Archive for tradurre

Spiritualism, spiritismo

Una delle cose più insidiose per chi traduce da una lingua a un’altra – a qualunque livello, dalle scuole medie alla professione – sono i false friends, i falsi amici: parole che somigliano a quelle della nostra lingua madre ma che significano un’altra cosa. Un esempio classico è l’inglese patent, che significa “brevetto”; la patente di guida in inglese è driving license. Un altro è lo spagnolo aceite, che somiglia ad “aceto” ma è “olio”.

Mentre traducevo il Robert Browning di Chesterton, ho incontrato una coppia di f.f. che non avevo mai visto: la coppia spiritualism/spiritismo.

Il fenomeno che nacque negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento e portò a ballare innumerevoli tavolini di qua e di là dell’Oceano, in inglese si chiamò subito e si chiama ancora spiritualism; in seguito nacque il termine spiritism per indicare una parte specifica dello spiritualism. Spiritualism rimane comunque il termine di riferimento generale in inglese.[1]

In italiano invece lo chiamammo subito “spiritismo”. Perché? Probabilmente perché “spiritualismo” era già il nome di qualcos’altro e, siccome si trattava di due cose differenti nel livello, se non proprio nel contenuto di esperienza, usare lo stesso nome avrebbe generato confusione.

spiritualismo

[da spirituale, con -ismo; 1816]

s. m.

* Dottrina filosofica della seconda metà dell’Ottocento che, in opposizione al positivismo e allo scientismo, riafferma la trascendenza divina, il carattere spirituale della conoscenza e, in taluni pensatori, anche della realtà | (est.) Ogni dottrina filosofica che teorizza il primato dello spirito sulla materia: lo spiritualismo di Platone. CONTR. Materialismo.

 

spiritismo

[dall’ingl. spiritism, da spirit ‘spirito’ con -ism ‘-ismo’; 1863]

s. m.

1 Sistema mistico-religioso fondato sull’interpretazione di fenomeni medianici e paranormali rilevati, per la prima volta, ad Hydesville, presso New York, nel XIX sec. | Movimento mondiale che derivò da tale sistema.

2 Ipotesi interpretativa dei fenomeni metapsichici e paranormali | Pratica delle sedute spiritistiche, nelle quali, attraverso il medium, si prende contatto con gli spiriti e si determinano fenomeni paranormali.

 

Per il contenuto di esperienza, in effetti, si potrebbe dire che lo spiritualismo “contiene” anche lo spiritismo, visto che lo spiritismo non è materialistico e lo spiritualismo si oppone appunto al materialismo. Ma questo non vuol dire che sia vero anche il contrario, cioè che i filosofi spiritualisti siano tutti anche spiritisti.

L’italiano è una lingua logica e puntuale; non è un caso che noi abbiamo le due parole “liberalismo” e “liberismo” mentre in inglese ce n’è una sola, liberalism (il che a volte crea effettivamente un bel casino). Non è una mancanza della nostra lingua o della nostra cultura, come tendono a pensare certuni. Al contrario, è una ricchezza. Come tutte le ricchezze, va gestita come si deve, altrimenti diventa esagerazione e ti rovina la vita.

Spiritualismo o spiritismo?

Spiritismo, dunque, quando parliamo di medium, scrittura automatica e tavoli che ballano;

spiritualismo con l’iniziale minuscola se parliamo di Giovanni Gentile e dei suoi consimili (cioè filosofi);

se invece vogliamo parlare del fenomeno religioso che nacque nell’Ottocento (ed esiste tuttora), basato sulla comunicazione con gli spiriti, poiché l’inglese ha Spiritualism con la maiuscola, noi potremmo usare Spiritualismo con la maiuscola. Qui la confusione sarà evitabile solo grazie al contesto, perché anche lo spiritualismo filosofico a volte si indica con la maiuscola. Chesterton, però, nel Robert Browning parla sempre di spiritualism con la minuscola, cioè di spiritismo.

Ho notato che ogni tanto salta fuori, non solo nelle versioni di Chesterton, la traduzione di spiritualism/spiritismo con “spiritualismo”. Chissà, forse dipende dal fatto che la scelta di “spiritismo” per indicare tutti i fenomeni di contatto con l’aldilà è percepita come una scelta derisoria? E potrebbe anche esserlo. Alle scelte derisorie, però, non si rimedia appiccicando al fenomeno un altro nome, magari in maniera antistorica. (A proposito: il termine “cristiano” in origine era derisorio.)

Una volta che una determinata cosa abbia un nome, insomma, potremo anche trovare dei sinonimi collegati alla sua essenza ma non è utile darle nomi che creino confusione. Noi cattolici chiamiamo “Comunione” l’Eucaristia, perché essa ci unisce a Cristo, ma non chiamiamo “eucaristia legale” la comunione dei beni tra due coniugi. D’altra parte, mica vorremo cambiar nome all’Eucaristia e definirla, che so, “condivisione tribale” per il fatto che alcuni la considerano un segno di appartenenza al gruppo, come i tatuaggi che sono appunto tribali?

Questo modo di procedere – assecondare i false friends invece di cercar di capire se l’oggetto o l’esperienza ha già un nome consolidato – sembra una semplificazione e invece complica le cose.

La lingua è un fenomeno arbitrario: vuol dire che non esiste un motivo concreto per cui quella data cosa si debba chiamare “tavolo” anziché “gabinetto”. Questo però non significa che uno si alza la mattina e decide il significato delle parole: provate a dire a mamma/moglie/marito/figli Ti ho lasciato la colazione sul gabinetto e fate caso alla reazione.

Insomma, la lingua è arbitraria ma non è soggettiva, come dice il professor Rigotti.[2] È ciò che intendiamo quando diciamo che le lingue sono convenzioni: le convenzioni implicano sempre che almeno due persone siano d’accordo (in genere più di due) e non che ognuna faccia come vuole. Peccato che oggi questa cosa non sia più capita; anzi, c’è chi lavora attivamente contro di essa e c’è chi ci casca pensando che “tanto è uguale”.

Cambiare nome alle cose così come vien meglio non implica soltanto diventare incapaci di leggere i libri dell’Ottocento e del Novecento, come già siamo diventati incapaci di leggere il latino e il greco – e chissà poi a che dovrebbe servire l’alfabetizzazione in un panorama così?

Sembrerà esagerato ma, alla lunga, vuol dire non riuscire più a capirsi in nessuna occasione:

Ti ho cosato la cosa sul coso.

 

Mini-cronologia

1796. Primo utilizzo noto del termine spiritualism in inglese secondo il Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015

1816. Primo utilizzo noto del termine “spiritualismo” in italiano secondo lo Zingarelli 2008; andando in Google Libri e cercando “spiritualismo” nel XIX secolo, però, ho trovato un libro del 1804 che usa il termine due volte, in ambito religioso, e un altro testo del 1815 che usa il termine come se fosse già noto. Misteri del vocabolario!

1848. Inizio del fenomeno di comunicazione con gli spiriti (pure detto spiritualism) a casa della famiglia Fox, in Hydesville (NY), USA

Ne possiamo dedurre che gli usi precedenti a questo anno fossero filosofici o religiosi e non relativi al contatto con gli spiriti

1856. Primo utilizzo noto del termine spiritism (Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015)

1863. Primo utilizzo noto del termine “spiritismo” (Zingarelli 2008, non ho cercato altrove)

Insomma, visto che gli anglofoni avevano già inventato tutti e due i termini, noi abbiamo scelto di usare quello che creava meno confusione. Qualunque sia stato il motivo, non mi sembra una cattiva idea.

 

[1] Nel Merriam-Webster online, il lemma spiritism non ha definizione ma rimanda a spiritualism 2a.

[2] Rigotti E., Cigada S. (2004), La comunicazione verbale (par. 2.5.2), Apogeo, Milano.

Commenti disabilitati

What’s wrong…

A Natale uscirà in edizione cartacea un grande libro di Chesterton che in Italia è stato pubblicato per la prima volta nel 2010: What’s Wrong with the World, traduzione di Annalisa Teggi, editrice la Società Chestertoniana Italiana.

Avevo usato questo testo, in inglese, come esempio di formattazione, anni fa, quando ancora non era stato tradotto, solo si ventilava l’idea. Qualche tempo dopo uscirono ben due traduzioni: una di Lindau, intitolata Ciò che non va nel mondo, e una di Rubbettino, digitale, intitolata Cosa c’è di sbagliato nel mondo, che ora appunto diventa edizione cartacea.

Ricordo che rimasi un po’ sconcertata, perché in realtà il titolo significa Che cos’ha il mondo che non va. Come titolo sarebbe pesante, però. E poi lo stesso Chesterton nella dedica afferma che, in origine, aveva chiamato il libro semplicemente What is Wrong (traducibile sia con Che cosa è sbagliato sia con Che cosa non va; entrambe le forme si possono ammobidire in Che c’è di sbagliato e Che c’è che non va o anche Quel che non va e simili combinazioni). Da qualche parte credo di aver letto che il titolo nella sua forma definitiva sia stato un’idea dell’editore di GKC, che voleva un po’ attenuare il giudizio evidente nell’altra forma, ma non ricordo più dove l’ho letto.

Ad ogni modo, mi sembra che suiano entrambi accettabili. Di solito, quando qualcosa non funziona come dovrebbe, si può anche dire che c’è in essa qualcosa di “sbagliato”, almeno temporaneamente. E se parliamo del mondo, sicuramente non funziona perché c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui ci stiamo.

Il che non vuol dire…

… che la grammatica sia un’opinione. Quelle traduzioni sono accettabili perché l’autore si è espresso in una certa maniera e quindi sappiamo come la pensava; ma non sono la traduzione esatta dell’espressione. Nella maggior parte dei casi non sarebbe corretto tradurre quella stessa frase in quei due modi all’interno di un periodo. Ovviamente, eccezioni se ne possono trovare sempre.

L’espressione wrong with (something, someone) indica che c’è qualcosa che non va, che non funziona come al solito.

La si può usare per cose e persone:

there’s something wrong with my car, la mia auto ha qualcosa che non va;

there’s something wrong with my baby, il mio bambino ha qualcosa che non va;

o come apostrofe a qualcuno che si comporta in modo insolito:

what’s wrong with you?, ma che ti prende?

Usare wrong with implica una relazione tra un soggetto che ha delle aspettative e un oggetto (nel senso di ciò esiste fuori di me, può anche essere una persona) che non appare o non si comporta come ci si aspetterebbe. Può anche esserci la relazione con un fine, uno scopo: se mi rendessi conto di avere scritto un articolo inefficace ma non riuscissi a capire che cosa esattamente lo rende inefficace, potrei chiedere a qualcuno what do you think is wrong with this article of mine?

Per dire che c’è qualcosa di sbagliato, di insolito, di strano IN qualcosa, concentrandosi perciò sull’ambiente, sullo spazio in cui qualcosa accade, e non su una relazione soggetto-oggetto, anche in inglese si usa in:

If there’s something strange in your neighborhood
Who you gonna call?
Ghostbusters!

Insomma, se qualcuno vi chiede what’s wrong with you?, sta cercando di capire perché all’improvviso vi stiate comportando in un certo modo che lo sconcerta, che non si aspettava. Se vi chiede what’s wrong in you?, sta mettendo in dubbio le vostre capacità mentali o morali, a seconda del contesto.

Dannato inglese, pieno di trappole!

Tutte le lingue sono piene di trappole: per questo sono divertenti. Le sfumature verbo-preposizione in inglese sono frequenti e a volte fanno penare perfino i madrelingua, ma esistono anche in italiano. Se, per esempio, dico a qualcuno vieni dietro A me, gli sto dicendo di seguirmi, il che può avere un senso reale oppure figurato. Se invece gli dico vieni dietro DI me, gli sto dicendo di spostarsi fisicamente e mettersi alle mie spalle. Pensate all’esperienza comune: quando si corre dietro A qualcuno? e quando invece si corre DI qualcuno?

Parlando proprio di come si dovrebbe tradurre quel titolo, nel gruppo FB della Società Chestertoniana, mi è venuto in mente che what’s wrong with you? è un’espressione abbastanza spiccia, io l’ho imparata nei fumetti. Una signora penso che direbbe qualcosa come Is something amiss?, non What’s wrong with you? (anche se significano esattamente la stessa cosa). Diciamo che  What’s wrong with you? equivale a dire Che cavolo ti prende?

E mi sono figurata un cavolo verza che afferra un uomo…

imgOnbu_mod

Noi sappiamo che cosa significa; ma in sé quella frase non ha veramente senso. È una frase idiomatica (idiom): un’espressione tipica della nostra lingua e che non si può tradurre letteralmente in un’altra, ma va resa con la frase idiomatica corrispondente.

Il cavolo che ci prende è un esempio di frase idiomatica ma ce ne sono molti altri, come “piove a catinelle” che in inglese si dice it’s raining cats and dogs (piovono gatti e cani) oppure “hai fatto il passo più lungo della gamba” che diventa you have bitten off more than you can chew (hai preso un boccone più grosso di quel che riesci a masticare). Come si vede, la frase idiomatica può avere un aggancio con l’esperienza reale –può succedere di prendere bocconi troppo grossi e in certe piogge sembra davvero che qualcuno ti butti addosso delle secchiate d’acqua – ma anche nascere dalla fantasia – nella Bibbia son piovute rane, ma cani e gatti? e il passo più lungo della gamba è degno dei disegni di Lear.

Ma perché ci facciamo prendere dai cavoli?

In realtà la frase originaria potrebbe essere “che diavolo ti prende?”, da intendere in senso letterale: “quale demonio si è impossessato di te, al punto da farti comportare in questa maniera che non è la tua?”. Sarebbe parente di un’altra espressione vecchio stile che è “avere il diavolo addosso”, cioè essere irrequieto o agitato o anche irritato.

Altrimenti potrebbe essere “che accidenti ti prende?”, pure questa da intendere in senso letterale: “che malessere ti sta capitando, da farti comportare in questa maniera che non è la tua?”.

Spero che tutti riusciamo a concordare sul fatto che i diavoli possono prendere qualcuno, se esistono; che i malesseri possono colpire qualcuno, e questo colpire noi spesso lo diciamo “prendere” o “pigliare” (che ti prenda un accidente!); e che i cavoli non possono fare né l’una né l’altra cosa. Va bene, un cavolo potrebbe colpire un uomo; ma solo se glielo tira qualcuno.

Nel caso del diavolo, “cavolo” sarebbe un eufemismo, cioè un’attenuazione: invece di nominare il diavolo si nomina il cavolo, che ha le stesse sillabe e suona quasi uguale, così il ritmo è salvo.

Nel caso dell’accidenti, invece, non ci starebbe a far niente, poiché in genere esso significa appunto “niente” come rafforzativo popolaresco: non ci ho capito un cavolo. Nella frase in questione non avrebbe senso, no? Allora mi viene in mente che può essere un eufemismo al posto di “cazzo” (però non saprei come ci sia arrivato e siamo punto e daccapo), oppure che di nuovo può star lì per motivi di ritmo. Insomma, soddisfa l’orecchio, un po’ come per i bambini il “ma però”. I bambini sono fanatici adepti del “ma però” perché hanno un gran senso del ritmo: infatti ma però ha un bel suono rotondo, pieno, soddisfacente, ta-ta-TA, non come lo scarno ma o il tronco però.

Forse con i cavoli ci capita lo stesso.

Commenti disabilitati

Scienza triste o scienza tetra?

Qualche giorno fa mi sono imbattuta nel personaggio di Thomas Carlyle, un filosofo dell’Ottocento, e ho scoperto la sua definizione dell’economia politica come the dismal science, la scienza tetra. Perlomeno “scienza tetra” è la traduzione che ne ho fatto immediatamente; ma ho anche scoperto che in Italia l’espressione viene normalmente tradotta con “la scienza triste”, forse in opposizione alla “scienza gaia” che è la poesia. L’espressione di Carlyle nasce effettivamente dalla contrapposizione voluta con la scienza gaia, oltre che dalla contrapposizione alla tetraggine antiumana di Malthus e dei suoi simili; ma io non lo sapevo, perciò non sono stata condizionata da niente nella mia traduzione mentale.

Curiosamente, stamattina ho trovato proprio un articolo che parla di economia e dismal science, ovviamente traducendo l’espressione inglese con “scienza triste” perché ormai è questa la traduzione che si è affermata. L’articolo è la semi-recensione di un libro che è finito a pieno titolo nella mia chilometrica lista dei desideri. (È così lunga che mi basterebbe nemmeno un lavoro per spuntarla tutta, dovrei sposare un miliardario.)

Non faccio certo una colpa all’autore per avere usato un’espressione che è ormai codificata. Però mi chiedo – e non è la prima volta – perché a volte nel tradurre cose che poi diventeranno, appunto, codificate, si debba essere così banali e… tristi, scegliendo la soluzione più istintiva e facile.

L’aggettivo dismal non significa semplicemente “triste”, che è un aggettivo genericissimo e a volte neanche negativo – perché non è vero che ogni tristezza sia cattiva, ma questa è un’altra storia. Con dismal si indica che una cosa è triste senza speranza, desolante, angosciosa, tetra, lugubre. Va bene, sono tutte condizioni tristi ma proprio per questo si poteva fare uno sforzo in più! O no? Eh, si vede di no.

Comprendo ovviamente la necessità di una parola di poche sillabe, che è più incisiva: “la scienza lugubre” non suona bene come “la scienza triste” o “la scienza tetra”; per non dir nulla di “la scienza angosciante”, che sarebbe sembrato un insulto più che una battuta di spirito! Ma io tradurrò sempre con “la scienza tetra”, lo dico a beneficio di chi dovesse trovarsi tra le mani una traduzione mia.

Commenti disabilitati

Derogatorio

Ci sono a volte delle parole che vorresti usare ma non puoi perché non è corretto; beninteso, se t’importa qualcosa di essere corretto, se no te ne freghi e basta.

Una di queste situazioni, in cui devo scegliere tra quel che mi piacerebbe e quello che è corretto, è l’uso del termine derogatorio nel senso di dispregiativo, offensivo, ingiurioso e simili.

derogatorio

[vc. dotta, lat. tardo derogatoriu(m), da derogatus ‘derogato’; av. 1324]

agg.

1 Che serve a derogare.

2 Che costituisce una deroga.

3 †Offensivo, pregiudizievole.

Ahimè! questo uso, in italiano sembra che sia defunto. Almeno secondo lo Zingarelli; perché il Garzanti online, il Gabrielli online (Hoepli) e la Crusca non se lo filano proprio, quel significato lì. Il Sabatini-Coletti online nemmeno ricomprende il termine tra quelli presentati.

La mia unica speranza è il Devoto-Oli; oppure che tutti questi dizionari siano offerti sul web in forma ridotta e mi riservino una sorpresa. Ma mi sa tanto che m’illudo. Il termine “derogatorio” è un termine giuridico e quelli che lo usano con un altro significato lo fanno per vezzo – come Giovanni Sartori, solo in parte giustificato dalla lunga permanenza negli Stati Uniti.

Sono infatti gli anglofoni a usare derogatory con il significato di “dispregiativo” oppure “offensivo”. Qualunque italiano lo usi così, sta imitando gli americani. Un caso di esterofilia? No, direi piuttosto un caso di latinofilia. Veramente, anche in latino derogatorius è un termine giuridico; però il verbo derogare ha anche il significato di sminuire e derogator è il calunniatore, il detrattore (sia in latino sia in inglese: usano proprio la stessa parola).

Per chi conosce il latino, e anche l’inglese, la parola “derogatorio” ha una forza d’immagine, è una parola bellissima! (A parte per gli avvocati, suppongo, che sono abituati a vedersela d’attorno con il significato proprio.) Ma non è corretto usarla: a seconda del contesto per tradurre derogatory andranno bene, come dicevo, dispregiativo, offensivo, ingiurioso, calunnioso. Ma derogatorio no.

Chissà, forse potremmo convincere i vari vocabolari ad accettare questo secondo significato. Se hanno messo dentro parole come “prezzemolino”, magari possono anche recuperare o aggiungere un significato ad un lemma.

Commenti disabilitati

Le parole SONO il nome di esperienze ma non tutti se ne ricordano

Come posso tradurre in inglese “valorizzazione energetica”?

Non ne ho idea, e grazie a Dio che non sono una traduttrice perché il fegato mi sarebbe già esploso.

Di solito uno traduce sapendo che cosa una certa espressione o parola racconta, quale esperienza descrive. Detto così sembra una scemenza, ma senza questo le traduzioni sono impossibili. E tutto si basa sul fatto che le parole sono il nome di esperienze, anche quando sono orripilanti.

In italiano “valorizzare” significa “dare un valore” (sottinteso: diverso da zero) o “mettere in evidenza un pregio”.

Nel caso di “valorizzazione energetica”, il significato è il primo e quell’espressione significa dare un valore di tipo energetico a qualcosa.

L’esperienza connessa è questa: bruciare qualcosa per ricavarne energia (oppure utilizzare altre tecniche più sofisticate ma assai più rare, però in qualche modo è comunque un “bruciare”). Si può anche pensare a un valore in soldi, ma in realtà si può avere valorizzazione di qualcosa senza coinvolgere i soldi. Si tratta semplicemente di usarla anziché scartarla.

Ora io ho davanti agli occhi l’azione e la posso tradurre letteralmente per quello che è: utilisation for energy production. Poiché sono una famosa paranoica, però, mi chiedo se gli anglofoni specializzati non lo riterrebbero rozzo. E se avessero anche loro un’espressione parallela a “valorizzazione energetica”? Potrebbero avercela, se hanno inventato solarization sono capaci di qualunque cosa. Vattelapesca qual è. Che faccio?

Ecco, questo sembra uno di quei casi in cui l’esperienza concreta – la conoscenza del gesto, intendo, non delle parole – non aiuta. So qual è l’azione, visto anche che la vedo compiere da quarant’anni grazie al camino della cucina, e non la so dire! Ma, in realtà, non sono io che non la so dire: il problema non è l’esperienza né il suo nome, è la mania che hanno certuni di parlare una lingua tutta loro.

Non esiste un motivo davvero ragionevole per usare “valorizzazione energetica”, però ne esiste uno pratico: è gergo e, parlando in gergo, si crea un senso di appartenenza alla comunità. Per questo molti esponenti di certi settori usano il gergo: non conta la correttezza o la bellezza dell’espressione, conta che “ci capiamo tra di noi”.

Non c’è nulla di male in questo, se poi i suddetti si ricordassero che il resto del mondo parla un’altra lingua. Il guaio è che se lo scordano, insegnano il gergo agli studenti (se ne hanno) o lo usano in televisione e alla fine un intero popolo non sa più parlare e ci si stupisce dell’analfabetismo di ritorno!

.

P.S. Ovviamente, facendo solo traduzioni di curriculum per gli amici, non ho il problema di offrire una qualità assoluta, mi limito a proporre: sono loro stessi a decidere se una traduzione gli conviene oppure no ma sanno che è comunque corretta.

Commenti disabilitati

Sicurezza

Il linguaggio è uno strumento sistematico ma lo è a modo suo; per questo non esistono software capaci di sostituire la conoscenza delle lingue, nemmeno i più sofisticati programmi professionali. Sistematizzano in modi diversi.

In questi giorni ci ho pensato perché mi è ricapitata davanti la locuzione sicurezza alimentare in italiano e in inglese.

sicurezza
[da sicuro; av. 1336]
s. f.
1 Condizione o caratteristica di ciò che è sicuro, privo di rischi o di pericoli: […]

2 Condizione di chi è sicuro di sé: […]

3 Certezza: […]

4 Insieme del personale addetto alla sorveglianza di uffici, strutture industriali, turistiche e sim.: […]; SIN. Security nel sign. 1.

La nostra locuzione sicurezza alimentare in inglese si traduce in due modi, food safety e food security, che indicano due fenomeni differenti. La traduzione di sicurezza in safety o security però è corretta in entrambi i casi. Anzi, il Merriam-Webster c’informa che security e safety, in certi casi, sono anche sinonimi.

Allora si capisce perché i software di traduzione fanno piangere, no?

Food safety è la sicurezza alimentare nel senso di sanità e genuinità degli alimenti, tracciabilità eccetera. Zingarelli n. 1. Potremmo usare sanità alimentare ma allora caratteristiche come, appunto, la tracciabilità ne resterebbero fuori. È chiaro che il fatto che una bistecca sia tracciabile non implica che essa sia anche sana, perché questo dipende dall’etica del produttore; ma, se non è sana, puoi andare dal produttore e rompergli il naso (o farglielo rompere da un avvocato, che è legale e dunque più sicuro, ancorché più costoso; la sicurezza infatti si paga).

Food security, invece, riguarda il fatto di avere il pane quotidiano, riguarda cioè la disponibilità di cibo in quantità sufficiente. Zingarelli n. 3. Quando si tratta di beni, spesso security indica la capacità di disporre dei beni in questione. Il cibo dovrebbe anche essere di qualità adeguata, questo è dato per scontato (errore ma lasciamo stare), però quando muori di fame sapere chi ha allevato la bistecca e se è una Chianina o una Marchigiana e se è Dop oppure no diventano particolari meno che secondari.

In breve: “sicurezza alimentare” in un documento che parla dell’Africa, al 99% è food security; in un articolo sui prodotti tipici di nicchia, al 100% è food safety.

Commenti disabilitati

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: