Archive for politica

Sinistri misteri (Cattivi Argomenti)

Il “modello Riace” di accoglienza dei migranti è meraviglioso e prezioso. Adesso. Chissà come mai tre governi PD non lo hanno mai incoraggiato e diffuso negli anni passati? (No, non è a causa delle barricate nei paesini, quelle al massimo sono una conseguenza.)

Il PD propone una legge di bilancio alternativa che sistemerebbe una marea di cose. Oggi. Chissà come mai non l’hanno proposta negli anni passati quando proporla toccava a dei governi PD? (La legge di bilancio si fa tutti gli anni.)

Poi si chiedono come mai la gente non li vota.

Un vero mistero.

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G.K. Chesterton, L’elettore e le due voci (1912)

Chesterton online (in italiano)

I grassetti sono miei, così come la traduzione. 

 

L’elettore e le due voci

(The Voter and the Two Voices)

A Miscellany of Men, 1912

 

Il vero male del nostro sistema partitico è di solito espresso nella maniera sbagliata. Fu espresso nella maniera sbagliata da lord Rosebery quando disse che esso impediva agli uomini migliori di dedicarsi alla politica e che incoraggiava uno scontro fanatico. Dubito che gli uomini migliori si dedicherebbero mai alla politica. Gli uomini migliori si dedicano a maiali e bambini e cose del genere. E quanto allo scontro fanatico nella politica dei partiti, vorrei tanto che ce ne fosse di più. Il vero pericolo dei due partiti con le loro due politiche è che essi limitano indebitamente la prospettiva del cittadino comune. Lo rendono sterile anziché creativo, perché non gli è mai consentito di far niente altro che scegliere tra l’una e l’altra di due politiche già esistenti. Non abbiamo vera democrazia quando la decisione dipende dal popolo. Avremo vera democrazia quando il problema dipenderà dal popolo. L’uomo comune deciderà non soltanto come votare, ma anche su che cosa votare.

È questo che comporta una certa debolezza in molte attuali aspirazioni ad estendere il suffragio; voglio dire che, a parte ogni questione di giustizia astratta, non è la piccolezza o l’ampiezza del suffragio ad essere oggi la difficoltà della democrazia. Non è la quantità di elettori, ma la qualità di ciò su cui votano. Una certa alternativa viene messa loro davanti dai potenti casati e dalla classe politica superiore. Due strade si aprono per loro; ma devono imboccare o l’una o l’altra. Non possono avere quello che preferiscono, ma solo scegliere tra quello che c’è.

Per seguire il processo nella pratica, possiamo porlo come segue. Se è permesso giudicare in base alla frequenza con cui suonano alla sua porta, le Suffragette vogliono far qualcosa al signor Asquith.[1] Non ho idea di che cosa. Diciamo, per la nostra discussione, che vogliano pitturarlo di verde. Supporremo che sia per quel semplice motivo che esse cercano continuamente d’incontrarlo in privato; sembra adeguato quanto qualunque altro scopo che io possa immaginare per un simile incontro. Ora, è possibile che il governo del momento possa dedicarsi a una concreta politica di tinteggiatura in verde del signor Asquith; che possa dare a tale riforma un posto di rilievo nel programma di governo. Allora il partito d’opposizione adotterebbe un’altra politica: non una che lasci in pace il signor Asquith (questo sarebbe considerato pericolosamente rivoluzionario) ma una linea d’azione alternativa, come per esempio tinteggiarlo di rosso. Dopodiché entrambe le parti si fionderebbero sulla gente, entrambe griderebbero di appellarsi ora al Cesare della Democrazia. Un’aria cupa e drammatica di conflitto e di vera crisi spirerebbe da ambo le parti; volerebbero frecce di satira e balenerebbero spade d’eloquenza. I Verdi direbbero che Socialisti e liberi-amatori vorrebbero per forza dipingere il signor Asquith di rosso; vorrebbero dipingerci tutto il paese, di rosso. I Socialisti replicherebbero indignati che il socialismo è il contrario del disordine e che essi vogliono dipingere il signor Asquith di rosso solo perché così ricorderebbe le rosse cassette postali tanto emblematiche del controllo statale. I Verdi negherebbero con passione l’accusa che tanto spesso è rivolta loro dai Rossi; negherebbero di desiderare che il signor Asquith sia verde per rendersi invisibile sulle panche verdi della Camera dei Comuni, al modo che certi animali prendono il colore dell’ambiente circostante quando sono spaventati. Ci sarebbero scaramucce per strada, forse, e abbondanza di nastri, bandiere e spillette, per entrambi i colori. Una folla canterebbe “Keep the Red Flag Flying” e l’altra “The Wearing of the Green”.[2] Ma una volta fatto l’ultimo sforzo e giunto il momento finale, quando le due folle stessero aspettando nell’oscurità fuori dall’edificio pubblico per sentir proclamare l’esito del voto, allora entrambe le parti allo stesso modo direbbero che adesso è a favore della democrazia fare esattamente ciò che si è scelto di fare. Che l’Inghilterra stessa, alzando la testa in tremenda solitudine e libertà, deve parlare e pronunciare il giudizio.

Eppure questo potrebbe non essere perfettamente vero. L’Inghilterra stessa, alzando la testa in tremenda solitudine e libertà, potrebbe in realtà desiderare che il signor Asquith fosse tinto di celeste. La democrazia d’Inghilterra in astratto, se le fosse stato consentito di costruirsi una linea di condotta politica, avrebbe potuto desiderare che fosse nero a pallini rosa. Avrebbe addirittura potuto apprezzarlo così com’è. Ma un poderoso apparato di ricchezza, potere e roba stampata ha reso loro impossibile nella pratica avanzare queste altre proposte, anche se le avessero preferite davvero. Nessun candidato si presenterà nell’interesse dei pallini; perché i candidati comunemente devono tirar fuori il denaro o dalle proprie tasche o da quelle del partito; e in simili circoli i pallini non si portano. Nessun uomo nella posizione sociale di un ministro del governo, forse, si dedicherà alla teoria del signor Asquith celeste; pertanto essa non può essere una misura del governo, pertanto non può passare. Quasi tutti i grandi quotidiani, insieme pomposi e frivoli, dogmaticamente dichiareranno giorno dopo giorno, finché uno quasi ci crederà, che il rosso e il verde sono i soli due colori della tavolozza. L’Observer dirà:  “Nessuno che conosca la solida struttura della politica o gli enfatici principii primi di un popolo imperiale può supporre per un momento che possa esistere un qualsivoglia compromesso raggiungibile in questa questione; o compiamo il nostro palese destino razziale e coroniamo l’edificio dei secoli con l’augusta figura di un Premier Verde o abbandoniamo il nostro retaggio, infrangiamo la nostra promessa all’Impero, ci gettiamo nell’anarchia estrema e lasciamo che la fiammante demoniaca immagine di un Premier Rosso si libri sul nostro disfacimento e sul nostro destino”. Il Daily Mail direbbe: “Non c’è via di mezzo in questa faccenda: o rosso o verde. Desideriamo vedere ogni inglese onesto con un colore o con l’altro”. Allora qualche burlone della stampa popolare metterebbe in evidenza l’affermazione con un gioco di parole e direbbe che al Daily Mail piace che i suoi lettori siano verdi e che il giornale sia letto.[3] Ma nessuno oserebbe neanche sussurrare che esiste qualcosa come il giallo.

Per gli scopi di pura logica è più comprensibile discutere servendosi di esempi sciocchi che di esempi sensati: questo perché gli esempi sciocchi sono semplici. Ma potrei offrire molti casi seri e concreti del genere di cosa a cui mi riferisco. Durante l’ultimo periodo della guerra boera,[4] entrambi i partiti insistevano costantemente in ogni discorso e opuscolo che l’annessione era inevitabile e che era solo questione di vedere se l’avrebbero fatta i Liberali o i Conservatori. Non era per niente inevitabile; sarebbe stato facilissimo far la pace con i Boeri come le nazioni cristiane fanno comunemente la pace con i nemici che hanno sottomesso. Personalmente ritengo che per noi sarebbe stato meglio nel senso più egoistico, meglio per le nostre tasche e per il nostro prestigio, se non avessimo effettuato l’annessione; ma è questione di opinioni. Quel che è chiaro è che non era inevitabile; non era, come si disse, l’unica strada possibile; c’era una quantità di altre strade; c’era una quantità di altri colori sulla tavolozza. Ancora, nella discussione riguardo al socialismo, viene pian piano fatta entrare nell’opinione pubblica l’idea che dobbiamo scegliere tra il socialismo e una qualche cosa orribile che essi chiamano individualismo. Non so che significhi, ma sembra significare che chiunque tiri fuori una prugna dal budino debba adottare la filosofia morale del giovane Horner [5] e dire quant’è un bravo ragazzo per essersi servito.

Viene tranquillamente dato per certo che i soli due tipi di società possibili sono un tipo di società collettivista e la società attuale che esiste in questo momento e che è piuttosto simile a un vivace mucchio di letame. È del tutto superfluo dire che io preferirei il socialismo all’attuale stato di cose. Che preferirei l’anarchia all’attuale stato di cose. Ma semplicemente non è un dato di fatto che il collettivismo sia il solo altro modello possibile per un ordine più equo. Un collettivista ha tutto il diritto di ritenerlo l’unico modello sano; ma non è l’unico modello plausibile o possibile. Potremmo avere la proprietà contadina; potremmo avere il compromesso di Henry George; potremmo avere un gran numero di piccolissimi comuni; potremmo avere la cooperazione; potremmo avere il comunismo anarchico; potremmo avere cento cose. Non sto dicendo che qualcuna tra queste sia giusta, anche se non riesco a immaginare come una qualunque possa essere peggiore dell’attuale manicomio sociale, coi suoi ricchi straricchi e i suoi poveri torturati; ma dico che è una prova dell’alternativa ristretta e inamidata offerta alla coscienza civica il fatto che la coscienza civica non è, generalmente, consapevole di queste altre possibilità. La coscienza civica non è libera o vigile abbastanza per sentire di avere il mondo intero davanti a sé. Ci sono almeno dieci soluzioni al problema dell’educazione, e nessuno sa che cosa gli inglesi vogliano davvero. Perché agli inglesi è consentito soltanto votare sulle due che al momento sono offerte dal capo del governo e dal capo dell’opposizione. Ci sono dieci soluzioni al problema dell’alcolismo; e nessuno sa quale la democrazia voglia; perché alla democrazia è consentito solo litigare su un Licensing Bill[6] alla volta.

Così la situazione è a questo punto: la democrazia ha il diritto di rispondere alle domande, ma non ha il diritto di farne. È ancora l’aristocrazia politica a fare le domande. E non saremo irragionevolmente cinici se supponiamo che l’aristocrazia politica starà sempre ben attenta a quali domande fare. E se il pericoloso confortevole autoincensamento dell’Inghilterra moderna continuerà ancora un po’, ci sarà meno valore democratico in un’elezione inglese che nei saturnali degli schiavi dell’antica Roma. Perché la classe al potere sceglierà due linee di azione, entrambe prive di pericoli per sé, e poi darà alla democrazia la soddisfazione di scegliere una linea o l’altra. Il signore prenderà due cose talmente simili che sarebbe indifferente scegliere l’una o l’altra; e poi come grande burla consentirà agli schiavi di scegliere.

… … …

[1] Herbert Henry Asquith, liberale, Primo Ministro dal 1908 al 1916 e un oppositore del suffragio femminile per quasi tutta la sua carriera politica.

[2] Rispettivamente, l’inno del partito laburista e  una ballata sulla repressione della ribellione irlandese del 1798, molto famosa in tutto il diciannovesimo secolo. Il primo avrei potuto tradurlo con “Bandiera Rossa” (anche se non è la stessa canzone che conosciamo noi) ma per la seconda non avevo in mente niente, così ho preferito lasciarli come sono.

[3] Il gioco di parole è (solo in inglese) tra red, rosso, e read, participio passato del verbo to read, leggere, che si pronunciano allo stesso modo.

[4] La seconda guerra boera (1899-1902), alla quale Chesterton si oppose insieme a pochi altri giornalisti e intellettuali.

[5] Protagonista di una canzoncina per bambini: Little Jack Horner / Sat in the corner, / Eating a Christmas pie; / He put in his thumb, / And pulled out a plum, / And said “What a good boy am I”! (Il piccolo Jack Horner / sedeva in un cantuccio / mangiando una tortina di Natale; / c’infilò un pollice / e pescò una prugna / e disse: “Che bravo ragazzo che sono!”).

[6] Un’allusione al progetto di legge sulle licenze per la vendita di alcolici (Licensing Bill) che proprio H.H. Asquith aveva presentato al parlamento nel 1908. Il progetto di legge fu respinto dalla Camera dei Lord.

… … … 

Questa traduzione appartiene
alla Società Chestertoniana Italiana 

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Opposizione Ragionata

Dopo un anno passato ad ascoltare pessima politica e argomentazioni allucinanti, prima e dopo le elezioni, ho pensato di ricominciare a scrivere con un post sul mio futuro in politica.

Aprirò una scuola per insegnare a queste povere anime di politici ad argomentare come si deve. A volte ti fanno venir voglia di aprirti il cranio su uno spigolo. Oppure di aprirlo a loro.

Mmm… ci vorrebbe una scuola senza spigoli, magari una yurta, ma sarebbe un po’ troppo eccentrico, i politici sono tutti più o meno conformisti. E poi non ho molta pazienza e non mi piace parlare e discutere, anche solo per scuola. Lasciamo perdere.

Prima idea cassata, ma la seconda è BRILLANTE.

Lo faccio io, un partito politico.

Così saprò per chi votare l’anno prossimo.

Qui a PG la prossima primavera votiamo per le comunali; in più ci sono le europee. E io non so chi votare. La politica italiana somiglia più a un campo d’asteroidi che a un terreno di confronto. La cosa peggiore è che nessuno è disposto, non dico ad ammettere le proprie mancanze, che non è mai semplice e richiede un bel po’ di lavoro, ma a riconoscere il buono che c’è, che è stato compiuto o almeno avviato foss’anche dall’avversario politico. Come si fa a votare per gente che usa argomenti sbagliati per le cose giuste, oltre che argomenti sbagliati per le cose sbagliate? I partiti e similpartiti, poi… molto peggio dei singoli e ancora non ho capito come ci riescono. Per le prossime amministrative mi aspetto una fioritura di liste civiche; perché non è vero che la gente non voglia votare, è che la maggior parte della gente ha l’impressione che con questa “offerta” votare non serva proprio a niente. Che “l’importante è votare” è un dogma vuoto, ora come ora. E, se vengono rifiutati i dogmi pieni, che ne sarà di quelli vuoti?

Ma io farò un partito nazionale, non una lista civica. Si chiamerà “Opposizione Ragionata” perché sarà un partito di sola opposizione, mai al governo: chiunque entri a farne parte o lo voti, saprà che questa è la condizione primaria. Non si governa ma si aiuta chi è al governo a non fare troppe scemenze. Vista la massa di baggianate che i politici e i burocrati italiani sono capaci di produrre quando sono lasciati a sé stessi, ci vuole costantemente qualcuno che li tenga in carreggiata.

Una volta Don Giussani disse che in politica ci vogliono interesse per il bene comune e adeguata competenza, che si appartenga o meno alla Chiesa non è garanzia di niente, e io da allora ho sempre avuto in mente questo, considerando le faccende politiche.

D. Ma lei si sente più garantito da un «cristiano» al governo?

R. No. Il problema è la sincera dedizione al bene comune e una competenza reale e adeguata. Ci può essere un cristiano ingolfato nei problemi ecclesiastici la cui onestà naturale e la cui competenza possono lasciare dubbi. Preferisco che non sia così. …. (“Preghiamo per l’Italia in pericolo. intervista a don Luigi Giussani di Pierluigi Battista”, La Stampa, 4 gennaio 1996, ripubblicato da Tempi Web nel 2011)

Solo che non ho la pazienza necessaria per l’organizzazione di un partito, soprattutto uno che debba essere formato da persone disposte a combattere quotidianamente senza mai avere il potere ufficiale di cambiare le cose. Va bene che la democrazia si basa sulla parola e sul confronto ma noi viviamo in un paio di secoli ossessionati dal potere, non penso che ci siano molte persone disposte a recarsi in un posto di lavoro per combattere con la parola senza la prospettiva di arrivare un giorno a decidere delle cose pubbliche. Dovrei perlomeno fondare un ordine monastico cavalleresco come i Templari, ma poi faremmo una brutta fine per questioni di soldi.

Però ci sono anche altre cose che si possono fare per il proprio Paese. Per esempio, nel mio caso, pubblicare qualcosa di utile e intelligente. Come l’Economia di Base. Come i Cattivi Argomenti (c’è anche troppo materiale). E come Chesterton.

È una benedizione che Chesterton sia ormai nel pubblico dominio, perché è un anno che cerco una casa editrice per pubblicare una traduzione di Belloc – il quale non è nel pubblico dominio, ha degli eredi e quindi mi ci vuole un editore che si occupi dei diritti d’autore – e non l’ho ancora trovata.

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Quanto funzionano le case chiuse

Dell’enorme sviluppo che la prostituzione ebbe in Europa sino alla prima guerra europea, i giovani d’oggi non hanno quasi più idea. Mentre ora [1940] nelle grandi città s’incontra una prostituta tanto raramente come una carrozza a cavalli, allora i marciapiedi erano così affollati di donne venali da riuscir più difficile evitarle che trovarle. A ciò si aggiungevano le numerose “case chiuse”, i locali notturni, i teatri di varietà, i ritrovi da ballo con le ballerine e le cantanti, i bar con le relative donnine. Allora la merce femminile veniva offerta ad ogni prezzo e ad ogni ora e un uomo non spendeva più tempo e fatica a comprarsi una donna per un quarto d’ora, un’ora o una notte che a procurarsi un pacchetto di sigarette o un giornale. Nulla mi pare confermi meglio la maggiore naturalezza e pulizia delle attuali forme di vita e di amore, quanto il fatto che ai giovani d’oggi è divenuto senz’altro possibile dispensarsi da questa istituzione indispensabile e che non sia stata la polizia o la legislazione ad annullare dal nostro mondo tale tragico problema della pseudomorale, ma che esso è sparito quasi completamente per mancanza di richiesta.

La posizione ufficiale dello stato e della sua morale di fronte a questo oscuro capitolo non fu mai molto agevole. Dal punto di vista etico non si osò mai riconoscere apertamente ad una donna il diritto di vendere se stessa; d’altra parte, dal punto di vista igienico, non si poteva far a meno della prostituzione, in quanto essa canalizzava l’incomoda sessualità estraconiugale. Le autorità cercarono di cavarsela con una soluzione ambigua, distinguendo la prostituzione segreta, considerata immorale e pericolosa e perseguita dallo Stato, ed una prostituzione ammessa, fornita di speciale licenza di esercizio e sottoposta al fisco. Una ragazza che si fosse decisa a divenire prostituta riceveva una speciale concessione della polizia e quale documento un libretto. Sottoponendosi al controllo della polizia e al dovere di subire due volte la settimana una visita medica, aveva acquisito il diritto commerciale di dare in affitto il proprio corpo a qualunque prezzo le sembrasse equo. La prostituzione era riconosciuta come una professione tra le altre, ma – qui spuntavano le corna del diavolo! – il riconoscimento non era completo. Se per esempio una prostituta aveva venduto la propria merce, vale a dire il corpo, ad un uomo che le rifiutava poi il compenso pattuito, non poteva citarlo in giudizio. Allora d’un tratto la sua pretesa – ob turpem causam, come spiegava la legge – diventava immorale e non era più protetta dalle autorità.

Già da simili particolari si intuiva la duplicità di un modo di vedere che da un lato iscriveva queste donne all’esercizio di un mestiere concesso dallo Stato, ma personalmente poi le poneva al di fuori del diritto comune. La più profonda ipocrisia stava poi nell’applicazione per cui le restrizioni colpivano soltanto le classi più povere. La ballerina che a Vienna per duecento corone era accessibile ad ogni ora e ad ogni uomo non meno della ragazza di strada da due corone, non aveva bisogno, si capisce, di un libretto e di un controllo; le grandi demi-mondaines venivano persino citate nelle cronache sportive delle corse fra i personaggi eminenti, perché facevano ormai parte della “società”. Allo stesso modo alcune delle mezzane più eleganti, che fornivano di merce di lusso la Corte, l’aristocrazia e la ricca borghesia, non incappavano nella legge, sempre severissima nell’infliggere gravi pene per lenocinio. La rigida disciplina, la sorveglianza spietata ed il bando sociale vigevano solo per l’esercito delle mille e mille destinate ad arginare, col loro corpo e con la loro anima umiliata contro le forme libere e naturali dell’amore, una concezione morale da tempo ormai fradicia.

Questo grandioso esercito della prostituzione era suddiviso in sezioni singole, come l’esercito vero si divide in cavalleria, artiglieria, fanteria e artiglieria da fortezza. All’artiglieria da fortezza corrispondeva pressappoco nella prostituzione quel gruppo che occupava come proprio quartiere determinate strade della città. Eran per lo più le zone dove nel medio evo di ergeva la forca o c’era un ospedale di lebbrosi o un cimitero, dove trovavano ricovero tutti i banditi dalla società. Zone cioè che i borghesi già da secoli cercavano di evitare come proprio domicilio. Ivi le autorità permettevano che si svolgesse in talune viuzze il mercato d’amore. Ancora nel ventesimo secolo nelle città europee stavano porta a porta come nel mercato dei pesci del Cairo o nello Yoshiwara del Giappone, da due a cinquecento donne, l’una accanto all’altra, alle finestre delle loro abitazioni a terreno, merce di buon prezzo che lavorava in due squadre, quella diurna e quella notturna.

Alla cavalleria o alla fanteria corrispondeva la prostituzione ambulante , cioè le innumerevoli ragazze che si cercavano i clienti perla strada. A Vienna venivano chiamate “Strichtmädchen”, perché la parte di marciapiede di cui potevano servirsi per i loro fini era limitata dalla polizia con un invisibile tratto (Stricht). Giorno e notte, sino al grigiore dell’alba, anche sotto la pioggia e il gelo, esse popolavano le strade di una falsa eleganza mantenuta a fatica, costringendo il volto già stanco emale imbellettato ad un sorriso di richiamo per ogni passante. Tutte le città mi sembrano oggi più belle e più umane, da quando non le popolano più quelle schiere di donne affamate e scontente, che senza piacere offrivano il piacere e che con le loro passeggiate senza fine da un angolo all’altro finivan tutte per trovare l’inevitabile strada dell’ospedale.

Ma anche queste masse non bastavano al perenne consumo. Molti volevano ancor maggior comodità e discrezione, senza dover dar la caccia per la strada a quei pipistrelli svolazzanti o a quei malinconici uccelli del paradiso. Cercavano l’amore con maggior comodità, con luce e calore, con musica e danze, con una parvenza di lusso. Per questi clienti vi erano le “case chiuse”, i bordelli. Là si adunavano in un cosiddetto “salone” arredato con falso lusso le ragazze, parte in toelette sfarzose, parte in vestaglie inequivocabili. Un sonatore di piano provvedeva al passatempo musicale, si beveva, si ballava e si chiacchierava prima che le coppie sparissero discretamente in una camera; in alcune case più distinte, specie a Parigi e a Milano, che fruivano di celebrità internazionale, uno spirito ingenuo poteva illudersi di essere invitato in una casa privata con signore un po’ troppo vivaci. Esteriormente queste ragazze stavan meglio che le loro colleghe ambulanti. Non dovevano girar per le strade al vento e alla pioggia, restavano al caldo, avevano begli abiti, potevano mangiare e specialmente bere in abbondanza. In compenso però erano delle autentiche prigioniere delle loro padrone, le quali vendevano loro a prezzi di strozzinaggio gli abiti e praticavano tali acrobazie contabili sul prezzo di pensione che tutte, anche la ragazza più volenterosa e resistente, rimanevano in una specie di prigionia per debiti, senza poter mai di loro libera volontà lasciare quella casa.

Scrivere la storia segreta di talune di quelle case sarebbe interessante e sarebbe anche un documentario essenziale per la cultura dell’epoca, giacché esse nascondevano pure i più strani misteri, sempre ben noti alle autorità pronte ad indulgere. Vi erano porte segrete e scalette speciali riservate ai membri della più alta società – a quel che si mormorava, anche della Corte – in modo che quegli ospiti potessero far le loro visite non veduti dagli altri mortali. C’erano camere a specchi e altre che permettevano segretamente di guardare in quella vicina, dove altre coppie si divertivano ignare. Vi erano i più strani travestimenti, dall’abito da monaca sino alla gonnellina da ballerina, tenuti chiusi nei cassetti per speciali desideri morbosi. E quella era la stessa città, la stessa società, la stessa morale che si scandalizzava se delle ragazzine andavano in bicicletta e proclamava profanazione della scienza se Freud col suo modo limpido, tranquillo e penetrante stabiliva verità per essi inammissibili. Lo stesso mondo che difendeva così pateticamente la purezza della donna, tollerava questo mostruoso mercimonio del corpo. Lo organizzava e ne traeva persino profitto.

—Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, cap. 3 “Eros matutinus”, Arnoldo Mondadori Editore, 1946 (si riferisce agli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, Zweig era nato del 1881)

 

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Diamo i numeri: immigrati, pensionati, disoccupati e casalinghe

Vorrei che qualcuno facesse una rubrica su qualche giornale online con lo scopo “Diamo i numeri”, perché qui i numeri volano come i lapilli a Pompei.

Il guaio dei numeri è che spesso da soli non significano niente e invece diventano significativi e interessanti quando si mettono a confronto gli uni con gli altri. Non è sempre così ma spesso lo è, specie in economia & affini.

* Il presidente dell’INPS Boeri ogni tanto torna alla carica con i suoi 8 miliardi l’anno di contributi versati da cittadini immigrati che ne percepiscono solo 3. Irritante perché parziale (a parte la mentalità semischiavistica e truffaldina del ragionamento di breve periodo, perché quella appartiene al concetto stesso di INPS, non al suo presidente attuale). Va bene, sono 8 miliardi l’anno ma il resto quant’è? di quanti denari parliamo? e di che tempi? L’INPS non è un negozietto di souvenir, che apre, per un paio d’anni vede se va bene e poi casomai chiude. Visto lo scopo che ha, l’INPS deve avere un orizzonte di assai lungo periodo per fare i suoi conti; ma questo periodo non è tanto lungo da vederci tutti morti, più probabile che muoia l’INPS.[1] Solo dopo che avremo visto un bel po’ di altri numeri, sapremo bene di che si parla, non prima.

(Sarei contenta se qualcuno lo facesse per me ma tutti son troppo impegnati a parlare d’altro.)

* La disoccupazione è scesa di n%, e che vuol dire? Da sé, niente: bisogna vedere come mai è scesa, se e quanto sono aumentati gli occupati o gli inoccupati, che sono quelli che smettono di dire “sto cercando lavoro” (l’indagine è campionaria, infatti, non è basata su documenti e simili).

* Le casalinghe sono mezzo milione in meno rispetto a dieci anni fa; e questo ci autorizza a pensare che siano in via di estinzione? Ma nemmeno per sogno. Le casalinghe saranno anche -500.000 rispetto a dieci anni fa ma sono +2.459.000 –DUEMILIONIQUATTROCENTOCINQUANTANOVEMILA – rispetto al 2013.

A me secca parecchio sentir dire che le casalinghe sarebbero in via di estinzione proprio mentre sto ragionando sull’opportunità di definirmi “casalinga” io stessa. Ho capito che la casalinga non fa PIL e non versa i contributi pensionistici,[2] ma insomma, volerle proprio estinguere come triceratopi…

Quest’ultima uscita giornalistica delle casalinghe in estinzione è stata indotta dall’ISTAT, che ha iniziato il suo comunicato del 10 luglio scorso così:

Nel 2016 sono 7milioni 338mila le donne che si dichiarano casalinghe nel nostro Paese, 518mila in meno rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni. 

Certo, parlare di “estinzione” con un’età media di 60 anni mi pare un pizzichino esagerato: in dieci anni è comprensibile che muoia un mezzo milione di vecchiette, io stessa ho perduto una prozia. Ma coi riflessi quasi-pavloviani e la memoria corta di certi giornali era praticamente inevitabile quella reazione. L’ISTAT però non dovrebbe averla tanto corta, la memoria. Non per i dati suoi, almeno.

Che l’Istat mi attacchi un comunicato sulle casalinghe in quel modo lì, quando sono stati loro stessi a diffondere i dati del 2013 (allora le casalinghe erano 4 milioni 879 mila, come si può vedere in questo vecchio articolo; non ho ancora capito quale sia la diffusione ISTAT relativa) è davvero sconcertante. Anche volendo pensare che sia cambiata la metodologia di rilevamento, nespole, la differenza mi pare degna di nota. C’è del dolo dietro, foss’anche solo che hanno assunto qualche sprovveduto per scrivere i comunicati stampa!

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[1] Del resto, la nota espressione di Keynes – In the long run we are all dead, nel lungo periodo siamo tutti morti – era rivolta agli economisti, non ai contabili. In economia e in contabilità&commercio, “lungo periodo” indica due cose diverse. Ma l’INPS non è teoria economica, è contabilità.

[2] Esiste un Fondo Casalinghe dell’INPS a cui ci si può iscrivere e versare contributi pensionistici, se però non hai entrate come fai a pagare? Le casalinghe non hanno entrate per definizione. Non parliamo poi di quanti denari bisognerebbe pagare, e per quanti anni, per poter avere una pensione decente.

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I doveri degli italiani

Quali sono i doveri di un cittadino italiano? Ascoltando il presidente Gentiloni, qualche giorno fa, sottolineare che i cittadini italiani hanno dei diritti ma anche dei doveri, mi sono accorta all’improvviso che io stessa, nata e crescita italiana e fiera di esserlo per la maggior parte della vita, non ho una grande e salda idea di quali siano questi doveri: votare, difendere la nazione, pagare le tasse e poi?

Quanto alle tasse, però, le paghi là dove lavori o hai dei possedimenti, perciò non è neanche tanto un dovere di cittadinanza, forse.

A una domanda del genere dovrebbe esser facile trovare la risposta, rileggendo la Costituzione. Solo che io la Costituzione l’ho letta più di una volta; ma si vede che ogni volta ero distratta, perché i doveri non li ricordo chiaramente.

Così sono andata a rivedere, nei primi 54 articoli, dove e come compaiono i termini del dovere, incluse le declinazioni del verbo e le espressioni “assimilabili” e ho trovato che ci sono tre tipi di dovere.

A) Ci sono doveri che vengono esplicitamente chiamati così

Sono, ad esempio i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (articolo 2) o il «dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4) o il dovere di mantenere ed istruire i figli (personalmente o mandandoli a scuola, articolo 30)[1] o il «dovere civico» di votare o infine il «sacro dovere» di difendere la patria (articolo 52). Ce ne sono anche altri, naturalmente. Basta leggere. La Costituzione, ognuno se la dovrebbe leggere da sé.

B) Ci sono doveri che sono formulati con “espressioni assimilabili”

Sono, per esempio il dovere di pagare le tasse (articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva») o il dovere di rispettare l’ordinamento giuridico italiano per le religioni che non siano quella cattolica, qualora ci sia contrasto con ciò che le religioni stesse stabiliscono (articolo 8: «Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano»). I neretti sono miei.

Le chiamo “espressioni assimilabili” perché, anche se non presentano il termine specifico, definiscono comunque un dovere.

Seguitando con l’esempio delle religioni, il dovere è quello di rispettare le leggi e le basi giuridiche della nostra nazione, come si è recentemente precisato in Corte di Cassazione a proposito dei coltelli rituali dei Sikh; indipendentemente dallo specifico della questione (che a me pare un poco fuori centro, perché quei coltelli non tagliano; è un po’ come metter fuori legge i sottobicchieri di metallo per tema che si possano usare a mo’ di shuriken), quel giorno è stato ribadito chiaramente il dovere esposto nell’articolo 8 in forma assimilabile.

C) Ci sono doveri impliciti nelle previste eccezioni ai diritti

I primi 54 articoli della nostra Costituzione sono zeppi di diritti, molti dei quali «inviolabili», e forse è anche per questo che i doveri non me li ricordavo più di tanto: perché annegano nell’oceano dei diritti. Molti di quei diritti oggigiorno sono internazionali, non dipendono dalla cittadinanza, la nostra Costituzione ha qualche anno sulle spalle.

Per alcuni diritti la Costituzione prevede che lo Stato possa legiferare delle eccezioni.

Uno di questi (non il solo caso, però) è il diritto alla salute:

Articolo 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.
La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Neretto mio. Qui è stabilito che nessuno può costringermi a curarmi e ciò che vale per me vale per tutti i cittadini, a meno che lo Stato non decida di costringerci a un certo trattamento sanitario emanando una norma specifica. È quello che lo Stato ha fatto nel caso dei vaccini.

In simili casi c’è un dovere implicito, che nasce però da un dovere esplicito, quello dell’articolo 54: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi».

Se lo Stato decide che tutti i bambini devono essere vaccinati, si potrà anche discutere sul numero dei vaccini o sull’obbligatorietà di certi vaccini e anche sulla giustizia della norma in sé MA, nel momento in cui lo Stato fa una legge in materia, è dovere di ogni cittadino italiano obbedire. Il dovere specifico del caso è implicito nel fatto che si tratta di una legge e che noi, come cittadini, abbiamo il dovere esplicito di obbedire alle leggi.

 

Ora, ci sono a volte cittadini che protestano contro leggi dello Stato e che non hanno la minima voglia di obbedire. Ci sono a volte leggi che sono dei veri e propri sputi all’umanità e disobbedire è un dovere civico quanto il voto.

Adesso però non stiamo lì a vedere se una legge è giusta o no: prendiamo come esempio, continuando con la salute, i genitori che non vogliono far vaccinare i loro figli. Che abbiano ragione o meno, rispetto ai doveri costituzionali che il presidente Gentiloni richiamava conta il fatto che questi cittadini italiani non vogliono onorare il dovere che hanno di seguire le leggi.

Tutti i cittadini italiani che conosco, poi, non avrebbero nessuna voglia di onorare quell’altro dovere di pagare le tasse (succede nei regimi di polizia fiscale, ma anche questo adesso lasciamolo da parte).

E una buona parte di cittadini italiani non ha la minima voglia di onorare il “sacro dovere” di difendere la patria e s’imboscherà di corsa se mai capitasse che entriamo in guerra, cosa che possiamo fare solo per difenderci, secondo la Costituzione: ma s’imboscheranno comunque. Addirittura, in Costituzione è presente un dovere, quello del servizio militare, che oggi abbiamo eliminato, tanto ci faceva schifo (non del tutto a torto, va riconosciuto).

Infine, bisogna che riconosciamo che molti non hanno la minima intenzione di onorare il dovere esplicitato dell’articolo 4, anche quando abbiano un’attività o funzione (un lavoro, insomma): il progresso che gli interessa è soltanto il loro proprio, alla nazione non ci pensano affatto, se non quando entra in gioco l’articolo 53 e allora non ci pensano esattamente con benevolenza.

Se gente che è nata e cresciuta in Italia, e non conosce concretamente altro, non è sempre disposta ad compiere i propri doveri costituzionali, quanto è saggio e giusto chiedere di compierli a persone che, pur nate e cresciute in Italia, conoscono concretamente anche altro e magari gli piace pure di più?

Anzi, facciamo un esempio estremo: immaginiamo che la Tunisia o la Francia ci attacchino e che dobbiamo difenderci con le armi; non succederà, però ha più senso usare come esempio due nazioni confinanti rispetto al Qatar o alla Corea del Nord.

Sarebbe giusto chiedere a un giovane cresciuto in una famiglia tunisina o francese, con parenti in Tunisia o in Francia, magari parenti stretti, di compiere il sacro dovere di difendere la patria italiana solo perché gli è capitato di nascere in Italia?

Sarebbe saggio aspettarsi che lo compia, se non vorrebbe compierlo nemmeno chi non ha alternative di patria?

E, se davvero si entrasse in guerra contro quei paesi, anzi, stavolta diciamo se fossimo in guerra contro la Corea del Nord: siamo sicuri che qualche benintenzionato funzionario della Difesa non avrebbe il ghiribizzo di internare mia cognata (che è di Seul, quindi del Sud, non del Nord) e mio nipote proprio come fecero gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale con i cittadini statunitensi di origine italiana o giapponese? Eppure la cittadinanza gliel’avevano pur data! Suprema ingiustizia, ma io riesco a immaginarla praticata anche in Italia, specie con la percentuale di preconcettosi fifoni che abbiamo. Non si può sperare che non entreremo mai più in guerra con nessuno solo perché con l’Unione europea abbiamo avuto settant’anni di pace fittizia.

Sarebbe una gran cosa se la gente guardasse le cose senza sentimentalismi e considerando tanto la storia quanto la natura umana.

 

Paolo Pombeni, Lo ius soli e una politica sfilacciata, Mente Politica 21.06.2017

Rodolfo Casadei, Ius soli. Perché non funziona (Una trappola chiamata ius soli), Tempi.it, 20 giugno 2017

 

 

 

[1] In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola. Lo Stato istituisce scuole per i figli di chi non è in grado di istruirseli da sé ma non è obbligatorio mandarceli: è solo generalmente più comodo. Un bambino deve avere perlomeno otto anni di istruzione, questo è un suo diritto. Il dovere quindi riguarda non solo l’istruzione ma anche la sua durata: gli otto anni valgono sia che il bambino vada a scuola sia che venga educato in casa.

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Ovvero, ossia, oppure

Mi ero sempre meravigliata che la cosa non avesse mai provocato incomprensioni; ormai non mi posso più meravigliare, perché infine ne ha provocate.

Mi riferisco al fatto che, per i giurisprudenti la congiunzione ovvero significa “oppure” e non, come per le persone normali, “ossia”, “cioè”.

ovvero o †o vero, †overo

[comp. di o (2) e vero; 1261 ca.]

cong.

1 Ossia: sarò da te fra quattro giorni, ovvero venerdì sera.

2 Oppure (con valore disgiuntivo): siasi questa o giustizia, ovver perdono (TASSO).

Per la verità, l’uso della giurisprudenza credo sia quello più vicino all’origine. (Se ci fate, caso, per il primo significato, lo Zingarelli riporta un esempio moderno, mentre per il secondo ce n’è uno letterario antico, anche se non tanto antico quanto la parola stessa.) Solo che ormai l’uso disgiuntivo è diventato solo “giuris” e, in certi casi, è usato con poca prudenza.

Uno di questi casi è sicuramente il comma della legge sulla legittima difesa che ha fatto cianciare a sproposito un bel po’ di gente, a partire da Matteo Salvini, accompagnato fuori dall’aula proprio durante la discussione. Non so se per lui si tratti di ignoranza o di voluta caciara, ma il fatto è che quel comma dice esattamente l’opposto di quello che ha inteso (o fatto intendere lui): dice che di notte puoi anche sparare a vanvera e nessuno ti può toccare.

E questo, riconosciamolo, non è che vada poi tanto bene.

Ma vediamo la grammatica.

Il comma controverso è questo:

«…. la reazione a un’aggressione in tempo di notte OVVERO la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno»

Appena l’ho letto, ho capito finalmente da dove fosse nato il problema di cui si parlava da due giorni. I più, incluso Salvini, hanno considerato “ovvero” come sinonimo di “ossia” e hanno letto questo:

Interpretazione 1: È legittimo reagire solo durante la notte OSSIA quando uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose (sfascia la porta d’ingresso e simili, suppongo) oppure con l’inganno o le minacce.

Sorprendentemente, hanno capito bene il secondo “ovvero”, ma non il primo. Oppure erano talmente concentrati sul primo che del secondo neanche si sono accorti?

Se invece si considera quell’ovvero come lo considerano i giurisprudenti (che poi sono i redattori delle leggi, perché le leggi non le scrive il salumiere), il comma dice esattamente il contrario:

Interpretazione 2:  È legittimo reagire durante la notte OPPURE quando [=ogni volta che] uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce.

Se invertiamo i termini disgiunti, il comma diventa:

…. la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose OVVERO con minaccia o con inganno ovvero la reazione a un’aggressione in tempo di notte

vale a dire che

Interpretazione 2 bis:  È legittimo reagire ogni volta che uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce oppure in ogni caso durante la notte.

Insomma: durante il giorno vedremo se la reazione è giustificata e proporzionata eccetera; se invece spari durante la notte, anche se spari a casaccio nel buio, non ti possiamo condannare.

Per forza molti ora dicono che la legge è scritta male: è proprio scritta male! Ma se ne sarebbero potuti accorgere anche prima. E mi auguro che ora la ritengano scritta male per i veri motivi.

Il problema è l’uso particolare di “ovvero” e l’ignoranza o la malafede di certuni.

Sulla malafede non posso nulla. Per l’ignoranza posso poco, se non far sapere che quell’uso particolare esiste. Ma poi mi chiedo: sarebbe giusto e opportuno chiedere ai giurisprudenti di cambiare oppure no?

Conosco da molto tempo quell’uso particolare per via del mio lavoro di editor; ricordo lo sconcerto della prima volta, quando fu il contesto che mi aiutò a capire, anche senza vocabolario (poi sono andata comunque a verificare). Nel tempo mi sono accorta che la maggior parte dei giurisprudenti non è in grado di liberarsi dall’uso disgiuntivo di “ovvero”: insomma, lo usano in quel modo anche quando non scrivono leggi ma solo di leggi. Non se ne rendono proprio conto.

Un po’ li capisco e non mi dispiace questo uso così arcaico, tanto più perché so che cosa vuol dire. Addirittura a volte questi particolari gergali mi sono stati d’aiuto per individuare i plagi via copia-incolla. E capisco sempre l’affezione alla propria lingua.

Solo che l’affezione non dovrebbe mai ostacolare la comunicazione, specie quando si scrivono leggi, che hanno a che fare con la vita delle persone.

No, io non vorrei che cambiassero radicalmente lingua, quelli che scrivono le leggi. Vorrei invece che stessero attenti: che pensassero a comunicare, per ciò che gli spetta, e non solo a produrre un testo. Che si chiedessero: ma questa cosa, messa così, sarà equivoca o sarà comprensibile?

Scrivere “o” al posto di “ovvero” non sarebbe tanto sconvolgente ma in molti casi potrebbe evitare confusione e tante chiacchiere inutili.

 

Un buon articolo sulla legge:

Le critiche alla legge sulla legittima difesa Il Post, 5 maggio 2017

 

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