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Quando hai imparato a leggere?

Ultimamente mi ronza in testa ogni tanto una battuta di una fiction Rai che ho sentito la settimana scorsa. Non l’ho seguita perché dalle pubblicità&interviste m’era sembrata la fiera dello stereotipo – l’uomo violento e puttaniere, le “donne forti”, qualunque cosa significhi, e via dicendo – e i primi dieci minuti non m’hanno dato modo di cambiare idea; ma la segue mia sorella e a un certo punto della prima sera, entrata per bere, mi trovo nelle orecchie questa frase della protagonista (interpretata da Stefania Rocca): Non ho potuto imparare a leggere perché dovevo occuparmi del marito e dei figli.

Lì per lì ho solo pensato: Uffa, che minch… e me ne sono tornata a leggere in camera. Poi però mi sono resa conto che la faccenda era più grave di quanto non sembrasse. Confesso che mi ci è voluto qualche giorno e non capisco se è la vecchiaia o che, ma questa è un’altra storia.

Non ha il minimo senso dire che una donna non ha potuto imparare a leggere perché doveva occuparsi del marito e dei figli.

Perché non ha senso? Perché la normalità – concetto alieno oggigiorno, mi rendo conto – è che le persone imparino a leggere da bambini, se imparano. E quando dico normalità, non dico la normalità nostra oggi, ma la normalità di sempre. La cosa strana e anomala – e tanto più lodevole, ma pure questa è un’altra storia – è imparare a leggere da grandi, quando appunto hai marito e figli oppure fai il marinaio o il fuochista e così via. Ci sono anche esempi molto curiosi di simili… anomalie: ma questa storia la racconta Lucia.

Nelle civiltà in cui esiste la scrittura, si è normalmente cominciato a imparare da bambini. Perché? Perché da bambini s’impara più facilmente e si ha oggettivamente più tempo. Inoltre, se la cosa è utile, devi essere già in grado di usarla quando diventi grande, altrimenti sei sempre indietro rispetto agli altri.

Così, imparare a leggere da bambini è la normalità per una civiltà letterata (o porzione letterata di civiltà).

Ed era la normalità nell’Italia fascista, in cui quel personaggio era cresciuto. Ma anche ipotizzando che i genitori della signora non l’avessero mandata a scuola – cosa che non so quanto davvero succedesse nel Ventennio ma che è genericamente possibile – la motivazione da dare non era “marito e figli”; al massimo era “genitori stronzi”, ma più probabilmente “genitori poveri”.

Si potrebbe replicare che “si voleva rappresentare una storia che fosse, per così dire, universale”.

Possibilissimo.

Se fosse davvero così, però, prima di tutto non si mette la legge Merlin nei primi dieci minuti, perché chiudere i bordelli è tutto tranne che universale, tant’è vero che ogni tanto c’è una volpe desiderosa di farli riaprire: erano discutibili solo le marchette del Sacro Romano Impero, mica quelle delle democrazie moderne.

In secondo luogo, l’universalità non spiana la ragione, casomai il contrario: di solito le cose non universali sono anche più o meno irrazionali.

Da noi le spose bambine non hanno mai avuto successo, anche se poteva capitare, in passato, che ragazzine si sposassero a dodici anni. Ma erano eccezioni, non la regola. Di sicuro non erano la regola nell’Italia degli anni Cinquanta! Magari i bambini non imparavano a scrivere, è vero, ma perché si pensava che non fosse utile, non perché già da bambini erano occupati con le faccende da grandi. E valeva per i maschi quanto per le femmine. (Per avere ben chiaro che il discrimine è l’utilità, leggete la storia di Lucia per saperne di più.)

È grave, questa faccenda, o è solo fastidiosa?

A me pare grave in generale, perché mostra una marcescenza della narrativa, come l’avevo già vista nella miniserie de “I Medici”, per fare un solo esempio. Ho già detto che la fiction in oggetto m’è parsa la fiera dello stereotipo e la rappresentazione teatrale di qualunque tipo ha un grandissimo peso nel diffondere le idee (e di solito quelle false o sbagliate ne sanno profittare meglio, chissà come mai). Ovviamente, è grave nel particolare perché è una falsità voluta. Non credo proprio che qualcuno possa partorire per sbaglio una simile sciocchezza.

Ma potrei essere io quella “difettosa”! Magari va benissimo inventarsi la storia o inventarsi tratti di (in)civiltà che non sono mai stati nostri, ma di altre culture anche abbastanza distanti dalla nostra.

Poi oggi m’è capitato l’articolo di un professore italiano che abita e insegna a New York e ho capito che, almeno stavolta, non sono io.

PAOLO VALESIO, Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States, IlSussidiario.net, venerdì 28 aprile 2017

 

(No, Gabbani non c’entra! Riporto la “bio” dal Sussidiario:

Paolo Valesio, nato a Bologna nel 1939, tiene dal 2004 la cattedra Giuseppe Ungaretti a Columbia University, New York, Usa. Si laurea in lettere nell’Università di Bologna (1961) e ottiene successivamente la libera docenza in glottologia (1969). Dopo un periodo di studi e insegnamento presso Harvard University (1963-1966, 1968-1973), Valesio insegna a New York University come Associate Professor of Italian Studies (1973-1975); è poi nominato Professor of Italian Language and Literature a Yale University, dove insegna dal 1975 al 2004. È direttore della rivista internazionale di poesia Italian Poetry Review (Ipr); ha fondato e diretto per dieci anni (1993-2003) lo “Yale Poetry Group”; è presidente della giuria del Premio internazionale di poesia “Pietro Alinari” a Firenze. Oltre a numerosi saggi critici, articoli, racconti e poesie sparse e un atto unico in versi, ha pubblicato cinque libri di critica letteraria, due romanzi, una raccolta di racconti, una novella, e sedici volumi di poesia. È attualmente impegnato nella composizione simultanea di una trilogia di romanzi diaristici paralleli scritti da prospettive differenti.)

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“Vesti giovane, fissa morbido”: scoperta l’origine dell’analfabetismo di ritorno?

Ieri pomeriggio, mio fratello e mia cognata m’hanno quasi fatto venire un coccolone (un ictus cerebrale, cioè; o colpo apoplettico, se vi piacciono le vecchie espressioni) chiedendomi come potevano usare “giovane” in qualità di avverbio. Questo perché mio nipote doveva fare un esercizio in cui bisognava usare la medesima parola – un aggettivo – come aggettivo, come nome e come avverbio.

Lì per lì, ho pensato all’avverbio derivato, che però non si usa: giovanemente. Lo Zingarelli lo dichiara morto – arcaico, dicono loro, ma letteralmente ci mettono la croce – e offre come sinonimo giovanilmente. Se pure non fosse morto, comunque, io non lo userei davvero.

La maggior parte degli aggettivi qualificativi può diventare un avverbio in -mente ma non tutti lo possono. Quello lì, “giovane”, non poteva, quindi rimaneva un buco. Altri aggettivi si usano come avverbi: vicino, lontano, troppo… ma non era il caso in questione.

Domanda di mia cognata: forse che nella frase è morto giovane abbiamo un uso avverbiale?

Sinceramente non mi pare: mi sembrerebbe il solito aggettivo qualificativo, tanto più che il morto resta morto anche se non diciamo com’era al momento del trapasso.

Forse l’espressione da giovane: locuzione avverbiale?

Mmm, forse, ma non me lo ricordo più: sono passati quarant’anni da quando facevo le elementari!

A questo punto è intervenuto mio fratello – miracoli del vivavoce – riportando un esempio che, suppongo, era dato nell’esercizio: gioca pulito è un’espressione in cui “pulito”, che è un aggettivo, è usato come avverbio.

È stato allora che ho rischiato il coccolone, perché mi sono veramente veramente VERAMENTE ARRABBIATA. Come avrebbe detto mio nipote, ero proprio arrabbiosa.

Ora, se v’interessa solo la grammatica, andate direttamente al punto Un po’ di grammatica.

Anche considerando che potrebbero avermi letto male l’esercizio – che magari non c’era scritto “avverbio” ma “locuzione avverbiale” o “aggettivo in funzione avverbiale” – e sempre ricordando che ci sono cose che non so più o che magari sono cambiate rispetto a quando andavo a scuola, semplicemente per me non è accettabile mandare a scuola i bambini perché imparino a parlare e scrivere MALE.

Io non sono di quelli che si attaccano alle regole, anzi. Non sono una purista. Mi piace la grammatica ma non penso che sia una cosa scolpita nella pietra come i Dieci Comandamenti né che sia indispensabile per vivere, mentre invece sono convintissima che venga dopo la comprensione e la bellezza del linguaggio. Si può parlare un italiano eccellente anche senza saper riconoscere un aggettivo con funzione avverbiale.

Però sono di quelli che si rifiutano di separare la grammatica dalla ragione e dallo stile, cioè una cosa che dovrebbe appunto avere a che fare con la bellezza e la comprensione.

Ma noi i nostri figli li mandiamo in giro coi capelli arruffati e sporchi oppure con le capoccette pulite e pettinate? Li mandiamo a scuola vestiti di stracci oppure ci sforziamo di dar loro degli abiti puliti, gradevoli e possibilmente non troppo diversi da quelli degli altri bambini?

E se queste cose cerchiamo di farle al meglio, poi ci sta bene che parlino come pubblicitari? come biscazzieri? come Tarzan? Nella grammatica “Io Tarzan, tu Jane” ha il suo bravo posticino (è una frase nominale) ma davvero ci piacerebbe tanto che i nostri figli si esprimessero così? E che bisogno c’è di mandarli a scuola perché imparino quel che possono imparare per strada o alla tv?

Un vecchio libro di Cesare Marchi, Impariamo l’italiano, aveva un capitolo intitolato “Vesti giovane, fissa morbido”, in cui il professore sottolineava che certi usi della pubblicità si servivano di costrutti già esistenti nella nostra lingua, come è appunto il fatto che in certi casi un aggettivo si usa come avverbio – che è un uso molto antico. Siccome però parlava di grammatica e non di stile, che son due cose differenti, non si metteva lì a dire quanto quell’uso pubblicitario fosse rozzo e anche dannoso.[1]

È stato ricordando quel titolo che m’è salito il sangue al cervello. Mi sono trovata incapace di ragionare con freddezza; non ci ho nemmeno dormito la notte (un po’ perché mi vergognavo di avere reagito così e un po’ perché ero ancora… “arrabbiosa”[2]).

Ricordo un amico, insegnante alle medie, che tre o quattro anni fa rilevava con un certo dispiacere come i ragazzi usassero tante frasi staccate senza apparentemente esser capaci di coordinazione.

E come diamine dovrebbero esserne capaci se, quando sono piccoli e assorbono come spugne, gli viene insegnato a parlare come spot pubblicitari da 10 secondi?

Come si può pretendere che riescano a esprimere pensieri articolati e armoniosi se il loro linguaggio non è articolato né armonioso? Chi parla male pensa male, diceva qualcuno. Per forza poi sono preda delle reazioni. Come gli adulti, del resto, perché le pubblicità si ficcano nel cervello di tutti, bisogna fare un lavoro per non esserne seppelliti.

E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno? Ma ecco dove lo si costruisce, l’analfabetismo di ritorno: alla scuola dell’obbligo!

Che sia un complotto di docenti per impartire lezioni private?

 

Un po’ di grammatica

Forse aveva ragione mia cognata: nella frase è morto giovane forse l’aggettivo è usato con funzione avverbiale, così come nella frase vesti giovane. Ragionandoci, poi, mi è venuto in mente che, se l’espressione “da giovane” è una locuzione avverbiale (lo penso per analogia, poiché “da lontano” è una locuzione avverbiale), allora l’aggettivo che ne prende il posto dovrebbe ugualmente avere una funzione avverbiale.

Questo però non lo rende un avverbio; tanto più che il paragone regge solo al singolare.

Se infatti cadessimo tanto in basso da metterci a dire Vesti giovane! diremmo anche Vestite giovane! Allora si tratterebbe proprio di un avverbio, che ha come caratteristica quella di essere invariabile, cioè sempre uguale, senza genere né numero. In breve: niente plurale (maschile e femminile in questo caso non ci sono per natura).

Ora, vesti giovane somiglia a è morto giovane, a parte che modo e tempo del verbo sono altri. Sono simili, finché abbiamo un morto solo.

Se però consideriamo più di un defunto, tutti in età giovanile, non diremo che sono morti giovane ma che sono morti giovani: non c’è la invariabilità che è caratteristica dell’avverbio. Direi dunque che non è un avverbio.

Ecco qui un dialogo di esempio:

Incidente a un crocevia, una persona morta in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Povero ragazzo! Abitava vicino a me. Aveva meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se è morto giovane!

Esempio simile, altro dialogo:

Incidente a un crocevia, DUE persone morte in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Poveri ragazzi! Abitavano vicino a me. Avevano meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se son morti giovani!

Riassumendo:

  • forse possiamo dire che in quella posizione lì “giovane” è un aggettivo usato in funzione avverbiale, questo non mi è chiaro e lo chiederò a chi mi può rispondere;
  • ma di sicuro non possiamo dire che diventa un avverbio. Invece “vicino”, che per nascita è un aggettivo, in quegli esempi è proprio un avverbio e infatti non cambia.

La cosa triste è che ho cercato nella mia vecchia grammatica delle medie e non ho trovato niente. Idem sul web.

Va be’, sarà colpa mia, avrò cercato male.

O magari sarebbe meglio offrire meno casistica e più ragioni per cui le cose sono come sono? Liste di locuzioni avverbiali ne ho pur trovate ma finiscono tutte con eccetera, senza dire perché è così. Oppure si dice il perché ma in maniera parziale e quindi non del tutto convincente.

È vero che, nella lingua italiana, alcuni aggettivi e sostantivi possono essere usati come avverbi e che alcuni avverbi sono anche aggettivi:

* troppo, poco, vicino, per fare solo qualche esempio, sono avverbi e sono aggettivi; la differenza è che come avverbi rimangono sempre uguali (sono invariabili o indeclinabili, che è proprio la caratteristica degli avverbi), come aggettivi hanno genere e numero, cioè hanno una forma maschile e una forma femminile, una forma singolare e una forma plurale: troppo, troppa, troppi, troppe;

* male e bene sono avverbi e sono nomi (sostantivi; in questo caso può addirittura capitare che non ammettano il plurale. Esistono i beni e i mali, ma questi plurali non possono trovare posto in tutte le frasi. Se accusiamo qualcuno di essere “il male assoluto”, per esempio, il plurale non ci sta: sarebbe perlomeno fiacco dire a un supercattivo “tu sei i mali assoluti”).

È vero, sì. Ma non è sempre vero. Anzi, potrei dire che non lo è quasi mai, considerato il numero di casi sul totale degli aggettivi.

Oltre a non sollevarli al di sopra di quel che raggiungerebbero da soli, la scuola mette in difficoltà i ragazzini con cose che non sono sempre vere, con eccezioni magari rare o uniche, e per di più partendo dalla fine anziché dal principio.

Dico dalla fine perché la grammatica è fatta di categorie che vengono, che sono venute, dopo: dopo i dialoghi, dopo le canzoni, dopo la poesia, dopo le preghiere, dopo la lingua. Sarebbe molto più utile far leggere ai bambini tante cose differenti e aiutarli pian piano a osservare e ascoltare la lingua che si parla intorno a loro.

È difficile? Certo che è difficile. Per gli insegnanti.

Mi ha colpito un articolo letto qualche giorno fa, che probabilmente è anche uno dei motivi per cui mi sono arrabbiata tanto: sosteneva che uno dei fallimenti della scuola media unica è di non essere riuscita a insegnare a tutti i ragazzi le settecento parole che separano un padrone da un operaio (immagine tratta da don Milani). E questa affermazione mi ha ricordato una ragazza intervistata in prigione che diceva “Quando sono entrata qui conoscevo e usavo duemila parole, ora me ne sono rimaste cinquecento”. Mi si strinse il cuore. Trasformiamo i nostri bambini in carcerati? Come minimo, li lasciamo nella prigione in cui sono già.[3]

I bambini fino a una certa età non hanno molta capacità di astrazione, quindi per loro è difficile capire le categorie come categorie (la fine), mentre è più facile imparare un ritmo, scoprire la musicalità delle parole e capire che servono per raccontare le cose che ci sono e si vedono (il principio) e poi quelle che ci sono e non si vedono.

Tutto è lecito ma non tutto è conveniente, diceva san Paolo. Sarebbe una gran cosa se chi insegna, a qualunque livello, seguisse il consiglio che viene dopo: Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (ICor 10,24).

 

 

 

 

[1] Ammesso poi che a quel tempo gli potesse esser chiaro che era dannoso, visto che un altro capitolo comincia così: Noi leggiamo senza eccessiva difficoltà i testi del Due e Trecento. «Nel mezzo del cammin di nostra vita» è un verso composto di parole tuttora in uso, invece gl’inglesi e i francesi di media cultura trovano scarsamente comprensibili i loro autori antichi. Altri tempi, davvero; del resto il libro è del 1984.

[2] Questa parola NON esiste, è solo una distorsione che usa il mio nipotino. Per questo le virgolette (e prima il corsivo).

[3] Uno degli articoli di Chesterton che ho tradotto per la raccolta di Natale diceva una cosa del genere, ma non avrei pensato di trovarmene davanti un esempio così concreto.

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… (puntini di sospensione)

Esiste un equivoco curiosissimo in questo tempo di social network ed è quello dei puntini di sospensione.

Spesso si vedono commenti stracarichi di … Due parole e … Un’affermazione netta e poi … Spero si capisca che questi miei “…” vanno letti a voce: “puntini di sospensione”.

Di fronte a questa inondazione di… molti sottolineano l’incapacità grammaticale e comunicativa dei nostri figlioli. Ma qui sta l’equivoco e io ci ho messo un certo tempo a comprendere qual è veramente il punto della questione.

Il punto è che i … perlopiù non vengono utilizzati per indicare la sospensione, come è nella loro natura. Vengono usati per distanziare le frasi e le parole. Si capisce meglio quando anziché solo 3 ne mettono  5, 6, 7. L’effetto è quello di uno che parli a singulti ma l’intenzione è quella di rendere più leggibile il testo, specie su uno schermo piccolino.

Non dico che non esista un problema di scarsa capacità comunicativa. Esiste. Come minimo, queste persone non hanno idea di come movimentare un testo per renderlo leggibile senza usare lo strumento sbagliato. Ma in realtà il problema è ormai parecchio sopra al minimo.

Trovo però abbastanza temerario dedurre che uno non sappia ragionare dal fatto che usa puntini di sospensione o frasi brevi. (A parte che l’utilizzo come distanziatori dice comunque di una certa creativa duttilità; peccato solo per l’effetto orripilante.)

Che i ragazzi – e gli adulti – non sappiano ragionare lo si capisce da quello che dicono, non da come lo dicono. E non è un’ipotesi, questa, è proprio l’esposizione di un fatto: tra fallacie, superstizioni e titolese, il raziocinio italiano è quasi scomparso, insieme al senso estetico della nostra bella lingua cantante. Ma la causa non sono i puntini o le virgole a spaglio o i punti esclamativi. E non sono nemmeno sintomi. Al massimo sono conseguenze.

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Caivano: tutti sapevano o no?

Io credo nei miracoli, anche quelli semplici di ogni giorno.

Se a Caivano tutti sapevano, allora l’ignoranza della sola famiglia della bimba morta è un miracolo dell’innocenza.  Oppure si sta facendo torto a un sacco di altra gente.

Questo miracolo comunque, anche da solo, rende irrimediabilmente falsa la frase «tutti sapevano».

Non ce la faccio più, a sentire questo ragionare sciatto infarcito di iperboli. Vorrei poter evitare i telegiornali come riesco ad evitare i quotidiani.

Se invece non credessi nei miracoli, direi che, se tutti sapevano, allora anche quella famiglia sapeva e ora finge di no.

Che differenza di stile, eh?

Io, che credo nei miracoli perché credo che la realtà non la facciamo noi e quindi è sempre più grande di noi ed esistono infinite possibilità, posso credere nell’innocenza di quella famiglia, che possiamo solo definire miracolosa, se le cose stanno come ce le raccontano le iperboli giornalistiche. Se fossi un magistrato, cercherei di verificare il miracolo, ma non darei per scontato che non è possibile.

Uno che non creda nei miracoli, invece, si priva di possibilità: perché se uno non crede nelle possibilità infinite, di cui fanno parte i miracoli, non può nemmeno credere che solo quella famiglia, tra tante, non avesse mai visto né saputo niente. Sarebbe costretto o a rinnegare le proprie convinzioni o ad accusare anche le vittime (ma la prima accadrebbe, e non la seconda: oggigiorno ci vuole gran coraggio per accusare le vittime di non essere solo vittime).

Non so se la frase “tutti sapevano” venga dai magistrati o dai giornalisti ma, se uno credesse davvero in quello che dice, allora anche la famiglia della vittima dovrebbe avere gli inquirenti addosso.

Ne deduco che c’è qualcuno in Italia che non crede in quello che dice. Ma lo dice lo stesso.

 

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Dionigi: “I peggiori nemici del latino sono i latinisti”

«E sa cosa succede quando si dimentica il significato delle parole?

No.

Si perde di vista la realtà. Non la si conosce più, e si rimane ingannati. Oggi le parole sono state mandate in esilio dai padroni del linguaggio, che non siamo più noi. E non va dimenticato che le rivoluzioni e i colpi di stato si fanno, prima ancora che con le armi, con le parole.

Conoscere le parole aiuta a difendersi.»

Intervista al professor Ivano Dionigi su GrecoLatinoVivo (ripresa da Linkiesta)

Dionigi: “I peggiori nemici del latino
sono i latinisti”

 

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Scrivere in tempi bui

Traduzione dell’articolo On Writing in Dark Times di Susannah Black, pubblicato sulla Distributist Review il 12 novembre 2012, poco dopo le elezioni in cui divenne presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

L’articolo non parla di politica, però: parla di perché valga la pena fare qualcosa quando apparentemente quella cosa, qualunque sia, non cambia niente nel modo in cui vanno le cose.

Ovviamente, siccome Susannah Black è una scrittrice, parla di perché valga la pena scrivere (e leggere e cercare di capire). Ma anche del perché valga la pena fare pesche conservate o il giardino o lavorare all’uncinetto – tutte cose che a casa mia, tra l’altro, si fanno da quando esiste. 

(A un certo punto poi cita anche i romanzi di Patrick o’Brian, non potevo non tradurla. L’abbraccerei come una sorella, se capitasse qui.) 

Sarà pubblicato tra qualche tempo anche sulla Distributist Review, ma ho ottenuto il permesso di pubblicarlo qui.

SCRIVERE IN TEMPI BUI

12 novembre 2012

 

In un recentissimo episodio del podcast luterano “Issues, Etc.”, Matt Harrison, intervistando Allan Carson, rifletteva sul significato delle elezioni appena trascorse per i conservatori sociali. Sono certa che siamo stati tutti immersi in questa sorta di pensieri , nell’ultima settimana o giù di lì: Harrison diceva che “anche se non è inevitabile, potremmo aver attraversato una soglia culturale…”.

La maggioranza del popolo americano, ho sentito dire negli ultimi due giorni, a occhi aperti, spassionatamente, sapendo ciò che sceglieva, ha votato in favore della più estremista delle agende sociali antivita e antifamiglia. E per noi è finita, dice la gente: abbiamo perduto la nostra cultura. Ho udito molta disperazione.

Di fronte a una situazione così, che scopo ha scrivere editoriali, scrivere e pubblicare e leggere piccoli saggi sul legame concettuale tra l’aborto e i semi suicidi ogm della Monsanto, per esempio? O sulla possibilità di basare i quartieri pedonali sulla legge naturale?

Questa è la domanda che abbiamo di fronte tutti noi che scriviamo, che facciamo editoriali, che esprimiamo opinioni e disegniamo pagine e le pubblichiamo, che spendiamo il nostro tempo a disporre le frasi in paragrafi o a studiare dove dovrebbe cadere un’interruzione di pagina o quale immagine usare per accompagnare un’idea.

Verso la metà del secolo scorso, Marshall McLuhan coniò il termine “ecologia dei media” per descrivere il fatto che, quando un nuovo mezzo di comunicazione entra in scena, esso cambia la cultura esistente non appena aggiungendosi ad essa ma mutandone la struttura in maniera sostanziale. Una foresta più un lupo è una foresta diversa.

Egli si concentrava sui mezzi di comunicazione – stampa, televisione, radio – e non sulle idee espresse attraverso il mezzo, ma io, mentre mi rigiravo in testa la frase, decisi che la metafora funziona anche per le idee. La conversazione americana senza l’apporto della cultura conservatrice sarebbe una cosa del tutto diversa. Anche solo prendendo parte alla conversazione, anche se le nostre voci non sono forti, anche se ci sentiamo soffocati, noi cambiamo la natura di quella conversazione.

Questo riguarda il versante secolare delle scienze sociali ed è in qualche modo confortante ed è vero. Ma mentre ci pensavo, soppesando la frase “ecologia dei media” in cerca di una metafora che avrebbe cristallizzato la mia idea, mi resi conto che qualcuno l’aveva già trovata; qualcuno aveva creato la metafora giusta duemila anni fa. Il regno dei cieli, ci fece presente Gesù, è come lievito che una donna ha preso e impastato in tre misure di farina, finché sia tutta lievitata.

Allora mi resi conto che la risposta a “Perché scrivere? Perché parlare? Perché leggere? Perché pubblicare?” è che innanzitutto noi non scriviamo e leggiamo e pubblichiamo per “aggiustare” la Città dell’Uomo. Voglio dire, forse le cose in futuro “penderanno dalla nostra parte” e forse le nostre parole avranno avuto qualcosa a che fare con il ripristino del conservatorismo sociale in America. Forse però no.

Ma il fatto è che questo non è mai stato – non avrebbe mai dovuto essere – in nessun modo il nostro principale motivo per scrivere. Perché scrivere, in primo luogo? La risposta è la stessa che bisogna dare a “Perché fare il giardino?”, “Perché far figli?”, “Perché farsi la casa?”. La risposta è: perché siamo chiamati a farlo, siamo chiamati a operare, perché siamo fatti a immagine di un creatore e questo è parte del significato di essere fecondi, avere dominio, essere umanità, risanata in Cristo, come Dio intendeva che fossimo. Quando siamo i migliori esseri umani che riusciamo ad essere, i migliori “operatori”, è allora che facciamo il meglio per la cultura in senso ampio.

Se siamo scrittori, allora scriviamo perché è la nostra parte nel compito umano farlo, scrivere saggi e pubblicarli, così come potremmo fare pesche conservate, lavorare all’uncinetto o installare pannelli solari. Quando siamo in Cristo, e stando in Lui gli offriamo il nostro lavoro, esso dura per l’eternità; penso che diventi parte di quel che troveremo nelle biblioteche e librerie della Nuova Gerusalemme. Non si tratta di “ribaltare l’America”; si tratta di vivere nel Regno adesso, ambasciatori di un’altra città, una luce in un mondo buio. Vivere la vita culturale dell’eternità a partire da adesso.

E dunque lo scoraggiamento a causa delle elezioni è fuori discorso. Non si tratta innanzitutto di attivismo o di politica. Piuttosto, come scrittori e lettori e revisori ed editori e commentatori su Facebook, stiamo operando su due livelli:

  1. Primo, portiamo avanti ciò che Andrew Crouch e Tim Keller, tra molti altri, hanno chiamato il compito culturale ricevuto da Dio. Egli ci ha detto di coltivare, cosa che molti hanno interpretato ampiamente come qualcosa del genere: Andate e fate, prendete i materiali del mondo, combinateli con le vostre idee e il vostro lavoro, create più bellezza e ordine, costruite, fate crescere, scoprite.

Una delle cose che dobbiamo costruire e far crescere (in noi stessi prima che altrove) è una visione vera del mondo, un’accurata Weltanschauung in cui Cristo e noi e lo Stato e i giardini e la storia e i romanzi di Patrick O’Brian e il pane fatto in casa e i vecchi episodi di Rockford Files abbiano ciascuno il suo adeguato posto e significato.

  1. Secondo, stiamo conducendo una campagna per conquistare cuori e menti in territorio nemico, per mostrare alle persone la bellezza di una cultura/economia/società/ sinceramente umanista e perciò che onora Dio, e per motivarle a coinvolgersi con questo. È una specie di diplomazia pubblica per il Regno di Dio, un tentativo che si potrebbe chiamare Radio Terra Libera. E ogni persona che riesce a vedere un po’ di questa bellezza come risultato di un saggio ben scritto rappresenta una grande vittoria. Ogni episodio di godimento del bene ha valore. Niente di tutto questo succederà senza lo Spirito di Dio ma se ci sono state date – come è – menti e parole e il gusto delle idee, siamo responsabili di coltivarle a gloria di Dio, proprio come siamo responsabili per come usiamo i soldi e il tempo.

E il modo di compiere il compito culturale (nell’ambito delle idee concretizzate in scritti o discorsi o dibattiti, in opposizione a quelle concretizzate in giocattoli di legno o cattedrali o cose del genere) e il modo di svolgere la pubblica diplomazia sono praticamente lo stesso, come si può vedere:

Come fare le cose: Edizione del Pubblico Diplomatico

  1. Impara (raccogli il materiale del caso; comincia con il mondo esterno; comincia con quello che è già successo nella storia e con quello di cui di sta dibattendo ora);
  2. Fai qualcosa (scrivi un articolo, organizza una conferenza o una cena, prepara un’antologia);
  3. Mettilo a disposizione (pubblica l’antologia, pubblica l’articolo, invita gente alla cena o alla conferenza e fa’ che si svolga)
  4. Parlane (promuovi un’adeguata vita del prodotto culturale, in cui le persone che se ne potrebbero sentir toccate possano interagire l’una con l’altra, trarne conclusioni e, si spera, sentirsi ispirate a usare il tuo prodotto come materiale per i loro progetti, così il ciclo continua).

Non sto dicendo ovviamente che noi siamo quelli che hanno capito tutto e che dobbiamo solo deporre la nostra saggezza sugli altri. Qualunque cosa vera e buona che abbiamo capito non proviene da noi, ma viene a noi come un dono, tanto per cominciare. E abbiamo tutti ancora moltissimo da imparare. Ma abbiamo, credo, azzannato almeno una particella di verità e abbiamo scoperto che ci ha nutrito.

Così, lo scoraggiamento per la sconfitta elettorale è l’ultima cosa a cui possiamo soccombere adesso. Piuttosto, ora più che mai, mangiamo più verità, restiamo aperti a imparare di più, usiamo la conversazione e l’esplorazione e i saggi e le antologie per rifinire e, se necessario, cambiare le nostre idee e prassi, invitiamo altri alla festa e facciamo tutto con cuori pieni della carità che abbiamo trovato.

Ricordiamo anche altre quattro cose:

  1. Le persone possono essere cristiani agli occhi di Dio anche se non sono d’accordo con noi su… il livello delle tasse o la desiderabilità di un quartiere pedonale o cose del genere;
  2. Condurre le persone a concordare con noi circa le tasse o la piccola proprietà delle aziende non è lo stesso che condurle a Cristo. E non è altrettanto importante;
  3. Assicurarci che abbiamo buone idee non è lo stesso che cercare di riconciliarci con Dio e non è altrettanto importante. La giustificazione attraverso la sola opinione economica non è mai stata argomento di nessuno in nessun momento della storia della Chiesa; e
  4. Scrivere e discutere e così via non è lo stesso di ciò che voi cattolici chiamate “le opere di misericordia corporale”. Non possiamo avere la faccia tosta di scrivere saggi che spieghino alla gente come “sentirsi caldi e sazi” senza, perlomeno qualche volta, decidere di sostenere un’azienda familiare anche se è più costosa o senza offrire del tempo a una mensa per i poveri. E questo promemoria è per me stessa.

E ancora ricordiamo che il Punto Zero del ciclo di produzione culturale accennato prima è pregare. Così questo, nella mia maniera evangelica (perché in effetti sono una furtiva evangelica anglicana tra voi), è ciò con cui vi lascio: il nostro primo compito come lettori e pensatori e scrittori è chiedere a Dio di renderci fecondi, di essere con noi nel nostro operare. Di renderci, veramente, lievito.

 

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Libertà di parola

Non sono mai stata un’ammiratrice di Umberto Eco (che riposi in pace).

Forse è perché non ho letto niente di suo tranne i due romanzi, Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault; il primo non l’ho trovato degno di tutti i miracoli che gli si son fatti intorno e il secondo è di una noia mortale – l’unica cosa che mi ricordo, oltre alla noia, è che mi fece scoprire, nei tardi anni Ottanta, l’esistenza di case editrici che puoi pagare per farti pubblicare un libro.

Ma forse è perché anche da un romanzo posso capire qualcosa di chi lo ha scritto, più precisamente del modo con cui guarda il mondo e la realtà.

Comunque sia, quando è morto, vari servizi televisivi hanno mostrato quel famoso pezzetto di video in cui dice che internet è certo una gran cosa ma ha pure dato voce a un sacco di imbecilli. Questa affermazione, a cui applaudire è fin troppo facile, anche per persone intelligenti, mi ha dato fastidio.

A parte che molti di quegli “imbecilli” sono stati educati (da vicino o da lontano) proprio da gente come lui, l’affermazione è irritante se hai un’idea di libertà come caratteristica dell’essere umano in quanto tale, dunque di ogni essere umano, inclusi gli imbecilli.

A me non dà particolarmente fastidio che uno scriva idiozie su internet. Mi seccherebbe moltissimo essere costretta a leggerle, questo sì. Ma non biasimo che ci siano sciocchezze in internet. La loro presenza fa parte della natura del mezzo. Nel momento in cui inventi qualcosa e la metti a disposizione degli altyri, essa è a disposizione di chiunque, buono o cattivo. Gli antichi dicevano che abusum non tollit usum, l’abuso non elimina l’uso: perché una cosa utile può essere usata male ma l’uso sbagliato (abuso) non può eliminare la possibilità per altri di usarla nel modo giusto. Solo che noi ce ne stiamo dimenticando.

La mia posizione, però, era parziale e superficiale.

Come dicevo, se anche penso che ciascuno possa scrivere idiozie come vuole, mi seccherebbe tantissimo essere costretta a leggerle. Forse il professor Eco si era trovato costretto a leggerne tante e aveva sviluppato una particolare antipatia, chissà.

Negli stessi giorni della sua morte, stavo finendo la revisione del Robert Browning di Chesterton, che ho tradotto e che sarà pubblicato tra qualche settimana. Mi è ricapitata sott’occhio proprio allora, guarda il caso, una frase da cui ho capito che la mia posizione era un po’ troppo parziale.

La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book” (il neretto è mio)

 

L’essenza della libertà di parola non è semplicemente che uno sia libero di scrivere o dire idiozie. L’essenza vera della libertà di parola è che ci sia un altro disposto ad ascoltare cordialmente (mettendoci il cuore, cioè) fino in fondo quelle idiozie perché ritiene che in esse ci possa essere della verità.

Io non sono disposta ad ascoltare le idiozie e questo rende la mia posizione in fin dei conti simile a quella di Eco: lui disprezzava gli imbecilli, io disprezzo solo ciò che dicono o scrivono, ma sempre disprezzo è.

 

 

 

 

 

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