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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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Corruzione

Quando uno sente parlare di corruzione, oggi, pensa subito a qualche amministratore, soprattutto pubblico, che ha preso dei quattrini per permettere a un malandrino di fare porcherie o attività comunque illecite. Pensa, in altre parole, a un comportamento illegale che lo Zingarelli definisce così:

Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere.

Questo però è un significato che non è quello primario. È un significato derivato, una ramificazione.

La corruzione è innanzitutto il fenomeno fisico per cui la materia organica si decompone o si altera; in secondo luogo, è il fenomeno spirituale per cui un’anima perde le sue migliori qualità; in terzo luogo, è l’alterazione di una lingua.

Dal secondo significato deriva il reato, che infatti appartiene alla sfera spirituale, alla morale. Se uno manca al proprio dovere, se uno tenta un altro perché venga meno al suo dovere, è una faccenda spirituale, anche se passa per qualcosa di materiale. Perciò lo Zingarelli mette il reato (anzi, i reati, perché ce n’è anche un altro tipo) nel punto numero 2, il cui primo significato è appunto quello di deterioramento morale.

corruzione o †corrozione
[vc. dotta, lat. corruptione(m), da corruptus ‘corrotto (1)’; 1282]

s.f.

1 Decomposizione, alterazione materiale: la corruzione di una sostanza, del corpo umano, dell’aria. SIN. Putrefazione | (raro) Inquinamento: corruzione dell’acqua, dell’aria.

2 Deterioramento morale: corruzione politica; la corruzione dei costumi, della società; la corruzione dei sentimenti, degli affetti. SIN. Depravazione, dissolutezza, pervertimento | Attività illecita in vari tipi di reati: corruzione di minorenni | Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere: corruzione di un testimone; corruzione di pubblico ufficiale. CFR. Concussione.

3 Alterazione, decadimento di lingua, stile e sim.: la lingua latina s’è corrotta…, e da quella corruzione son nate altre lingue (CASTIGLIONE).

4 †Contagio, infezione.

5 †Disfacimento.

 

Una cosa curiosissima del nostro mondo moderno è che non solo le parole stanno via via perdendo significati, al punto che tra un po’ un italiano qualunque non riuscirà più nemmeno a leggere le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, che non è poi un testo molto vecchio (gran perdita, perché è un romanzo straordinario); ma ciò che resta, dopo le riduzioni, è molto spesso un significato ristretto di tipo legale.

Il caso del termine “corruzione” è evidente ma non è il solo. Il significato legale, che è specifico e limitato, diventa IL significato, gli altri spariscono o quantomeno impallidiscono.

Questa è innanzitutto una perdita. Non c’è bisogno di essere puristi o cabalisti per capire che, se di sette significati ne manteniamo solo uno, gli altri sei li abbiamo perduti. Ecco qui i sette:

—dall’Enciclopedia Universale Rizzoli-Larousse, IV, 1967

CORRUZIONE s.f. (lat. corruptio, -onis). Azione di corrompere, di putrefare; stato di ciò che è corrotto, putrefatto: “L’aceto è una corruzione stizzosa del vino (Papini). || L’alterare, il guastare: ” La lingua latina s’è corrotta e guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue (Castiglione). || In partic. Alterazione di un testo, di una parola: ” Non è corruzione questa che derivi dalle distrazioni di un amanuense letterario (Carducci). || L’alterare ciò che è sano, onesto; condizione di un animo che è stato corrotto: ” I primi tentativi del cinematografo aprivano vaste possibilità alla corruzione della gioventù (Montale). || L’indurre ad atti illeciti con danaro, doni, promesse: ” orse molta pecunia per corruzioni (D’Annunzio). || Ant[icamente]. Epidemia ; infezione: ” Gran corruzione di vaiuolo, che fu in Firenze (Villani). || Distruzione: ” Io veggio l’acqua, io veggio il foco, / …venire a corruzione e durar poco (Dante).

 

In secondo luogo, però, è preoccupante – più della perdita, che in parte è fisiologica, per così dire – che si mantengano i significati legali a scapito degli altri.

Questo riflette una mentalità che è molto diffusa e che ormai abbiamo un po’ tutti, almeno come tentazione, perché la assorbiamo senza nemmeno renderci conto: è l’idea che le leggi, per il solo fatto di esistere, ci possano salvare dal caos. C’è un problema? Facciamo una legge!

Meno male che alle tentazioni ci si può opporre. Però questo modo di trattare le parole, a lungo andare, impedisce di vedere le cose come sono.

Pensiamo a chi dice che l’abusivismo edilizio ha fatto crollare le case a Ischia. Questo non è vero, e non solo nel caso specifico: non è vero mai.

Le case crollano perché sono costruite malamente o sono logore per l’età, non perché sono abusive. Sarà abusiva la chiesa parrocchiale di Casamicciola? Eppure una delle due vittime è stata uccisa da un cornicione di quella chiesa.

Se uno mi dicesse che le case abusive sono costruite peggio delle altre, con meno attenzione ai materiali eccetera, gli riconoscerei un buon argomento. Sarebbe un argomento da verificare, però, perché crolli di edifici non abusivi ne abbiamo visti molti. Era abusiva la Casa dello Studente a L’Aquila? Era costruita male.

Ma ci si butta a parlare dell’abusivismo; come se, facendo una legge o magari un’Autorità o un’Agenzia con i suoi bravi provvedimenti, potessimo evitare che domani muoia qualcun altro dopo un terremoto.

Invece il problema è la corruzione, ma quella dello spirito prima di quella dei soldi.

 

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… … … Il Papa non ha detto niente sullo ius soli …

Non riesco più a essere né stufa né preoccupata per l’insipienza dei mezzi d’informazione. Ormai ci ho messo una croce. Però, quel che è giusto è giusto.

A sentire i telegiornali, Papa Francesco avrebbe dato il suo avallo allo ius soli cui tanto tengono i nostri “progressisti”, nel messaggio per la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.[1] È così? No. Non ha scritto né detto niente del genere. Il messaggio integrale si può leggere qui.

 

Che cosa ha scritto, dunque, sulla cittadinanza?

Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Dove sarebbe il “sì allo ius soli”?

 

Analizziamo:

* Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità

Si potrà discutere se un tale diritto esista o meno, avendo del tempo da perdere. Se però ammettiamo che esista e ci concentriamo sul resto, possiamo facilmente vedere che il Papa non parla di una particolare nazionalità; dice che ciascuno deve averne una, ma non dice che deve essere quella della nazione in cui nasci (che è ciò che chiamiamo ius soli).

 

* questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita.

In altre parole, appena nasci hai il diritto di sapere chi sei e a quale comunità appartieni, anche dal punto di vista nazionale, e lo devono sapere anche tutti gli altri, perciò devi avere dei documenti. Ma di nuovo non parla di una particolare nazionalità.

A me parrebbe ovvio che prendi la nazionalità dei tuoi genitori, perché è a quella comunità (dalla famiglia alla nazione) che appartieni, non a quella che transitoriamente ti ospita.

Solo che esiste un problema, uno di cui noi comuni cittadini non abbiamo grande sentore: l’apolidia forzata.

 

* La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati

Apolidìa significa non avere alcuna cittadinanza. Per me, fino al film The Terminal, quello di Spielberg del 2004, con Tom Hanks, tratto da una storia vera, gli apolidi si trovavano solo nei vecchi romanzi; bisogna riconoscere che non è proprio un termine o un’esperienza di tutti i giorni. Ed erano volontari o almeno lo sembravano (nei romanzi, dico). Invece la maggior parte degli apolidi non lo sono né lo furono per loro volontà, proprio come Tom Hanks nel film.

Ho scoperto che è una condizione molto diffusa, da molto tempo, e non crea solo disagi amministrativi ma anche psicologici: perché non è affatto bella la sensazione di non appartenere a niente e nessuno, e questo lo so senza bisogno che me lo dicano altri. Un apolide avrebbe disagi e una cattiva qualità della vita (ma forse questo è un argomento da impiegare solo quando si tratta di sopprimere malati) anche se non fosse costretto a vivere per anni in una specie di campo di concentramento, come sono i centri di accoglienza, in Italia e altrove.

Esistono migranti che sono apolidi, o formalmente o per condizioni contingenti, e che dunque non possono dare la propria nazionalità ai loro figli perché non ce l’hanno neanche loro. Per questi casi esiste già in Italia lo ius soli, anche se bisogna riconoscere che è difficile da ottenere. Così, a patto di conoscere questa particolare disposizione di legge, si potrebbe anche pensare che il Papa sia favorevole allo ius soli… ma sarebbe solo favorevole a questo particolare tipo, non a quello “allargato”, quello di cui si discute da mesi, quello a cui vogliono farci pensare i tg.

Tuttavia bisogna ricordare sempre che il Papa non parla solo della o all’Italia. È provinciale voler credere che ogni parola del Romano Pontefice parta e arrivi alla misera politica di casa nostra. Oltre a questo, non è solo il Santo Padre a interessarsi del problema dell’apolidia (e Papa Francesco non è il primo), ma certo quel che dice lui fa più effetto di quel che dice l’UNHCR.

 

* può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Le parole tra virgolette sono prese da un documento del 2013. Noi che facevamo nel 2013? Discutevamo dello ius soli? No. Il diritto internazionale obbliga allo ius soli? A naso direi di no, altrimenti non saremmo qui a discuterne. Facciamoci delle domande.

 

Legare le parole del Papa – che sono sempre rivolte a tutti – allo ius soli di cui si discute qui oggi è arbitrario e autoreferenziale, nonché un pochino opportunistico. Ma innanzitutto è falso, perché oggettivamente sta parlando d’altro.

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[1] Notare la distinzione tra i due termini, che non manca mai.

 

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-plicare

Trovo citata in un articolo la frase che segue, tratta da un libro, citato anch’esso (ma che io tacerò perché si dice il peccato e non il peccatore):

“A partire dal 1980 l’ammontare degli attivi generati dal sistema finanziario ha superato il valore del Pil dell’intero pianeta. Da allora la corsa della finanza al profitto è diventata così veloce da quintuplicare per massa di attivo l’economia reale nel giro di un trentennio”.

Meno male che sapevo già di che si trattava, altrimenti avrei capito che era accaduto l’esatto contrario di quel che è accaduto realmente. Spero che il libro non sia scritto tutto alla stessa maniera, altrimenti chiunque lo legga, o già ne sa abbastanza o si ritroverà più ignorante d’una zappa; che è uno strumento utilissimo ma non esattamente una tecnologia all’avanguardia e perciò lo si usa come paragone dell’ignoranza.

Parte dei verbi che hanno -plicare come seconda parte – quelli come moltiplicare, decuplicare, centuplicare, intendo, non quelli come supplicare o complicare – indicano la crescita, l’aumento in numero di qualcosa. Tale crescita può essere indotta da qualcos’altro e allora i verbi sono transitivi: l’azione è compiuta da un soggetto su qualcosa, che chiamiamo complemento oggetto. Se non ci interessa sottolineare il soggetti, possono essere riflessivi: moltiplicarsi, decuplicarsi, centuplicarsi eccetera.

Quando ti trovi a scrivere, normalmente non vuoi che i lettori capiscano il contrario di ciò che intendi dire; c’è anche chi se ne infischia, lo riconosco, ma in genere… E poi a chi gioverebbe ciò che scrivi, se per capirlo deve saperlo già?

Per raggiungere lo scopo, devi usare la lingua correttamente. Se non fai così, non avrai mai la certezza che i lettori capiscano. Ci sono brutti idiotismi che rimangono comunque comprensibili, come “cioè a dire”; ma già il “piuttosto che” diventa un azzardo. Quando poi si passa ai verbi, si rischia di dire stupidaggini.

Chi ha scritto quella frase intendeva dire che

i profitti delle attività finanziarie sono diventati, in trent’anni, cinque volte più grandi dei profitti dell’economia reale.

Ma questo io posso dirlo perché lo sapevo già (non basta aver letto la frase precedente, no). Quel che vi è scritto invece è che

i profitti delle attività finanziarie [soggetto] hanno fatto diventare cinque volte maggiori [verbo: quintuplicare] i profitti dell’economia reale [complemento oggetto],

cioè l’esatto contrario. Per questo ho dovuto leggerla due volte: perché non credevo ai miei occhi.

Dopo la seconda lettura mi è balzata in mente un’idea: possibile che chi ha scritto sia un fan delle corse di Formula Uno? In questo sport, infatti, siccome si corre su una pista chiusa, ad anello, a un certo punto le auto più veloci si trovano davanti quelle più lente e le sorpassano: si dice allora che le “doppiano”.

Non si dice però che le “raddoppiano”, quindi la mia ipotesi è senz’altro balzana.

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Diamo i numeri: immigrati, pensionati, disoccupati e casalinghe

Vorrei che qualcuno facesse una rubrica su qualche giornale online con lo scopo “Diamo i numeri”, perché qui i numeri volano come i lapilli a Pompei.

Il guaio dei numeri è che spesso da soli non significano niente e invece diventano significativi e interessanti quando si mettono a confronto gli uni con gli altri. Non è sempre così ma spesso lo è, specie in economia & affini.

* Il presidente dell’INPS Boeri ogni tanto torna alla carica con i suoi 8 miliardi l’anno di contributi versati da cittadini immigrati che ne percepiscono solo 3. Irritante perché parziale (a parte la mentalità semischiavistica e truffaldina del ragionamento di breve periodo, perché quella appartiene al concetto stesso di INPS, non al suo presidente attuale). Va bene, sono 8 miliardi l’anno ma il resto quant’è? di quanti denari parliamo? e di che tempi? L’INPS non è un negozietto di souvenir, che apre, per un paio d’anni vede se va bene e poi casomai chiude. Visto lo scopo che ha, l’INPS deve avere un orizzonte di assai lungo periodo per fare i suoi conti; ma questo periodo non è tanto lungo da vederci tutti morti, più probabile che muoia l’INPS.[1] Solo dopo che avremo visto un bel po’ di altri numeri, sapremo bene di che si parla, non prima.

(Sarei contenta se qualcuno lo facesse per me ma tutti son troppo impegnati a parlare d’altro.)

* La disoccupazione è scesa di n%, e che vuol dire? Da sé, niente: bisogna vedere come mai è scesa, se e quanto sono aumentati gli occupati o gli inoccupati, che sono quelli che smettono di dire “sto cercando lavoro” (l’indagine è campionaria, infatti, non è basata su documenti e simili).

* Le casalinghe sono mezzo milione in meno rispetto a dieci anni fa; e questo ci autorizza a pensare che siano in via di estinzione? Ma nemmeno per sogno. Le casalinghe saranno anche -500.000 rispetto a dieci anni fa ma sono +2.459.000 –DUEMILIONIQUATTROCENTOCINQUANTANOVEMILA – rispetto al 2013.

A me secca parecchio sentir dire che le casalinghe sarebbero in via di estinzione proprio mentre sto ragionando sull’opportunità di definirmi “casalinga” io stessa. Ho capito che la casalinga non fa PIL e non versa i contributi pensionistici,[2] ma insomma, volerle proprio estinguere come triceratopi…

Quest’ultima uscita giornalistica delle casalinghe in estinzione è stata indotta dall’ISTAT, che ha iniziato il suo comunicato del 10 luglio scorso così:

Nel 2016 sono 7milioni 338mila le donne che si dichiarano casalinghe nel nostro Paese, 518mila in meno rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni. 

Certo, parlare di “estinzione” con un’età media di 60 anni mi pare un pizzichino esagerato: in dieci anni è comprensibile che muoia un mezzo milione di vecchiette, io stessa ho perduto una prozia. Ma coi riflessi quasi-pavloviani e la memoria corta di certi giornali era praticamente inevitabile quella reazione. L’ISTAT però non dovrebbe averla tanto corta, la memoria. Non per i dati suoi, almeno.

Che l’Istat mi attacchi un comunicato sulle casalinghe in quel modo lì, quando sono stati loro stessi a diffondere i dati del 2013 (allora le casalinghe erano 4 milioni 879 mila, come si può vedere in questo vecchio articolo; non ho ancora capito quale sia la diffusione ISTAT relativa) è davvero sconcertante. Anche volendo pensare che sia cambiata la metodologia di rilevamento, nespole, la differenza mi pare degna di nota. C’è del dolo dietro, foss’anche solo che hanno assunto qualche sprovveduto per scrivere i comunicati stampa!

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[1] Del resto, la nota espressione di Keynes – In the long run we are all dead, nel lungo periodo siamo tutti morti – era rivolta agli economisti, non ai contabili. In economia e in contabilità&commercio, “lungo periodo” indica due cose diverse. Ma l’INPS non è teoria economica, è contabilità.

[2] Esiste un Fondo Casalinghe dell’INPS a cui ci si può iscrivere e versare contributi pensionistici, se però non hai entrate come fai a pagare? Le casalinghe non hanno entrate per definizione. Non parliamo poi di quanti denari bisognerebbe pagare, e per quanti anni, per poter avere una pensione decente.

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Le parole che evito: italiota

Il termine “italiota”, fin dalla sua nascita, ha sempre indicato nella nostra lingua un determinato elemento della Storia: come sostantivo, gli antichi abitanti della Magna Grecia, cioè dell’Italia meridionale, e come aggettivo tutto ciò che riguarda la Magna Grecia antica.

Quando facevo il liceo, questo è il significato che appresi.

Poi è venuta fuori la moda per cui un italiano definisce gli italiani “italioti” quando fanno qualcosa che non gli garba. Non so chi abbia messo in giro questo significato spregiativo ed è possibile che sia più vecchio dei miei anni liceali; è anche possibile che il sostantivo greco da cui deriva fosse dispregiativo di suo (in tal caso sarebbe strano che sia stato usato per trarne un termine storico all’inizio dell’Ottocento, dovrò approfondire) ma è solo in seguito che l’ho sentito usare in maniera diffusa.

Per la nascita del significato dispregiativo vedo due possibilità:

* una è che sia un traslato inventato da qualcuno che disprezzava gli abitanti della Magna Grecia attuale e che abbia cominciato a usarlo prima contro di loro (come userebbe “terroni”, per capirci) e poi appunto trasportando quel significato a tutti quelli che disprezza; però mi pare poco probabile;

* l’altra, e mi pare la più verosimile, è che sia una composizione di italiano+idiota; in altre parole, chi usa il dispregiativo “italiota” sta dando dell’idiota a chiunque non la pensi come lui e nel farlo gli par d’essere figo, anche.

Se anche la genesi fosse la prima, comunque, la diffusione è stata dovuta sicuramente all’assonanza con “idiota”.

Questa è una delle parole che non uso né userei mai, ovviamente nel significato dispregiativo. Se mi trovassi a parlare degli abitanti della Magna Grecia antica, immagino che la userei.

Se invece mi irritassi (cosa non molto difficile a verificarsi) e volessi dare dell’idiota a qualcuno, gli darei dell’idiota; più probabilmente gli darei del deficiente. Ma sarebbe una cosa personale e indipendente dal suo o mio essere italiano tunisino americano o filippino. I deficienti sono universali come gli idioti e gli imbecilli. Legare un termine dispregiativo a una nazionalità non rientra nel mio genere di dispregio.

Oltre a evitarla, mi son fatta un’idea abbastanza chiara di quelli che la usano; e ho una certa tendenza a evitare anche loro.

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Molta osservazione e poco ragionamento…

Un mio conoscente è in ospedale da un po’ ma io l’ho scoperto solo qualche giorno fa. Ho chiesto a un amico comune di andare a trovarlo insieme, lui s’è informato e mi ha detto che

a) Mario non riconosce nessuno, quindi sarebbe inutile e poi

b) se qualche conoscente va lì, lui si agita.

Ora, io spero con tutta la capacità della mia anima che l’errore marchiano in queste due affermazioni sia evidente a chiunque. Ma la capacità del mio cervello mi dice che a molti potrebbe non essere evidente affatto, visto che non è stato evidente neanche all’amico che mi ha riportato le notizie, quindi bisognerà spiegare che

se davvero Mario è incosciente (“non riconosce nessuno” significa questo) come fa ad agitarsi quando va lì un suo conoscente?

È ovvio, dovrebbe essere ovvio, che le due cose non stanno insieme.

Si agita perché riconosce, ma non si può esprimere se non “agitandosi”. Io non voglio che si agiti, a rischio di avere un’altra crisi, quindi non andremo a trovarlo, nemmeno i suoi parenti ne sarebbero contenti; ma questa cosa mi sta stretta, ma così stretta che nemmeno la cruna di un ago è stretta altrettanto. Mi sottometto solo perché penso che sia per il meglio, ma non sono affatto certa che sia per il meglio; diciamo che sto solo usando un principio di precauzione. E che forse sono una vile.

Quel che in realtà mi pare è che quelle due affermazioni vengano sputate fuori solo per non aver rotture di scatole.

Qualcuno dirà: ma che motivo dovrebbero avere i medici per tenerti lontana? Non ne ho idea. In genere, però, se uno tira fuori giustificazioni contraddittorie, vuol dire che un motivo ce l’ha e che il motivo è cattivo: pigrizia, egoismo, il proprio comodo, a volte perfino un intento criminale (non in questo caso, certo, infatti ho detto “in genere”).

La cosa poi che mi preoccupa di più è che queste baggianate vengono da gente – i medici – che nell’osservazione dovrebbe avere il suo punto di forza.

Io di Alexis Carrel ho letto poco e la frase famosa che viene citata spesso – poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità – non l’ho letta direttamente, ma nel libro di don Giussani Il senso religioso. Qualcosa di suo l’ho letto, però, e ho letto qualcosa a proposito di lui: di sicuro Carrel non ha preso il Nobel e non ha gettato le basi per i trapianti di cuore ragionando in quel modo lì.

Per la verità, non l’ha per niente fatto ragionando, il ragionamento è venuto dopo: questa è una delle cose più sorprendenti che ho appreso in vita mia, ma Carrel ha inventato la sua tecnica per riunire i vasi sanguigni ricordando sua madre che ricamava in seta quando lui era piccolo e, ormai adulto, è andato dalla migliore ricamatrice in seta di Francia a farsi insegnare quell’arte fatta di punti minuscoli; poi l’ha applicata ai vasi sanguigni. Non è che non ragionasse: ma il ragionamento non puoi attaccarlo all’aria, devi partire da quel che c’è, non da quello che ti piacerebbe ci fosse.

Ora, non so perché a medici e infermieri dovrebbe piacere che un paziente sia privo di coscienza, però lo posso immaginare: per molti probabilmente è insopportabile pensare che un essere umano come loro sia ancora in grado di sentire tutto ma non possa esprimersi.

Questa è una posizione comprensibile da un punto di vista umano, specie in questi tempi. Quel che non è né umano né comprensibile, perché non è ragionevole, è l’equazione “non si esprime, dunque non riconosce”.

Questa equazione va bene per gli alberi, che si sarebbero evoluti differentemente se fossero in grado di “riconoscere” e, se non si esprimono, è perché proprio non è una cosa loro. Ma non va bene per le persone, poiché invece la capacità di esprimerci è proprio una cosa nostra.

Se mi capita un incidente, spero di rimanerci secca subito, perché l’idea di trovarmi in un ospedale con gente così mi pare sinceramente intollerabile. (Sì, va be’, un’occasione per pregare ma insomma…) Se però non ci rimango secca lì per lì, spero che a nessuno venga in mente di lasciar fuori quelli che vogliono farmi visita con ragionamenti tanto balordi; se qualcuno si azzarda, quando poi mi riprendo lo rivolto come un calzino. Oppure, se non mi riprendo, gli vado a far visita la notte appiè del letto.

Anzi, ora che ci penso, mi sa che faccio un testamento-da-coma, oltre a quello da-morte.

 

 

 

 

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