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G.K. Chesterton, L’Osteria Volante, capitolo I

Persone diverse traducono in maniera diversa; e tanto più a settant’anni e passa di distanza. Ho tradotto il primo capitolo del romanzo The Flying Inn (L’osteria Volante) di GKC perché si potesse vedere, volendo, la differenza con le versioni precedenti, in particolare quella di Gian Dàuli.

 

Gilbert Keith Chesterton

L’Osteria Volante

(The Flying Inn, Penguin edition, 1958)

 

Capitolo I.
Una predica sulle osterie

 

Il mare era di un pallido verdegrigio e il pomeriggio era già sfiorato dal tocco incantato della sera mentre una giovane donna dai capelli scuri, vestita di un abito increspato color rame del genere artistico, passeggiava piuttosto svogliata sul lungomare di Pebblewick-on-Sea, trascinandosi dietro un parasole e guardando lontano verso l’orizzonte.  Aveva una ragione per guardare istintivamente verso l’orizzonte del mare, una ragione che molte giovani donne hanno avuto nella storia del mondo. Ma non c’erano vele in vista.

Sulla spiaggia sotto il lungomare c’era una distesa di piccoli assembramenti intorno ai vari oratori della spiaggia, che fossero negri o socialisti o ecclesiastici o pagliacci. Qui c’era un tizio che faceva non si sa bene cosa con delle scatole di carta; e i villeggianti restavano a osservarlo per ore nella speranza di scoprire prima o poi che cosa ci facesse. Poco distante c’era un tale in cappello a cilindro con una Bibbia colossale e una moglie minuscola, che gli stava vicino in silenzio mentre lui agitando il pugno chiuso combatteva l’eresia del sublapsarismo milniano[1] così diffusa nelle stazioni termali alla moda. Non era facile seguirlo, tanto era su di giri; ma ogni tanto rispuntavano le parole “i nostri amici sublapsarii” insieme a una sorta di sogghigno stridulo. Accanto c’era un giovanotto che parlava di non si sa che (e lui lo sapeva meno di tutti) ma che evidentemente puntava, per conquistare il favore del pubblico, soprattutto sull’anello di carote che gli circondava il cappello. Aveva davanti a sé più denaro di tutti gli altri. Poi c’erano i negri. E dopo, un servizio religioso per bambini tenuto da un uomo col collo lungo che batteva il tempo con una paletta di legno. Ancora più avanti c’era un ateo, rabbioso da non credere, che ogni tanto puntava il dito contro la funzione per bambini e parlava delle cose più belle della Natura che venivano corrotte tramite i segreti dell’Inquisizione Spagnola – ad opera dell’uomo con la paletta, naturalmente. L’ateo (che indossava una coccarda rossa) era assai sprezzante anche verso il proprio pubblico. “Ipocriti!”, diceva; e quelli gli gettavano soldi. “Gonzi e codardi!” e loro gli buttavano ancor più soldi. Ma tra l’ateo e la funzione dei bambini c’era un omino d’aspetto gufesco con un fez rosso, che agitava blandamente un grande ombrello informe di tela verde. Il suo viso era bruno e rugoso come una noce, il naso era del tipo che associamo alla Giudea, la barba invece era quella specie di cuneo nero che associamo alla Persia. La giovane donna non l’aveva mai visto prima; era un esemplare nuovo nel ormai familiare museo di svitati e ciarlatani. La giovane era una di quelle persone in cui un vero senso dell’umorismo sempre viene a cozzo con una certa tendenza del temperamento alla noia o malinconia; indugiò un momento, e si chinò sulla ringhiera per ascoltare.

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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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L’ironia e come riconoscerla

No, non è vero, stavolta ho esagerato: riconoscere l’ironia non è facile per niente. A me ci son voluti decenni, non scherzo.

È anche una faccenda complicata per il cervello. Talmente complicata che ormai molti cervelli ci rinunciano del tutto, come sta accadendo con la stramba pubblicità del Buondì Motta, la merendina più buona del mondo dopo la Fiesta Ferrero. (Numero uno per chi la mangia con il latte e il tè, anzi; ma io non prendo nessuno dei due.)

La pubblicità è oggettivamente stravagante, bisogna riconoscerlo: asteroidi che colpiscono le persone ci sono solo nei peggiori incubi dei poeti e forse nemmeno lì. Nella realtà, è risaputo, il massimo che può accadere è che un asteroide colpisca un pianeta e stermini i dinosauri e gran parte delle altre forme di vita per vari millenni.

Ma oggettivamente quella pubblicità è anche un’altra cosa: è una presa in giro. La prima frase infatti è una parodia del genere pubblicitario, così come Frankenstein Junior è una parodia del genere horror e Balle spaziali una parodia di Guerre stellari.

parodia
[vc. dotta, gr. paroidía, comp. di para– ‘para-’ e oide ‘canto’ (V. ode); 1575]

s.f.

1 Versione caricaturale e burlesca di un’opera, un dramma, un film e sim., o di parti di essi: fare la parodia di una famosa canzone; mettere qlco. in parodia.

2 (mus.) Nella musica medievale e fino al XVII sec., pratica di riutilizzazione e trasformazione di testi e melodie preesistenti per la realizzazione di nuove composizioni; dopo il XVII sec., deformazione di modelli stereotipati con intenti grotteschi.

3 (fig.) Persona, organismo e sim. che rappresentano soltanto un’imitazione scadente e ridicola di quello che in realtà dovrebbero essere: una parodia di governo, di parlamento.

Ma l’ironia che c’entra, allora? Una parodia è una presa in giro palese, mentre l’ironia è tecnicamente una forma di menzogna, come diceva Aristotele, cioè un modo di nascondere la verità; in senso ampio, è un modo per non mettere in mostra le cose con troppa crudezza.

L’ironia nasconde, la parodia sbeffeggia. Perciò in genere le parodie sono comprensibili e l’ironia invece richiede delle cognizioni che non tutti possiedono; i bambini per esempio non comprendono l’ironia perché hanno un senso della realtà molto letterale.

Per capire, userò un esempio. Anzi, due.

Primo. Se io dicessi a qualcuno che il film The Family Stone (in italiano “La neve nel cuore”) del 2005 è un’illustrazione della capacità che hanno i liberals americani di accogliere chi è diverso da loro, starei usando l’ironia e contemporaneamente dicendo una bugia in senso tecnico.

Per capire ciò che intendo, infatti, bisogna aver visto il film e quindi sapere già (cognizione che non tutti posseggono) che il film mostra l’esatto contrario: l’incapacità, almeno nell’immediato quotidiano, dei suddetti liberals di accogliere chi non la pensa e non si comporta come loro. È qui l’ironia della mia frase. Ma è qui anche la bugia.

In senso proprio avrei dovuto dire che il film illustra il livello di capacità che hanno i suddetti. Questa è una formulazione neutra, perché il livello può essere alto o medio o basso; ed è veritiera in ogni punto (se poi uno vuol capire quel che gli pare, sono fatti suoi, s’intende). La prima invece non lo è, perché “capacità di accogliere” è un’esperienza determinata ed è il contrario di “incapacità di accogliere”.

Nel primo caso, che è una formulazione ironica, sto dicendo il contrario di quel che è – perciò l’ironia è tecnicamente una menzogna, anche se ovviamente io non ho intenzione di far del male a nessuno descrivendo il film in quel modo.

Ecco, per dirla grossolanamente, l’ironia è “dire una cosa dicendo il suo contrario”, come si vede nell’esempio al punto 1 dello Zingarelli.

ironia
[vc. dotta, lat. ironia(m), dal gr. eironéia, da éiron, propr. ‘colui che interroga (fingendo di non sapere)’, di etim. incerta; 1374]

s.f.

1 Dissimulazione del proprio pensiero dietro parole che hanno significato opposto o diverso da quello letterale (ad es. bell’idea avete avuto!, per dire che l’idea è stata invece cattiva): ironia bonaria, sottile, grossolana | La figura retorica corrispondente a questo modo di esprimersi.

2 (est.) Umorismo sarcastico: non si fa dell’ironia sulle disgrazie altrui | Derisione, scherno: uno sguardo pieno d’ironia | (fig.) Ironia della vita, della sorte, del destino, si dice quando la vita, la sorte ecc. sembrano accanirsi contro qlcu., quasi a volerlo beffare.

3 (filos.) Ironia socratica, il metodo maieutico mediante il quale Socrate, fingendo ignoranza, portava il suo interlocutore alla scoperta della verità.

Non dovrebbe essere difficile capire che definirla “bugia” in moltissimi casi è una questione tecnica e non morale. Ci sono anche casi in cui l’ironia è una menzogna per davvero, ma questa è un’altra storia (che si trova raccontata, per esempio, nella Somma teologica, seconda parte della seconda parte, argomento 113, sull’ironia con la quale uno finge di sottovalutare sé stesso).

Secondo esempio. Ho detto che i bambini hanno un senso della realtà molto letterale. Una volta, anni fa, guardavo il film Cars, un cartone animato della Pixar, insieme al figlio di amici e a un certo punto c’era una scena catastrofica ed esilarante, come capita spesso in molti cartoni. Siccome era esilarante e io avevo già quarant’anni, quindi l’infanzia me l’ero scordata da un po’, ho cominciato a rotolarmi dalle risate. E Matteo, che di anni ne aveva quattro, si gira verso di me e grida: NON C’E’ NIENTE DA RIDERE! Ed era serio.

Qualche tempo dopo mi è successa una cosa analoga con mio nipote. La seconda volta ho capito. Repetita iuvant, come diceva qualcuno.

Io vedo i cartoni con gli occhi degli adulti che li hanno realizzati; ma i bambini li vedono con i loro occhi di bambini, che hanno esperienze limitate; tra queste c’è il dolore e la possibilità del dolore, anche diverso da quello che essi abbiano già conosciuto. Un incidente di massa tra automobili è una cosa che di per sé è dolorosissima, se accade nella realtà. A quattro anni i piccoli vedono questo, non percepiscono l’ironia o la parodia. Perciò si spaventano. Hanno il senso del drammatico, rispetto a certe cose; non hanno ancora il senso del comico. Quello lo sviluppano più tardi. E l’ironia, che è molto più complicata, trattandosi di una forma di dissimulazione, per loro rimane misteriosa ancora più a lungo. Specie se nessuno gliela insegna, cioè gliela indica a dito, nel senso etimologico della parola.

Ora, se una bambina si spaventa vedendo l’asteroide colpire la mamma nella pubblicità del Buondì, come ho sentito dire, io la capisco perfettamente.

Del resto, quella non è una pubblicità rivolta ai bambini, che non sono minimamente in grado di capirla. Se voleva esserlo, sarà meglio che la Motta prenda altri pubblicitari. La parodia dell’inizio, forse la rilevano e forse no: voglio dire che probabilmente nessuno di loro si esprimerebbe in quel modo per chiedere una merendina alla mamma, ma non saprebbero dare ragione del perché non lo fanno. (Questo tra l’altro implica che, se non ci fosse il colpo successivo, i bambini potrebbero pure cominciare a imitare quel modo di parlare; ma anche questa è un’altra storia.)

Di sicuro i bambini non sono in grado di capire l’ironia successiva, dove il sussiego della mamma, insieme alla sua poca fede nella Motta, viene abbattuto dall’asteroide. Quella è proprio comicità ironica e i bambini non hanno gli attrezzi mentali per capirla. Gli adulti ce li dovrebbero avere, però, e dire ai figli spaventati: Ma guarda che questa cosa non è reale: serve per far ridere i grandi e fargli ricordare la merendina quando vanno a fare la spesa.

Così, e solo così, i bambini impareranno pian piano a distinguere la realtà primaria dalla realtà secondaria e alla fine anche l’ironia. È vero che da noi si chiama “ironia” ciò che propriamente è sarcasmo; come lo Zingarelli riporta al punto 2. Ma i bambini non capiscono nemmeno il sarcasmo, benché riescano a capirlo molto prima di altre cose. Sono tutti aspetti che devono imparare dai grandi, altrimenti li impareranno dai libri – quelli fortunati, come me – oppure non li impareranno mai e diventeranno adulti semiselvaggi che nella stramba pubblicità del Buondì Motta vedono chissà che attacchi lobbistici alla famiglia. In gergo si chiama “fuoco amico”.

Non arriverò ad eliminare queste persone dalla mia lista contatti di Facebook, come ha minacciato di fare un mio amico.

Ma possa un asteroide colpirmi se mai dovessi prenderli sul serio per altro che per il danno manifesto alla corteccia prefrontale.

 

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Quando hai imparato a leggere?

Ultimamente mi ronza in testa ogni tanto una battuta di una fiction Rai che ho sentito la settimana scorsa. Non l’ho seguita perché dalle pubblicità&interviste m’era sembrata la fiera dello stereotipo – l’uomo violento e puttaniere, le “donne forti”, qualunque cosa significhi, e via dicendo – e i primi dieci minuti non m’hanno dato modo di cambiare idea; ma la segue mia sorella e a un certo punto della prima sera, entrata per bere, mi trovo nelle orecchie questa frase della protagonista (interpretata da Stefania Rocca): Non ho potuto imparare a leggere perché dovevo occuparmi del marito e dei figli.

Lì per lì ho solo pensato: Uffa, che minch… e me ne sono tornata a leggere in camera. Poi però mi sono resa conto che la faccenda era più grave di quanto non sembrasse. Confesso che mi ci è voluto qualche giorno e non capisco se è la vecchiaia o che, ma questa è un’altra storia.

Non ha il minimo senso dire che una donna non ha potuto imparare a leggere perché doveva occuparsi del marito e dei figli.

Perché non ha senso? Perché la normalità – concetto alieno oggigiorno, mi rendo conto – è che le persone imparino a leggere da bambini, se imparano. E quando dico normalità, non dico la normalità nostra oggi, ma la normalità di sempre. La cosa strana e anomala – e tanto più lodevole, ma pure questa è un’altra storia – è imparare a leggere da grandi, quando appunto hai marito e figli oppure fai il marinaio o il fuochista e così via. Ci sono anche esempi molto curiosi di simili… anomalie: ma questa storia la racconta Lucia.

Nelle civiltà in cui esiste la scrittura, si è normalmente cominciato a imparare da bambini. Perché? Perché da bambini s’impara più facilmente e si ha oggettivamente più tempo. Inoltre, se la cosa è utile, devi essere già in grado di usarla quando diventi grande, altrimenti sei sempre indietro rispetto agli altri.

Così, imparare a leggere da bambini è la normalità per una civiltà letterata (o porzione letterata di civiltà).

Ed era la normalità nell’Italia fascista, in cui quel personaggio era cresciuto. Ma anche ipotizzando che i genitori della signora non l’avessero mandata a scuola – cosa che non so quanto davvero succedesse nel Ventennio ma che è genericamente possibile – la motivazione da dare non era “marito e figli”; al massimo era “genitori stronzi”, ma più probabilmente “genitori poveri”.

Si potrebbe replicare che “si voleva rappresentare una storia che fosse, per così dire, universale”.

Possibilissimo.

Se fosse davvero così, però, prima di tutto non si mette la legge Merlin nei primi dieci minuti, perché chiudere i bordelli è tutto tranne che universale, tant’è vero che ogni tanto c’è una volpe desiderosa di farli riaprire: erano discutibili solo le marchette del Sacro Romano Impero, mica quelle delle democrazie moderne.

In secondo luogo, l’universalità non spiana la ragione, casomai il contrario: di solito le cose non universali sono anche più o meno irrazionali.

Da noi le spose bambine non hanno mai avuto successo, anche se poteva capitare, in passato, che ragazzine si sposassero a dodici anni. Ma erano eccezioni, non la regola. Di sicuro non erano la regola nell’Italia degli anni Cinquanta! Magari i bambini non imparavano a scrivere, è vero, ma perché si pensava che non fosse utile, non perché già da bambini erano occupati con le faccende da grandi. E valeva per i maschi quanto per le femmine. (Per avere ben chiaro che il discrimine è l’utilità, leggete la storia di Lucia per saperne di più.)

È grave, questa faccenda, o è solo fastidiosa?

A me pare grave in generale, perché mostra una marcescenza della narrativa, come l’avevo già vista nella miniserie de “I Medici”, per fare un solo esempio. Ho già detto che la fiction in oggetto m’è parsa la fiera dello stereotipo e la rappresentazione teatrale di qualunque tipo ha un grandissimo peso nel diffondere le idee (e di solito quelle false o sbagliate ne sanno profittare meglio, chissà come mai). Ovviamente, è grave nel particolare perché è una falsità voluta. Non credo proprio che qualcuno possa partorire per sbaglio una simile sciocchezza.

Ma potrei essere io quella “difettosa”! Magari va benissimo inventarsi la storia o inventarsi tratti di (in)civiltà che non sono mai stati nostri, ma di altre culture anche abbastanza distanti dalla nostra.

Poi oggi m’è capitato l’articolo di un professore italiano che abita e insegna a New York e ho capito che, almeno stavolta, non sono io.

PAOLO VALESIO, Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States, IlSussidiario.net, venerdì 28 aprile 2017

 

(No, Gabbani non c’entra! Riporto la “bio” dal Sussidiario:

Paolo Valesio, nato a Bologna nel 1939, tiene dal 2004 la cattedra Giuseppe Ungaretti a Columbia University, New York, Usa. Si laurea in lettere nell’Università di Bologna (1961) e ottiene successivamente la libera docenza in glottologia (1969). Dopo un periodo di studi e insegnamento presso Harvard University (1963-1966, 1968-1973), Valesio insegna a New York University come Associate Professor of Italian Studies (1973-1975); è poi nominato Professor of Italian Language and Literature a Yale University, dove insegna dal 1975 al 2004. È direttore della rivista internazionale di poesia Italian Poetry Review (Ipr); ha fondato e diretto per dieci anni (1993-2003) lo “Yale Poetry Group”; è presidente della giuria del Premio internazionale di poesia “Pietro Alinari” a Firenze. Oltre a numerosi saggi critici, articoli, racconti e poesie sparse e un atto unico in versi, ha pubblicato cinque libri di critica letteraria, due romanzi, una raccolta di racconti, una novella, e sedici volumi di poesia. È attualmente impegnato nella composizione simultanea di una trilogia di romanzi diaristici paralleli scritti da prospettive differenti.)

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“Vesti giovane, fissa morbido”: scoperta l’origine dell’analfabetismo di ritorno?

Ieri pomeriggio, mio fratello e mia cognata m’hanno quasi fatto venire un coccolone (un ictus cerebrale, cioè; o colpo apoplettico, se vi piacciono le vecchie espressioni) chiedendomi come potevano usare “giovane” in qualità di avverbio. Questo perché mio nipote doveva fare un esercizio in cui bisognava usare la medesima parola – un aggettivo – come aggettivo, come nome e come avverbio.

Lì per lì, ho pensato all’avverbio derivato, che però non si usa: giovanemente. Lo Zingarelli lo dichiara morto – arcaico, dicono loro, ma letteralmente ci mettono la croce – e offre come sinonimo giovanilmente. Se pure non fosse morto, comunque, io non lo userei davvero.

La maggior parte degli aggettivi qualificativi può diventare un avverbio in -mente ma non tutti lo possono. Quello lì, “giovane”, non poteva, quindi rimaneva un buco. Altri aggettivi si usano come avverbi: vicino, lontano, troppo… ma non era il caso in questione.

Domanda di mia cognata: forse che nella frase è morto giovane abbiamo un uso avverbiale?

Sinceramente non mi pare: mi sembrerebbe il solito aggettivo qualificativo, tanto più che il morto resta morto anche se non diciamo com’era al momento del trapasso.

Forse l’espressione da giovane: locuzione avverbiale?

Mmm, forse, ma non me lo ricordo più: sono passati quarant’anni da quando facevo le elementari!

A questo punto è intervenuto mio fratello – miracoli del vivavoce – riportando un esempio che, suppongo, era dato nell’esercizio: gioca pulito è un’espressione in cui “pulito”, che è un aggettivo, è usato come avverbio.

È stato allora che ho rischiato il coccolone, perché mi sono veramente veramente VERAMENTE ARRABBIATA. Come avrebbe detto mio nipote, ero proprio arrabbiosa.

Ora, se v’interessa solo la grammatica, andate direttamente al punto Un po’ di grammatica.

Anche considerando che potrebbero avermi letto male l’esercizio – che magari non c’era scritto “avverbio” ma “locuzione avverbiale” o “aggettivo in funzione avverbiale” – e sempre ricordando che ci sono cose che non so più o che magari sono cambiate rispetto a quando andavo a scuola, semplicemente per me non è accettabile mandare a scuola i bambini perché imparino a parlare e scrivere MALE.

Io non sono di quelli che si attaccano alle regole, anzi. Non sono una purista. Mi piace la grammatica ma non penso che sia una cosa scolpita nella pietra come i Dieci Comandamenti né che sia indispensabile per vivere, mentre invece sono convintissima che venga dopo la comprensione e la bellezza del linguaggio. Si può parlare un italiano eccellente anche senza saper riconoscere un aggettivo con funzione avverbiale.

Però sono di quelli che si rifiutano di separare la grammatica dalla ragione e dallo stile, cioè una cosa che dovrebbe appunto avere a che fare con la bellezza e la comprensione.

Ma noi i nostri figli li mandiamo in giro coi capelli arruffati e sporchi oppure con le capoccette pulite e pettinate? Li mandiamo a scuola vestiti di stracci oppure ci sforziamo di dar loro degli abiti puliti, gradevoli e possibilmente non troppo diversi da quelli degli altri bambini?

E se queste cose cerchiamo di farle al meglio, poi ci sta bene che parlino come pubblicitari? come biscazzieri? come Tarzan? Nella grammatica “Io Tarzan, tu Jane” ha il suo bravo posticino (è una frase nominale) ma davvero ci piacerebbe tanto che i nostri figli si esprimessero così? E che bisogno c’è di mandarli a scuola perché imparino quel che possono imparare per strada o alla tv?

Un vecchio libro di Cesare Marchi, Impariamo l’italiano, aveva un capitolo intitolato “Vesti giovane, fissa morbido”, in cui il professore sottolineava che certi usi della pubblicità si servivano di costrutti già esistenti nella nostra lingua, come è appunto il fatto che in certi casi un aggettivo si usa come avverbio – che è un uso molto antico. Siccome però parlava di grammatica e non di stile, che son due cose differenti, non si metteva lì a dire quanto quell’uso pubblicitario fosse rozzo e anche dannoso.[1]

È stato ricordando quel titolo che m’è salito il sangue al cervello. Mi sono trovata incapace di ragionare con freddezza; non ci ho nemmeno dormito la notte (un po’ perché mi vergognavo di avere reagito così e un po’ perché ero ancora… “arrabbiosa”[2]).

Ricordo un amico, insegnante alle medie, che tre o quattro anni fa rilevava con un certo dispiacere come i ragazzi usassero tante frasi staccate senza apparentemente esser capaci di coordinazione.

E come diamine dovrebbero esserne capaci se, quando sono piccoli e assorbono come spugne, gli viene insegnato a parlare come spot pubblicitari da 10 secondi?

Come si può pretendere che riescano a esprimere pensieri articolati e armoniosi se il loro linguaggio non è articolato né armonioso? Chi parla male pensa male, diceva qualcuno. Per forza poi sono preda delle reazioni. Come gli adulti, del resto, perché le pubblicità si ficcano nel cervello di tutti, bisogna fare un lavoro per non esserne seppelliti.

E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno? Ma ecco dove lo si costruisce, l’analfabetismo di ritorno: alla scuola dell’obbligo!

Che sia un complotto di docenti per impartire lezioni private?

 

Un po’ di grammatica

Forse aveva ragione mia cognata: nella frase è morto giovane forse l’aggettivo è usato con funzione avverbiale, così come nella frase vesti giovane. Ragionandoci, poi, mi è venuto in mente che, se l’espressione “da giovane” è una locuzione avverbiale (lo penso per analogia, poiché “da lontano” è una locuzione avverbiale), allora l’aggettivo che ne prende il posto dovrebbe ugualmente avere una funzione avverbiale.

Questo però non lo rende un avverbio; tanto più che il paragone regge solo al singolare.

Se infatti cadessimo tanto in basso da metterci a dire Vesti giovane! diremmo anche Vestite giovane! Allora si tratterebbe proprio di un avverbio, che ha come caratteristica quella di essere invariabile, cioè sempre uguale, senza genere né numero. In breve: niente plurale (maschile e femminile in questo caso non ci sono per natura).

Ora, vesti giovane somiglia a è morto giovane, a parte che modo e tempo del verbo sono altri. Sono simili, finché abbiamo un morto solo.

Se però consideriamo più di un defunto, tutti in età giovanile, non diremo che sono morti giovane ma che sono morti giovani: non c’è la invariabilità che è caratteristica dell’avverbio. Direi dunque che non è un avverbio.

Ecco qui un dialogo di esempio:

Incidente a un crocevia, una persona morta in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Povero ragazzo! Abitava vicino a me. Aveva meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se è morto giovane!

Esempio simile, altro dialogo:

Incidente a un crocevia, DUE persone morte in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Poveri ragazzi! Abitavano vicino a me. Avevano meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se son morti giovani!

Riassumendo:

  • forse possiamo dire che in quella posizione lì “giovane” è un aggettivo usato in funzione avverbiale, questo non mi è chiaro e lo chiederò a chi mi può rispondere;
  • ma di sicuro non possiamo dire che diventa un avverbio. Invece “vicino”, che per nascita è un aggettivo, in quegli esempi è proprio un avverbio e infatti non cambia.

La cosa triste è che ho cercato nella mia vecchia grammatica delle medie e non ho trovato niente. Idem sul web.

Va be’, sarà colpa mia, avrò cercato male.

O magari sarebbe meglio offrire meno casistica e più ragioni per cui le cose sono come sono? Liste di locuzioni avverbiali ne ho pur trovate ma finiscono tutte con eccetera, senza dire perché è così. Oppure si dice il perché ma in maniera parziale e quindi non del tutto convincente.

È vero che, nella lingua italiana, alcuni aggettivi e sostantivi possono essere usati come avverbi e che alcuni avverbi sono anche aggettivi:

* troppo, poco, vicino, per fare solo qualche esempio, sono avverbi e sono aggettivi; la differenza è che come avverbi rimangono sempre uguali (sono invariabili o indeclinabili, che è proprio la caratteristica degli avverbi), come aggettivi hanno genere e numero, cioè hanno una forma maschile e una forma femminile, una forma singolare e una forma plurale: troppo, troppa, troppi, troppe;

* male e bene sono avverbi e sono nomi (sostantivi; in questo caso può addirittura capitare che non ammettano il plurale. Esistono i beni e i mali, ma questi plurali non possono trovare posto in tutte le frasi. Se accusiamo qualcuno di essere “il male assoluto”, per esempio, il plurale non ci sta: sarebbe perlomeno fiacco dire a un supercattivo “tu sei i mali assoluti”).

È vero, sì. Ma non è sempre vero. Anzi, potrei dire che non lo è quasi mai, considerato il numero di casi sul totale degli aggettivi.

Oltre a non sollevarli al di sopra di quel che raggiungerebbero da soli, la scuola mette in difficoltà i ragazzini con cose che non sono sempre vere, con eccezioni magari rare o uniche, e per di più partendo dalla fine anziché dal principio.

Dico dalla fine perché la grammatica è fatta di categorie che vengono, che sono venute, dopo: dopo i dialoghi, dopo le canzoni, dopo la poesia, dopo le preghiere, dopo la lingua. Sarebbe molto più utile far leggere ai bambini tante cose differenti e aiutarli pian piano a osservare e ascoltare la lingua che si parla intorno a loro.

È difficile? Certo che è difficile. Per gli insegnanti.

Mi ha colpito un articolo letto qualche giorno fa, che probabilmente è anche uno dei motivi per cui mi sono arrabbiata tanto: sosteneva che uno dei fallimenti della scuola media unica è di non essere riuscita a insegnare a tutti i ragazzi le settecento parole che separano un padrone da un operaio (immagine tratta da don Milani). E questa affermazione mi ha ricordato una ragazza intervistata in prigione che diceva “Quando sono entrata qui conoscevo e usavo duemila parole, ora me ne sono rimaste cinquecento”. Mi si strinse il cuore. Trasformiamo i nostri bambini in carcerati? Come minimo, li lasciamo nella prigione in cui sono già.[3]

I bambini fino a una certa età non hanno molta capacità di astrazione, quindi per loro è difficile capire le categorie come categorie (la fine), mentre è più facile imparare un ritmo, scoprire la musicalità delle parole e capire che servono per raccontare le cose che ci sono e si vedono (il principio) e poi quelle che ci sono e non si vedono.

Tutto è lecito ma non tutto è conveniente, diceva san Paolo. Sarebbe una gran cosa se chi insegna, a qualunque livello, seguisse il consiglio che viene dopo: Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (ICor 10,24).

 

 

 

 

[1] Ammesso poi che a quel tempo gli potesse esser chiaro che era dannoso, visto che un altro capitolo comincia così: Noi leggiamo senza eccessiva difficoltà i testi del Due e Trecento. «Nel mezzo del cammin di nostra vita» è un verso composto di parole tuttora in uso, invece gl’inglesi e i francesi di media cultura trovano scarsamente comprensibili i loro autori antichi. Altri tempi, davvero; del resto il libro è del 1984.

[2] Questa parola NON esiste, è solo una distorsione che usa il mio nipotino. Per questo le virgolette (e prima il corsivo).

[3] Uno degli articoli di Chesterton che ho tradotto per la raccolta di Natale diceva una cosa del genere, ma non avrei pensato di trovarmene davanti un esempio così concreto.

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… (puntini di sospensione)

Esiste un equivoco curiosissimo in questo tempo di social network ed è quello dei puntini di sospensione.

Spesso si vedono commenti stracarichi di … Due parole e … Un’affermazione netta e poi … Spero si capisca che questi miei “…” vanno letti a voce: “puntini di sospensione”.

Di fronte a questa inondazione di… molti sottolineano l’incapacità grammaticale e comunicativa dei nostri figlioli. Ma qui sta l’equivoco e io ci ho messo un certo tempo a comprendere qual è veramente il punto della questione.

Il punto è che i … perlopiù non vengono utilizzati per indicare la sospensione, come è nella loro natura. Vengono usati per distanziare le frasi e le parole. Si capisce meglio quando anziché solo 3 ne mettono  5, 6, 7. L’effetto è quello di uno che parli a singulti ma l’intenzione è quella di rendere più leggibile il testo, specie su uno schermo piccolino.

Non dico che non esista un problema di scarsa capacità comunicativa. Esiste. Come minimo, queste persone non hanno idea di come movimentare un testo per renderlo leggibile senza usare lo strumento sbagliato. Ma in realtà il problema è ormai parecchio sopra al minimo.

Trovo però abbastanza temerario dedurre che uno non sappia ragionare dal fatto che usa puntini di sospensione o frasi brevi. (A parte che l’utilizzo come distanziatori dice comunque di una certa creativa duttilità; peccato solo per l’effetto orripilante.)

Che i ragazzi – e gli adulti – non sappiano ragionare lo si capisce da quello che dicono, non da come lo dicono. E non è un’ipotesi, questa, è proprio l’esposizione di un fatto: tra fallacie, superstizioni e titolese, il raziocinio italiano è quasi scomparso, insieme al senso estetico della nostra bella lingua cantante. Ma la causa non sono i puntini o le virgole a spaglio o i punti esclamativi. E non sono nemmeno sintomi. Al massimo sono conseguenze.

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Caivano: tutti sapevano o no?

Io credo nei miracoli, anche quelli semplici di ogni giorno.

Se a Caivano tutti sapevano, allora l’ignoranza della sola famiglia della bimba morta è un miracolo dell’innocenza.  Oppure si sta facendo torto a un sacco di altra gente.

Questo miracolo comunque, anche da solo, rende irrimediabilmente falsa la frase «tutti sapevano».

Non ce la faccio più, a sentire questo ragionare sciatto infarcito di iperboli. Vorrei poter evitare i telegiornali come riesco ad evitare i quotidiani.

Se invece non credessi nei miracoli, direi che, se tutti sapevano, allora anche quella famiglia sapeva e ora finge di no.

Che differenza di stile, eh?

Io, che credo nei miracoli perché credo che la realtà non la facciamo noi e quindi è sempre più grande di noi ed esistono infinite possibilità, posso credere nell’innocenza di quella famiglia, che possiamo solo definire miracolosa, se le cose stanno come ce le raccontano le iperboli giornalistiche. Se fossi un magistrato, cercherei di verificare il miracolo, ma non darei per scontato che non è possibile.

Uno che non creda nei miracoli, invece, si priva di possibilità: perché se uno non crede nelle possibilità infinite, di cui fanno parte i miracoli, non può nemmeno credere che solo quella famiglia, tra tante, non avesse mai visto né saputo niente. Sarebbe costretto o a rinnegare le proprie convinzioni o ad accusare anche le vittime (ma la prima accadrebbe, e non la seconda: oggigiorno ci vuole gran coraggio per accusare le vittime di non essere solo vittime).

Non so se la frase “tutti sapevano” venga dai magistrati o dai giornalisti ma, se uno credesse davvero in quello che dice, allora anche la famiglia della vittima dovrebbe avere gli inquirenti addosso.

Ne deduco che c’è qualcuno in Italia che non crede in quello che dice. Ma lo dice lo stesso.

 

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