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Cattivi argomenti

Non mi era mai capitato di vedere sciorinare una quantità di cattivi argomenti come in questo caso del referendum costituzionale. Ora come ora non me li ricordo tutti, solo una manciata. Eccoli qua.

A) Il peggiore di tutti è sicuramente “votiamo no per mandare a casa Renzi”. Siccome il presidente del Consiglio ha già riconosciuto e pubblicamente ammesso che è stato un errore collegare il sì al referendum con la sua permanenza al governo, mi pare abbastanza chiaro che non abbia voglia di levar le tende. Votare no per questo e basta significa perdere. Ci sono eccellenti motivi per votare un bel no tondo tondo ma questo non ne fa parte.

B) Quasi alla pari è l’argomento del senato che “rappresenterebbe i territori perché sarebbe costituito di sindaci e consiglieri regionali”. Questo è un po’ più complicato del precedente, che è scemo e basta.

Tanto per cominciare, se la conferenza Stato-Regioni non funziona, non ho ben capito come mai si pensi che trasformarla in senato funzionerebbe meglio. È un problema di volontà, non di nomi.

In secondo luogo, sospetto che un sindaco o un consigliere regionale abbia già abbastanza da fare senza metterci pure il senato. Se però a questa obiezione si replica che tanto al senato ci si andrebbe solo una volta al mese, allora mi pare evidente che detto senato lo si pensa inutile, altro che rappresentare il territorio. Non conosco nessuna persona seria che sia capace di prendere una decisione importante – e magari condivisa con altre cento – nell’arco di ventiquattr’ore: anche senza andare fisicamente lì, far bene il lavoro implica studiare, capire eccetera. Allora, o fai male tutto quel che devi fare oppure fai male una sola delle due cose e quale sarà mai? E comunque, se il sindaco di Firenze Nardella attualmente va a Roma una volta a settimana per fare anticamera da qualche ministro, direi che con una volta al mese non ci si fa niente.

Terzo: ma il sindaco Nardella mica penserà di non andare più a Roma una volta che ci sia un senato di rappresentanti territoriali? Voglio dire, mica penserà che al sindaco di Aosta (per dire) importi qualcosa dei problemi precipui di Firenze? Non è certo di quelli che si parlerebbe nel nuovo senato. Anche perché, se si riunisce una volta al mese, dovrà essere molto ma molto selettivo…

In definitiva, basandoci su questo argomento, dobbiamo concludere che il nuovo senato non rappresenterebbe niente.

C) La faccenda dei soldi lasciamola perdere, perché è meschina, oltre che ballerina. Cinquanta, cinquecento, e che volete che sia? Lo zero non vale niente e la matematica è un’opinione.

D) L’argomento del “non ci sarà un’altra occasione per i prossimi trent’anni” è sballato: anche nel 2006 abbiamo votato per un referendum costituzionale e non sono trent’anni, sono dieci. Il problema è di volontà, non di tempo.

Certo, dopo tutto il veleno che le due parti si sono sputate addosso, non sarà facile ricominciare a discutere da persone civili; ma non sarà facile qualunque sia il risultato, non solo se vince il “no”. Irrilevante? Non proprio; perché un altro dei cattivi argomenti è appunto che

E) “intanto facciamo il primo passo, poi aggiusteremo quel che va aggiustato”. E come vorrebbero aggiustarlo, se non discutendo da persone civili? Con la legge marziale?

F) L’argomento “le Regioni bloccano le opere comuni per i propri interessi particolari” è infondato: se lo Stato avesse (a) capacità di negoziazione e (b) nerbo, farebbe tutte le opere necessarie. Competenze concorrenti non vuol dire che Stato e regioni devono andare a litigare davanti ai tribunali.

G) L’argomento “la nostra Costituzione diventerebbe illeggibile” è assurdo, perché presuppone che la nostra Costituzione ora come ora sia leggibile e comprensibile per chiunque. Questo non è vero. Se lo fosse, tanto per fare due esempi, non ci sarebbe tanta gente convinta che lo Stato gli debba dare lavoro né altrettanta convinta che la scuola sia obbligatoria. In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola.

H) L’argomento “questa riforma uccide la democrazia” è ridicolo, la democrazia è morta da un pezzo. O non ve n’eravate accorti?

Mi rendo conto che quasi tutti questi cattivi argomenti sono quelli del “sì”; il fatto è che loro ne portano di più – il “no” si è molto fossilizzato su ‘sta scemenza del “mandiamo a casa Renzi”, per questo ha preso la A – e anche che forse ho ascoltato con più attenzione i sostenitori del “sì” perché cercavo in tutti i modi un motivo adeguato per votare come loro, visto che anche persone che stimo sono per il “sì”. Non l’ho trovato.

Questo però non ha a che fare con la cattiva qualità degli argomenti.

Un cattivo argomento è cattivo perché non ha basi solide. Nella raccolta chestertoniana che ho tradotto per questo Natale (in fondo si può vedere la copertina), c’è un bell’articolo sulla logica che parla proprio di questo. E uno dei motivi per cui l’ho scelto, a parte l’interesse per la cosa in sé, è stato proprio il pessimo argomentare che ho dovuto subire negli ultimi sei mesi.

In definitiva, se avessi potuto servirmi solo di questi argomenti, avrei votato scheda bianca. E poi si lamentano dell’astensione.

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Codarda, forse, incapace no

Virginia Raggi, sindaca di Roma, ha usato due argomenti per motivare il rifiuto di cedere Roma ai comodi olimpici.

Uno degli argomenti era eccellente: non ce lo possiamo permettere. Non è la prima ad usarlo; e l’assessore all’urbanistica che dice che “senza i soldi delle Olimpiadi la città andrà in default” mostra di non aver capito bene che cosa vuol dire “soldi per le Olimpiadi” se pensava di usarli per qualcos’altro.

Ma l’altro argomento non era eccellente. L’altro era un argomento da codardi.

C’è la corruzione nelle costruzioni? Ma certo che c’è. Se però uno dovesse evitare di costruire le case perché c’è la corruzione, abiteremmo tutti in tenda. Che magari sarebbe anche una buona soluzione per il problema dei terremoti, anziché sottostare alla gabella dell’assicurazione antisisma che sicuramente ci arriverà tra capo e collo entro un paio d’anni, ma ora non c’entra.

Sono i codardi quelli che fanno e non fanno cose per evitare i pericoli. Anche se nel caso di Roma potrebbe trattarsi solo di sana prudenza.

codardo

[fr. ant. couard ‘con la coda bassa’, da cou, forma ant. di ‘coda’; 1266]

A agg.

1 (lett.) Che si ritira, per pusillanimità, vigliaccheria e sim., di fronte a rischi, pericoli e doveri | Vile: io so’ de’ paladini il più codardo (PULCI). SIN. Vigliacco.

2 (est., lett.) Che rivela, nasce da, codardia: gesto codardo; vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio (MANZONI).

|| codardamente, avv.

B s. m. (f. -a)

* Persona codarda.

 

Affermare di temere la corruzione, però, se è un possibile segno di codardia, non è per niente un segno d’incapacità. Anzi.

Un incapace è uno che non è capace di fare qualcosa (o di fare qualunque cosa, nello secondo mamme e capuffici facili all’isteria).

Ora, io vorrei proprio vedere quale dei nostri brillanti politici se ne verrebbe a dire “Io sono capace di eliminare la corruzione”. Penso che di simili babbei non ce ne siano nemmeno tra i politici.

(Come sarebbe a dire che ne avete sentito uno or ora al tg?  Avrete capito male.)

Ne consegue che essi, tutti, se non sono babbei, sono incapaci.

incapace

[vc. dotta, lat. tardo incapace(m), comp. di in- (3) e capax, genit. capacis, da capere ‘prendere’, di orig. indeur; 1483]

A agg. (assol.; + di; lett. + a)

1 Che non sa, non è capace di fare qlco.: un giovane incapace di mentire; è incapace di organizzarsi; si rende incapace a poterle più sperimentare (LEOPARDI) | Che non sa svolgere bene la propria attività: un tecnico assolutamente incapace. SIN. Disadatto, inabile.

2 (dir.) Che non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi.

B s. m. e f.

1 Individuo inetto, inabile.

2 (dir.) Chi non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi: circonvenzione di incapace.

 

Insomma, per usare un linguaggio cristiano, temere la corruzione a Roma è più un segno di umiltà e sano realismo che di incapacità o perfino di codardia.

In effetti, a me pare molto più incapace la velleità con cui si pretenderebbe di eliminarla, la corruzione: perché può essere ridotta, tenuta sotto controllo, punita (certo, bisogna darsi molto ma molto da fare, però si può fare), ma eliminata no. Non è eliminabile, altrimenti dai tempi di Cicerone in qua ce l’avremmo fatta. Non ci sarà mica un complotto, per mantenerla, da parte degli avvocati che poi ci fanno carriera, giusto come Cicerone?

La velleità del resto è incapace per definizione:

velleità

[fr. velléité, dal lat. velle ‘volere’. V. †velle; 1640]

s. f.

* Desiderio, aspirazione, progetto e sim. irrealizzabile perché sproporzionato alle reali capacità del soggetto: velleità artistiche, politiche, sociali; velleità senili, giovanili, fanciullesche; avere delle velleità; mostrare qualche velleità.

 

La sindaca Raggi mi sta poco simpatica; se poi è vero quel che dicono del suo comportamento con il presidente Malagò – che l’abbia lasciato ad aspettare un’ora, mentre andava a pranzo, e che poi abbia usato come scusa un “contrattempo” – bisognerà pensare che la sua villania è uguagliata solo dalla sua villania.

Men che meno mi sta simpatico il suo Movimento; apprezzo la loro volontà di mettersi in gioco, detesto la loro granitica indisponibilità a migliorare. (E anche la velleità, che però è un male comune.)

Ma rifiutare di prestare Roma alle brame del CIO – che è la parte che guadagna di più, quando ci sono le Olimpiadi, e a naso direi che non lo fa per noi, di insistere su Roma – mi pare piuttosto un esempio di capacità. Capacità di fare i conti o di dare ascolto a chi sa farli. Anche un referendum in merito sarebbe stato un costo inutile, sarà per questo che l’idea fu bocciata a metà agosto.

Se poi Malagò e la sua struttura[1] si sono sentiti in dovere di spendere i nostri denari inutilmente, mi pare che sarebbero da denunciare loro e non il Comune di Roma per danno erariale.

Anzi no, ho un idea migliore.

Possono fare le Olimpiadi a Torino.

Così azzeriamo il danno erariale precedente.

 

Per saperne di più (specie sui soldi):

OLIMPIADI 2024/ I “rischi” di ospitare i Giochi in Italia, di Mauro Bottarelli, Il Sussidiario, sabato 13 agosto 2016

 

 

[1] Il CIO è il Comitato Olimpico Internazionale e coordina le associazioni olimpiche nazionali. L’associazione olimpica italiana è la struttura presieduta da Giovanni Malagò, il CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

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L’insegnamento come diritto costituzionale?

Stamattina a Roma molti insegnanti erano in piazza per chiedere che l’insegnamento sia riconosciuto come diritto costituzionale. Non si riferivano, temo, all’insegnamento come mero atto di insegnare, ma alla loro professione di insegnanti.

L’insegnamento come tale, infatti, è già un diritto costituzionale, così come è un dovere.

Sto vaneggiando? Ma nemmeno per sogno.

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

TITOLO II
RAPPORTI ETICO-SOCIALI

[…]

ART. 30.

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
[…]

ART. 33.

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
[…]

ART. 34.

La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

(Il resto degli articoli, che ho tolto perché non era pertinente alla discussione, si può trovare qui, insieme al resto della Costituzione.)

 

Se l’insegnamento come professione – e non mi sembra probabile che quegli insegnanti chiedessero altro che questo – diventasse un diritto costituzionale, in primo luogo si scontrerebbe con l’articolo 30, quindi dovremmo assistere ad acrobazie costituzionali di un livello finora mai visto.

In secondo luogo non è tanto difficile vedere come l’insegnamento stesso diventerebbe uno strumento legale di qualunque regime, politico o culturale.

Lo è già ora, anche se molti insegnanti e docenti fanno sforzi eroici per non farsi omologare e per insegnare ai loro studenti ad essere uomini e non solo cittadini (cioè la cosa che interessa allo Stato). Figuriamoci quel che accadrebbe se gli insegnanti come tali diventassero parte della Costituzione! Sarebbe allora davvero impossibile educare i figli ad altro che ciò che s’insegna a scuola, buono o cattivo che fosse. L’articolo 30 dovrebbe sparire, altrimenti l’incompatibilità sarebbe insanabile.

Ma un diritto che cos’è di preciso? Sembra che oggi si tenda a rivendicare come “diritto” ogni cosa che salti in mente a più di due persone insieme, sia essa giusta o solo comoda o funzionale, sia essa di un genere che può diventare diritto oppure no.

Non pretendo di avere la risposta. Neanche m’interessa tanto averla per darla agli altri. Penso che sarebbe interessante cominciare a porsi la domanda.

 

 

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Diritti… sbilenchi  

Perché dovrebbe essere un diritto avere l’accesso a internet (più o meno veloce) ma non è ritenuto un diritto avere l’automobile?

Un’automobile ti consente di andare al lavoro, o perlomeno di andartelo a cercare con qualche agio, se è di quelli che richiedono la ricerca porta-a-porta.

Ti consente anche di mantenere i rapporti con i tuoi amici andandoli a trovare a casa loro o nei luoghi che frequentano.

L’automobile è più utile di internet sia per il lavoro sia per le relazioni, salvo casi particolari che, in quanto particolari, non sono la norma.

Il problema non può essere il costo: internet non è gratis, anche quando i costi non siano pagati direttamente dagli utenti (è come la sanità pubblica, insomma).

Eppure nessuno ha mai percepito l’automobile come un diritto umano, internet invece sì.

Non c’è da chiedersi come mai?

La domanda mi è sorta leggendo The Free Press di Hilaire Belloc, anche se non parla né di automobili (almeno i paragrafi che ho letto finora) né di internet (è del 1918). Anche la risposta potrebbe venire da lì, almeno in parte; ma non voglio togliere il divertimento a nessuno.

(Se poi riesco a trovare un editore per la traduzione, si potrà divertire anche chi non conosce l’inglese.)

Spesso mi sono stupita della capacità profetica di Belloc e di Chesterton ma ultimamente mi dico che non si trattava proprio di chiaroveggenza sul futuro quanto di chiaroveggenza sul presente: in altre parole, da un secolo e mezzo siamo fermi più o meno allo stesso punto, in termini umani (antropologici, se si vuole) e loro due, insieme a pochi altri, ne furono consapevoli subito, al punto da vedere anche sviluppi impensabili ai più.

 

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Manipolazioni: sì e no

Premetto che non intendo dare un giudizio sul voto del prossimo autunno, perché ancora non so niente di niente della riforma costituzionale per la quale voteremo. Il giudizio è sulle parole che ho appena sentite dal nostro dinamico presidente del Consiglio, noto manipolatore.

Oh, intendiamoci, uno può anche manipolare a fin di bene; quindi il mio non è nemmeno un giudizio sulle sue azioni. È un giudizio su come usa le parole.

Bisogna ammettere che stavolta la manipolazione era smaccata: il referendum costituzionale sarebbe un modo per valorizzare, diciamo, l’Italia che dice sì rispetto a quella che dice sempre e solo no. È una nuova versione del solito, risorgimentale, “prendi gli italiani per la pancia”.

Possono esistere ottimi motivi per dire no: dipende dalla domanda, infatti.

Se uno chiede “Posso picchiarti?” spero bene che la risposta sarà “no”.

Se qualcuno si sente chiedere “Mi vendi tua figlia (o tuo figlio) per farci i comodi miei?”, mi sento di poter affermare che nel comune sentire l’unica risposta accettabile sia “no”; e quelli che rispondono “sì” son considerati mostri dallo stesso comune sentire.

Se uno si sentisse dire “Ti sta bene che lo Stato si prenda il 50% di ciò che guadagni?”, la risposta sarebbe sicuramente “no”; ma così sicuramente che lo Stato non fa mai la domanda, si limita a prelevare.

Esistono tante e tante situazioni, davvero le più varie che ci si possa immaginare, per dire legittimamente no.

Anche il referendum costituzionale, se le variazioni fossero peggiorative, sarebbe una di queste situazioni. Se invece fossero migliorative, sarebbe una situazione a cui dire sì.

Il punto è che per saperlo bisogna capire quali sono le riforme, in che cosa consistono, qual è la situazione attuale e quali sono i suoi punti deboli e forti. Poi bisogna cercare di prevedere gli abusi più macroscopici, senza però farsi intrappolare dalla paura degli abusi, perché quelli ci sono sempre stati (i nostri antenati dicevano che abusum non tollit usum, cioè l’abuso di qualcosa non può eliminarne l’uso; evidentemente si tratta di un vecchio problema).

Insomma, c’è un lavoro da fare.

Matteo Renzi però l’ha buttata sul “combattiamo i bastiancontrari” e questo non è proprio leale: è una manipolazione, vale a dire il tentativo di indurre le persone a fare qualcosa per motivi che non sono i loro. Anche ammettendo che le sue manipolazioni siano a fin di bene – e io credo che sia davvero benintenzionato, in fin dei conti – un simile atteggiamento vuol dire che ci considera dei poveretti ignari di quel che è il loro bene e che perciò vanno instradati accuratamente, usando strumenti che dei poveri deficienti possono capire. È lo stesso snobismo intellettuale, direi, per cui Umberto Eco si crucciava che internet avesse dato voce anche agli imbecilli.

In certi momenti, lo ammetto, sarei quasi tentata di dargli ragione; del resto non è certo il primo a pensarla così e una volta la pensavo così anch’io. Poi però mi sono accorta di quanto sia nocivo questo atteggiamento: nocivo alle singole persone e alle società in cui si trovano. E ho cambiato idea.

Ma siamo su un’altalena: il punto opposto a questo atteggiamento nocivo è l’idiozia per cui ognuno dice la sua e nessuno ha il diritto di dirgli niente, perché non esistono né verità né ragione oggettivamente utilizzabile: questo comporta che o non si fa niente o quel che si fa lo si fa per mezzo di sotterfugi.

L’unico antidoto ai due opposti è, ovviamente, che l’altalena si fermi e ricada a piombo. Questa non è una posizione di compromesso tra le altre due, è proprio un’altra posizione; ma è difficile da trovare perché tutti si confondono.

 

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Consiglio d’Europa e Unione europea

So che non serve, perché non importa a nessuno, ma desidero precisarlo: il Consiglio d’Europa NON è “l’Europa”, cioè non è l’Unione europea a cui noi e altri abbiamo delegato parte dei nostri poteri sovrani e che quindi può “chiederci” qualcosa.

Ha sede a Strasburgo e questo crea confusione.

Si chiama “Consiglio” e questo crea confusione, perché anche l’UE ha un Consiglio (più d’uno, veramente).

Ha la stessa bandiera dell’UE e anche questo crea confusione: le bandiere, da che mondo è mondo, son sempre servite a capire con chi avevi a che fare e da che parte andare. Nelle battaglie antiche, l’alfiere, il vessillifero, insomma il soldato che portava la bandiera, era il bersaglio d’elezione di qualunque nemico e perciò era uno dei soldati più coraggiosi, visto che per lui la morte era quasi garantita. Abbattere la bandiera serviva ad abbattere il morale dei nemici, oltre che a non fargli capire dove fosse il loro capo.

Però c’è da dire che è stata l’Unione europea a prendersi la bandiera (e l’inno) del Consiglio d’Europa, il quale nacque nel 1949, quando ancora l’Unione non c’era. Ve lo dicono loro stessi, comunque, basta avere una briciola di curiosità e andare a guardare.

Ad ogni modo, non è questo che m’interessa.

M’interessa che il CdE non ha potere su nessuno, poiché nessuno gliel’ha conferito. Può proporre ma ogni Stato poi decide che fare.

Si potrebbe dire che, in un certo senso, il CdE è il think tank dell’Unione europea, ma non ha potere decisionale di nessun genere rispetto a uno Stato membro. E i think tanks si possono anche sbagliare, specie se partono da dati sbagliati. Il disastro arriva quando ci si fida di loro ciecamente, pensandoli infallibili; ma di questo è responsabile lo Stato che si fida, non il think tank (a meno che non abbia volutamente fatto credere di essere infallibile, il che non è molto saggio per chi veramente think, pensa). E si capisce che la stessa responsabilità ce l’hanno i cittadini, se cominciano a pensare che le parole del think tank siano oro colato o vangelo o come meglio vi par di dire.

Il CdE è nato prima dell’Europa (1949), è nato per rafforzare i legami tra le nazioni d’Europa (che avevano finito di scannarsi l’un l’altra da poco) e rappresenta “più” Europa che non l’UE, visto che ne fanno parte 47 nazioni. Ma non è l’Europa di cui si parla quando si dice che qualcosa “ce lo chiede l’Europa”. A questa domanda si può rispondere o meno, se ne può essere contenti o no, ma non è il CdE ad aver diritto di chiedere niente; casomai suggerisce e ovviamente, potrebbe fare azione di lobby su chi fa le leggi, ma è un altro discorso.

Il CdE è un’organizzazione che si occupa di diritti e democrazia in Europa. Si può discutere sul contenuto di entrambi i sostantivi (e anche tanto); si può discutere sulla menzogna insita nell’uso dell’espressione “al di là delle diversità”; ma questo non c’entra con le caratteristiche e i poteri del CdE stesso. E col fatto che può sbagliare se parte da dati sbagliati. A volte il CdE fa delle fesserie; altre volte ha fatto e fa cose buone.

Se poi mi venite a dire che è comunque importante l’azione culturale, vi risponderò: sì, è vero, l’azione culturale è importante, anzi, è fondamentale… quindi è ora che cominciate la vostra.

Non serve a niente cercare il capro espiatorio e dimenticarsi di agire,

 

ABORTO DIFFICILE?/ I dati (veri) smascherano la “truffa” della Cgil, di Lorenza Violini, Il Sussidiario, 12 aprile 2016

 

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Suffragette 2

Articolo precedente
(non è necessario per capire questo)

In Cosa c’è di sbagliato nel mondo, la parte III è dedicata al femminismo dei tempi di Chesterton. Il libro uscì nel 1910, perciò il femminismo dei tempi era il movimento che chiedeva l’emancipazione della donna e il suffragio (da cui suffragette, suffragetta).

A un certo punto, nel capitolo 8 di questa terza parte, lo scrittore sottolinea come ogni governo abbia una funzione coercitiva:

Ogni forma di governo è coercitiva; noi, poi, abbiamo creato una forma di governo che non solo è coercitiva, ma è anche collettiva. …. nei paesi che si governano autonomamente, questa coercizione … è una coercizione collettiva. La persona anomala è teoricamente colpita da un milione di pugni e presa a calci da un milione di piedi. Se un uomo viene flagellato, noi tutti l’abbiamo flagellato; se un uomo viene impiccato, noi tutti l’abbiamo impiccato. Questo è l’unico significato possibile della parola “democrazia”, cioè che dia un vero significato alle prime due sillabe e anche alle ultime due.

—G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo (parte III cap. 8), trad. Annalisa Teggi, Rubbettino 2016, pag.122

Fine del capitolo. Il successivo si apre così:

Quando dunque si dice che la tradizione che si oppone al suffragio femminile esclude le donne dal’attività, dall’essere socialmente influenti e partecipi della cittadinanza, chiediamoci in modo un po’ più sobrio da che coda veramente le esclude. Certamente le esclude dalla collettiva azione di coercizione, dalla punizione inflitta per mano della folla. … Ora, io non penso che qualsiasi ragionevole Suffragetta negherà che l’esclusione da questo tipo di funzione possa essere a dir poco definita come una protezione, oltre che un veto. Nessuna persona onesta rigetterà in pieno la constatazione che l’idea di avere un Signor Cancelliere e non una Signora Cancelliere può essere perlomeno associata all’idea di avere un boia e non una boia, un carnefice e non una carnefice.—op. cit. pag. 123

Quel che Chesterton ha sostenuto nei capitoli precedenti, infatti, è che l’idea generale dietro al non concedere alle donne di votare o di lavorare in fabbrica è un’idea di protezione: occorre proteggere la parte universale dell’umanità, che è la donna, perché la specializzazione non prenda il sopravvento. Questo lo dice nei capitoli 2 e 3; a parte la questione femminile, il capitolo 2 è prezioso da leggere per lo spunto che offre su come guardare il lavoro.

Noi oggi abbiamo perduto questa sensibilità rispetto alla parola democrazia e alla coercizione collettiva, ammesso che l’abbiamo mai avuta. Se però uno ci pensa appena un po’, essa ha moltissimo più senso della sua alternativa, che lo stesso Chesterton sottolinea: il pensiero che in realtà non siamo davvero colpevoli perché queste cose avvengono in maniera indiretta:[1]

E non è neppure accettabile rispondere (come spesso si risponde a riguardo) che nella civiltà moderna non verrebbe realmente chiesto alla donna di catturare, condannare o assassinare, perché tutto avviene in modo indiretto: c’è chi è specializzato nell’uccidere i nostri criminali, come c’è chi uccide il nostro bestiame. Chi sostiene questo, non proclama il significato reale del diritto di voto, ma il suo travisamento. La democrazia è stata intesa come un esercizio di governo più diretto, non più indiretto; e se tutti noi non ci sentiamo dei carcerieri, tanto peggio per noi e anche per i prigionieri.—ibidem

La conclusione del capitolo è che

…. la semplice trovata di nascondere questi gesti brutali [si riferisce alle esecuzioni dei criminali, che non avvenivano più pubblicamente] non cambia la situazione, a meno che non dichiariamo apertamente che stiamo concedendo il suffragio non tanto perché è una fonte di potere, ma perché non lo è affatto; o, in altre parole,  che le donne non otterranno di votare, quanto piuttosto di recitare la parte di chi va a votare.—op. cit. pag. 125

Si tratta di una conclusione che non è amara solo perché Gilbert non era amaro e perché non sapeva quanto avesse ragione. C’era un’altra cosa che non sapeva, perché era il 1910; ma io la so e posso trarne un’altra conclusione. Questa potrebbe essere amara, perché io non sono proprio come Gilbert.

È vero che le suffragette, cercando di mettersi “alla pari” dell’uomo attraverso sistemi e strumenti inadeguati, accettarono di recitare una parte; è la stessa parte che recitiamo tutti oggi. Ma, facendolo, accettarono anche di essere strumenti degli stessi uomini da cui si ritenevano discriminate.[2] Questo non si vede solo ora, nel disastro in cui si trovano i due sessi e la società occidentale e il mondo intero; si vide pochi anni dopo la pubblicazione del libro.

Non so che cosa ne abbia detto GKC, ma io sono rimasta molto male quando ho scoperto, facendo ricerche per il post di ieri, che le suffragette inglesi furono attivissime nello spingere gli uomini inglesi a combattere durante la Prima guerra mondiale, unendosi al movimento della Piuma Bianca, fondato da un ammiraglio, ovviamente uomo (benché con l’aiuto di una donna), nel 1914. Nell’esercito britannico la piuma bianca è un insulto, indica che ti ritengono un codardo, come si vede nel film Le quattro piume: ebbene, il Movimento della Piuma Bianca voleva convincere le donne a dare piume bianche, cioè ad accusare di codardia, tutti gli uomini che non si trovassero al fronte o che non portassero l’uniforme perché in congedo temporaneo, e le suffragette ci si buttarono a pesce.

Erano convinte della bontà della guerra? Forse. Come ne erano convinte in America le donne del Sud (mai letto Via col vento? dovreste), forse ne erano convinte le donne inglesi; solo che le donne del Sud volevano difendere il loro mondo, le inglesi miravano a distruggere il mondo di qualcun altro. Una guerra di difesa è accettabile; qualunque altra, no. Quello fu un esempio di donne che usavano le armi loro proprie con successo, un tristissimo esempio. E furono funzionali al potere maschile. Mi chiedo se poi se ne siano accorte.

L’idea di proteggere la donna dalla parte criminale del potere non era tanto sbagliata, anche se si poteva aggiustare; non è realmente con il voto che si influisce sulla società, specie nelle pseudo-democrazie come le nostre. È ovviamente infondata, invece, l’idea che, se le donne sono al potere, le guerre non succedono. Il problema non è il tipo di potere che hai, ma come lo usi, perché il verbo “potere” – da cui deriva il sostantivo – si applica a un’infinità di situazioni umane, a quasi tutte. Il potere è una caratteristica dell’uomo, maschio o femmina che sia. Le suffragette usarono il loro potere di donne, non di votanti, per indurre gli uomini a combattere, ed era come donne, non come votanti, che sostenevano la guerra. Dubito che, se fossero state “al potere”, avrebbero avuto una posizione differente.

(Se invece state pensando che lo fecero per avere poi della merce di scambio, be’, che differenza c’è coi maschi?)

 

[1] Accusare, per esempio, la Cancelliera Merkel delle molestie subite dalle donne tedesche la notte di Capodanno è un giochino politico contro chi ha il potere, non è realmente il riconoscimento di una sua particolare responsabilità morale o operativa nella mancata coercizione. Questo perché le nostre non sono democrazie, sono oligarchie. Erano già oligarchie ai tempi di GKC ma bisognerà che leggiate il libro.

[2] Questo accade anche con la questione dell’indipendenza economica ma è una storia che racconterò un’altra volta.

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