Archive for (come) usare le parole

Come si deve dire: il TAV o la TAV?

Abbiamo sempre detto “la” TAV. Negli ultimi giorni però qualcuno dice “il” TAV. quale articolo è corretto?

Dipende: di che stiamo parlando?

Se parliamo di una linea ferroviaria, bisognerà dire “la” TAV, perché la linea ferroviaria è femminile.

Se parliamo di un treno, poiché TAV significa Treno ad Alta Velocità, allora sarà “il” TAV. In francese si dice, al maschile, le TGV (Train à Grande Vitesse).

Il punto è che chiamare TAV la linea ferroviaria è improprio, visto che questo acronimo indica il treno. Bisognerebbe dire LAV, linee ad alta velocità, così come i francesi dicono LGV, lignes à grande vitesse.

Noi però stiamo discutendo di una linea ferroviaria, anche se le abbiamo dato un nome sbagliato. Prima che ci passi sopra un treno, ne scorrerà di acqua sotto ai ponti! Abbastanza da incrementare il trasporto fluviale, probabilmente.

Così, finché si parla della linea, bisognerà dire “la” TAV.

Qualcuno potrebbe anche saltar su a dire che noi parliamo di un “progetto” di linea, che è maschile e quindi vuole l’articolo “il”.

Se valesse un simile discorso, però, dovremmo anche dire “la” Parlamento, perché “il” Parlamento negli ultimi anni, a forza di fiducie, mi pare diventato soltanto un’ombra di Parlamento…

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Migranti, emigrati, immigrati ecc.

Anni fa avevo già percepito la questione – nel 2011 e nel 2013 – ma qui c’è uno che ne sa un bel po’ più di me e che la inquadra proprio per bene.

Gobber, Tutti migranti: il mare, la terra e un’ideologia “nuova”, Il Sussidiario.net, giovedì 28 febbraio 2019

 

P.S. Nell’articolo:

  • Newspeak (new speak) è la Neolingua del romanzo di George Orwell 1984 (del 1949).
  • Brave New World è il titolo di un romanzo distopico di Aldous Huxley, del 1932.

 

 

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Adesso smettiamo di chiamarli “abusi”

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Io non so davvero come siamo arrivati a definire “abusi” le violenze sulla persona. E, per una volta, non m’interessa saperlo. Quel che mi interessa è che bisogna smettere di chiamarle così.

 

Un abuso è un eccesso nell’uso di qualcosa: abuso di potere, abuso d’ufficio, abuso d’autorità, per esempio. Uno ha un incarico che prevede di fare qualcosa ed esagera nel farlo. Ne possiamo dedurre che Leggi il seguito di questo post »

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I risparmi (o qualunque altra cosa) degli italiani

Qualcuno di recente mi ha fatto notare che i politici italiani si riferiscono sempre a “gli italiani” come se loro non lo fossero. In effetto ormai abbiamo le orecchie piene dei “risparmi degli italiani”, per esempio, o degli “italiani che hanno scelto il cambiamento”.

Ora qui non m’interessa la sostanza ma la forma. Com’è che tanta brava gente parla del proprio popolo in terza persona? Perché non lo fanno solo i politici, è la prima replica che ho fatto a quell’osservazione; per la verità, moltissimi italiani parlano così, me inclusa. Ma il motivo qual è?

La prima risposta che m’è venuta in mente era cattiva, lo riconosco. Era che la nostra cultura generale è stata ammorbata dagli intellettuali di sinistra, negli ultimi cinquant’anni e costoro sono curiosamente sprezzanti verso la gente comune, perlomeno dai giorni in cui il ministro De Sanctis diceva che bisognava trasformare la plebe in popolo. In tempi più recenti – roba di settimane – un paio di commentatori hanno pure provato a ritirare fuori l’aforisma, per farne fregio alla sinistra, ma pare che la fantasia sia morta praticamente sul nascere. Gli UFO sono più credibili, ormai.

Cattiveria o no, però, questo è effettivamente un motivo possibile. Personalmente non credo che sia il primo e principe. Nemmeno il secondo. È solo il primo che mi è venuto in mente, per la concomitanza con la menzogna stellare di cui sopra.

Dopodiché ho cominciato a rimuginarci su, a tempo perso, e in una seconda occasione mi sono accorta che c’è un altro motivo per non usare il noi: il fatto che non ci si considera parte del “noi” di cui si parla.

Niente di metafisico o psicologico, parlo di un fenomeno naturale.

Se io – io nel senso di me, non è un io retorico – se io Umberta dico che “gli italiani non conoscono l’economia”, sto semplicemente  affermando un fatto che vedo e di cui non faccio parte. Io conosco l’economia, almeno nei suoi elementi di base filosofici e matematici. Non potrei dire nemmeno per sbaglio che “noi italiani non conosciamo l’economia”, sarebbe una falsità. (Oppure una dimostrazione di senso civico fuori dall’ordinario, ma io non sono a un tale livello.)

Allo stesso modo, se parlo dei “risparmi degli italiani”, affermo qualcosa che vedo da fuori. Io non possiedo risparmi.

Semplice, no? Semplice. Sfortunatamente, non esistono soltanto casi di questo tipo.

Quando si parla del “voto degli italiani”, per esempio, non ci si dovrebbe sentire fuori dal “noi”: votiamo tutti, a meno che decidiamo di non farlo. Questo rientra in un senso civico ordinario. Ovviamente chi non vota mai, per scelta o pigrizia, potrà usare il “noi” e ricadere nella categoria precedente, ma io ho sempre votato, anche quando mi pareva che fosse perfettamente inutile e forse addirittura controproducente. E non credo proprio che i vari politici che parlano del “voto degli italiani” siano astensionisti accaniti. Molti di loro, sinistri, destri o centrali che siano, non ricadono nemmeno nella prima fattispecie.

Allora perché diamine parliamo così? Io amo il mio paese e anche il mio popolo, non sono un’intellettuale di sinistra (nemmeno un’intellettuale purchessia) e ho sempre votato in trent’anni da che sono diventata maggiorenne. E allora perché parlo così?

Bisogna pensarci, non basta rimuginare.

A che mi serve aver fatto il liceo classico se poi non so pensare a queste cose? A che mi serve saper leggere cinque o sei lingue se poi non sono in grado di cercare una risposta a una domanda del genere?

Accipuffolina, qui ne va della mia identità!

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Perfetto, perfettissimo

Si può dire che qualcosa è perfettissimo?

Ah, ci risiamo, la solita domanda sbagliata. Ovvio che lo puoi dire e scrivere se nessuno t’ha messo bavaglio o manette. Quel che dovremmo chiederci, casomai, è se è corretto. Se ha senso.

L’aggettivo “perfetto” in origine significa “compiuto, completo” e se una cosa è compiuta c completa vuol dire che più in là proprio non può andare. Lo Zingarelli non riporta alcun superlativo, per esempio.

Il vocabolario Treccani online, invece, fa questa considerazione:

◆ Sebbene per il suo stesso sign. perfetto indichi condizione o qualità che non si possono ulteriormente accrescere, è usato il comparativo più p., meno p., per indicare un grado maggiore o minore di perfezione, e anche il superl. perfettissimo (da cui si ha anche l’avv. perfettissimamente).

A me non verrebbe mai in mente di dire “più perfetto”, in effetti, ma “perfettissimo ” e “perfettissimamente” invece sì.

Perché?

Perché sono utilizzabili in maniera ironica o sarcastica (in realtà anche “più perfetto” lo sarebbe, però ha un suono terribilmente sbagliato).

Esempio: come tradurre “paragon of animals” nel discorso che Amleto pronuncia nella seconda scena del secondo atto? (che poi è il motivo per cui mi sono accorta di questo particolare uso del termine)

What a piece of work is man,
How noble in reason, how infinite in faculty,
In form and moving how express and admirable,
In action how like an Angel,
In apprehension how like a god,
The beauty of the world,
The paragon of animals.
And yet to me, what is this quintessence of dust?
Man delights not me; no, nor Woman either; though by your smiling you seem to say so.
(W. Shakespeare, Amleto, Atto II, Scena II, fonte Wikipedia)

Il termine paragon in inglese significa “modello, esemplare”, sostantivi, ma mantiene l’idea di confronto, di paragone, perché il modello è sempre qualcosa con cui confrontare sé stessi o qualcos’altro – confrontare qualcun altro è villania. In inglese esiste l’espressione paragon of virtue che equivale alla nostra “modello di virtù”.

Solo che, in senso proprio, l’uomo non è un modello per gli animali. Nessuno di noi si aspetta realmente che una tigre sia civica quanto un consigliere comunale o che un cane sia pulito quanto un impiegato. Altrimenti non vedremmo tante cacche di cane sui marciapiedi. Anzi, era uso – lo è ancora, con limitazioni – paragonare gli uomini ad animali quando scendevano al di sotto delle loro possibilità e dei loro doveri: “Certi consiglieri comunali sono civici quanto una tigre”.

In passato, è vero, c’era l’abitudine letteraria di paragonare certi comportamenti animali “nobili” a quelli umani, ma nessuno ha mai pensato che un animale debba guardare un essere umano per capire come comportarsi. I cani lo fanno, sotto certi aspetti, ma lo fanno da sé, perché sono animali super-antropizzati, non perché li esortiamo a farlo.

Le parole di Amleto però sono sarcastiche; non sono una descrizione scientifica della realtà, sono una descrizione ironica, cioè dicono l’opposto di ciò che egli pensa. Così, “perfettissimo tra gli animali” mi è sembrata una traduzione più che adeguata, quando ho incontrato quell’espressione in un brano di Chesterton.

(GKC a volte infila un pezzettino di Shakespeare o di Bibbia da qualche parte. Meno male che c’è internet, perché non è difficile riconoscerli ma per me sarebbe quasi impossibile sapere da dove provengono. Per la gente dei suoi tempi erano espressioni colloquiali, ma cent’anni dopo e in un’altra lingua il gioco si fa duro.)

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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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Corruzione

Quando uno sente parlare di corruzione, oggi, pensa subito a qualche amministratore, soprattutto pubblico, che ha preso dei quattrini per permettere a un malandrino di fare porcherie o attività comunque illecite. Pensa, in altre parole, a un comportamento illegale che lo Zingarelli definisce così:

Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere.

Questo però è un significato che non è quello primario. È un significato derivato, una ramificazione.

La corruzione è innanzitutto il fenomeno fisico per cui la materia organica si decompone o si altera; in secondo luogo, è il fenomeno spirituale per cui un’anima perde le sue migliori qualità; in terzo luogo, è l’alterazione di una lingua.

Dal secondo significato deriva il reato, che infatti appartiene alla sfera spirituale, alla morale. Se uno manca al proprio dovere, se uno tenta un altro perché venga meno al suo dovere, è una faccenda spirituale, anche se passa per qualcosa di materiale. Perciò lo Zingarelli mette il reato (anzi, i reati, perché ce n’è anche un altro tipo) nel punto numero 2, il cui primo significato è appunto quello di deterioramento morale.

corruzione o †corrozione
[vc. dotta, lat. corruptione(m), da corruptus ‘corrotto (1)’; 1282]

s.f.

1 Decomposizione, alterazione materiale: la corruzione di una sostanza, del corpo umano, dell’aria. SIN. Putrefazione | (raro) Inquinamento: corruzione dell’acqua, dell’aria.

2 Deterioramento morale: corruzione politica; la corruzione dei costumi, della società; la corruzione dei sentimenti, degli affetti. SIN. Depravazione, dissolutezza, pervertimento | Attività illecita in vari tipi di reati: corruzione di minorenni | Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere: corruzione di un testimone; corruzione di pubblico ufficiale. CFR. Concussione.

3 Alterazione, decadimento di lingua, stile e sim.: la lingua latina s’è corrotta…, e da quella corruzione son nate altre lingue (CASTIGLIONE).

4 †Contagio, infezione.

5 †Disfacimento.

 

Una cosa curiosissima del nostro mondo moderno è che non solo le parole stanno via via perdendo significati, al punto che tra un po’ un italiano qualunque non riuscirà più nemmeno a leggere le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, che non è poi un testo molto vecchio (gran perdita, perché è un romanzo straordinario); ma ciò che resta, dopo le riduzioni, è molto spesso un significato ristretto di tipo legale.

Il caso del termine “corruzione” è evidente ma non è il solo. Il significato legale, che è specifico e limitato, diventa IL significato, gli altri spariscono o quantomeno impallidiscono.

Questa è innanzitutto una perdita. Non c’è bisogno di essere puristi o cabalisti per capire che, se di sette significati ne manteniamo solo uno, gli altri sei li abbiamo perduti. Ecco qui i sette:

—dall’Enciclopedia Universale Rizzoli-Larousse, IV, 1967

CORRUZIONE s.f. (lat. corruptio, -onis). Azione di corrompere, di putrefare; stato di ciò che è corrotto, putrefatto: “L’aceto è una corruzione stizzosa del vino (Papini). || L’alterare, il guastare: ” La lingua latina s’è corrotta e guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue (Castiglione). || In partic. Alterazione di un testo, di una parola: ” Non è corruzione questa che derivi dalle distrazioni di un amanuense letterario (Carducci). || L’alterare ciò che è sano, onesto; condizione di un animo che è stato corrotto: ” I primi tentativi del cinematografo aprivano vaste possibilità alla corruzione della gioventù (Montale). || L’indurre ad atti illeciti con danaro, doni, promesse: ” orse molta pecunia per corruzioni (D’Annunzio). || Ant[icamente]. Epidemia ; infezione: ” Gran corruzione di vaiuolo, che fu in Firenze (Villani). || Distruzione: ” Io veggio l’acqua, io veggio il foco, / …venire a corruzione e durar poco (Dante).

 

In secondo luogo, però, è preoccupante – più della perdita, che in parte è fisiologica, per così dire – che si mantengano i significati legali a scapito degli altri.

Questo riflette una mentalità che è molto diffusa e che ormai abbiamo un po’ tutti, almeno come tentazione, perché la assorbiamo senza nemmeno renderci conto: è l’idea che le leggi, per il solo fatto di esistere, ci possano salvare dal caos. C’è un problema? Facciamo una legge!

Meno male che alle tentazioni ci si può opporre. Però questo modo di trattare le parole, a lungo andare, impedisce di vedere le cose come sono.

Pensiamo a chi dice che l’abusivismo edilizio ha fatto crollare le case a Ischia. Questo non è vero, e non solo nel caso specifico: non è vero mai.

Le case crollano perché sono costruite malamente o sono logore per l’età, non perché sono abusive. Sarà abusiva la chiesa parrocchiale di Casamicciola? Eppure una delle due vittime è stata uccisa da un cornicione di quella chiesa.

Se uno mi dicesse che le case abusive sono costruite peggio delle altre, con meno attenzione ai materiali eccetera, gli riconoscerei un buon argomento. Sarebbe un argomento da verificare, però, perché crolli di edifici non abusivi ne abbiamo visti molti. Era abusiva la Casa dello Studente a L’Aquila? Era costruita male.

Ma ci si butta a parlare dell’abusivismo; come se, facendo una legge o magari un’Autorità o un’Agenzia con i suoi bravi provvedimenti, potessimo evitare che domani muoia qualcun altro dopo un terremoto.

Invece il problema è la corruzione, ma quella dello spirito prima di quella dei soldi.

 

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