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Ovvero, ossia, oppure

Mi ero sempre meravigliata che la cosa non avesse mai provocato incomprensioni; ormai non mi posso più meravigliare, perché infine ne ha provocate.

Mi riferisco al fatto che, per i giurisprudenti la congiunzione ovvero significa “oppure” e non, come per le persone normali, “ossia”, “cioè”.

ovvero o †o vero, †overo

[comp. di o (2) e vero; 1261 ca.]

cong.

1 Ossia: sarò da te fra quattro giorni, ovvero venerdì sera.

2 Oppure (con valore disgiuntivo): siasi questa o giustizia, ovver perdono (TASSO).

Per la verità, l’uso della giurisprudenza credo sia quello più vicino all’origine. (Se ci fate, caso, per il primo significato, lo Zingarelli riporta un esempio moderno, mentre per il secondo ce n’è uno letterario antico, anche se non tanto antico quanto la parola stessa.) Solo che ormai l’uso disgiuntivo è diventato solo “giuris” e, in certi casi, è usato con poca prudenza.

Uno di questi casi è sicuramente il comma della legge sulla legittima difesa che ha fatto cianciare a sproposito un bel po’ di gente, a partire da Matteo Salvini, accompagnato fuori dall’aula proprio durante la discussione. Non so se per lui si tratti di ignoranza o di voluta caciara, ma il fatto è che quel comma dice esattamente l’opposto di quello che ha inteso (o fatto intendere lui): dice che di notte puoi anche sparare a vanvera e nessuno ti può toccare.

E questo, riconosciamolo, non è che vada poi tanto bene.

Ma vediamo la grammatica.

Il comma controverso è questo:

«…. la reazione a un’aggressione in tempo di notte OVVERO la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno»

Appena l’ho letto, ho capito finalmente da dove fosse nato il problema di cui si parlava da due giorni. I più, incluso Salvini, hanno considerato “ovvero” come sinonimo di “ossia” e hanno letto questo:

Interpretazione 1: È legittimo reagire solo durante la notte OSSIA quando uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose (sfascia la porta d’ingresso e simili, suppongo) oppure con l’inganno o le minacce.

Sorprendentemente, hanno capito bene il secondo “ovvero”, ma non il primo. Oppure erano talmente concentrati sul primo che del secondo neanche si sono accorti?

Se invece si considera quell’ovvero come lo considerano i giurisprudenti (che poi sono i redattori delle leggi, perché le leggi non le scrive il salumiere), il comma dice esattamente il contrario:

Interpretazione 2:  È legittimo reagire durante la notte OPPURE quando [=ogni volta che] uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce.

Se invertiamo i termini disgiunti, il comma diventa:

…. la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose OVVERO con minaccia o con inganno ovvero la reazione a un’aggressione in tempo di notte

vale a dire che

Interpretazione 2 bis:  È legittimo reagire ogni volta che uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce oppure in ogni caso durante la notte.

Insomma: durante il giorno vedremo se la reazione è giustificata e proporzionata eccetera; se invece spari durante la notte, anche se spari a casaccio nel buio, non ti possiamo condannare.

Per forza molti ora dicono che la legge è scritta male: è proprio scritta male! Ma se ne sarebbero potuti accorgere anche prima. E mi auguro che ora la ritengano scritta male per i veri motivi.

Il problema è l’uso particolare di “ovvero” e l’ignoranza o la malafede di certuni.

Sulla malafede non posso nulla. Per l’ignoranza posso poco, se non far sapere che quell’uso particolare esiste. Ma poi mi chiedo: sarebbe giusto e opportuno chiedere ai giurisprudenti di cambiare oppure no?

Conosco da molto tempo quell’uso particolare per via del mio lavoro di editor; ricordo lo sconcerto della prima volta, quando fu il contesto che mi aiutò a capire, anche senza vocabolario (poi sono andata comunque a verificare). Nel tempo mi sono accorta che la maggior parte dei giurisprudenti non è in grado di liberarsi dall’uso disgiuntivo di “ovvero”: insomma, lo usano in quel modo anche quando non scrivono leggi ma solo di leggi. Non se ne rendono proprio conto.

Un po’ li capisco e non mi dispiace questo uso così arcaico, tanto più perché so che cosa vuol dire. Addirittura a volte questi particolari gergali mi sono stati d’aiuto per individuare i plagi via copia-incolla. E capisco sempre l’affezione alla propria lingua.

Solo che l’affezione non dovrebbe mai ostacolare la comunicazione, specie quando si scrivono leggi, che hanno a che fare con la vita delle persone.

No, io non vorrei che cambiassero radicalmente lingua, quelli che scrivono le leggi. Vorrei invece che stessero attenti: che pensassero a comunicare, per ciò che gli spetta, e non solo a produrre un testo. Che si chiedessero: ma questa cosa, messa così, sarà equivoca o sarà comprensibile?

Scrivere “o” al posto di “ovvero” non sarebbe tanto sconvolgente ma in molti casi potrebbe evitare confusione e tante chiacchiere inutili.

 

Un buon articolo sulla legge:

Le critiche alla legge sulla legittima difesa Il Post, 5 maggio 2017

 

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Cattivi argomenti

Non mi era mai capitato di vedere sciorinare una quantità di cattivi argomenti come in questo caso del referendum costituzionale. Ora come ora non me li ricordo tutti, solo una manciata. Eccoli qua.

A) Il peggiore di tutti è sicuramente “votiamo no per mandare a casa Renzi”. Siccome il presidente del Consiglio ha già riconosciuto e pubblicamente ammesso che è stato un errore collegare il sì al referendum con la sua permanenza al governo, mi pare abbastanza chiaro che non abbia voglia di levar le tende. Votare no per questo e basta significa perdere. Ci sono eccellenti motivi per votare un bel no tondo tondo ma questo non ne fa parte.

B) Quasi alla pari è l’argomento del senato che “rappresenterebbe i territori perché sarebbe costituito di sindaci e consiglieri regionali”. Questo è un po’ più complicato del precedente, che è scemo e basta.

Tanto per cominciare, se la conferenza Stato-Regioni non funziona, non ho ben capito come mai si pensi che trasformarla in senato funzionerebbe meglio. È un problema di volontà, non di nomi.

In secondo luogo, sospetto che un sindaco o un consigliere regionale abbia già abbastanza da fare senza metterci pure il senato. Se però a questa obiezione si replica che tanto al senato ci si andrebbe solo una volta al mese, allora mi pare evidente che detto senato lo si pensa inutile, altro che rappresentare il territorio. Non conosco nessuna persona seria che sia capace di prendere una decisione importante – e magari condivisa con altre cento – nell’arco di ventiquattr’ore: anche senza andare fisicamente lì, far bene il lavoro implica studiare, capire eccetera. Allora, o fai male tutto quel che devi fare oppure fai male una sola delle due cose e quale sarà mai? E comunque, se il sindaco di Firenze Nardella attualmente va a Roma una volta a settimana per fare anticamera da qualche ministro, direi che con una volta al mese non ci si fa niente.

Terzo: ma il sindaco Nardella mica penserà di non andare più a Roma una volta che ci sia un senato di rappresentanti territoriali? Voglio dire, mica penserà che al sindaco di Aosta (per dire) importi qualcosa dei problemi precipui di Firenze? Non è certo di quelli che si parlerebbe nel nuovo senato. Anche perché, se si riunisce una volta al mese, dovrà essere molto ma molto selettivo…

In definitiva, basandoci su questo argomento, dobbiamo concludere che il nuovo senato non rappresenterebbe niente.

C) La faccenda dei soldi lasciamola perdere, perché è meschina, oltre che ballerina. Cinquanta, cinquecento, e che volete che sia? Lo zero non vale niente e la matematica è un’opinione.

D) L’argomento del “non ci sarà un’altra occasione per i prossimi trent’anni” è sballato: anche nel 2006 abbiamo votato per un referendum costituzionale e non sono trent’anni, sono dieci. Il problema è di volontà, non di tempo.

Certo, dopo tutto il veleno che le due parti si sono sputate addosso, non sarà facile ricominciare a discutere da persone civili; ma non sarà facile qualunque sia il risultato, non solo se vince il “no”. Irrilevante? Non proprio; perché un altro dei cattivi argomenti è appunto che

E) “intanto facciamo il primo passo, poi aggiusteremo quel che va aggiustato”. E come vorrebbero aggiustarlo, se non discutendo da persone civili? Con la legge marziale?

F) L’argomento “le Regioni bloccano le opere comuni per i propri interessi particolari” è infondato: se lo Stato avesse (a) capacità di negoziazione e (b) nerbo, farebbe tutte le opere necessarie. Competenze concorrenti non vuol dire che Stato e regioni devono andare a litigare davanti ai tribunali.

G) L’argomento “la nostra Costituzione diventerebbe illeggibile” è assurdo, perché presuppone che la nostra Costituzione ora come ora sia leggibile e comprensibile per chiunque. Questo non è vero. Se lo fosse, tanto per fare due esempi, non ci sarebbe tanta gente convinta che lo Stato gli debba dare lavoro né altrettanta convinta che la scuola sia obbligatoria. In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola.

H) L’argomento “questa riforma uccide la democrazia” è ridicolo, la democrazia è morta da un pezzo. O non ve n’eravate accorti?

Mi rendo conto che quasi tutti questi cattivi argomenti sono quelli del “sì”; il fatto è che loro ne portano di più – il “no” si è molto fossilizzato su ‘sta scemenza del “mandiamo a casa Renzi”, per questo ha preso la A – e anche che forse ho ascoltato con più attenzione i sostenitori del “sì” perché cercavo in tutti i modi un motivo adeguato per votare come loro, visto che anche persone che stimo sono per il “sì”. Non l’ho trovato.

Questo però non ha a che fare con la cattiva qualità degli argomenti.

Un cattivo argomento è cattivo perché non ha basi solide. Nella raccolta chestertoniana che ho tradotto per questo Natale (in fondo si può vedere la copertina), c’è un bell’articolo sulla logica che parla proprio di questo. E uno dei motivi per cui l’ho scelto, a parte l’interesse per la cosa in sé, è stato proprio il pessimo argomentare che ho dovuto subire negli ultimi sei mesi.

In definitiva, se avessi potuto servirmi solo di questi argomenti, avrei votato scheda bianca. E poi si lamentano dell’astensione.

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Codarda, forse, incapace no

Virginia Raggi, sindaca di Roma, ha usato due argomenti per motivare il rifiuto di cedere Roma ai comodi olimpici.

Uno degli argomenti era eccellente: non ce lo possiamo permettere. Non è la prima ad usarlo; e l’assessore all’urbanistica che dice che “senza i soldi delle Olimpiadi la città andrà in default” mostra di non aver capito bene che cosa vuol dire “soldi per le Olimpiadi” se pensava di usarli per qualcos’altro.

Ma l’altro argomento non era eccellente. L’altro era un argomento da codardi.

C’è la corruzione nelle costruzioni? Ma certo che c’è. Se però uno dovesse evitare di costruire le case perché c’è la corruzione, abiteremmo tutti in tenda. Che magari sarebbe anche una buona soluzione per il problema dei terremoti, anziché sottostare alla gabella dell’assicurazione antisisma che sicuramente ci arriverà tra capo e collo entro un paio d’anni, ma ora non c’entra.

Sono i codardi quelli che fanno e non fanno cose per evitare i pericoli. Anche se nel caso di Roma potrebbe trattarsi solo di sana prudenza.

codardo

[fr. ant. couard ‘con la coda bassa’, da cou, forma ant. di ‘coda’; 1266]

A agg.

1 (lett.) Che si ritira, per pusillanimità, vigliaccheria e sim., di fronte a rischi, pericoli e doveri | Vile: io so’ de’ paladini il più codardo (PULCI). SIN. Vigliacco.

2 (est., lett.) Che rivela, nasce da, codardia: gesto codardo; vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio (MANZONI).

|| codardamente, avv.

B s. m. (f. -a)

* Persona codarda.

 

Affermare di temere la corruzione, però, se è un possibile segno di codardia, non è per niente un segno d’incapacità. Anzi.

Un incapace è uno che non è capace di fare qualcosa (o di fare qualunque cosa, nello secondo mamme e capuffici facili all’isteria).

Ora, io vorrei proprio vedere quale dei nostri brillanti politici se ne verrebbe a dire “Io sono capace di eliminare la corruzione”. Penso che di simili babbei non ce ne siano nemmeno tra i politici.

(Come sarebbe a dire che ne avete sentito uno or ora al tg?  Avrete capito male.)

Ne consegue che essi, tutti, se non sono babbei, sono incapaci.

incapace

[vc. dotta, lat. tardo incapace(m), comp. di in- (3) e capax, genit. capacis, da capere ‘prendere’, di orig. indeur; 1483]

A agg. (assol.; + di; lett. + a)

1 Che non sa, non è capace di fare qlco.: un giovane incapace di mentire; è incapace di organizzarsi; si rende incapace a poterle più sperimentare (LEOPARDI) | Che non sa svolgere bene la propria attività: un tecnico assolutamente incapace. SIN. Disadatto, inabile.

2 (dir.) Che non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi.

B s. m. e f.

1 Individuo inetto, inabile.

2 (dir.) Chi non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi: circonvenzione di incapace.

 

Insomma, per usare un linguaggio cristiano, temere la corruzione a Roma è più un segno di umiltà e sano realismo che di incapacità o perfino di codardia.

In effetti, a me pare molto più incapace la velleità con cui si pretenderebbe di eliminarla, la corruzione: perché può essere ridotta, tenuta sotto controllo, punita (certo, bisogna darsi molto ma molto da fare, però si può fare), ma eliminata no. Non è eliminabile, altrimenti dai tempi di Cicerone in qua ce l’avremmo fatta. Non ci sarà mica un complotto, per mantenerla, da parte degli avvocati che poi ci fanno carriera, giusto come Cicerone?

La velleità del resto è incapace per definizione:

velleità

[fr. velléité, dal lat. velle ‘volere’. V. †velle; 1640]

s. f.

* Desiderio, aspirazione, progetto e sim. irrealizzabile perché sproporzionato alle reali capacità del soggetto: velleità artistiche, politiche, sociali; velleità senili, giovanili, fanciullesche; avere delle velleità; mostrare qualche velleità.

 

La sindaca Raggi mi sta poco simpatica; se poi è vero quel che dicono del suo comportamento con il presidente Malagò – che l’abbia lasciato ad aspettare un’ora, mentre andava a pranzo, e che poi abbia usato come scusa un “contrattempo” – bisognerà pensare che la sua villania è uguagliata solo dalla sua villania.

Men che meno mi sta simpatico il suo Movimento; apprezzo la loro volontà di mettersi in gioco, detesto la loro granitica indisponibilità a migliorare. (E anche la velleità, che però è un male comune.)

Ma rifiutare di prestare Roma alle brame del CIO – che è la parte che guadagna di più, quando ci sono le Olimpiadi, e a naso direi che non lo fa per noi, di insistere su Roma – mi pare piuttosto un esempio di capacità. Capacità di fare i conti o di dare ascolto a chi sa farli. Anche un referendum in merito sarebbe stato un costo inutile, sarà per questo che l’idea fu bocciata a metà agosto.

Se poi Malagò e la sua struttura[1] si sono sentiti in dovere di spendere i nostri denari inutilmente, mi pare che sarebbero da denunciare loro e non il Comune di Roma per danno erariale.

Anzi no, ho un idea migliore.

Possono fare le Olimpiadi a Torino.

Così azzeriamo il danno erariale precedente.

 

Per saperne di più (specie sui soldi):

OLIMPIADI 2024/ I “rischi” di ospitare i Giochi in Italia, di Mauro Bottarelli, Il Sussidiario, sabato 13 agosto 2016

 

 

[1] Il CIO è il Comitato Olimpico Internazionale e coordina le associazioni olimpiche nazionali. L’associazione olimpica italiana è la struttura presieduta da Giovanni Malagò, il CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

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L’insegnamento come diritto costituzionale?

Stamattina a Roma molti insegnanti erano in piazza per chiedere che l’insegnamento sia riconosciuto come diritto costituzionale. Non si riferivano, temo, all’insegnamento come mero atto di insegnare, ma alla loro professione di insegnanti.

L’insegnamento come tale, infatti, è già un diritto costituzionale, così come è un dovere.

Sto vaneggiando? Ma nemmeno per sogno.

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

TITOLO II
RAPPORTI ETICO-SOCIALI

[…]

ART. 30.

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
[…]

ART. 33.

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
[…]

ART. 34.

La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

(Il resto degli articoli, che ho tolto perché non era pertinente alla discussione, si può trovare qui, insieme al resto della Costituzione.)

 

Se l’insegnamento come professione – e non mi sembra probabile che quegli insegnanti chiedessero altro che questo – diventasse un diritto costituzionale, in primo luogo si scontrerebbe con l’articolo 30, quindi dovremmo assistere ad acrobazie costituzionali di un livello finora mai visto.

In secondo luogo non è tanto difficile vedere come l’insegnamento stesso diventerebbe uno strumento legale di qualunque regime, politico o culturale.

Lo è già ora, anche se molti insegnanti e docenti fanno sforzi eroici per non farsi omologare e per insegnare ai loro studenti ad essere uomini e non solo cittadini (cioè la cosa che interessa allo Stato). Figuriamoci quel che accadrebbe se gli insegnanti come tali diventassero parte della Costituzione! Sarebbe allora davvero impossibile educare i figli ad altro che ciò che s’insegna a scuola, buono o cattivo che fosse. L’articolo 30 dovrebbe sparire, altrimenti l’incompatibilità sarebbe insanabile.

Ma un diritto che cos’è di preciso? Sembra che oggi si tenda a rivendicare come “diritto” ogni cosa che salti in mente a più di due persone insieme, sia essa giusta o solo comoda o funzionale, sia essa di un genere che può diventare diritto oppure no.

Non pretendo di avere la risposta. Neanche m’interessa tanto averla per darla agli altri. Penso che sarebbe interessante cominciare a porsi la domanda.

 

 

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Diritti… sbilenchi  

Perché dovrebbe essere un diritto avere l’accesso a internet (più o meno veloce) ma non è ritenuto un diritto avere l’automobile?

Un’automobile ti consente di andare al lavoro, o perlomeno di andartelo a cercare con qualche agio, se è di quelli che richiedono la ricerca porta-a-porta.

Ti consente anche di mantenere i rapporti con i tuoi amici andandoli a trovare a casa loro o nei luoghi che frequentano.

L’automobile è più utile di internet sia per il lavoro sia per le relazioni, salvo casi particolari che, in quanto particolari, non sono la norma.

Il problema non può essere il costo: internet non è gratis, anche quando i costi non siano pagati direttamente dagli utenti (è come la sanità pubblica, insomma).

Eppure nessuno ha mai percepito l’automobile come un diritto umano, internet invece sì.

Non c’è da chiedersi come mai?

La domanda mi è sorta leggendo The Free Press di Hilaire Belloc, anche se non parla né di automobili (almeno i paragrafi che ho letto finora) né di internet (è del 1918). Anche la risposta potrebbe venire da lì, almeno in parte; ma non voglio togliere il divertimento a nessuno.

(Se poi riesco a trovare un editore per la traduzione, si potrà divertire anche chi non conosce l’inglese.)

Spesso mi sono stupita della capacità profetica di Belloc e di Chesterton ma ultimamente mi dico che non si trattava proprio di chiaroveggenza sul futuro quanto di chiaroveggenza sul presente: in altre parole, da un secolo e mezzo siamo fermi più o meno allo stesso punto, in termini umani (antropologici, se si vuole) e loro due, insieme a pochi altri, ne furono consapevoli subito, al punto da vedere anche sviluppi impensabili ai più.

 

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Manipolazioni: sì e no

Premetto che non intendo dare un giudizio sul voto del prossimo autunno, perché ancora non so niente di niente della riforma costituzionale per la quale voteremo. Il giudizio è sulle parole che ho appena sentite dal nostro dinamico presidente del Consiglio, noto manipolatore.

Oh, intendiamoci, uno può anche manipolare a fin di bene; quindi il mio non è nemmeno un giudizio sulle sue azioni. È un giudizio su come usa le parole.

Bisogna ammettere che stavolta la manipolazione era smaccata: il referendum costituzionale sarebbe un modo per valorizzare, diciamo, l’Italia che dice sì rispetto a quella che dice sempre e solo no. È una nuova versione del solito, risorgimentale, “prendi gli italiani per la pancia”.

Possono esistere ottimi motivi per dire no: dipende dalla domanda, infatti.

Se uno chiede “Posso picchiarti?” spero bene che la risposta sarà “no”.

Se qualcuno si sente chiedere “Mi vendi tua figlia (o tuo figlio) per farci i comodi miei?”, mi sento di poter affermare che nel comune sentire l’unica risposta accettabile sia “no”; e quelli che rispondono “sì” son considerati mostri dallo stesso comune sentire.

Se uno si sentisse dire “Ti sta bene che lo Stato si prenda il 50% di ciò che guadagni?”, la risposta sarebbe sicuramente “no”; ma così sicuramente che lo Stato non fa mai la domanda, si limita a prelevare.

Esistono tante e tante situazioni, davvero le più varie che ci si possa immaginare, per dire legittimamente no.

Anche il referendum costituzionale, se le variazioni fossero peggiorative, sarebbe una di queste situazioni. Se invece fossero migliorative, sarebbe una situazione a cui dire sì.

Il punto è che per saperlo bisogna capire quali sono le riforme, in che cosa consistono, qual è la situazione attuale e quali sono i suoi punti deboli e forti. Poi bisogna cercare di prevedere gli abusi più macroscopici, senza però farsi intrappolare dalla paura degli abusi, perché quelli ci sono sempre stati (i nostri antenati dicevano che abusum non tollit usum, cioè l’abuso di qualcosa non può eliminarne l’uso; evidentemente si tratta di un vecchio problema).

Insomma, c’è un lavoro da fare.

Matteo Renzi però l’ha buttata sul “combattiamo i bastiancontrari” e questo non è proprio leale: è una manipolazione, vale a dire il tentativo di indurre le persone a fare qualcosa per motivi che non sono i loro. Anche ammettendo che le sue manipolazioni siano a fin di bene – e io credo che sia davvero benintenzionato, in fin dei conti – un simile atteggiamento vuol dire che ci considera dei poveretti ignari di quel che è il loro bene e che perciò vanno instradati accuratamente, usando strumenti che dei poveri deficienti possono capire. È lo stesso snobismo intellettuale, direi, per cui Umberto Eco si crucciava che internet avesse dato voce anche agli imbecilli.

In certi momenti, lo ammetto, sarei quasi tentata di dargli ragione; del resto non è certo il primo a pensarla così e una volta la pensavo così anch’io. Poi però mi sono accorta di quanto sia nocivo questo atteggiamento: nocivo alle singole persone e alle società in cui si trovano. E ho cambiato idea.

Ma siamo su un’altalena: il punto opposto a questo atteggiamento nocivo è l’idiozia per cui ognuno dice la sua e nessuno ha il diritto di dirgli niente, perché non esistono né verità né ragione oggettivamente utilizzabile: questo comporta che o non si fa niente o quel che si fa lo si fa per mezzo di sotterfugi.

L’unico antidoto ai due opposti è, ovviamente, che l’altalena si fermi e ricada a piombo. Questa non è una posizione di compromesso tra le altre due, è proprio un’altra posizione; ma è difficile da trovare perché tutti si confondono.

 

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Consiglio d’Europa e Unione europea

So che non serve, perché non importa a nessuno, ma desidero precisarlo: il Consiglio d’Europa NON è “l’Europa”, cioè non è l’Unione europea a cui noi e altri abbiamo delegato parte dei nostri poteri sovrani e che quindi può “chiederci” qualcosa.

Ha sede a Strasburgo e questo crea confusione.

Si chiama “Consiglio” e questo crea confusione, perché anche l’UE ha un Consiglio (più d’uno, veramente).

Ha la stessa bandiera dell’UE e anche questo crea confusione: le bandiere, da che mondo è mondo, son sempre servite a capire con chi avevi a che fare e da che parte andare. Nelle battaglie antiche, l’alfiere, il vessillifero, insomma il soldato che portava la bandiera, era il bersaglio d’elezione di qualunque nemico e perciò era uno dei soldati più coraggiosi, visto che per lui la morte era quasi garantita. Abbattere la bandiera serviva ad abbattere il morale dei nemici, oltre che a non fargli capire dove fosse il loro capo.

Però c’è da dire che è stata l’Unione europea a prendersi la bandiera (e l’inno) del Consiglio d’Europa, il quale nacque nel 1949, quando ancora l’Unione non c’era. Ve lo dicono loro stessi, comunque, basta avere una briciola di curiosità e andare a guardare.

Ad ogni modo, non è questo che m’interessa.

M’interessa che il CdE non ha potere su nessuno, poiché nessuno gliel’ha conferito. Può proporre ma ogni Stato poi decide che fare.

Si potrebbe dire che, in un certo senso, il CdE è il think tank dell’Unione europea, ma non ha potere decisionale di nessun genere rispetto a uno Stato membro. E i think tanks si possono anche sbagliare, specie se partono da dati sbagliati. Il disastro arriva quando ci si fida di loro ciecamente, pensandoli infallibili; ma di questo è responsabile lo Stato che si fida, non il think tank (a meno che non abbia volutamente fatto credere di essere infallibile, il che non è molto saggio per chi veramente think, pensa). E si capisce che la stessa responsabilità ce l’hanno i cittadini, se cominciano a pensare che le parole del think tank siano oro colato o vangelo o come meglio vi par di dire.

Il CdE è nato prima dell’Europa (1949), è nato per rafforzare i legami tra le nazioni d’Europa (che avevano finito di scannarsi l’un l’altra da poco) e rappresenta “più” Europa che non l’UE, visto che ne fanno parte 47 nazioni. Ma non è l’Europa di cui si parla quando si dice che qualcosa “ce lo chiede l’Europa”. A questa domanda si può rispondere o meno, se ne può essere contenti o no, ma non è il CdE ad aver diritto di chiedere niente; casomai suggerisce e ovviamente, potrebbe fare azione di lobby su chi fa le leggi, ma è un altro discorso.

Il CdE è un’organizzazione che si occupa di diritti e democrazia in Europa. Si può discutere sul contenuto di entrambi i sostantivi (e anche tanto); si può discutere sulla menzogna insita nell’uso dell’espressione “al di là delle diversità”; ma questo non c’entra con le caratteristiche e i poteri del CdE stesso. E col fatto che può sbagliare se parte da dati sbagliati. A volte il CdE fa delle fesserie; altre volte ha fatto e fa cose buone.

Se poi mi venite a dire che è comunque importante l’azione culturale, vi risponderò: sì, è vero, l’azione culturale è importante, anzi, è fondamentale… quindi è ora che cominciate la vostra.

Non serve a niente cercare il capro espiatorio e dimenticarsi di agire,

 

ABORTO DIFFICILE?/ I dati (veri) smascherano la “truffa” della Cgil, di Lorenza Violini, Il Sussidiario, 12 aprile 2016

 

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