Archive for grammatica & c.

“Vesti giovane, fissa morbido”: scoperta l’origine dell’analfabetismo di ritorno?

Ieri pomeriggio, mio fratello e mia cognata m’hanno quasi fatto venire un coccolone (un ictus cerebrale, cioè; o colpo apoplettico, se vi piacciono le vecchie espressioni) chiedendomi come potevano usare “giovane” in qualità di avverbio. Questo perché mio nipote doveva fare un esercizio in cui bisognava usare la medesima parola – un aggettivo – come aggettivo, come nome e come avverbio.

Lì per lì, ho pensato all’avverbio derivato, che però non si usa: giovanemente. Lo Zingarelli lo dichiara morto – arcaico, dicono loro, ma letteralmente ci mettono la croce – e offre come sinonimo giovanilmente. Se pure non fosse morto, comunque, io non lo userei davvero.

La maggior parte degli aggettivi qualificativi può diventare un avverbio in -mente ma non tutti lo possono. Quello lì, “giovane”, non poteva, quindi rimaneva un buco. Altri aggettivi si usano come avverbi: vicino, lontano, troppo… ma non era il caso in questione.

Domanda di mia cognata: forse che nella frase è morto giovane abbiamo un uso avverbiale?

Sinceramente non mi pare: mi sembrerebbe il solito aggettivo qualificativo, tanto più che il morto resta morto anche se non diciamo com’era al momento del trapasso.

Forse l’espressione da giovane: locuzione avverbiale?

Mmm, forse, ma non me lo ricordo più: sono passati quarant’anni da quando facevo le elementari!

A questo punto è intervenuto mio fratello – miracoli del vivavoce – riportando un esempio che, suppongo, era dato nell’esercizio: gioca pulito è un’espressione in cui “pulito”, che è un aggettivo, è usato come avverbio.

È stato allora che ho rischiato il coccolone, perché mi sono veramente veramente VERAMENTE ARRABBIATA. Come avrebbe detto mio nipote, ero proprio arrabbiosa.

Ora, se v’interessa solo la grammatica, andate direttamente al punto Un po’ di grammatica.

Anche considerando che potrebbero avermi letto male l’esercizio – che magari non c’era scritto “avverbio” ma “locuzione avverbiale” o “aggettivo in funzione avverbiale” – e sempre ricordando che ci sono cose che non so più o che magari sono cambiate rispetto a quando andavo a scuola, semplicemente per me non è accettabile mandare a scuola i bambini perché imparino a parlare e scrivere MALE.

Io non sono di quelli che si attaccano alle regole, anzi. Non sono una purista. Mi piace la grammatica ma non penso che sia una cosa scolpita nella pietra come i Dieci Comandamenti né che sia indispensabile per vivere, mentre invece sono convintissima che venga dopo la comprensione e la bellezza del linguaggio. Si può parlare un italiano eccellente anche senza saper riconoscere un aggettivo con funzione avverbiale.

Però sono di quelli che si rifiutano di separare la grammatica dalla ragione e dallo stile, cioè una cosa che dovrebbe appunto avere a che fare con la bellezza e la comprensione.

Ma noi i nostri figli li mandiamo in giro coi capelli arruffati e sporchi oppure con le capoccette pulite e pettinate? Li mandiamo a scuola vestiti di stracci oppure ci sforziamo di dar loro degli abiti puliti, gradevoli e possibilmente non troppo diversi da quelli degli altri bambini?

E se queste cose cerchiamo di farle al meglio, poi ci sta bene che parlino come pubblicitari? come biscazzieri? come Tarzan? Nella grammatica “Io Tarzan, tu Jane” ha il suo bravo posticino (è una frase nominale) ma davvero ci piacerebbe tanto che i nostri figli si esprimessero così? E che bisogno c’è di mandarli a scuola perché imparino quel che possono imparare per strada o alla tv?

Un vecchio libro di Cesare Marchi, Impariamo l’italiano, aveva un capitolo intitolato “Vesti giovane, fissa morbido”, in cui il professore sottolineava che certi usi della pubblicità si servivano di costrutti già esistenti nella nostra lingua, come è appunto il fatto che in certi casi un aggettivo si usa come avverbio – che è un uso molto antico. Siccome però parlava di grammatica e non di stile, che son due cose differenti, non si metteva lì a dire quanto quell’uso pubblicitario fosse rozzo e anche dannoso.[1]

È stato ricordando quel titolo che m’è salito il sangue al cervello. Mi sono trovata incapace di ragionare con freddezza; non ci ho nemmeno dormito la notte (un po’ perché mi vergognavo di avere reagito così e un po’ perché ero ancora… “arrabbiosa”[2]).

Ricordo un amico, insegnante alle medie, che tre o quattro anni fa rilevava con un certo dispiacere come i ragazzi usassero tante frasi staccate senza apparentemente esser capaci di coordinazione.

E come diamine dovrebbero esserne capaci se, quando sono piccoli e assorbono come spugne, gli viene insegnato a parlare come spot pubblicitari da 10 secondi?

Come si può pretendere che riescano a esprimere pensieri articolati e armoniosi se il loro linguaggio non è articolato né armonioso? Chi parla male pensa male, diceva qualcuno. Per forza poi sono preda delle reazioni. Come gli adulti, del resto, perché le pubblicità si ficcano nel cervello di tutti, bisogna fare un lavoro per non esserne seppelliti.

E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno? Ma ecco dove lo si costruisce, l’analfabetismo di ritorno: alla scuola dell’obbligo!

Che sia un complotto di docenti per impartire lezioni private?

 

Un po’ di grammatica

Forse aveva ragione mia cognata: nella frase è morto giovane forse l’aggettivo è usato con funzione avverbiale, così come nella frase vesti giovane. Ragionandoci, poi, mi è venuto in mente che, se l’espressione “da giovane” è una locuzione avverbiale (lo penso per analogia, poiché “da lontano” è una locuzione avverbiale), allora l’aggettivo che ne prende il posto dovrebbe ugualmente avere una funzione avverbiale.

Questo però non lo rende un avverbio; tanto più che il paragone regge solo al singolare.

Se infatti cadessimo tanto in basso da metterci a dire Vesti giovane! diremmo anche Vestite giovane! Allora si tratterebbe proprio di un avverbio, che ha come caratteristica quella di essere invariabile, cioè sempre uguale, senza genere né numero. In breve: niente plurale (maschile e femminile in questo caso non ci sono per natura).

Ora, vesti giovane somiglia a è morto giovane, a parte che modo e tempo del verbo sono altri. Sono simili, finché abbiamo un morto solo.

Se però consideriamo più di un defunto, tutti in età giovanile, non diremo che sono morti giovane ma che sono morti giovani: non c’è la invariabilità che è caratteristica dell’avverbio. Direi dunque che non è un avverbio.

Ecco qui un dialogo di esempio:

Incidente a un crocevia, una persona morta in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Povero ragazzo! Abitava vicino a me. Aveva meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se è morto giovane!

Esempio simile, altro dialogo:

Incidente a un crocevia, DUE persone morte in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Poveri ragazzi! Abitavano vicino a me. Avevano meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se son morti giovani!

Riassumendo:

  • forse possiamo dire che in quella posizione lì “giovane” è un aggettivo usato in funzione avverbiale, questo non mi è chiaro e lo chiederò a chi mi può rispondere;
  • ma di sicuro non possiamo dire che diventa un avverbio. Invece “vicino”, che per nascita è un aggettivo, in quegli esempi è proprio un avverbio e infatti non cambia.

La cosa triste è che ho cercato nella mia vecchia grammatica delle medie e non ho trovato niente. Idem sul web.

Va be’, sarà colpa mia, avrò cercato male.

O magari sarebbe meglio offrire meno casistica e più ragioni per cui le cose sono come sono? Liste di locuzioni avverbiali ne ho pur trovate ma finiscono tutte con eccetera, senza dire perché è così. Oppure si dice il perché ma in maniera parziale e quindi non del tutto convincente.

È vero che, nella lingua italiana, alcuni aggettivi e sostantivi possono essere usati come avverbi e che alcuni avverbi sono anche aggettivi:

* troppo, poco, vicino, per fare solo qualche esempio, sono avverbi e sono aggettivi; la differenza è che come avverbi rimangono sempre uguali (sono invariabili o indeclinabili, che è proprio la caratteristica degli avverbi), come aggettivi hanno genere e numero, cioè hanno una forma maschile e una forma femminile, una forma singolare e una forma plurale: troppo, troppa, troppi, troppe;

* male e bene sono avverbi e sono nomi (sostantivi; in questo caso può addirittura capitare che non ammettano il plurale. Esistono i beni e i mali, ma questi plurali non possono trovare posto in tutte le frasi. Se accusiamo qualcuno di essere “il male assoluto”, per esempio, il plurale non ci sta: sarebbe perlomeno fiacco dire a un supercattivo “tu sei i mali assoluti”).

È vero, sì. Ma non è sempre vero. Anzi, potrei dire che non lo è quasi mai, considerato il numero di casi sul totale degli aggettivi.

Oltre a non sollevarli al di sopra di quel che raggiungerebbero da soli, la scuola mette in difficoltà i ragazzini con cose che non sono sempre vere, con eccezioni magari rare o uniche, e per di più partendo dalla fine anziché dal principio.

Dico dalla fine perché la grammatica è fatta di categorie che vengono, che sono venute, dopo: dopo i dialoghi, dopo le canzoni, dopo la poesia, dopo le preghiere, dopo la lingua. Sarebbe molto più utile far leggere ai bambini tante cose differenti e aiutarli pian piano a osservare e ascoltare la lingua che si parla intorno a loro.

È difficile? Certo che è difficile. Per gli insegnanti.

Mi ha colpito un articolo letto qualche giorno fa, che probabilmente è anche uno dei motivi per cui mi sono arrabbiata tanto: sosteneva che uno dei fallimenti della scuola media unica è di non essere riuscita a insegnare a tutti i ragazzi le settecento parole che separano un padrone da un operaio (immagine tratta da don Milani). E questa affermazione mi ha ricordato una ragazza intervistata in prigione che diceva “Quando sono entrata qui conoscevo e usavo duemila parole, ora me ne sono rimaste cinquecento”. Mi si strinse il cuore. Trasformiamo i nostri bambini in carcerati? Come minimo, li lasciamo nella prigione in cui sono già.[3]

I bambini fino a una certa età non hanno molta capacità di astrazione, quindi per loro è difficile capire le categorie come categorie (la fine), mentre è più facile imparare un ritmo, scoprire la musicalità delle parole e capire che servono per raccontare le cose che ci sono e si vedono (il principio) e poi quelle che ci sono e non si vedono.

Tutto è lecito ma non tutto è conveniente, diceva san Paolo. Sarebbe una gran cosa se chi insegna, a qualunque livello, seguisse il consiglio che viene dopo: Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (ICor 10,24).

 

 

 

 

[1] Ammesso poi che a quel tempo gli potesse esser chiaro che era dannoso, visto che un altro capitolo comincia così: Noi leggiamo senza eccessiva difficoltà i testi del Due e Trecento. «Nel mezzo del cammin di nostra vita» è un verso composto di parole tuttora in uso, invece gl’inglesi e i francesi di media cultura trovano scarsamente comprensibili i loro autori antichi. Altri tempi, davvero; del resto il libro è del 1984.

[2] Questa parola NON esiste, è solo una distorsione che usa il mio nipotino. Per questo le virgolette (e prima il corsivo).

[3] Uno degli articoli di Chesterton che ho tradotto per la raccolta di Natale diceva una cosa del genere, ma non avrei pensato di trovarmene davanti un esempio così concreto.

Annunci

Commenti disabilitati

Per

In quanti modi usiamo la preposizione “per”! Lo Zingarelli snocciola un elenco poderoso, che ho copiato in fondo; qui metto solo qualche esempio:

Siamo per strada

Sono passata per la piazza

Partirono per Londra

Ti amerò per sempre

Il cappotto sarà pronto per sabato mattina

Mi tocca venirci per forza

Non lo ha fatto per soldi  

Ti mando il pacco per corriere

Prendi un mazzo di fiori per la mamma

Per Cristo nostro Signore

 

Nel ricco elenco dello Zingarelli, a quale fattispecie appartiene l’ultima mia frase di esempio?

Temo che questa domanda, specie quando è inespressa (praticamente sempre), crei un bel po’ di confusione. A me la creava, fino a non moltissimi anni fa. E nel vocabolario la risposta non c’è, ovviamente; perché è una questione specifica e si dà per scontato che venga spiegata nell’ambito a cui appartiene.

L’espressione “per Cristo”, che troviamo in varie preghiere, non rappresenta un complemento di vantaggio come “Prendi un mazzo di fiori per la mamma”. Rappresenta un complemento di mezzo, come “Ti mando il pacco per corriere”. Nell’elenco dello Zingarelli è il numero 6.

Il nostro orecchio distratto, quando sente qualcosa “per qualcuno”, ci induce a pensare al termine o al vantaggio, come nel caso dei fiori per la mamma. Oltre a questo, l’uso di Ora, non posso metterci la mano sul fuoco – cosa che non mi sognerei di fare in nessun caso, perché sono una pavida – ma sospetto che quel “per Cristo” abbia indotto legioni di cattolici a pensare che ci venisse chiesto di fare qualcosa a vantaggio di Cristo. A me faceva proprio questa impressione, finché non mi è capitato di leggere la traduzione inglese, che è through Christ, tramite Cristo.

Quando si stabilì di tradurre le formule latine nelle lingue nazionali, in Italia furono privilegiati, in certi casi, il suono e il ritmo rispetto all’inequivocabilità. Questo era possibile perché la fattispecie grammaticale esisteva già, ovviamente: se non avessimo già avuto l’uso di “per” nel complemento di mezzo, nessuno si sarebbe sognato di mantenere il suono e il ritmo a scapito della comprensibilità. Ma, siccome la fattispecie esisteva, credo che abbia prevalso il nostro famoso e tenace senso estetico. Però in questo caso potremmo aver preso una mezza fregatura (con rispetto parlando: magari no e sono io che ci vedo male).

Noi non facciamo le cose a vantaggio di Cristo, facciamo le cose attraverso di Lui e grazie a Lui; con la sua forza e il suo sostegno, se è più chiaro. Questa è, diciamo, la versione grammaticale della sua stessa affermazione «Senza di me non potete far nulla». In inglese è chiaro, in italiano no.

(Questo non vuol dire che l’inglese sia superiore all’italiano. Per certi aspetti, tuttavia, sono messi meglio di noi, così come noi siamo messi meglio per altri aspetti. La cosa paradossale è che pure a loro possono venire dubbi in merito, come si può leggere qui; ma si tratta di un quesito che non è tanto attinente alla preposizione quanto all’insieme della frase.)

Penso che avrei tradotto il per latino con “tramite”; non suona neanche tanto male, perché è una parola sdrucciola, cioè ha l’accento sulla terzultima sillaba. Ovvio che “attraverso Cristo” era improponibile per la metrica.

Sono pronta ad ammettere che “per Cristo” suona meglio, molto meglio. Solo che si tratta di una di quella cose da avere ben fisse in testa e da spiegare ai bambini quando cominciano ad imparare le preghiere della messa. Non ricordo che qualcuno l’abbia fatto con me e, da quel che ho sentito, anche altri hanno avuto lo stesso problema. Naturalmente, valeva lo stesso per il latino. In latino, la preposizione per indica vari complementi che sono gli stessi dell’italiano, ma non indica un complemento di vantaggio (che è indicato con pro). In latino quindi la cosa è molto chiara. Ma è chiara per chi conosce la lingua abbastanza bene; suppongo che a chi lo conosceva un po’ meno bene la cosa andasse spiegata comunque. Trattandosi però di una lingua straniera, poteva essere percepita meglio la necessità di spiegare. Con la propria lingua, questa percezione diminuisce.

Le parole danno forma al pensiero: pensare che faccio o chiedo qualcosa per amore di Cristo non è uguale a pensare che faccio qualcosa o posso ottenere qualcosa grazie a Lui, al suo sostegno e alla sua presenza.

Ma che poss’io, Signor, s’a me non vieni

con l’usata ineffabil cortesia?

Michelangelo Buonarroti, Sonetti

 

per

[lat. per, di orig. indeur.; 960]

prep. propria semplice. (Fondendosi con gli art. det., dà origine alle prep. art. lett. o poet. m. sing. pel, †pello; m. pl. pei, †pegli; f. sing. †pella; f. pl. †pelle).

I Stabilisce diverse relazioni dando luogo a molti complementi.

1 Compl. di moto attraverso luogo (anche fig.): durante il viaggio passerò per Torino; entrare, uscire per la porta; passare per i campi; guardare per il buco della serratura; medicina da prendersi per bocca, per via orale; cosa ti passa per il cervello? | Indica movimento attraverso un luogo circoscritto senza un preciso riferimento di direzione o meta (anche fig.): gironzolare per la campagna; cercare qlcu. per mare e per terra, per monti e per valli; viaggiare per tutta l’Europa; sentirsi i brividi per la schiena; sono comparse delle macchie per tutto il corpo | Lungo, secondo (indica il senso, la modalità di un movimento): lasciarsi andare per la corrente; scendere per la china; precipitare per la scarpata; capitombolare giù per le scale; arrampicarsi su per i muri.

2 Compl. di moto a luogo: prendo l’aereo per Parigi; parto per il mare; prendere l’autobus per la stazione; il convoglio prosegue per Roma | (fig.) Verso (indica inclinazione): ha ammirazione per suo fratello; sente un grande affetto per uno zio; si sente portato per gli studi classici.

3 Compl. di stato in luogo (anche fig.): sdraiatevi per terra; starsene con il naso per aria; cos’hai per la testa? | Fra, in mezzo a: passerò per i banchi a ritirare i quaderni; ho per le mani un grosso affare.

4 Compl. di tempo continuato: ha piovuto (per) tutta la notte; ho aspettato per anni questo momento; mi occorre un permesso per tre giorni; lo ricorderò per tutta la vita; per secoli e secoli nessuno si è avventurato negli oceani.

5 Compl. di tempo determinato (indicando un termine nel tempo futuro): sarò di nuovo con te per la prossima estate; sarò di ritorno per il venti del mese; ci rivedremo per Natale.

6 Compl. di mezzo: spediscilo per corriere; l’ho ricevuto per posta; me l’ha detto per telefono; l’ha capito per intuito; procederemo per vie legali; ci sono arrivato per deduzione.

7 Compl. di causa: è rimasto stecchito per il freddo; è diventato livido per la rabbia; ho sbagliato per la fretta; non stare in pena per me; mi assenterò per motivi di salute; per amore o per forza dovrà venire; lamentarsi per qlco.; per quale ragione non vieni?

8 Compl. di scopo o fine: fare qlco. per divertimento; equipaggiarsi per la montagna; preparare il necessario per il viaggio; andare per funghi; costume per il mare; macchina per scrivere; fare le cose solo per denaro; tu, per esempio, non sei sincero.

9 Compl. di vantaggio e svantaggio: bisogna sacrificarsi per i figli; pensa solo per sé; farei qualsiasi cosa per lui; peggio per loro; vota per il partito che preferisci; è finita quattro a due per la nostra squadra; tu per chi tieni? | Indica, più genericamente, destinazione: c’è una lettera per te; ho fatto fare un cappotto per mio figlio; devo acquistare i mobili per il salotto.

10 Compl. di modo o maniera: fingeva per scherzo; facevano per gioco; procediamo per ordine alfabetico; chiamami per nome; viaggiare per mare, per aria, per terra | (est.) Indica il modo in cui si prende, si afferra qlcu. o qlco.: mi ha preso per un braccio; ha afferrato la fortuna per i capelli; afferrare qlcu. per il bavero.

11 Compl. di prezzo: l’ho comprato per cinquanta euro; l’ho avuto per pochi soldi; te lo cedo per poco.

12 Compl. di stima: ha valutato il quadro per diecimila euro; la villa è stata stimata per una somma enorme.

13 Compl. di misura o estensione: la strada è interrotta per dieci kilometri; la torre s’innalza per cento metri; la caverna sprofonda per vari metri; la landa si estende per molti kilometri intorno.

14 Compl. di limitazione: io ti supero per la memoria; per conto mio non sollevo obiezioni; questo lavoro è troppo difficile per me; per questa volta ti perdono | Per me, quanto a me, secondo me: per me, è in malafede; Io per me mi curerei poco di morire (BOCCACCIO) | Di per sé, considerato in sé, in quanto tale: un particolare di per sé senza molta importanza.

15 Compl. distributivo: entrate uno per uno; uno per volta; mettetevi uno per parte; disponetevi in fila per tre; il testo è corredato di un’illustrazione per pagina; le persone vengono divise per età e per sesso; giorno per giorno; hanno perquisito l’abitazione stanza per stanza | (est.) Indica la percentuale: ho un interesse del sedici per cento | Indica le operazioni matematiche della moltiplicazione e divisione: dieci per dieci è uguale a cento; dividere un numero per dieci, per quattro; moltiplicare un numero per un suo multiplo.

16 Compl. di colpa: è stato processato per alto tradimento; saranno processati per furto aggravato; è stato accusato per abigeato.

17 Compl. di pena: è stato multato per varie centinaia di euro.

18 Compl. predicativo: ha preso per moglie una straniera; ho avuto per maestro tuo fratello; è stato dato per morto, per disperso; tengo per certo che nessuno abbia tradito; mi hai preso per scemo?

19 Compl. escl. e vocativo: per Giove!; per Bacco!; per tutti i diavoli! | In nome di (introduce un’invocazione, un giuramento, una promessa e sim.): per l’amor del cielo!, non dire nulla; per amor di Dio, aiutami; per carità! che nessuno sappia niente!; ve lo giuro per l’anima mia; lo prometto per quanto di più caro ho al mondo.

20 Indica sostituzione e scambio: ti avevo scambiato per un altro; parlerò io per te; rendere pan per focaccia; confidenza per confidenza, nemmeno io sono ricco!; occhio per occhio, dente per dente.

21 (raro) Compl. di origine e provenienza: venire per ponente; parenti per parte di madre; tanti saluti per parte mia.

22 †Compl. d’agente: fur l’ossa mie per Ottavian sepolte (DANTE Purg. VII, 6).

II Introduce varie specie di proposizioni.

1 Prop. finale con il v. all’inf.: sono venuto per parlarti; ce n’è voluto per convincerlo; dicevo così per scherzare; lo facevo per aiutarti; esco per prendere un po’ d’aria; cammina piano per non dare nell’occhio; fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza (DANTE Inf. XXVI, 119-120); io parlo per ver dire (PETRARCA) | Anche per indicare un esito negativo: e tanta sofferir stracchezza per poi averne sì piccolo… piacere (ALBERTI).

2 Prop. causale con il v. all’inf.: è stato assolto per non aver commesso il fatto; è rimasta intossicata per aver mangiato cibi guasti.

3 Prop. consecutiva con il v. all’inf.: è troppo buona per odiare; sono troppo furbi per cascarci; è abbastanza grande per andare a scuola; è troppo bello per essere vero.

4 Prop. concessiva con il v. al congv. o (raro o lett.) all’inf.: per quanto si sforzi non riesce; per poco che sia è meglio che niente; per bravi che siate non potrete indovinare; per piangere che tu faccia, non soddisferò i tuoi capricci; né per esser battuta ancor si pente (DANTE Par. IX, 45) | Per male che vada, anche nella ipotesi peggiore.

5 Propr. limitativa con il v. all’inf.: per essere bello, è bello, ma è un po’ troppo caro; per essere così anziano, gode di buona salute.

III Ricorre nella formazione di molte loc.

1 Nelle loc. essere, stare per, essere in procinto di: stavo per rispondergli a tono, ma sono riuscito a trattenermi; stavo per uscire; ero quasi per picchiarlo.

2 Loc. avv.: per tempo; per intanto; per ora; per il momento; per lungo; per largo; per diritto; per traverso; per di più; per certo; per fermo; per l’appunto; per contro; per caso; per poco; per altro; per di qui; per di là; per di fuori; per di sopra; per sempre.

3 Loc. cong.: per il che; per la qual cosa; per il fatto che; per via che; per ciò che; per ciò.

 

 

Commenti disabilitati

Dilemmi: l’apericena

Ma l’apericena sarà maschile o femminile?

A orecchio lo direi femminile, perché “cena” risuona più di “aperitivo”.

Se però svolgo la parola, che è “aperitivo-cena” (un ossimoro come lo sarebbe l’antipasto-dessert, ma lasciamo stare), mi viene da trattarlo come maschile.

Devo capire se qualcuno l’ha già stabilito.

Bei tempi quando si avevano poeti come D’Annunzio a cui chiedere se “automobile” era maschile o femminile e si ricevevano risposte poetiche come “è femminile, perché è affascinante e capricciosa come una donna”. Mi chiedo che penserebbe il Vate delle auto di oggi che si guidano da sole. Probabilmente penserebbe che sono noiose.

Commenti disabilitati

Descrittomi si può dire?

Nelle ultime settimane, qualcuno ha visto quattro volte il mio blog nei risultati di questa ricerca:

descrittomi si può dire? 

È ora di rispondere; anche perché, se continua a chiedere, sospetto che la risposta non si trovi.

La risposta è, come spesso accade, sì e no. Il termine in sé è corretto; se si può dire o no, dipende da quel che vuoi dire con “si può” e con “descrittomi”, e anche da quando e perché vuoi dirlo.

Alcuni usano l’espressione “si può” per chiedere se una parola o espressione esiste, diciamo, ufficialmente, formalmente.

Se questo è il caso, risponderò che descrittomi esiste a pieno titolo: è un participio passato (descritto) combinato con un pronome personale enclitico (mi = a me; “enclitico” vuol dire che è attaccato alla parola precedente) e significa che qualcosa è stato descritto a me. Si può usare anche al plurale, sia per la cosa sia per i riceventi: descrittimi/descrittemi oppure descrittogli/descrittole/descrittoci/descrittovi e combinazioni varie.

I pronomi enclitici, siano complemento di termine o complemento oggetto, possono attaccarsi, oltre che al participio passato, all’infinito (descrivermi, guardarmi), al gerundio (descrivendomi, guardandomi), all’imperativo (descrivimi, guardami).

Attenzione all’uso, però.

Posso dire tranquillamente Ho visto il quadro descrittomi da mia cognata e userò una sola parola anziché cinque (Ho visto il quadro che mi era stato descritto da mia cognata), rendendo assai contenta la buonanima di Giosuè Carducci e senza guadagnarmi troppe occhiatacce.

Non va tanto bene, invece, dire Il quadro era stato descrittomi da mia cognata, non perché sia formalmente errato (non lo so di preciso, quindi potrebbe non esserlo) ma perché, altro che occhiatacce, è di una bruttezza paralizzante! Come lo è il fratello era statomi descritto. L’italiano è una lingua molto estetica, oltre che molto logica. Forse in vecchi scritti si possono trovare forme del genere, ma sono così legnose che non c’è da stupirsi se le abbiamo abbandonate.

Simili a descrittomi esistono anche altri casi, per esempio:

Ho appena ricevuto il pacco inviatomi da mia madre

Mise in un vaso i fiori portatile dall’amico

Le avventure raccontateci dall’ospite ci divertirono molto

per il complemento di termine e

Vistolo, gli fece cenno di avvicinarsi (Dopo averlo visto, gli fece cenno di avvicinarsi)

Salutatici, se ne andò (Dopo averci salutati, se ne andò)

per il complemento oggetto.

L’importante è fare attenzione a due cose:

* deve trattarsi di verbi che descrivono un’azione con un ricevente (complemento di termine) o con un oggetto (complemento oggetto);

* bisogna concordare il participio con il sostantivo cui si riferisce o con il complemento oggetto, mai con il complemento di termine; questo sembra ovvio ma perlopiù le cose che sembrano ovvie sono quelle che ti fanno lo sgambetto… e uno rischia di finire a parlare delle avventure raccontatogli dall’ospite.

Commenti disabilitati

Comunque equivale a tuttavia?

Ho trovato questa domanda tra le ricerche che conducono al mio blog (ne vedo sempre meno, visto che la maggior parte delle ricerche si svolge su Google e Google oscura le stringhe di ricerca per la privacy):

comunque equivale a tuttavia?

La risposta può essere “sì” e può essere “no”. In genere, no, non si equivalgono. In alcuni casi sì, si equivalgono, quando “comunque” è usato come congiunzione.

Come si fa a capire quando è no e quando è sì?

Si prova a sostituire “comunque” con “tuttavia”: se ci sta bene, vuol dire che c’è equivalenza, altrimenti no.  In molti casi, però, sarebbe assai meglio usare il “ma”, come nell’esempio al punto 2 dello Zingarelli. Quest’ultima frase avrei potuto scriverla nella forma “In molti casi, comunque, sarebbe assai meglio usare il “ma”….”. Se ne può dedurre che, a volte, “comunque” equivale anche a “però”.

Quando è usato come avverbio, invece, “comunque” non può mai equivalere alla congiunzione “tuttavia”, perché sono categorie diverse; e nemmeno può equivalere all’avverbio “tuttavia” perché hanno significati del tutto diversi. Ma l’avverbio “tuttavia” è letterario o defunto, non penso che il cercatore arrivato qui cercasse un’equivalenza di avverbi.

 comunque o †comunche

[comp. di come e del lat. umquam ‘mai’, con sovrapposizione di -cumque, di ubicumque ‘dappertutto’, ecc.; 1288]

A avv.

* In ogni modo, in ogni caso: riuscirò a ottenerlo comunque; è inutile che tu protesti: devi farlo comunque | In ogni caso, a ogni modo (con valore concl.): comunque, è meglio così; comunque, ci penso io.

B cong.

1 In qualunque, in qualsiasi modo (introduce una prop. modale con valore rel. e il v. al congv.): comunque stiano le cose, è arrivato il momento di una spiegazione; comunque sia; comunque si sia.

2 Tuttavia (con valore avvers.): è stata una cosa improvvisa, comunque potevi almeno avvisarmi.

3 †Appena che (introduce una prop. temp. con il v. all’indic. o al congv.).

4 (lett., raro) Quantunque.

Commenti disabilitati

What’s wrong…

A Natale uscirà in edizione cartacea un grande libro di Chesterton che in Italia è stato pubblicato per la prima volta nel 2010: What’s Wrong with the World, traduzione di Annalisa Teggi, editrice la Società Chestertoniana Italiana.

Avevo usato questo testo, in inglese, come esempio di formattazione, anni fa, quando ancora non era stato tradotto, solo si ventilava l’idea. Qualche tempo dopo uscirono ben due traduzioni: una di Lindau, intitolata Ciò che non va nel mondo, e una di Rubbettino, digitale, intitolata Cosa c’è di sbagliato nel mondo, che ora appunto diventa edizione cartacea.

Ricordo che rimasi un po’ sconcertata, perché in realtà il titolo significa Che cos’ha il mondo che non va. Come titolo sarebbe pesante, però. E poi lo stesso Chesterton nella dedica afferma che, in origine, aveva chiamato il libro semplicemente What is Wrong (traducibile sia con Che cosa è sbagliato sia con Che cosa non va; entrambe le forme si possono ammobidire in Che c’è di sbagliato e Che c’è che non va o anche Quel che non va e simili combinazioni). Da qualche parte credo di aver letto che il titolo nella sua forma definitiva sia stato un’idea dell’editore di GKC, che voleva un po’ attenuare il giudizio evidente nell’altra forma, ma non ricordo più dove l’ho letto.

Ad ogni modo, mi sembra che suiano entrambi accettabili. Di solito, quando qualcosa non funziona come dovrebbe, si può anche dire che c’è in essa qualcosa di “sbagliato”, almeno temporaneamente. E se parliamo del mondo, sicuramente non funziona perché c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui ci stiamo.

Il che non vuol dire…

… che la grammatica sia un’opinione. Quelle traduzioni sono accettabili perché l’autore si è espresso in una certa maniera e quindi sappiamo come la pensava; ma non sono la traduzione esatta dell’espressione. Nella maggior parte dei casi non sarebbe corretto tradurre quella stessa frase in quei due modi all’interno di un periodo. Ovviamente, eccezioni se ne possono trovare sempre.

L’espressione wrong with (something, someone) indica che c’è qualcosa che non va, che non funziona come al solito.

La si può usare per cose e persone:

there’s something wrong with my car, la mia auto ha qualcosa che non va;

there’s something wrong with my baby, il mio bambino ha qualcosa che non va;

o come apostrofe a qualcuno che si comporta in modo insolito:

what’s wrong with you?, ma che ti prende?

Usare wrong with implica una relazione tra un soggetto che ha delle aspettative e un oggetto (nel senso di ciò esiste fuori di me, può anche essere una persona) che non appare o non si comporta come ci si aspetterebbe. Può anche esserci la relazione con un fine, uno scopo: se mi rendessi conto di avere scritto un articolo inefficace ma non riuscissi a capire che cosa esattamente lo rende inefficace, potrei chiedere a qualcuno what do you think is wrong with this article of mine?

Per dire che c’è qualcosa di sbagliato, di insolito, di strano IN qualcosa, concentrandosi perciò sull’ambiente, sullo spazio in cui qualcosa accade, e non su una relazione soggetto-oggetto, anche in inglese si usa in:

If there’s something strange in your neighborhood
Who you gonna call?
Ghostbusters!

Insomma, se qualcuno vi chiede what’s wrong with you?, sta cercando di capire perché all’improvviso vi stiate comportando in un certo modo che lo sconcerta, che non si aspettava. Se vi chiede what’s wrong in you?, sta mettendo in dubbio le vostre capacità mentali o morali, a seconda del contesto.

Dannato inglese, pieno di trappole!

Tutte le lingue sono piene di trappole: per questo sono divertenti. Le sfumature verbo-preposizione in inglese sono frequenti e a volte fanno penare perfino i madrelingua, ma esistono anche in italiano. Se, per esempio, dico a qualcuno vieni dietro A me, gli sto dicendo di seguirmi, il che può avere un senso reale oppure figurato. Se invece gli dico vieni dietro DI me, gli sto dicendo di spostarsi fisicamente e mettersi alle mie spalle. Pensate all’esperienza comune: quando si corre dietro A qualcuno? e quando invece si corre DI qualcuno?

Parlando proprio di come si dovrebbe tradurre quel titolo, nel gruppo FB della Società Chestertoniana, mi è venuto in mente che what’s wrong with you? è un’espressione abbastanza spiccia, io l’ho imparata nei fumetti. Una signora penso che direbbe qualcosa come Is something amiss?, non What’s wrong with you? (anche se significano esattamente la stessa cosa). Diciamo che  What’s wrong with you? equivale a dire Che cavolo ti prende?

E mi sono figurata un cavolo verza che afferra un uomo…

imgOnbu_mod

Noi sappiamo che cosa significa; ma in sé quella frase non ha veramente senso. È una frase idiomatica (idiom): un’espressione tipica della nostra lingua e che non si può tradurre letteralmente in un’altra, ma va resa con la frase idiomatica corrispondente.

Il cavolo che ci prende è un esempio di frase idiomatica ma ce ne sono molti altri, come “piove a catinelle” che in inglese si dice it’s raining cats and dogs (piovono gatti e cani) oppure “hai fatto il passo più lungo della gamba” che diventa you have bitten off more than you can chew (hai preso un boccone più grosso di quel che riesci a masticare). Come si vede, la frase idiomatica può avere un aggancio con l’esperienza reale –può succedere di prendere bocconi troppo grossi e in certe piogge sembra davvero che qualcuno ti butti addosso delle secchiate d’acqua – ma anche nascere dalla fantasia – nella Bibbia son piovute rane, ma cani e gatti? e il passo più lungo della gamba è degno dei disegni di Lear.

Ma perché ci facciamo prendere dai cavoli?

In realtà la frase originaria potrebbe essere “che diavolo ti prende?”, da intendere in senso letterale: “quale demonio si è impossessato di te, al punto da farti comportare in questa maniera che non è la tua?”. Sarebbe parente di un’altra espressione vecchio stile che è “avere il diavolo addosso”, cioè essere irrequieto o agitato o anche irritato.

Altrimenti potrebbe essere “che accidenti ti prende?”, pure questa da intendere in senso letterale: “che malessere ti sta capitando, da farti comportare in questa maniera che non è la tua?”.

Spero che tutti riusciamo a concordare sul fatto che i diavoli possono prendere qualcuno, se esistono; che i malesseri possono colpire qualcuno, e questo colpire noi spesso lo diciamo “prendere” o “pigliare” (che ti prenda un accidente!); e che i cavoli non possono fare né l’una né l’altra cosa. Va bene, un cavolo potrebbe colpire un uomo; ma solo se glielo tira qualcuno.

Nel caso del diavolo, “cavolo” sarebbe un eufemismo, cioè un’attenuazione: invece di nominare il diavolo si nomina il cavolo, che ha le stesse sillabe e suona quasi uguale, così il ritmo è salvo.

Nel caso dell’accidenti, invece, non ci starebbe a far niente, poiché in genere esso significa appunto “niente” come rafforzativo popolaresco: non ci ho capito un cavolo. Nella frase in questione non avrebbe senso, no? Allora mi viene in mente che può essere un eufemismo al posto di “cazzo” (però non saprei come ci sia arrivato e siamo punto e daccapo), oppure che di nuovo può star lì per motivi di ritmo. Insomma, soddisfa l’orecchio, un po’ come per i bambini il “ma però”. I bambini sono fanatici adepti del “ma però” perché hanno un gran senso del ritmo: infatti ma però ha un bel suono rotondo, pieno, soddisfacente, ta-ta-TA, non come lo scarno ma o il tronco però.

Forse con i cavoli ci capita lo stesso.

Commenti disabilitati

Genere: maschile, femminile. E neutro?

Tutti conosciamo i sostantivi maschili e femminili. Questa caratteristica di essere maschili o femminili in grammatica si chiama genere. Molte lingue vecchie e nuove, per esempio il latino o l’inglese, hanno anche un genere neutro, che si usa perlopiù oggetti inanimati e concetti impersonali e tutto ciò che non è né maschile né femminile.

L’italiano non ha il genere neutro,[1] però possiede termini – tanto aggettivi quanto sostantivi – che non appaiono essere né maschili né femminili.

Vediamo i sostantivi.

In grammatica italiana, i sostantivi che non hanno un genere definito ma vanno bene sia per i maschi che per le femmine (usiamo il linguaggio dei bambini dell’asilo, che sono più pratici di noi) si chiamano in vari modi:

nomi comuni: questa era la dizione della grammatica che usavo alle medie, però si crea confusione con i nomi comuni come categoria opposta ai nomi propri (per esempio, città e Perugia);

nomi di genere comune: questa è la dizione di Gabrielli, evita la confusione di cui parlavo sopra ma non mi piace molto perché non è comune il genere, è il sostantivo ad essere comune a due generi, il che implica che di suo il genere non ce l’ha;

nomi ambigenere: questa è la dizione dello Zingarelli e mi piace un po’ di più ma ha lo stesso problema della dizione di Gabrielli.

Visto che mi sono scoperta tanto schizzinosa, ho pensato di inventare una dizione io stessa:

nomi agenere: nomi il cui genere non è definito come parte del nome ma solo in relazione al soggetto a cui il nome volta per volta si riferisce.

Alcuni esempi di nomi agenere sono coniuge, consorte, complice e tutti i participi presenti sostantivati (presidente, assistente, confidente, chiaroveggente, docente, inserviente, malvivente e così via).

Anche giudice viene oggi considerato un nome agenere, nel senso della funzione pubblica che rappresenta, perciò avremo IL giudice e LA giudice così come abbiamo IL presidente e LA presidente (del Consiglio, della Camera, della Repubblica e del comitato locale di non-so-ché).

Storicamente, però, come racconta Gabrielli, esso ha il femminile, che è giudicessa. Si tratta di un nome antico, risalente al Medioevo: era usato in Sardegna, la quale era divisa in quattro giudicati, ognuno retto da un giudice. Anche qui, dunque, una funzione pubblica, ma di altro genere rispetto a quella di oggi. Quando il giudice era una donna, come accadde ad Arborea nel 1383, questa donna era detta giudicessa. Da bambina, la mia eroina preferita era Eleonora giudicessa reggente di Arborea. A pensarci, mi sa che lo è tuttora.

 

[1] Ufficialmemente non esiste. Credo però che chiunque abbia studiato il latino abbia la tentazione, se non l’abitudine, di usare questa categoria. Ce l’ha avuta almeno una volta anche il presidente Napolitano, dal quale infatti mi venne, in febbraio, l’idea di scrivere questo articolo.

Commenti disabilitati

Older Posts »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: