Archive for Le parole del lavoro

Paradossi: la disoccupazione che cresce con la ripresa

Qualche tempo fa, scrissi un articolo con un po’ di numeri e considerazioni sulla disoccupazione. I numeri erano quelli ufficiali dell’Istat, le considerazioni erano mie.

Ieri ho sentito (come tutti) l’affermazione paradossale del ministro Poletti, secondo cui la disoccupazione cresce perché c’è la ripresa. Questo è uno dei rari casi in cui il paradosso è anche vero nei fatti: la sua verità dipende però da come sono definite le parole.

Se sto a casa senza cercare lavoro, per l’Istat io sono “inattiva”, non sono “disoccupata”. Se ricomincio a cercare lavoro, perché credo nelle chiacchiere sulla ripresa, divento “disoccupata”, non sono più inattiva. Ne consegue che se la gente crede che ci sia la ripresa e ricomincia a cercare lavoro, la disoccupazione come parametro Istat cresce.

Come dicevo l’altra volta, le fasce non si sovrappongono, perciò i disoccupati e gli inattivi non sono mai in due categorie allo stesso momento: o qui o lì. Allora, se cresce il parametro “disoccupati” deve diminuire il parametro “inattivi”, altrimenti non vale.

Il punto è che a noi non ce ne dovrebbe fregare niente della disoccupazione come parametro Istat e basta.

Se uno è inattivo o è disoccupato, vuol dire che non ha i soldi per il pane quotidiano o per altre cose necessarie, come rifarsi gli occhiali o andare da un medico specialista per qualche male particolare. Umanamente stare qui o lì non fa differenza.

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Chi lavora con…

Gironzolando sul web, mi imbatto in una citazione attribuita a san Francesco (refusi, maiuscole e puntini copiati dalla pagina web):

Chi Lavora con le Mani è un operaio , Chi Lavora con le Mani e la Testa è un artigiano, Chi Lavora con le Mani, la Testa e il CUORE è un Artista………. (San. Fancesco D’Assisi) 

Rimango perplessa. Strano che san Francesco abbia avuto a dire una cosa simile e in una simile forma! Non sono certa che ai tempi suoi esistesse la distinzione tra operaio, artigiano e artista – anzi, sono quasi certa che non esisteva – ma soprattutto mi lasciano perplessa sia l’idea che san Francesco si mettesse a fare una simile graduatoria sia la faccenda del cuore: voglio dire che quel modo di usare “cuore” contrapponendolo a “testa” non è tipico né dei tempi di san Francesco né, credo, di lui personalmente. Al massimo può essere una traduzione in termini moderni. La graduatoria continuo a trovarla inaccettabile.

Incuriosita, cerco la frase nel web e la trovo quasi sempre attribuita a san Francesco; solo in un caso c’è un’attribuzione particolareggiata:

Chi lavora con le mani è un operaio.
Chi lavora con le mani e la testa è un artigiano.
Chi lavora con le mani, la testa ed il cuore è un artista.
Louis Nizer, Between You and Me, Beechurst Press, 1948

Questa è proprio la forma che io avrei dato ad una citazione. E ci siamo coi tempi, anche.

In un’altra pagina (di citazioni varie) trovo una versione leggermente differente e ugualmente attribuita a Nizer, senza citazione della fonte, però:

Chi lavora con le mani è un operaio; chi lo fa pure con il cervello è un artigiano; chi vi aggiunge il cuore è un artista.

Questa seconda versione, se uno la cerca, si trova sempre attribuita a Nizer e non a san Francesco. La frase è palesemente la stessa, tranne due varianti minori: questo indica normalmente che si tratta di una traduzione e che le versioni si sono propagate sul web per copia-incolla semplice (= la vedo, mi piace, la copio e la incollo).

A questo punto cerco Nizer in Google Libri ma non c’è niente in anteprima o libro intero e dagli snippet la ricerca di hands o work non mi trova niente.

Faccio allora una ricerca normale in inglese per Nizer + work e trovo quella frase citata tante volte e sempre attribuita a Nizer, non mai a san Francesco:

A man who works with his hands is a laborer; a man who works with his hands and his brain is a craftsman; but a man who works with his hands and his brain and his heart is an artist.

Il sito italiano rimane l’unico in cui ho trovato citata l’opera da cui la frase sarebbe tratta. Dico “sarebbe” solo perché non ho potuto verificare con i miei occhi e mi è già capitato qualche volta di vedere citazioni sballate.

Che cosa mai può trasformare la frase di un avvocato statunitense nell’espressione di un frate mendicante italiano?

Vedo quattro possibilità:

1) la frase è veramente di san Francesco, Nizer l’ha scritta senza citarne la fonte e tutti hanno pensato che fosse sua;

2) la frase è veramente di san Francesco, Nizer l’ha scritta citando la fonte ma i suoi estimatori l’hanno ripetuta come se fosse sua;

3) la frase è di Nizer ma il primo che l’ha scritta su web ricordava o pensava che fosse molto francescana (a mio avviso non lo è per nulla, dicevo, ma posso sbagliarmi) e l’ha propalata come se fosse di san Francesco, ignorando chi ne fosse l’autore;

4) variante della precedente: non è un caso di non-ricordanza ma una mossa voluta, per misterioso che possa sembrare lo scopo.

Il terzo e quarto punto sono tutti esempi di parole-suono: mi piace, la butto lì, senza fare il minimo sforzo per capire. Chiunque per lavorare bene deve mettere nel lavoro mani, cervello e cuore, anche se pulisce i gabinetti allo stadio ma nessuno dei siti web in cui l’ho vista apparteneva a ditte di pulizie.

(Oddio, adesso mi viene il tarlo, ci vado a guardare. No, nessun sito che abbia a che fare con il pulire gabinetti.).

Il secondo è roba da zelanti, non è tanto grave – e poi gli americani sono gente splendida ma hanno una tendenza a passare sotto silenzio le fonti di ambito sud-europeo e cattolico.

Il primo può accadere a chiunque; Rousseau, per esempio, veniva insultato e trattato da plagiario perché nei libri scriveva cose come se fossero un parto suo e invece erano state dette e scritte da altri. Il fatto è che, quando uno è abituato a leggere tanto e bene (tentando di entrare in dialogo con l’autore, cioè), quel che legge gli resta dentro, gli lavora dentro, gli impregna il tessuto cerebrale e poi torna fuori come se fosse un’idea propria. Per questo le idee non hanno copyright, ma solo la forma in cui vengono espresse.

Disgraziatamente, per come la vedo io, la terza ipotesi è anche la più probabile – ripeto, posso sbagliarmi; a volte mi capita. Non so molto di Nizer ed è certo possibile che un avvocato ebreo leggesse san Francesco ma, considerando i vari elementi, lo trovo molto meno probabile del comportamento che ho descritto al punto tre.

Un giorno o l’altro spero di riuscire a scoprire qualcosa di più.

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Incompetenza

Spesso si sente accusare questo o quell’altro di incompetenza. Di suo, la parola incompetenza significa senza (in- deriva da sine) competenza. Allora, per riconoscere che cosa è incompetenza bisognerà sapere che cosa sia competenza.

Si definisce competenza la capacità di svolgere bene un compito.

Bene? Che vuol dire? Eh, già, questo fa parte del problema. Diciamo allora che la competenza è ciò che consente di svolgere un compito in una data maniera, che ha delle caratteristiche definite.

La migliore illustrazione del significato di competenza  la ebbi anni fa da uno dei miei docenti di orientamento, tramite un esempio “esperienziale” – mai dimenticare che le parole sono nomi di esperienze e non solo suoni:

– fai la segretaria,

– leggi Shakespeare in lingua originale e il Times ogni giorno,

– però vai nel panico se ti arriva una telefonata in inglese:

– sei incompetente (come segretaria che deve parlare in inglese).

In altre parole, la competenza non è ciò che uno studia in ambiti più e meno formali o qualcosa che dipende da un titolo o da un ruolo riconosciuti da questa o quell’altra autorità: la competenza è ciò che sai fare perché ti è capitato di farlo (dove che sia e a qualunque livello) e l’hai imparato bene.

Ora, ci sono delle competenze che non sono alla portata di chiunque e altre che invece lo sono. Per esempio, condurre una nave da crociera non è alla portata di tutti; comprendere le persone invece lo è, anche se in genere nessuno lo fa.

Non ci vuole un esperto di nautica per capire che 11 morti su 4000 passeggeri sono anche 3989 vivi su 4000 passeggeri (qualcosa deve aver funzionato, come ha detto qualcuno l’altra sera). Non ci vuole un esperto di nautica per supporre che il comandante della Costa Concordia fosse sotto shock mentre parlava con il comandante della capitaneria di Livorno. Non  ci vuole una fantasia galoppante per pensare che forse il comandante della capitaneria urlava per scuotere un comandante sotto shock e parimenti non ce ne vuol molta per comprendere che stare in capitaneria o davanti alla propria nave che affonda sono due situazioni parecchio diverse… e che magari l’approccio-urlo non è il più adatto.

A me, tuttavia, sembrava che il comandante della capitaneria fosse proprio inc…to, non che usasse una tattica anti-shock, e questo lo trovo comprensibile ma fuori luogo, data la situazione. Lo accuserò di incompetenza? Non me lo sogno nemmeno. Però non accuso di incompetenza nemmeno il comandante della nave per il fatto di essersi trovato su una scialuppa, perché non so che cosa ci è andato a fare: con una nave sbandata in quel modo, può anche darsi che fosse più razionale dirigere le operazioni da una scialuppa, la mia conoscenza della nautica non è abbastanza avanzata da poterlo capire. Neanche per la stupidaggine che ha fatto – di passare con quel leviatano di nave in un braccetto di mare– si dovrebbe parlare di incompetenza: la superficialità e l’incompetenza sono due cose diverse. Del resto, io amo le imbarcazioni di ogni stazza, epoca e attrezzatura ma non approvo la costruzione di navi grandi come quella. Dirò forse che gli armatori sono incompetenti? Ma quando mai.

Posso invece parlare di incompetenza per ciò che conosco bene.

Per esempio, è leggermente da incompetenti (in comunicazione efficace) richiedere “ottimo inglese” in un annuncio di lavoro senza specificare che inglese vuoi – redigere un bilancio o parlare con clienti texani?

Restando all’esempio del naufragio, era un sonoro incompetente chiunque il primo giorno ha tirato fuori la frase “nella nave non c’è più nessuno” – non ci vuole un esperto di statistica per capire che se mancano all’appello 50 persone e la nave è coricata su un fianco a pochi metri dalla costa, molto probabilmente alcune persone sono ancora dentro alla nave. C’erano, infatti.

Ma soprattutto, c’è una categoria di persone di cui posso dire che sono incompetenti: quelli che stanno sempre lì a puntare il dito, quelli che sanno sempre fare meglio il lavoro  degli altri, quelli che tranciano giudizi stando comodi in poltrona, quelli che pensano che la vita sia come un fumetto o un telefilm… ecco, questi sì, questi sono incompetenti.

Umanamente incompetenti.

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Lavoro e parole

Le parole danno forma al pensiero, e usare male le parole significa pensare in maniera sbagliata: perlomeno inefficiente, spesso ingiusta. Tempo fa scrissi un post su un ossimoro che va molto di moda, l’apprendista con esperienza. Questa richiesta è un esempio di pensiero ingiusto che crea una prassi ingiusta.

Nell’ambito del lavoro ce ne sono altri: uno è il “diritto al lavoro” divenuto pretesa di avere un’entrata fissa e garantita dallo Stato; un altro è il disconoscimento della vera natura del lavoro e del motivo per cui si chiama così (perché c’è un motivo, e bello, anche); un altro è la distinzione nella vulgata odierna tra imprenditore e precario.

Un imprenditore è precario per definizione: nessuno gli garantisce che domani avrà clienti e pane, per non parlare delle ferie pagate e della pensione.

Capisco che c’è molta confusione riguardo alla parola “imprenditore” e all’esperienza che essa indica. Per i più, l’imprenditore-tipo è un qualcuno come Agnelli o Ford. Se siete tra i più, provate a chiedervi come mai il vostro imprenditore-tipo è un produttore di automobili e che legame questo può avere con la vostra idea di imprenditore. Sarà interessante.

Anch’io, però, sono una imprenditrice, anche se giuridicamente i liberi professionisti in Italia non sono ritenuti imprenditori. Io mi considero una imprenditrice (me lo chiedevo poco più di un anno fa e ne frattempo ho studiato un po’ la questione e ho deciso). Sono anche precaria, ovviamente, perché non so se domani mi arriverà un altro lavoro o se quello che ho consegnato ieri sarà l’ultimo. Mio padre era un agricoltore e se c’è qualcosa di maledettamente precario per definizione – visto che dipende dalla natura – è il lavoro autonomo agricolo di ogni genere. Questo ci ferma? Manco per sogno. Ma certo, quando ci sentiamo dire che dovremo organizzarci per farci la pensione integrativa (pur continuando a pagare l’Inps, s’intende), comincio a pensare seriamente che sia meglio far la donna delle pulizie. In nero.

Uno dei momenti più gratificanti degli ultimi mesi è stato quando un docente che avevo contattato come potenziale cliente si è congratulato con me perché avevo un’attività imprenditoriale in corso. Questo post mi è venuto in mente a causa sua. Se lo dico io, che gli imprenditori sono precari per definizione e che sarebbe ora di prendere in seria considerazione la faccenda, non conta nulla. Se lo dice lui, mi pare che abbia un altro peso. Perciò gli sono grata.

Paolo Preti, Una soluzione per i precari, editoriale su IlSussidiario di martedì 11 gennaio 2011.

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