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Spiritualism, spiritismo

Una delle cose più insidiose per chi traduce da una lingua a un’altra – a qualunque livello, dalle scuole medie alla professione – sono i false friends, i falsi amici: parole che somigliano a quelle della nostra lingua madre ma che significano un’altra cosa. Un esempio classico è l’inglese patent, che significa “brevetto”; la patente di guida in inglese è driving license. Un altro è lo spagnolo aceite, che somiglia ad “aceto” ma è “olio”.

Mentre traducevo il Robert Browning di Chesterton, ho incontrato una coppia di f.f. che non avevo mai visto: la coppia spiritualism/spiritismo.

Il fenomeno che nacque negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento e portò a ballare innumerevoli tavolini di qua e di là dell’Oceano, in inglese si chiamò subito e si chiama ancora spiritualism; in seguito nacque il termine spiritism per indicare una parte specifica dello spiritualism. Spiritualism rimane comunque il termine di riferimento generale in inglese.[1]

In italiano invece lo chiamammo subito “spiritismo”. Perché? Probabilmente perché “spiritualismo” era già il nome di qualcos’altro e, siccome si trattava di due cose differenti nel livello, se non proprio nel contenuto di esperienza, usare lo stesso nome avrebbe generato confusione.

spiritualismo

[da spirituale, con -ismo; 1816]

s. m.

* Dottrina filosofica della seconda metà dell’Ottocento che, in opposizione al positivismo e allo scientismo, riafferma la trascendenza divina, il carattere spirituale della conoscenza e, in taluni pensatori, anche della realtà | (est.) Ogni dottrina filosofica che teorizza il primato dello spirito sulla materia: lo spiritualismo di Platone. CONTR. Materialismo.

 

spiritismo

[dall’ingl. spiritism, da spirit ‘spirito’ con -ism ‘-ismo’; 1863]

s. m.

1 Sistema mistico-religioso fondato sull’interpretazione di fenomeni medianici e paranormali rilevati, per la prima volta, ad Hydesville, presso New York, nel XIX sec. | Movimento mondiale che derivò da tale sistema.

2 Ipotesi interpretativa dei fenomeni metapsichici e paranormali | Pratica delle sedute spiritistiche, nelle quali, attraverso il medium, si prende contatto con gli spiriti e si determinano fenomeni paranormali.

 

Per il contenuto di esperienza, in effetti, si potrebbe dire che lo spiritualismo “contiene” anche lo spiritismo, visto che lo spiritismo non è materialistico e lo spiritualismo si oppone appunto al materialismo. Ma questo non vuol dire che sia vero anche il contrario, cioè che i filosofi spiritualisti siano tutti anche spiritisti.

L’italiano è una lingua logica e puntuale; non è un caso che noi abbiamo le due parole “liberalismo” e “liberismo” mentre in inglese ce n’è una sola, liberalism (il che a volte crea effettivamente un bel casino). Non è una mancanza della nostra lingua o della nostra cultura, come tendono a pensare certuni. Al contrario, è una ricchezza. Come tutte le ricchezze, va gestita come si deve, altrimenti diventa esagerazione e ti rovina la vita.

Spiritualismo o spiritismo?

Spiritismo, dunque, quando parliamo di medium, scrittura automatica e tavoli che ballano;

spiritualismo con l’iniziale minuscola se parliamo di Giovanni Gentile e dei suoi consimili (cioè filosofi);

se invece vogliamo parlare del fenomeno religioso che nacque nell’Ottocento (ed esiste tuttora), basato sulla comunicazione con gli spiriti, poiché l’inglese ha Spiritualism con la maiuscola, noi potremmo usare Spiritualismo con la maiuscola. Qui la confusione sarà evitabile solo grazie al contesto, perché anche lo spiritualismo filosofico a volte si indica con la maiuscola. Chesterton, però, nel Robert Browning parla sempre di spiritualism con la minuscola, cioè di spiritismo.

Ho notato che ogni tanto salta fuori, non solo nelle versioni di Chesterton, la traduzione di spiritualism/spiritismo con “spiritualismo”. Chissà, forse dipende dal fatto che la scelta di “spiritismo” per indicare tutti i fenomeni di contatto con l’aldilà è percepita come una scelta derisoria? E potrebbe anche esserlo. Alle scelte derisorie, però, non si rimedia appiccicando al fenomeno un altro nome, magari in maniera antistorica. (A proposito: il termine “cristiano” in origine era derisorio.)

Una volta che una determinata cosa abbia un nome, insomma, potremo anche trovare dei sinonimi collegati alla sua essenza ma non è utile darle nomi che creino confusione. Noi cattolici chiamiamo “Comunione” l’Eucaristia, perché essa ci unisce a Cristo, ma non chiamiamo “eucaristia legale” la comunione dei beni tra due coniugi. D’altra parte, mica vorremo cambiar nome all’Eucaristia e definirla, che so, “condivisione tribale” per il fatto che alcuni la considerano un segno di appartenenza al gruppo, come i tatuaggi che sono appunto tribali?

Questo modo di procedere – assecondare i false friends invece di cercar di capire se l’oggetto o l’esperienza ha già un nome consolidato – sembra una semplificazione e invece complica le cose.

La lingua è un fenomeno arbitrario: vuol dire che non esiste un motivo concreto per cui quella data cosa si debba chiamare “tavolo” anziché “gabinetto”. Questo però non significa che uno si alza la mattina e decide il significato delle parole: provate a dire a mamma/moglie/marito/figli Ti ho lasciato la colazione sul gabinetto e fate caso alla reazione.

Insomma, la lingua è arbitraria ma non è soggettiva, come dice il professor Rigotti.[2] È ciò che intendiamo quando diciamo che le lingue sono convenzioni: le convenzioni implicano sempre che almeno due persone siano d’accordo (in genere più di due) e non che ognuna faccia come vuole. Peccato che oggi questa cosa non sia più capita; anzi, c’è chi lavora attivamente contro di essa e c’è chi ci casca pensando che “tanto è uguale”.

Cambiare nome alle cose così come vien meglio non implica soltanto diventare incapaci di leggere i libri dell’Ottocento e del Novecento, come già siamo diventati incapaci di leggere il latino e il greco – e chissà poi a che dovrebbe servire l’alfabetizzazione in un panorama così?

Sembrerà esagerato ma, alla lunga, vuol dire non riuscire più a capirsi in nessuna occasione:

Ti ho cosato la cosa sul coso.

 

Mini-cronologia

1796. Primo utilizzo noto del termine spiritualism in inglese secondo il Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015

1816. Primo utilizzo noto del termine “spiritualismo” in italiano secondo lo Zingarelli 2008; andando in Google Libri e cercando “spiritualismo” nel XIX secolo, però, ho trovato un libro del 1804 che usa il termine due volte, in ambito religioso, e un altro testo del 1815 che usa il termine come se fosse già noto. Misteri del vocabolario!

1848. Inizio del fenomeno di comunicazione con gli spiriti (pure detto spiritualism) a casa della famiglia Fox, in Hydesville (NY), USA

Ne possiamo dedurre che gli usi precedenti a questo anno fossero filosofici o religiosi e non relativi al contatto con gli spiriti

1856. Primo utilizzo noto del termine spiritism (Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015)

1863. Primo utilizzo noto del termine “spiritismo” (Zingarelli 2008, non ho cercato altrove)

Insomma, visto che gli anglofoni avevano già inventato tutti e due i termini, noi abbiamo scelto di usare quello che creava meno confusione. Qualunque sia stato il motivo, non mi sembra una cattiva idea.

 

[1] Nel Merriam-Webster online, il lemma spiritism non ha definizione ma rimanda a spiritualism 2a.

[2] Rigotti E., Cigada S. (2004), La comunicazione verbale (par. 2.5.2), Apogeo, Milano.

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Parole impazzite: abuso

Dicevano gli antichi, in latino, che abusus non tollit usum, vale a dire, in italiano, che il cattivo uso di qualcosa non implica che la cosa non si debba usare affatto.

Il termine abuso indica un uso non corretto, eccessivo, anormale e così via; in breve “cattivo uso”, appunto, dove “cattivo” non implica innanzitutto un giudizio morale ma, come dire, tecnico. Bere vino va bene e fa bene, però bisogna rimanere entro certi limiti; superare i limiti fa male e ha conseguenze spiacevoli, come la cirrosi epatica.

abuso

[vc. dotta, lat. abusu(m), da abuti ‘adoperare, dilapidare’, da uti ‘usare’; 1336 ca.]

s.m.

1 Uso cattivo, illecito, eccessivo di qlco.: fare abuso del fumo, dell’alcol; abuso di titolo.

2 (dir.) Esercizio di un diritto in contrasto con lo scopo per il quale è stato attribuito | Abuso d’ufficio, reato commesso da pubblico ufficiale che procura a sé o ad altri un indebito vantaggio o che arreca ad altri un danno | Abuso di potere, esercizio del potere che va oltre i limiti previsti dalla legge | Abuso edilizio, qualsiasi trasformazione edilizia o urbanistica non autorizzata o comunque difforme rispetto agli atti che la legittimano o alla normativa vigente | Abuso di dipendenza economica, imposizione da parte di un’impresa economica di obblighi e condizioni contrattuali particolarmente gravose a un’impresa cliente o fornitrice, sfruttando il suo stato di dipendenza economica.

I comportamenti conseguenti a un abuso di alcool, naturalmente, sono anche un problema morale, ma ora questo non mi interessa.

Ora vorrei che fosse chiaro che le cose possono essere usate.

Certo, se puoi fare qualcosa non è detto che tu la debba fare per forza. Io sono del parere che le cose vadano usate se sono buone, cioè se servono, in qualche modo, a potenziare la propria umanità; non ritengo che si debbano usare solo perché si ha la possibilità di farlo o perché lo fanno tutti gli altri o per noia o perché ci si sballa o chissà che. Se però qualcuno vuol pasteggiare con acido prussico per l’ottimo motivo che può farlo, be’, son cose che uno deve decidere da sé.

Le cose “buone” si possono usare, con moderazione, o anche non usare – personalmente detesto la birra e nessuno potrà mai indurmi a berla solo perché è oggettivamente una cosa buona, una grande invenzione dell’umanità e ha un procedimento di fabbricazione intrigante. Ma insomma, va benissimo usare le cose quando sono buone.

Solo che non tutto ciò che esiste al mondo è “cosa”.

Uso e abuso, usare e abusare sono termini che vanno bene per le cose.

Di conseguenza, chiamare abuso lo stupro o le percosse a donne o bambini (o chiunque altro) a me pare che sarebbe da evitare con molta ma molta attenzione, perché donne e bambini e chiunque altro non sono cose.

Se l’abuso è un uso eccessivo o scorretto di qualcosa, infatti, parlare di “abuso”, cioè di uso scorretto, nei confronti delle donne o dei bambini stuprati o picchiati implica che comunque esista un uso corretto dei bambini e delle donne per scopi sessuali o di percosse; solo che a volte qualcuno esagera a usarli, cioè abusa e allora capitano gli stupri e così via.

Eh, no, mi pare che non ci siamo.

Non so chi abbia cominciato a servirsi di “abuso” e “abusare” per indicare questo tipo di comportamenti; posso immaginare che sia stato qualcuno secondo cui uno scapaccione ogni tanto non fa male e non è una percossa, ma questo è proprio un esercizio di immaginazione e non giustifica comunque il passaggio del termine dagli scapaccioni allo stupro (che oltretutto non è un modo per sensibilizzare circa l’inopportunità della violenza; è un modo per appiattire le percezioni).

Comunque sia, io non mi servo della parola “abuso” o del verbo “abusare” a questo scopo. Mi si allegano i denti anche solo a sentirle, specie l’espressione “bambini abusati”, perché lì, nel participio passato, vedo con chiarezza suprema quanto sia inadeguato il verbo che si è scelto.

Siccome per me le parole significano qualcosa e il loro significato è sempre legato a un’esperienza, perfino quando sono metafore o traslati, ce la metto tutta per non usare parole inadeguate.

Non è questa l’unica occasione. Allo stesso modo non uso “laico” per indicare chi non crede in Dio, perché è un uso ridicolmente improprio; “omofobia”, che propriamente significa l’esatto contrario di ciò che si vorrebbe farle dire;[1] “femminicidio”, perché omicidio è sufficiente per chiunque intenda l’uomo come “essere umano, che può essere maschio oppure femmina”.

Ma già, il punto è questo.

Forse prima o poi lo racconterò.

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[1] Il termine “omofobia” si pretende che indichi il terrore irrazionale per chi è diverso, terrore che provoca odio. Ma la parola in sé, per chi sa come si formano le parole, significa invece “paura irrazionale di ciò che è uguale”.

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Misteri del pc

No, il computer non c’entra.[1]

Qui “pc” sta per ”politicamente corretto”: quell’entità intangibile e soffocante come le ceneri vulcaniche che da qualche giorno si sta rivoltando, simbolicamente e ironicamente, contro tutti quelli che l’hanno pompato negli ultimi decenni (ironia), rappresentati dal sindaco di Roma Ignazio Marino (simbolo).

A me pare veramente ridicolo che un sindaco abbia bisogno di permessi particolari per muoversi nella sua città ma tant’è, hanno voluto la bicicletta e ora gli tocca pedalare. Problemi loro. E pensare che il pc dovrebbe averlo inventato la destra americana… (ironia feroce del cosmo)

I misteri del pc che interessano me, invece, sono altri, come questo: perché mai bisognerebbe dire “nativi americani” anziché “indigeni americani”,  visto che i due termini significano la stessa cosa? Indigeno è uno che è nato in un certo luogo; nativo, anche. Infatti è uno dei sinonimi di “indigeno”, secondo lo Zingarelli.

indigeno
[vc. dotta, lat. indigenu(m), per indigena(m), da *endo-gena, comp. di endo– ‘dentro’ e –gena, dal v. gignere ‘produrre, generare’; 1499]
A agg.
* Che è originario del luogo: flora, fauna, popolazione indigena; prodotti indigeni | Cavallo indigeno, nell’ippica, cavallo nato nel Paese in cui corre e appartenente a una scuderia dello stesso.
B s. m. (f. -a)
1 Aborigeno, nativo: gli indigeni del Borneo | (est.) Selvaggio: vivere fra gli indigeni.
2 Cavallo indigeno: gara riservata agli indigeni.

Una possibile risposta: perché “indigeno” sa troppo di colonialismo.

Ecco, è così che il linguaggio ci sfugge di mano e la realtà anche. Un po’ come chiamare Voldemort “Colui-che-non-deve-essere-nominato”, per chi si interessa di cultura contemporanea.

 .

[1] A chi dovesse avere problemi con i misteri del pc come computer, consiglio il forum del sito Hardware Upgrade.

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Il contrario di “cattolico” è “laico”? No

La contrapposizione tra “laici” e “cattolici” non si potrà mai superare finché si continuerà a chiamarli così. Il contrario di cattolico non è laico: il contrario di “cattolico” è “non cattolico”. Altrimenti, dovremmo dire che il Dalai Lama è un laico e che l’ayatollah Khomeini era un laico. E dovremmo anche dire che lord Acton e Frédéric Bastiat, essendo cattolici, non erano laici.

Un laico, invece, è uno che non si trova nello stato religioso, uno che non appartiene al clero secolare o regolare: vale a dire che non è un sacerdote o un monaco o un frate o una monaca o una suora. E neanche è un ayatollah o un lama, naturalmente. Laico è chiunque non si trovi a vivere in quegli stati particolari che ho detto, chi va a lavorare in fabbrica o in ufficio o in negozio, o a spazzare le strade o a fare il politico ecc. ecc. È una distinzione di stato, non di pensiero.

La contrapposizione laico/cattolico in cui la parola “laico” è usata come sinonimo di “non cattolico” esiste perché qualcuno ha voluto crearla e usarla proprio per sottolineare un certo tipo di differenza tra i cattolici e altre correnti di pensiero, che sarebbero migliori, più liberali, più adeguate ai desideri dell’uomo e così via. È una forma moderna del divide et impera, che oggi infatti si porta avanti attraverso le parole, ma anche un modo per cooptare tutti quelli che non amano le divisioni e la spada. E qualunque cattolico che si faccia prendere nella trappola di usare le parole così, dimostra quantomeno di non essere abbastanza sveglio per fare il politico. Se parlo la lingua di un altro, che non è la mia, è l’altro che vince, perché la sua lingua la sa usare meglio di me. Tanto più se l’ha inventata apposta per combattermi.

Dire che il contrario di “cattolico” è “non cattolico”, invece, è il primo passettino per superare la contrapposizione, beninteso a livello civile, sociale, politico. Perché? Per una questione di coscienza della propria identità, da cui poi viene tutto il resto.

Se io sono cattolica, ho un’identità precisa che non c’entra innanzitutto con la politica o la società o la civis ma c’entra innanzitutto con chi io sono. Per sapere chi sono, io ho dovuto incontrare qualcuno, che è Cristo attraverso il modo che ha scelto lui stesso, cioè la Chiesa e coloro che ne fanno parte. Questo vuol dire, essere cattolici. Tutto il resto viene dopo. Non sono meno cattolica per il fatto di ritenere che l’esistenza della Previdenza Sociale come istituzione statale è uno degli elementi di rovina del nostro Paese. (Penso anche che l’esistenza dell’INPS ostacoli gravemente, dal punto di vista educativo, i principi di sussidiarietà e solidarietà che sono tra le basi della dottrina sociale cattolica. Ma questo ora non c’entra.)

Allo stesso modo uno che è “non cattolico” dovrà per forza prendere coscienza di essere qualcosa d’altro oppure di essere un fantoccio in mano a chi sa usare meglio le parole. È insopportabile sentirsi definire con un appellativo negativo. Costui dovrà prendere coscienza di ciò che è, da cui poi scaturisce ciò che vuole per se stesso e per il mondo, se non può pararsi dietro alle parole dicendo “io sono un laico e i preti non li ascolto”. Chiunque dica qualcosa di giusto va apprezzato: a me è capitato perfino di essere d’accordo con Marco Pannella. Ok, è successo una volta sola e non si parlava di temi etici (altro strumento di divide et impera) ma, insomma, è successo.

Finché si continuerà a parlare di laici e cattolici come se “laico” fosse sinonimo di “persona comune” e “cattolico” di “uno che sa solo fare quel che gli dicono i preti”, nessuno avrà quella coscienza che dicevo, né i laici né (e questo è triste) i cattolici.

Non per nulla, don Giussani non vedeva una differenza tra “laico” e “cristiano” se non nello stato di vita. È un vero peccato che l’articolo Il “potere” del laico, cioè del cristiano non sia ancora disponibile via web. Ma lo sarà.

Che poi uno possa aver le idee confuse, non saper bene che cosa fare o come farlo, trovarsi in conflitto tra quel che è giusto e quel che è comodo, usare male di sé e degli altri, tutto questo fa parte della condizione umana: nessuno nasce imparato, diceva Totò, e il potere corrompe, diceva lord Acton. Purtroppo imparare quel che crediamo di sapere è la cosa più difficile che esista e un qualche potere, anche minimo, ce lo abbiamo tutti – e di solito lo usiamo male.

Fortuna che “difficile” non è sinonimo di “impossibile”.

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In risposta a una domanda. Nella nostra tradizione, il contrario di “laico” è “consacrato”. Nelle altre, però (buddismo, islam), non sono certa che sia così, perché non mi sembra che esista una consacrazione simile a quella che esiste nel cattolicesimo. Il che, peraltro, dimostra una volta di più che essere laici è questione di stato e non di pensiero.
In certi casi, il contrario di “laico” potrebbe essere “ecclesiastico”, però non è vero in tutti i casi.

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Persona umana

Aggiornamento: haha! ci sono arrivata! be’, meglio tardi che mai.

Per dire che una persona è umana, bisogna avere ovviamente il concetto che esista una persona non umana. Se no, che bisogno c’è di specificare?

Mi pareva poco probabile, tuttavia, che gli utilizzatori di questa espressione avessero in mente qualche visitatore extraterrestre.

Finalmente ho capito: è possibile dire “persona umana” perché esiste la “persona divina”. Ne esistono tre, per l’esattezza.

Vedi che vuol dire, diventare cattolici da grandi: ti mancano le parole.

In effetti, mi manca pure la categoria, perché “politicamente corretto” non mi sembra più adeguata.

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Chiedo scusa a chi usa questa locuzione
ma…
una
persona

animale vegetale o minerale
non credo proprio che esista.

persona
[lat. persona(m), dall’etrusco phersu ‘maschera’; 1219]
s. f.
1 Essere umano in quanto tale, individuo: […]
2 Essere umano in quanto membro della società, dotato di particolari qualità, investito di specifiche funzioni e sim.: l[…]
3 Corpo e figura umana: […]
4 (dir.) Titolare di diritti e di doveri […]
5 †Vita […]
6 Designazione con cui si indicano separatamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella Trinità: […]
7 (ling.) Categoria grammaticale basata sul riferimento ai partecipanti alla comunicazione e all’enunciato prodotto […]
8 †Personaggio: […]
|| personaccia, pegg. | personcella, dim. | personcina, dim. | personcino, dim. m. | personcione, accr. m.

(ma non è bello, lo Zingarelli? Qui c’era una quantità di esempi, li ho tagliati per non fare un lenzuolo.)

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