrebbe più toccarli.

Quanto al timore che siano gli altri cattolici a poterti mettere da parte”… be’, per farlo si dovrebbe sapere che uno è scomunicato. E in genere non si sa, perché nessuno se ne va in giro col cartello “ho ammazzato un bambino prima che nascesse” o la descrizione di qualunque altro peccato soggetto a scomunica.

Ma c’è un ma.

Anche considerando che qualunque scomunica dovrebbe essere un problema solo per chi è cattolico, o meglio per chi è battezzato, c’è da ricordare che quelli che non si riconoscono cattolici o cristiani potrebbero comunque esserlo stati, e quindi potrebbero effettivamente sentirsi feriti. Lo troverei un sentimento misterioso, visto che se ne sono andati da sé, ma penso che potrebbe esistere, come esiste la nostalgia.

Soprattutto, però, la Chiesa cattolica è l’unica istituzione al mondo che afferma di poter perdonare i peccati. E questo non è uguale a zero.  

Altri ti metteranno in testa che abortendo hai esercitato un diritto, o aiutato a esercitarlo, e cose del genere; e la ferita non guarirà, perché nessun autoinganno ti può proteggere da questo genere di ferite. Ma la Chiesa dice di poter perdonare i peccati, tutti, e che nessuno è escluso dall’abbraccio di Dio; al punto che il primo a entrare in paradiso insieme a Gesù fu un ladro, forse anche assassino, non certo una brava persona. Questo è interessante e non si trova da nessun’altra parte.

È questo a rendere tanto importante il fatto che ogni sacerdote possa assolvere dal peccato di aborto.

Non immagino code di non-cattolici ai confessionali; non ci sono nemmeno code di cattolici (anche per questo è tanto facile gabbarli col cattivo giornalismo). Però sapere che esiste un luogo in cui puoi andare ed essere perdonato, secondo me non è uguale a zero anche per chi non è cattolico.

Pentirsi realmente è la seconda cosa più difficile. La cosa difficile in assoluto è credere che ci sia qualcuno che ti perdona quando sei pentito; perché noi non siamo disposti a perdonare noi stessi, quando abbiamo fatto una cosa davvero grave e ne siamo realmente addolorati. Ci vuole qualcuno fuori di noi, per questo. Ecco, la decisione del Santo Padre rende più chiaro che qualcuno c’è. C’era anche prima, ma forse non era molto chiaro. Ora è più chiaro.

Non si è trattato di fare i conti con una percezione che esiste, per quanto sbagliata, come ho pensato lì per lì. Si è trattato invece – come del resto dice il Santo Padre nella lettera, solo che uno la leggesse – di ricordare a tutti che non esiste peccato, per quanto grande, che Dio non possa perdonare e che non voglia perdonare, se uno è davvero pentito:

«non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre» (Misericordia et misera, par. 12).

Questa può sembrare una novità solo ai legalisti. Ma di legalisti ce ne sono fin troppi, fuori e dentro la Chiesa. Ben venga che il Santo Padre l’abbia specificato di nuovo in una simile occasione, così magari ci rimane più impresso.

E non è vero che così si attenua la percezione del peccato grave; affermare questo sarebbe come dire che, non esistendo l’obbligo di farsi medicare, è meno grave la percezione di dolore quando ti tagli un braccio con una sega a nastro. Abortire non è come iscriversi al partito comunista o alla massoneria.

È vero, invece, che questa decisione richiede un supplemento di responsabilità da parte dei confessori e anche degli altri fedeli, specie per combattere le due amiche di Diderot, ignoranza e superstizione. Sarebbe ora di capirlo: istruire gli ignoranti è un’opera di carità, però richiede che siamo disposti a imparare prima di insegnare agli altri.

Se fossi il Vaticano, metterei di moda una mezz’oretta di scuola domenicale prima o dopo la messa di precetto. E insegnerei le cose come sono e non come la percezione degli ignoranti (o la malafede dei cattivi) le presenta. Siccome però non lo sono, mi arrangerò con quello che ho.

Continua? 

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Mondo Primario e Mondo Secondario: Realtà e Finzione

Penso che sarà capitato a molti di svolgere qualche compito mentalmente poco impegnativo (pulire le finestre, annaffiare il giardino) e nel frattempo di concentrarsi così tanto su un qualche pensiero da riuscire a isolarsi completamente. A me succede, al padre Dante succedeva e credo che succeda a un bel po’ di persone. Non dico a tutte ma a molte sì.

Ora, una cosa che succede a molte persone, anche se non a tutte, è un dato dell’esperienza; fa parte della realtà, fa parte di ciò che esiste nel mondo primario. Se è successo a te, sai che può succedere. Se non ti è mai successo, sai che comunque può capitare ad altri. È così che si propagano le conoscenze basate sull’esperienza; sennò staremmo ancora lì a capire come cementare i mattoni per far sì che i muri stiano in piedi. Per non dir niente degli esperimenti di Galilei o di Newton: ogni fisico dovrebbe sempre ricominciare da capo! E anche le cuoche, come farebbero a sapere che l’uovo è un legante? Saremmo ancora fermi ai budelli come gli antichi Romani.

Il passaggio di conoscenze da una persona a un’altra si chiama tradizione, dal termine latino traditio, traditionis, che significa “consegna”. La tradizione è il consegnare una conoscenza o un’usanza da una persona che sa a una che non sa ancora.

tradizione

[vc. dotta, lat. traditione(m), da traditus ‘tràdito (2)’; 1338 ca.]

s.f.

1 Trasmissione nel tempo di notizie, memorie, consuetudini da una generazione all’altra attraverso l’esempio o mediante informazioni, testimonianze e ammaestramenti orali o scritti: sapere, conoscere per tradizione; la tradizione ininterrotta della musica popolare; è volgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fosse… stata monarchia (VICO) | Tradizione orale, complesso di testimonianze su fatti o costumi trasmesse oralmente da una generazione all’altra e utilizzate spec. nel corso di ricerche e studi etnologici | (est.) Opinione, usanza e sim. così tramandata: sono cose attestate dalla tradizione; cerimonia regolata secondo una tradizione antichissima | (est.) Uso, regola costituiti sulla tradizione stessa: liberarsi dalla tradizione.

2 (colloq.) Consuetudine: per tradizione si vestono da anni dallo stesso sarto.

3 Forma sotto la quale i documenti antichi e medievali sono giunti fino a noi e cioè in minuta, in originale o in copia | Complesso delle copie manoscritte derivate dall’originale di un autore.

4 (dir.) Consegna di una cosa da un soggetto a un altro che ne acquista il possesso: tradizione consensuale, effettiva, simbolica.

5 Uso o comportamento rituale non attestato nei libri sacri e trasmesso per costante adozione.

 

Solo che oggi questo meccanismo (perché si tratta di un meccanismo, in fin dei conti) si è interrotto. Come se qualcuno avesse infilato un bastone tra gli ingranaggi.

Così tocca sentire di un poveraccio sospettato, senza l’ombra di una prova, di aver ammazzato la moglie solo perché, se era in giardino ad annaffiare e il giardino è piccolo, nell’ipotesi che se un estraneo fosse entrato in casa il marito avrebbe dovuto sentire qualcosa. Io affermo che è possibile che uno non senta nemmeno una motosega, se è veramente immerso nei suoi pensieri; a meno che non gliela accendano davanti, che però non è il caso in questione.

Ma il marito è sempre il primo sospettato, dirà qualcuno, è la prassi.

Sicuro, in mancanza di un prete negro da incolpare la prassi è questa, sono d’accordo. Dirò di più: è sempre piuttosto ragionevole pensare che ti abbia ammazzato uno che ti conosceva, specie se eri in casa tua. Io non obietto minimamente alla prassi. Ma un conto è la prassi; un conto è sostenere la prassi con delle fesserie.

Nel caso in questione – che è l’assassinio della professoressa Del Gaudio – c’è anche l’episodio ridicolo della busta supposta proveniente dalle vacanze nel Sud Italia, che invece proveniva da un caseificio nelle vicinanze. Provenendo da un caseificio nelle vicinanze, poteva essere (e senz’altro era) in decine di altre case come era in casa Del Gaudio; anzi, se davvero in casa Del Gaudio c’è arrivata la mattina dell’omicidio, mi sembra assai poco plausibile che sia stata usata per un omicidio premeditato: se io premeditassi un omicidio, premediterei anche il modo di sbarazzarmi degli attrezzi in maniera pulita. Se invece l’omicidio non era premeditato, si capisce che l’assassino avrà preso la prima busta che ha trovato, che verosimilmente è l’ultima entrata in casa. Questo però vorrebbe solo dire che l’assassino era in casa, il che era già chiaro; non indica niente altro.

Be’, ma se il marito era lì vicino perché non ha sentito?

Ma non l’ho già detto?

Così si ragiona in circolo. Secondo Chesterton, gli inglesi dei suoi tempi l’avevano imparato dalle storie di detective; alla fine, l’abbiamo imparato anche noi, leggendo le stesse storie.

Quello che sta nelle storie si chiama mondo secondario. È un mondo finto, di finzione: lo creiamo noi.

Ho sempre detto che le parole sono nomi di esperienze, e questo è vero sia nel mondo primario sia nel mondo secondario. Nel mondo secondario, quello della finzione, tuttavia, esistono parole che sono nomi di cose che non esistono nella realtà primaria: cose come il Rok e il Sarchiapone o Sauron e gli Orchi di Mordor.

Il guaio è che nel mondo secondario esistono anche altre cose che non esistono nel mondo primario: per esempio, che il colpevole è sempre il maggiordomo… o il marito; che è possibile capire se uno è mancino da come ha rimesso a posto una tazza; e via così.

Se le finzioni del mondo secondario vengono prese come criteri del mondo primario, specie da giornalisti o investigatori o giudici, finiamo nei guai. E tendiamo a mandar la gente in galera senza prove.

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Codarda, forse, incapace no

Virginia Raggi, sindaca di Roma, ha usato due argomenti per motivare il rifiuto di cedere Roma ai comodi olimpici.

Uno degli argomenti era eccellente: non ce lo possiamo permettere. Non è la prima ad usarlo; e l’assessore all’urbanistica che dice che “senza i soldi delle Olimpiadi la città andrà in default” mostra di non aver capito bene che cosa vuol dire “soldi per le Olimpiadi” se pensava di usarli per qualcos’altro.

Ma l’altro argomento non era eccellente. L’altro era un argomento da codardi.

C’è la corruzione nelle costruzioni? Ma certo che c’è. Se però uno dovesse evitare di costruire le case perché c’è la corruzione, abiteremmo tutti in tenda. Che magari sarebbe anche una buona soluzione per il problema dei terremoti, anziché sottostare alla gabella dell’assicurazione antisisma che sicuramente ci arriverà tra capo e collo entro un paio d’anni, ma ora non c’entra.

Sono i codardi quelli che fanno e non fanno cose per evitare i pericoli. Anche se nel caso di Roma potrebbe trattarsi solo di sana prudenza.

codardo

[fr. ant. couard ‘con la coda bassa’, da cou, forma ant. di ‘coda’; 1266]

A agg.

1 (lett.) Che si ritira, per pusillanimità, vigliaccheria e sim., di fronte a rischi, pericoli e doveri | Vile: io so’ de’ paladini il più codardo (PULCI). SIN. Vigliacco.

2 (est., lett.) Che rivela, nasce da, codardia: gesto codardo; vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio (MANZONI).

|| codardamente, avv.

B s. m. (f. -a)

* Persona codarda.

 

Affermare di temere la corruzione, però, se è un possibile segno di codardia, non è per niente un segno d’incapacità. Anzi.

Un incapace è uno che non è capace di fare qualcosa (o di fare qualunque cosa, nello secondo mamme e capuffici facili all’isteria).

Ora, io vorrei proprio vedere quale dei nostri brillanti politici se ne verrebbe a dire “Io sono capace di eliminare la corruzione”. Penso che di simili babbei non ce ne siano nemmeno tra i politici.

(Come sarebbe a dire che ne avete sentito uno or ora al tg?  Avrete capito male.)

Ne consegue che essi, tutti, se non sono babbei, sono incapaci.

incapace

[vc. dotta, lat. tardo incapace(m), comp. di in- (3) e capax, genit. capacis, da capere ‘prendere’, di orig. indeur; 1483]

A agg. (assol.; + di; lett. + a)

1 Che non sa, non è capace di fare qlco.: un giovane incapace di mentire; è incapace di organizzarsi; si rende incapace a poterle più sperimentare (LEOPARDI) | Che non sa svolgere bene la propria attività: un tecnico assolutamente incapace. SIN. Disadatto, inabile.

2 (dir.) Che non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi.

B s. m. e f.

1 Individuo inetto, inabile.

2 (dir.) Chi non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi: circonvenzione di incapace.

 

Insomma, per usare un linguaggio cristiano, temere la corruzione a Roma è più un segno di umiltà e sano realismo che di incapacità o perfino di codardia.

In effetti, a me pare molto più incapace la velleità con cui si pretenderebbe di eliminarla, la corruzione: perché può essere ridotta, tenuta sotto controllo, punita (certo, bisogna darsi molto ma molto da fare, però si può fare), ma eliminata no. Non è eliminabile, altrimenti dai tempi di Cicerone in qua ce l’avremmo fatta. Non ci sarà mica un complotto, per mantenerla, da parte degli avvocati che poi ci fanno carriera, giusto come Cicerone?

La velleità del resto è incapace per definizione:

velleità

[fr. velléité, dal lat. velle ‘volere’. V. †velle; 1640]

s. f.

* Desiderio, aspirazione, progetto e sim. irrealizzabile perché sproporzionato alle reali capacità del soggetto: velleità artistiche, politiche, sociali; velleità senili, giovanili, fanciullesche; avere delle velleità; mostrare qualche velleità.

 

La sindaca Raggi mi sta poco simpatica; se poi è vero quel che dicono del suo comportamento con il presidente Malagò – che l’abbia lasciato ad aspettare un’ora, mentre andava a pranzo, e che poi abbia usato come scusa un “contrattempo” – bisognerà pensare che la sua villania è uguagliata solo dalla sua villania.

Men che meno mi sta simpatico il suo Movimento; apprezzo la loro volontà di mettersi in gioco, detesto la loro granitica indisponibilità a migliorare. (E anche la velleità, che però è un male comune.)

Ma rifiutare di prestare Roma alle brame del CIO – che è la parte che guadagna di più, quando ci sono le Olimpiadi, e a naso direi che non lo fa per noi, di insistere su Roma – mi pare piuttosto un esempio di capacità. Capacità di fare i conti o di dare ascolto a chi sa farli. Anche un referendum in merito sarebbe stato un costo inutile, sarà per questo che l’idea fu bocciata a metà agosto.

Se poi Malagò e la sua struttura[1] si sono sentiti in dovere di spendere i nostri denari inutilmente, mi pare che sarebbero da denunciare loro e non il Comune di Roma per danno erariale.

Anzi no, ho un idea migliore.

Possono fare le Olimpiadi a Torino.

Così azzeriamo il danno erariale precedente.

 

Per saperne di più (specie sui soldi):

OLIMPIADI 2024/ I “rischi” di ospitare i Giochi in Italia, di Mauro Bottarelli, Il Sussidiario, sabato 13 agosto 2016

 

 

[1] Il CIO è il Comitato Olimpico Internazionale e coordina le associazioni olimpiche nazionali. L’associazione olimpica italiana è la struttura presieduta da Giovanni Malagò, il CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

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Esenzione dalla denuncia dei redditi sotto gli 8.000 euro?

Ancora l’altra sera qualche politico in tv diceva che se uno ha percepito meno di 8.000 euro nell’anno d’imposta non deve presentare la denuncia dei redditi.

È vero? L’ho sentito spesso ma a me non risulta che sia esattamente così.

Limite di 8.000 euro

In realtà il limite di 8.000 euro vale solo per le condizioni seguenti, che si devono verificare tutte insieme (non è un elenco di punti indipendenti):

lavoro dipendente, o assimilato al lavoro dipendente,
che sia stato svolto per un solo datore di lavoro 
per almeno 365 giorni

(non so come si possano considerare “almeno” 365 giorni in un anno; probabilmente è solo una forma numerica per indicare l’intero anno indipendentemente da feste e ferie).

Non c’è male, vero? Da una frase che sembrava un assoluto roccioso ricaviamo… un sassetto. Rimangono fuori vari tipi di reddito, di rapporti lavorativi e di circostanze. E sono circostanze assai più probabili di “almeno 365 giorni in un anno”.

Ammettiamo che le condizioni siano soddisfatte. In questo caso, è vero che presentare la dichiarazione dei redditi non è obbligatorio.

Vorrei però sottolineare due cose:

a) in questo caso e in qualunque altro, non dover presentare la dichiarazione non significa che “non si devono pagare le imposte”: le ha già pagate il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, operando la ritenuta d’acconto; l’esonero è dovuto al fatto che la ritenuta copre l’imposta totalmente;

b) non solo: la ritenuta d’acconto potrebbe perfino essere maggiore dell’imposta dovuta e allora sarebbe opportuno presentare comunque la denuncia dei redditi (anche se non è obbligatoria) per poter chiedere il rimborso del credito d’imposta; non hai diritto al rimborso se non hai presentato la dichiarazione.

Conclusione.

Cercate il CAF più vicino e fatevi aiutare.

I CAF costano, ovviamente. Però spendere 40 euro per riprenderne 200 può ancora andar bene. Bisogna riflettere sulla cosa e fare due calcoli ma è meglio se i calcoli te li fai fare da chi ne capisce di più.

Non state a sentire quel che dicono del fisco i politici in tv: non ne capiscono niente, esattamente come qualunque altro cittadino che non si occupi di fisco per lavoro.

Oltre a questo, certuni non ritengono degno di esistere il lavoro diverso da quello dipendente, per questo parlano sempre e solo degli 8.000 euro.

A me ovviamente i conti non tornavano perché, come non-dipendente (quando ero dipendente, non me ne preoccupavo, ci pensava l’ufficio fiscale), il mio limite è più basso di 8.000.

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2 giugno e suffragio universale

Alla parata del 2 giugno mi commuovo sempre, anche solo a vederla in tv.

Ma le fesserie sul suffragio universale mi preoccupano.

Il suffragio universale non significa che votano anche le donne mentre prima votavano solo gli uomini, ’sti bastardi.

Il suffragio universale significa che votano tutti i cittadini, maschi e femmine, indipendentemente dalle proprietà e dagli studi che hanno. Perché prima del suffragio universale votavano i possidenti, anche nella democraticissima Inghilterra. Poi hanno aggiunto quelli con la licenza elementare… C’è voluto un po’ per arrivare al suffragio universale maschile, ancora un po’ di più per giungere a quello femminile. Ma l’essenza del suffragio universale non è nella non discriminazione maschi-femmine.

suffragio

[vc. dotta, dal lat. suffragiu(m), da suffragari ‘votare’. V. suffragare; av. 1342]

  1. m.

1 Voto per elezione | Suffragio universale, estensione del diritto di voto a tutti i cittadini, uomini e donne, senza vincoli di carattere economico o culturale, a partire da una determinata età | Diritto di suffragio, elettorale.

[…]

 

Mi chiedo a chi faccia comodo (deve far comodo a qualcuno, se no mica si spiega) continuare a riproporre questa frattura tra maschi e femmine. Anche la povera ragazza morta a Roma viene usata per questo in maniera vergognosa. Forse non ci sarà tantissima differenza, per un genitore, pensare che la figlia ha sofferto chissà quanto, prima di morire, perché comunque è morta. Ma io direi che debba esserci differenza per tutti (non solo per lei o per i genitori) tra l’essere stata arsa da viva e l’essere stata arsa da morta. Si chiama verità.

Ho come l’impressione che della verità non gliene importi niente a nessuno.

 

Enciclopedia Treccani, Diritto di voto

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