Archive for (come) usare le parole

“Vesti giovane, fissa morbido”: scoperta l’origine dell’analfabetismo di ritorno?

Ieri pomeriggio, mio fratello e mia cognata m’hanno quasi fatto venire un coccolone (un ictus cerebrale, cioè; o colpo apoplettico, se vi piacciono le vecchie espressioni) chiedendomi come potevano usare “giovane” in qualità di avverbio. Questo perché mio nipote doveva fare un esercizio in cui bisognava usare la medesima parola – un aggettivo – come aggettivo, come nome e come avverbio.

Lì per lì, ho pensato all’avverbio derivato, che però non si usa: giovanemente. Lo Zingarelli lo dichiara morto – arcaico, dicono loro, ma letteralmente ci mettono la croce – e offre come sinonimo giovanilmente. Se pure non fosse morto, comunque, io non lo userei davvero.

La maggior parte degli aggettivi qualificativi può diventare un avverbio in -mente ma non tutti lo possono. Quello lì, “giovane”, non poteva, quindi rimaneva un buco. Altri aggettivi si usano come avverbi: vicino, lontano, troppo… ma non era il caso in questione.

Domanda di mia cognata: forse che nella frase è morto giovane abbiamo un uso avverbiale?

Sinceramente non mi pare: mi sembrerebbe il solito aggettivo qualificativo, tanto più che il morto resta morto anche se non diciamo com’era al momento del trapasso.

Forse l’espressione da giovane: locuzione avverbiale?

Mmm, forse, ma non me lo ricordo più: sono passati quarant’anni da quando facevo le elementari!

A questo punto è intervenuto mio fratello – miracoli del vivavoce – riportando un esempio che, suppongo, era dato nell’esercizio: gioca pulito è un’espressione in cui “pulito”, che è un aggettivo, è usato come avverbio.

È stato allora che ho rischiato il coccolone, perché mi sono veramente veramente VERAMENTE ARRABBIATA. Come avrebbe detto mio nipote, ero proprio arrabbiosa.

Ora, se v’interessa solo la grammatica, andate direttamente al punto Un po’ di grammatica.

Anche considerando che potrebbero avermi letto male l’esercizio – che magari non c’era scritto “avverbio” ma “locuzione avverbiale” o “aggettivo in funzione avverbiale” – e sempre ricordando che ci sono cose che non so più o che magari sono cambiate rispetto a quando andavo a scuola, semplicemente per me non è accettabile mandare a scuola i bambini perché imparino a parlare e scrivere MALE.

Io non sono di quelli che si attaccano alle regole, anzi. Non sono una purista. Mi piace la grammatica ma non penso che sia una cosa scolpita nella pietra come i Dieci Comandamenti né che sia indispensabile per vivere, mentre invece sono convintissima che venga dopo la comprensione e la bellezza del linguaggio. Si può parlare un italiano eccellente anche senza saper riconoscere un aggettivo con funzione avverbiale.

Però sono di quelli che si rifiutano di separare la grammatica dalla ragione e dallo stile, cioè una cosa che dovrebbe appunto avere a che fare con la bellezza e la comprensione.

Ma noi i nostri figli li mandiamo in giro coi capelli arruffati e sporchi oppure con le capoccette pulite e pettinate? Li mandiamo a scuola vestiti di stracci oppure ci sforziamo di dar loro degli abiti puliti, gradevoli e possibilmente non troppo diversi da quelli degli altri bambini?

E se queste cose cerchiamo di farle al meglio, poi ci sta bene che parlino come pubblicitari? come biscazzieri? come Tarzan? Nella grammatica “Io Tarzan, tu Jane” ha il suo bravo posticino (è una frase nominale) ma davvero ci piacerebbe tanto che i nostri figli si esprimessero così? E che bisogno c’è di mandarli a scuola perché imparino quel che possono imparare per strada o alla tv?

Un vecchio libro di Cesare Marchi, Impariamo l’italiano, aveva un capitolo intitolato “Vesti giovane, fissa morbido”, in cui il professore sottolineava che certi usi della pubblicità si servivano di costrutti già esistenti nella nostra lingua, come è appunto il fatto che in certi casi un aggettivo si usa come avverbio – che è un uso molto antico. Siccome però parlava di grammatica e non di stile, che son due cose differenti, non si metteva lì a dire quanto quell’uso pubblicitario fosse rozzo e anche dannoso.[1]

È stato ricordando quel titolo che m’è salito il sangue al cervello. Mi sono trovata incapace di ragionare con freddezza; non ci ho nemmeno dormito la notte (un po’ perché mi vergognavo di avere reagito così e un po’ perché ero ancora… “arrabbiosa”[2]).

Ricordo un amico, insegnante alle medie, che tre o quattro anni fa rilevava con un certo dispiacere come i ragazzi usassero tante frasi staccate senza apparentemente esser capaci di coordinazione.

E come diamine dovrebbero esserne capaci se, quando sono piccoli e assorbono come spugne, gli viene insegnato a parlare come spot pubblicitari da 10 secondi?

Come si può pretendere che riescano a esprimere pensieri articolati e armoniosi se il loro linguaggio non è articolato né armonioso? Chi parla male pensa male, diceva qualcuno. Per forza poi sono preda delle reazioni. Come gli adulti, del resto, perché le pubblicità si ficcano nel cervello di tutti, bisogna fare un lavoro per non esserne seppelliti.

E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno? Ma ecco dove lo si costruisce, l’analfabetismo di ritorno: alla scuola dell’obbligo!

Che sia un complotto di docenti per impartire lezioni private?

 

Un po’ di grammatica

Forse aveva ragione mia cognata: nella frase è morto giovane forse l’aggettivo è usato con funzione avverbiale, così come nella frase vesti giovane. Ragionandoci, poi, mi è venuto in mente che, se l’espressione “da giovane” è una locuzione avverbiale (lo penso per analogia, poiché “da lontano” è una locuzione avverbiale), allora l’aggettivo che ne prende il posto dovrebbe ugualmente avere una funzione avverbiale.

Questo però non lo rende un avverbio; tanto più che il paragone regge solo al singolare.

Se infatti cadessimo tanto in basso da metterci a dire Vesti giovane! diremmo anche Vestite giovane! Allora si tratterebbe proprio di un avverbio, che ha come caratteristica quella di essere invariabile, cioè sempre uguale, senza genere né numero. In breve: niente plurale (maschile e femminile in questo caso non ci sono per natura).

Ora, vesti giovane somiglia a è morto giovane, a parte che modo e tempo del verbo sono altri. Sono simili, finché abbiamo un morto solo.

Se però consideriamo più di un defunto, tutti in età giovanile, non diremo che sono morti giovane ma che sono morti giovani: non c’è la invariabilità che è caratteristica dell’avverbio. Direi dunque che non è un avverbio.

Ecco qui un dialogo di esempio:

Incidente a un crocevia, una persona morta in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Povero ragazzo! Abitava vicino a me. Aveva meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se è morto giovane!

Esempio simile, altro dialogo:

Incidente a un crocevia, DUE persone morte in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Poveri ragazzi! Abitavano vicino a me. Avevano meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se son morti giovani!

Riassumendo:

  • forse possiamo dire che in quella posizione lì “giovane” è un aggettivo usato in funzione avverbiale, questo non mi è chiaro e lo chiederò a chi mi può rispondere;
  • ma di sicuro non possiamo dire che diventa un avverbio. Invece “vicino”, che per nascita è un aggettivo, in quegli esempi è proprio un avverbio e infatti non cambia.

La cosa triste è che ho cercato nella mia vecchia grammatica delle medie e non ho trovato niente. Idem sul web.

Va be’, sarà colpa mia, avrò cercato male.

O magari sarebbe meglio offrire meno casistica e più ragioni per cui le cose sono come sono? Liste di locuzioni avverbiali ne ho pur trovate ma finiscono tutte con eccetera, senza dire perché è così. Oppure si dice il perché ma in maniera parziale e quindi non del tutto convincente.

È vero che, nella lingua italiana, alcuni aggettivi e sostantivi possono essere usati come avverbi e che alcuni avverbi sono anche aggettivi:

* troppo, poco, vicino, per fare solo qualche esempio, sono avverbi e sono aggettivi; la differenza è che come avverbi rimangono sempre uguali (sono invariabili o indeclinabili, che è proprio la caratteristica degli avverbi), come aggettivi hanno genere e numero, cioè hanno una forma maschile e una forma femminile, una forma singolare e una forma plurale: troppo, troppa, troppi, troppe;

* male e bene sono avverbi e sono nomi (sostantivi; in questo caso può addirittura capitare che non ammettano il plurale. Esistono i beni e i mali, ma questi plurali non possono trovare posto in tutte le frasi. Se accusiamo qualcuno di essere “il male assoluto”, per esempio, il plurale non ci sta: sarebbe perlomeno fiacco dire a un supercattivo “tu sei i mali assoluti”).

È vero, sì. Ma non è sempre vero. Anzi, potrei dire che non lo è quasi mai, considerato il numero di casi sul totale degli aggettivi.

Oltre a non sollevarli al di sopra di quel che raggiungerebbero da soli, la scuola mette in difficoltà i ragazzini con cose che non sono sempre vere, con eccezioni magari rare o uniche, e per di più partendo dalla fine anziché dal principio.

Dico dalla fine perché la grammatica è fatta di categorie che vengono, che sono venute, dopo: dopo i dialoghi, dopo le canzoni, dopo la poesia, dopo le preghiere, dopo la lingua. Sarebbe molto più utile far leggere ai bambini tante cose differenti e aiutarli pian piano a osservare e ascoltare la lingua che si parla intorno a loro.

È difficile? Certo che è difficile. Per gli insegnanti.

Mi ha colpito un articolo letto qualche giorno fa, che probabilmente è anche uno dei motivi per cui mi sono arrabbiata tanto: sosteneva che uno dei fallimenti della scuola media unica è di non essere riuscita a insegnare a tutti i ragazzi le settecento parole che separano un padrone da un operaio (immagine tratta da don Milani). E questa affermazione mi ha ricordato una ragazza intervistata in prigione che diceva “Quando sono entrata qui conoscevo e usavo duemila parole, ora me ne sono rimaste cinquecento”. Mi si strinse il cuore. Trasformiamo i nostri bambini in carcerati? Come minimo, li lasciamo nella prigione in cui sono già.[3]

I bambini fino a una certa età non hanno molta capacità di astrazione, quindi per loro è difficile capire le categorie come categorie (la fine), mentre è più facile imparare un ritmo, scoprire la musicalità delle parole e capire che servono per raccontare le cose che ci sono e si vedono (il principio) e poi quelle che ci sono e non si vedono.

Tutto è lecito ma non tutto è conveniente, diceva san Paolo. Sarebbe una gran cosa se chi insegna, a qualunque livello, seguisse il consiglio che viene dopo: Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (ICor 10,24).

 

 

 

 

[1] Ammesso poi che a quel tempo gli potesse esser chiaro che era dannoso, visto che un altro capitolo comincia così: Noi leggiamo senza eccessiva difficoltà i testi del Due e Trecento. «Nel mezzo del cammin di nostra vita» è un verso composto di parole tuttora in uso, invece gl’inglesi e i francesi di media cultura trovano scarsamente comprensibili i loro autori antichi. Altri tempi, davvero; del resto il libro è del 1984.

[2] Questa parola NON esiste, è solo una distorsione che usa il mio nipotino. Per questo le virgolette (e prima il corsivo).

[3] Uno degli articoli di Chesterton che ho tradotto per la raccolta di Natale diceva una cosa del genere, ma non avrei pensato di trovarmene davanti un esempio così concreto.

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Superluna e suggestioni

C’è modo e modo di raccontare le cose. il problema non è generalmente il modo, però, ma ciò che fa passare. L’impressione che genera nelle persone.

Ieri sera c’era la superluna e ai tg ne parlavano già da due giorni come se fosse il non plus ultra della bellezza lunare.

Ebbene, non è vero. Io stessa ho visto – e non solo io, giacché non ero da sola – lune più grandi e più belle di quella di ieri sera. D’accordo, io sto in una posizione privilegiata, chi abita in città magari la luna non la vede praticamente mai e allora l’occasione sbandierata dalla tv diventa l’occasione per… vedere la luna anche in un altro senso (mi veniva in mente questo).

Ma è preoccupante che ci siano persone convinte che “non vedremo più una cosa tanto bella” perché questo è falsissimo.

Già una differenza del 14% non è poi un granché da vedere ma era perfino meno granché di quel che mi aspettassi. E di sicuro non era la più grande. Era luminosa e bellissima ma non lo era più di altre volte e non va affatto bene che uno debba credere che fosse così perché lo dice la televisione. Dalla luna a qualunque altra cosa, il passo è breve, se uno si abitua a non vedere.

Che poi ci siano persone con l’occhio benedetto, come mio cugino, che sanno fare foto suggestive, è un altro discorso. Si tratta di suggestione, appunto. Ma se Francesco avesse fatto questa bellissima foto in qualunque altra serata, nessuno sarebbe in grado di capirlo. (Spero che si veda la foto, che sta su Facebook.)

 

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Mondo Primario e Mondo Secondario: Realtà e Finzione

Penso che sarà capitato a molti di svolgere qualche compito mentalmente poco impegnativo (pulire le finestre, annaffiare il giardino) e nel frattempo di concentrarsi così tanto su un qualche pensiero da riuscire a isolarsi completamente. A me succede, al padre Dante succedeva e credo che succeda a un bel po’ di persone. Non dico a tutte ma a molte sì.

Ora, una cosa che succede a molte persone, anche se non a tutte, è un dato dell’esperienza; fa parte della realtà, fa parte di ciò che esiste nel mondo primario. Se è successo a te, sai che può succedere. Se non ti è mai successo, sai che comunque può capitare ad altri. È così che si propagano le conoscenze basate sull’esperienza; sennò staremmo ancora lì a capire come cementare i mattoni per far sì che i muri stiano in piedi. Per non dir niente degli esperimenti di Galilei o di Newton: ogni fisico dovrebbe sempre ricominciare da capo! E anche le cuoche, come farebbero a sapere che l’uovo è un legante? Saremmo ancora fermi ai budelli come gli antichi Romani.

Il passaggio di conoscenze da una persona a un’altra si chiama tradizione, dal termine latino traditio, traditionis, che significa “consegna”. La tradizione è il consegnare una conoscenza o un’usanza da una persona che sa a una che non sa ancora.

tradizione

[vc. dotta, lat. traditione(m), da traditus ‘tràdito (2)’; 1338 ca.]

s.f.

1 Trasmissione nel tempo di notizie, memorie, consuetudini da una generazione all’altra attraverso l’esempio o mediante informazioni, testimonianze e ammaestramenti orali o scritti: sapere, conoscere per tradizione; la tradizione ininterrotta della musica popolare; è volgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fosse… stata monarchia (VICO) | Tradizione orale, complesso di testimonianze su fatti o costumi trasmesse oralmente da una generazione all’altra e utilizzate spec. nel corso di ricerche e studi etnologici | (est.) Opinione, usanza e sim. così tramandata: sono cose attestate dalla tradizione; cerimonia regolata secondo una tradizione antichissima | (est.) Uso, regola costituiti sulla tradizione stessa: liberarsi dalla tradizione.

2 (colloq.) Consuetudine: per tradizione si vestono da anni dallo stesso sarto.

3 Forma sotto la quale i documenti antichi e medievali sono giunti fino a noi e cioè in minuta, in originale o in copia | Complesso delle copie manoscritte derivate dall’originale di un autore.

4 (dir.) Consegna di una cosa da un soggetto a un altro che ne acquista il possesso: tradizione consensuale, effettiva, simbolica.

5 Uso o comportamento rituale non attestato nei libri sacri e trasmesso per costante adozione.

 

Solo che oggi questo meccanismo (perché si tratta di un meccanismo, in fin dei conti) si è interrotto. Come se qualcuno avesse infilato un bastone tra gli ingranaggi.

Così tocca sentire di un poveraccio sospettato, senza l’ombra di una prova, di aver ammazzato la moglie solo perché, se era in giardino ad annaffiare e il giardino è piccolo, nell’ipotesi che se un estraneo fosse entrato in casa il marito avrebbe dovuto sentire qualcosa. Io affermo che è possibile che uno non senta nemmeno una motosega, se è veramente immerso nei suoi pensieri; a meno che non gliela accendano davanti, che però non è il caso in questione.

Ma il marito è sempre il primo sospettato, dirà qualcuno, è la prassi.

Sicuro, in mancanza di un prete negro da incolpare la prassi è questa, sono d’accordo. Dirò di più: è sempre piuttosto ragionevole pensare che ti abbia ammazzato uno che ti conosceva, specie se eri in casa tua. Io non obietto minimamente alla prassi. Ma un conto è la prassi; un conto è sostenere la prassi con delle fesserie.

Nel caso in questione – che è l’assassinio della professoressa Del Gaudio – c’è anche l’episodio ridicolo della busta supposta proveniente dalle vacanze nel Sud Italia, che invece proveniva da un caseificio nelle vicinanze. Provenendo da un caseificio nelle vicinanze, poteva essere (e senz’altro era) in decine di altre case come era in casa Del Gaudio; anzi, se davvero in casa Del Gaudio c’è arrivata la mattina dell’omicidio, mi sembra assai poco plausibile che sia stata usata per un omicidio premeditato: se io premeditassi un omicidio, premediterei anche il modo di sbarazzarmi degli attrezzi in maniera pulita. Se invece l’omicidio non era premeditato, si capisce che l’assassino avrà preso la prima busta che ha trovato, che verosimilmente è l’ultima entrata in casa. Questo però vorrebbe solo dire che l’assassino era in casa, il che era già chiaro; non indica niente altro.

Be’, ma se il marito era lì vicino perché non ha sentito?

Ma non l’ho già detto?

Così si ragiona in circolo. Secondo Chesterton, gli inglesi dei suoi tempi l’avevano imparato dalle storie di detective; alla fine, l’abbiamo imparato anche noi, leggendo le stesse storie.

Quello che sta nelle storie si chiama mondo secondario. È un mondo finto, di finzione: lo creiamo noi.

Ho sempre detto che le parole sono nomi di esperienze, e questo è vero sia nel mondo primario sia nel mondo secondario. Nel mondo secondario, quello della finzione, tuttavia, esistono parole che sono nomi di cose che non esistono nella realtà primaria: cose come il Rok e il Sarchiapone o Sauron e gli Orchi di Mordor.

Il guaio è che nel mondo secondario esistono anche altre cose che non esistono nel mondo primario: per esempio, che il colpevole è sempre il maggiordomo… o il marito; che è possibile capire se uno è mancino da come ha rimesso a posto una tazza; e via così.

Se le finzioni del mondo secondario vengono prese come criteri del mondo primario, specie da giornalisti o investigatori o giudici, finiamo nei guai. E tendiamo a mandar la gente in galera senza prove.

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Codarda, forse, incapace no

Virginia Raggi, sindaca di Roma, ha usato due argomenti per motivare il rifiuto di cedere Roma ai comodi olimpici.

Uno degli argomenti era eccellente: non ce lo possiamo permettere. Non è la prima ad usarlo; e l’assessore all’urbanistica che dice che “senza i soldi delle Olimpiadi la città andrà in default” mostra di non aver capito bene che cosa vuol dire “soldi per le Olimpiadi” se pensava di usarli per qualcos’altro.

Ma l’altro argomento non era eccellente. L’altro era un argomento da codardi.

C’è la corruzione nelle costruzioni? Ma certo che c’è. Se però uno dovesse evitare di costruire le case perché c’è la corruzione, abiteremmo tutti in tenda. Che magari sarebbe anche una buona soluzione per il problema dei terremoti, anziché sottostare alla gabella dell’assicurazione antisisma che sicuramente ci arriverà tra capo e collo entro un paio d’anni, ma ora non c’entra.

Sono i codardi quelli che fanno e non fanno cose per evitare i pericoli. Anche se nel caso di Roma potrebbe trattarsi solo di sana prudenza.

codardo

[fr. ant. couard ‘con la coda bassa’, da cou, forma ant. di ‘coda’; 1266]

A agg.

1 (lett.) Che si ritira, per pusillanimità, vigliaccheria e sim., di fronte a rischi, pericoli e doveri | Vile: io so’ de’ paladini il più codardo (PULCI). SIN. Vigliacco.

2 (est., lett.) Che rivela, nasce da, codardia: gesto codardo; vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio (MANZONI).

|| codardamente, avv.

B s. m. (f. -a)

* Persona codarda.

 

Affermare di temere la corruzione, però, se è un possibile segno di codardia, non è per niente un segno d’incapacità. Anzi.

Un incapace è uno che non è capace di fare qualcosa (o di fare qualunque cosa, nello secondo mamme e capuffici facili all’isteria).

Ora, io vorrei proprio vedere quale dei nostri brillanti politici se ne verrebbe a dire “Io sono capace di eliminare la corruzione”. Penso che di simili babbei non ce ne siano nemmeno tra i politici.

(Come sarebbe a dire che ne avete sentito uno or ora al tg?  Avrete capito male.)

Ne consegue che essi, tutti, se non sono babbei, sono incapaci.

incapace

[vc. dotta, lat. tardo incapace(m), comp. di in- (3) e capax, genit. capacis, da capere ‘prendere’, di orig. indeur; 1483]

A agg. (assol.; + di; lett. + a)

1 Che non sa, non è capace di fare qlco.: un giovane incapace di mentire; è incapace di organizzarsi; si rende incapace a poterle più sperimentare (LEOPARDI) | Che non sa svolgere bene la propria attività: un tecnico assolutamente incapace. SIN. Disadatto, inabile.

2 (dir.) Che non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi.

B s. m. e f.

1 Individuo inetto, inabile.

2 (dir.) Chi non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi: circonvenzione di incapace.

 

Insomma, per usare un linguaggio cristiano, temere la corruzione a Roma è più un segno di umiltà e sano realismo che di incapacità o perfino di codardia.

In effetti, a me pare molto più incapace la velleità con cui si pretenderebbe di eliminarla, la corruzione: perché può essere ridotta, tenuta sotto controllo, punita (certo, bisogna darsi molto ma molto da fare, però si può fare), ma eliminata no. Non è eliminabile, altrimenti dai tempi di Cicerone in qua ce l’avremmo fatta. Non ci sarà mica un complotto, per mantenerla, da parte degli avvocati che poi ci fanno carriera, giusto come Cicerone?

La velleità del resto è incapace per definizione:

velleità

[fr. velléité, dal lat. velle ‘volere’. V. †velle; 1640]

s. f.

* Desiderio, aspirazione, progetto e sim. irrealizzabile perché sproporzionato alle reali capacità del soggetto: velleità artistiche, politiche, sociali; velleità senili, giovanili, fanciullesche; avere delle velleità; mostrare qualche velleità.

 

La sindaca Raggi mi sta poco simpatica; se poi è vero quel che dicono del suo comportamento con il presidente Malagò – che l’abbia lasciato ad aspettare un’ora, mentre andava a pranzo, e che poi abbia usato come scusa un “contrattempo” – bisognerà pensare che la sua villania è uguagliata solo dalla sua villania.

Men che meno mi sta simpatico il suo Movimento; apprezzo la loro volontà di mettersi in gioco, detesto la loro granitica indisponibilità a migliorare. (E anche la velleità, che però è un male comune.)

Ma rifiutare di prestare Roma alle brame del CIO – che è la parte che guadagna di più, quando ci sono le Olimpiadi, e a naso direi che non lo fa per noi, di insistere su Roma – mi pare piuttosto un esempio di capacità. Capacità di fare i conti o di dare ascolto a chi sa farli. Anche un referendum in merito sarebbe stato un costo inutile, sarà per questo che l’idea fu bocciata a metà agosto.

Se poi Malagò e la sua struttura[1] si sono sentiti in dovere di spendere i nostri denari inutilmente, mi pare che sarebbero da denunciare loro e non il Comune di Roma per danno erariale.

Anzi no, ho un idea migliore.

Possono fare le Olimpiadi a Torino.

Così azzeriamo il danno erariale precedente.

 

Per saperne di più (specie sui soldi):

OLIMPIADI 2024/ I “rischi” di ospitare i Giochi in Italia, di Mauro Bottarelli, Il Sussidiario, sabato 13 agosto 2016

 

 

[1] Il CIO è il Comitato Olimpico Internazionale e coordina le associazioni olimpiche nazionali. L’associazione olimpica italiana è la struttura presieduta da Giovanni Malagò, il CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

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A sorpresa, stavolta sì

Trasecolo nel sentire che in Gran Bretagna i giovani hanno votato per rimanere e i vecchi per andarsene e questo sarebbe la dimostrazione di conservatorismo e paure da parte dei vecchi.

La Gran Bretagna entrò ufficialmente nella comunità europea nel 1972.

Anche volendo considerare “giovani” tutti i nati dal 1972 in poi e “vecchi” quelli nati fino al 1971 – che è assurdo, ma ci serve per la discussione – si vede bene che i “giovani” hanno votato per mantenere la sola cosa che conoscevano, lo status quo di tutta la loro vita.

Sono i “vecchi” ad aver affrontato il voto con il possibile paragone di due situazioni.

Non i giovani, i vecchi.

Ciò non vuol dire che l’abbiano fatto tutti, ovviamente, ma che lo potevano fare, mentre i più giovani no.

I giovani hanno deciso di conservare quello che hanno sempre conosciuto (e sarà sintomo di paura solo per i vecchi? che diamine, un po’ di serietà), quello che risulta comodo o si illudono possa risultar comodo, quello che comunque non ti pone davanti a una novità con cui fare i conti.

 

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Esenzione dalla denuncia dei redditi sotto gli 8.000 euro?

Ancora l’altra sera qualche politico in tv diceva che se uno ha percepito meno di 8.000 euro nell’anno d’imposta non deve presentare la denuncia dei redditi.

È vero? L’ho sentito spesso ma a me non risulta che sia esattamente così.

Limite di 8.000 euro

In realtà il limite di 8.000 euro vale solo per le condizioni seguenti, che si devono verificare tutte insieme (non è un elenco di punti indipendenti):

lavoro dipendente, o assimilato al lavoro dipendente,
che sia stato svolto per un solo datore di lavoro 
per almeno 365 giorni

(non so come si possano considerare “almeno” 365 giorni in un anno; probabilmente è solo una forma numerica per indicare l’intero anno indipendentemente da feste e ferie).

Non c’è male, vero? Da una frase che sembrava un assoluto roccioso ricaviamo… un sassetto. Rimangono fuori vari tipi di reddito, di rapporti lavorativi e di circostanze. E sono circostanze assai più probabili di “almeno 365 giorni in un anno”.

Ammettiamo che le condizioni siano soddisfatte. In questo caso, è vero che presentare la dichiarazione dei redditi non è obbligatorio.

Vorrei però sottolineare due cose:

a) in questo caso e in qualunque altro, non dover presentare la dichiarazione non significa che “non si devono pagare le imposte”: le ha già pagate il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, operando la ritenuta d’acconto; l’esonero è dovuto al fatto che la ritenuta copre l’imposta totalmente;

b) non solo: la ritenuta d’acconto potrebbe perfino essere maggiore dell’imposta dovuta e allora sarebbe opportuno presentare comunque la denuncia dei redditi (anche se non è obbligatoria) per poter chiedere il rimborso del credito d’imposta; non hai diritto al rimborso se non hai presentato la dichiarazione.

Conclusione.

Cercate il CAF più vicino e fatevi aiutare.

I CAF costano, ovviamente. Però spendere 40 euro per riprenderne 200 può ancora andar bene. Bisogna riflettere sulla cosa e fare due calcoli ma è meglio se i calcoli te li fai fare da chi ne capisce di più.

Non state a sentire quel che dicono del fisco i politici in tv: non ne capiscono niente, esattamente come qualunque altro cittadino che non si occupi di fisco per lavoro.

Oltre a questo, certuni non ritengono degno di esistere il lavoro diverso da quello dipendente, per questo parlano sempre e solo degli 8.000 euro.

A me ovviamente i conti non tornavano perché, come non-dipendente (quando ero dipendente, non me ne preoccupavo, ci pensava l’ufficio fiscale), il mio limite è più basso di 8.000.

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Ma basta con ‘sto dna!

Ho appena sentito una tizia in tv dire che il coraggio ce l’abbiamo nel dna. E poi ci chiediamo perché l’Italia e il mondo vanno a rotoli?  Visto che si continua a parlare come pappagalli senza riflettere sull’esperienza vera di tutti i giorni, mi pare un miracolo che ancora non ci siamo sfatti del tutto!

Io nel dna ci ho i capelli castani e ricci, gli occhi marroni e miopi, le lentiggini, la capacità linguistica… ma il coraggio no, cavolo, quello NON STA NEL DNA.

Casomai abbiamo, nel dna, la capacità e la possibilità del coraggio, a differenza delle lepri. Ma non IL coraggio.

Per capire, noi abbiamo tutti – tutti – la capacità di imparare tutte le lingue del mondo; e quella ce l’abbiamo veramente nel dna, a differenza di cani e gorilla. Poi però ci sono quelli che le imparano e quelli che non lo fanno.

È la differenza tra potenza e atto di cui parlano i filosofi (perlomeno ne parlavano).

È anche la differenza tra potenzialità e educazione, tra talento e tirocinio eccetera.

Pensare che si possa smettere di essere vili e codardi perché “abbiamo il coraggio nel dna” è più o meno come pensare che “possiamo smettere di essere ignoranti senza aprire i libri, basta comprarli e metterli nella libreria”.

 

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