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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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Quando hai imparato a leggere?

Ultimamente mi ronza in testa ogni tanto una battuta di una fiction Rai che ho sentito la settimana scorsa. Non l’ho seguita perché dalle pubblicità&interviste m’era sembrata la fiera dello stereotipo – l’uomo violento e puttaniere, le “donne forti”, qualunque cosa significhi, e via dicendo – e i primi dieci minuti non m’hanno dato modo di cambiare idea; ma la segue mia sorella e a un certo punto della prima sera, entrata per bere, mi trovo nelle orecchie questa frase della protagonista (interpretata da Stefania Rocca): Non ho potuto imparare a leggere perché dovevo occuparmi del marito e dei figli.

Lì per lì ho solo pensato: Uffa, che minch… e me ne sono tornata a leggere in camera. Poi però mi sono resa conto che la faccenda era più grave di quanto non sembrasse. Confesso che mi ci è voluto qualche giorno e non capisco se è la vecchiaia o che, ma questa è un’altra storia.

Non ha il minimo senso dire che una donna non ha potuto imparare a leggere perché doveva occuparsi del marito e dei figli.

Perché non ha senso? Perché la normalità – concetto alieno oggigiorno, mi rendo conto – è che le persone imparino a leggere da bambini, se imparano. E quando dico normalità, non dico la normalità nostra oggi, ma la normalità di sempre. La cosa strana e anomala – e tanto più lodevole, ma pure questa è un’altra storia – è imparare a leggere da grandi, quando appunto hai marito e figli oppure fai il marinaio o il fuochista e così via. Ci sono anche esempi molto curiosi di simili… anomalie: ma questa storia la racconta Lucia.

Nelle civiltà in cui esiste la scrittura, si è normalmente cominciato a imparare da bambini. Perché? Perché da bambini s’impara più facilmente e si ha oggettivamente più tempo. Inoltre, se la cosa è utile, devi essere già in grado di usarla quando diventi grande, altrimenti sei sempre indietro rispetto agli altri.

Così, imparare a leggere da bambini è la normalità per una civiltà letterata (o porzione letterata di civiltà).

Ed era la normalità nell’Italia fascista, in cui quel personaggio era cresciuto. Ma anche ipotizzando che i genitori della signora non l’avessero mandata a scuola – cosa che non so quanto davvero succedesse nel Ventennio ma che è genericamente possibile – la motivazione da dare non era “marito e figli”; al massimo era “genitori stronzi”, ma più probabilmente “genitori poveri”.

Si potrebbe replicare che “si voleva rappresentare una storia che fosse, per così dire, universale”.

Possibilissimo.

Se fosse davvero così, però, prima di tutto non si mette la legge Merlin nei primi dieci minuti, perché chiudere i bordelli è tutto tranne che universale, tant’è vero che ogni tanto c’è una volpe desiderosa di farli riaprire: erano discutibili solo le marchette del Sacro Romano Impero, mica quelle delle democrazie moderne.

In secondo luogo, l’universalità non spiana la ragione, casomai il contrario: di solito le cose non universali sono anche più o meno irrazionali.

Da noi le spose bambine non hanno mai avuto successo, anche se poteva capitare, in passato, che ragazzine si sposassero a dodici anni. Ma erano eccezioni, non la regola. Di sicuro non erano la regola nell’Italia degli anni Cinquanta! Magari i bambini non imparavano a scrivere, è vero, ma perché si pensava che non fosse utile, non perché già da bambini erano occupati con le faccende da grandi. E valeva per i maschi quanto per le femmine. (Per avere ben chiaro che il discrimine è l’utilità, leggete la storia di Lucia per saperne di più.)

È grave, questa faccenda, o è solo fastidiosa?

A me pare grave in generale, perché mostra una marcescenza della narrativa, come l’avevo già vista nella miniserie de “I Medici”, per fare un solo esempio. Ho già detto che la fiction in oggetto m’è parsa la fiera dello stereotipo e la rappresentazione teatrale di qualunque tipo ha un grandissimo peso nel diffondere le idee (e di solito quelle false o sbagliate ne sanno profittare meglio, chissà come mai). Ovviamente, è grave nel particolare perché è una falsità voluta. Non credo proprio che qualcuno possa partorire per sbaglio una simile sciocchezza.

Ma potrei essere io quella “difettosa”! Magari va benissimo inventarsi la storia o inventarsi tratti di (in)civiltà che non sono mai stati nostri, ma di altre culture anche abbastanza distanti dalla nostra.

Poi oggi m’è capitato l’articolo di un professore italiano che abita e insegna a New York e ho capito che, almeno stavolta, non sono io.

PAOLO VALESIO, Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States, IlSussidiario.net, venerdì 28 aprile 2017

 

(No, Gabbani non c’entra! Riporto la “bio” dal Sussidiario:

Paolo Valesio, nato a Bologna nel 1939, tiene dal 2004 la cattedra Giuseppe Ungaretti a Columbia University, New York, Usa. Si laurea in lettere nell’Università di Bologna (1961) e ottiene successivamente la libera docenza in glottologia (1969). Dopo un periodo di studi e insegnamento presso Harvard University (1963-1966, 1968-1973), Valesio insegna a New York University come Associate Professor of Italian Studies (1973-1975); è poi nominato Professor of Italian Language and Literature a Yale University, dove insegna dal 1975 al 2004. È direttore della rivista internazionale di poesia Italian Poetry Review (Ipr); ha fondato e diretto per dieci anni (1993-2003) lo “Yale Poetry Group”; è presidente della giuria del Premio internazionale di poesia “Pietro Alinari” a Firenze. Oltre a numerosi saggi critici, articoli, racconti e poesie sparse e un atto unico in versi, ha pubblicato cinque libri di critica letteraria, due romanzi, una raccolta di racconti, una novella, e sedici volumi di poesia. È attualmente impegnato nella composizione simultanea di una trilogia di romanzi diaristici paralleli scritti da prospettive differenti.)

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Spiritualism, spiritismo

Una delle cose più insidiose per chi traduce da una lingua a un’altra – a qualunque livello, dalle scuole medie alla professione – sono i false friends, i falsi amici: parole che somigliano a quelle della nostra lingua madre ma che significano un’altra cosa. Un esempio classico è l’inglese patent, che significa “brevetto”; la patente di guida in inglese è driving license. Un altro è lo spagnolo aceite, che somiglia ad “aceto” ma è “olio”.

Mentre traducevo il Robert Browning di Chesterton, ho incontrato una coppia di f.f. che non avevo mai visto: la coppia spiritualism/spiritismo.

Il fenomeno che nacque negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento e portò a ballare innumerevoli tavolini di qua e di là dell’Oceano, in inglese si chiamò subito e si chiama ancora spiritualism; in seguito nacque il termine spiritism per indicare una parte specifica dello spiritualism. Spiritualism rimane comunque il termine di riferimento generale in inglese.[1]

In italiano invece lo chiamammo subito “spiritismo”. Perché? Probabilmente perché “spiritualismo” era già il nome di qualcos’altro e, siccome si trattava di due cose differenti nel livello, se non proprio nel contenuto di esperienza, usare lo stesso nome avrebbe generato confusione.

spiritualismo

[da spirituale, con -ismo; 1816]

s. m.

* Dottrina filosofica della seconda metà dell’Ottocento che, in opposizione al positivismo e allo scientismo, riafferma la trascendenza divina, il carattere spirituale della conoscenza e, in taluni pensatori, anche della realtà | (est.) Ogni dottrina filosofica che teorizza il primato dello spirito sulla materia: lo spiritualismo di Platone. CONTR. Materialismo.

 

spiritismo

[dall’ingl. spiritism, da spirit ‘spirito’ con -ism ‘-ismo’; 1863]

s. m.

1 Sistema mistico-religioso fondato sull’interpretazione di fenomeni medianici e paranormali rilevati, per la prima volta, ad Hydesville, presso New York, nel XIX sec. | Movimento mondiale che derivò da tale sistema.

2 Ipotesi interpretativa dei fenomeni metapsichici e paranormali | Pratica delle sedute spiritistiche, nelle quali, attraverso il medium, si prende contatto con gli spiriti e si determinano fenomeni paranormali.

 

Per il contenuto di esperienza, in effetti, si potrebbe dire che lo spiritualismo “contiene” anche lo spiritismo, visto che lo spiritismo non è materialistico e lo spiritualismo si oppone appunto al materialismo. Ma questo non vuol dire che sia vero anche il contrario, cioè che i filosofi spiritualisti siano tutti anche spiritisti.

L’italiano è una lingua logica e puntuale; non è un caso che noi abbiamo le due parole “liberalismo” e “liberismo” mentre in inglese ce n’è una sola, liberalism (il che a volte crea effettivamente un bel casino). Non è una mancanza della nostra lingua o della nostra cultura, come tendono a pensare certuni. Al contrario, è una ricchezza. Come tutte le ricchezze, va gestita come si deve, altrimenti diventa esagerazione e ti rovina la vita.

Spiritualismo o spiritismo?

Spiritismo, dunque, quando parliamo di medium, scrittura automatica e tavoli che ballano;

spiritualismo con l’iniziale minuscola se parliamo di Giovanni Gentile e dei suoi consimili (cioè filosofi);

se invece vogliamo parlare del fenomeno religioso che nacque nell’Ottocento (ed esiste tuttora), basato sulla comunicazione con gli spiriti, poiché l’inglese ha Spiritualism con la maiuscola, noi potremmo usare Spiritualismo con la maiuscola. Qui la confusione sarà evitabile solo grazie al contesto, perché anche lo spiritualismo filosofico a volte si indica con la maiuscola. Chesterton, però, nel Robert Browning parla sempre di spiritualism con la minuscola, cioè di spiritismo.

Ho notato che ogni tanto salta fuori, non solo nelle versioni di Chesterton, la traduzione di spiritualism/spiritismo con “spiritualismo”. Chissà, forse dipende dal fatto che la scelta di “spiritismo” per indicare tutti i fenomeni di contatto con l’aldilà è percepita come una scelta derisoria? E potrebbe anche esserlo. Alle scelte derisorie, però, non si rimedia appiccicando al fenomeno un altro nome, magari in maniera antistorica. (A proposito: il termine “cristiano” in origine era derisorio.)

Una volta che una determinata cosa abbia un nome, insomma, potremo anche trovare dei sinonimi collegati alla sua essenza ma non è utile darle nomi che creino confusione. Noi cattolici chiamiamo “Comunione” l’Eucaristia, perché essa ci unisce a Cristo, ma non chiamiamo “eucaristia legale” la comunione dei beni tra due coniugi. D’altra parte, mica vorremo cambiar nome all’Eucaristia e definirla, che so, “condivisione tribale” per il fatto che alcuni la considerano un segno di appartenenza al gruppo, come i tatuaggi che sono appunto tribali?

Questo modo di procedere – assecondare i false friends invece di cercar di capire se l’oggetto o l’esperienza ha già un nome consolidato – sembra una semplificazione e invece complica le cose.

La lingua è un fenomeno arbitrario: vuol dire che non esiste un motivo concreto per cui quella data cosa si debba chiamare “tavolo” anziché “gabinetto”. Questo però non significa che uno si alza la mattina e decide il significato delle parole: provate a dire a mamma/moglie/marito/figli Ti ho lasciato la colazione sul gabinetto e fate caso alla reazione.

Insomma, la lingua è arbitraria ma non è soggettiva, come dice il professor Rigotti.[2] È ciò che intendiamo quando diciamo che le lingue sono convenzioni: le convenzioni implicano sempre che almeno due persone siano d’accordo (in genere più di due) e non che ognuna faccia come vuole. Peccato che oggi questa cosa non sia più capita; anzi, c’è chi lavora attivamente contro di essa e c’è chi ci casca pensando che “tanto è uguale”.

Cambiare nome alle cose così come vien meglio non implica soltanto diventare incapaci di leggere i libri dell’Ottocento e del Novecento, come già siamo diventati incapaci di leggere il latino e il greco – e chissà poi a che dovrebbe servire l’alfabetizzazione in un panorama così?

Sembrerà esagerato ma, alla lunga, vuol dire non riuscire più a capirsi in nessuna occasione:

Ti ho cosato la cosa sul coso.

 

Mini-cronologia

1796. Primo utilizzo noto del termine spiritualism in inglese secondo il Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015

1816. Primo utilizzo noto del termine “spiritualismo” in italiano secondo lo Zingarelli 2008; andando in Google Libri e cercando “spiritualismo” nel XIX secolo, però, ho trovato un libro del 1804 che usa il termine due volte, in ambito religioso, e un altro testo del 1815 che usa il termine come se fosse già noto. Misteri del vocabolario!

1848. Inizio del fenomeno di comunicazione con gli spiriti (pure detto spiritualism) a casa della famiglia Fox, in Hydesville (NY), USA

Ne possiamo dedurre che gli usi precedenti a questo anno fossero filosofici o religiosi e non relativi al contatto con gli spiriti

1856. Primo utilizzo noto del termine spiritism (Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015)

1863. Primo utilizzo noto del termine “spiritismo” (Zingarelli 2008, non ho cercato altrove)

Insomma, visto che gli anglofoni avevano già inventato tutti e due i termini, noi abbiamo scelto di usare quello che creava meno confusione. Qualunque sia stato il motivo, non mi sembra una cattiva idea.

 

[1] Nel Merriam-Webster online, il lemma spiritism non ha definizione ma rimanda a spiritualism 2a.

[2] Rigotti E., Cigada S. (2004), La comunicazione verbale (par. 2.5.2), Apogeo, Milano.

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Parole impazzite: abuso

Dicevano gli antichi, in latino, che abusus non tollit usum, vale a dire, in italiano, che il cattivo uso di qualcosa non implica che la cosa non si debba usare affatto.

Il termine abuso indica un uso non corretto, eccessivo, anormale e così via; in breve “cattivo uso”, appunto, dove “cattivo” non implica innanzitutto un giudizio morale ma, come dire, tecnico. Bere vino va bene e fa bene, però bisogna rimanere entro certi limiti; superare i limiti fa male e ha conseguenze spiacevoli, come la cirrosi epatica.

abuso

[vc. dotta, lat. abusu(m), da abuti ‘adoperare, dilapidare’, da uti ‘usare’; 1336 ca.]

s.m.

1 Uso cattivo, illecito, eccessivo di qlco.: fare abuso del fumo, dell’alcol; abuso di titolo.

2 (dir.) Esercizio di un diritto in contrasto con lo scopo per il quale è stato attribuito | Abuso d’ufficio, reato commesso da pubblico ufficiale che procura a sé o ad altri un indebito vantaggio o che arreca ad altri un danno | Abuso di potere, esercizio del potere che va oltre i limiti previsti dalla legge | Abuso edilizio, qualsiasi trasformazione edilizia o urbanistica non autorizzata o comunque difforme rispetto agli atti che la legittimano o alla normativa vigente | Abuso di dipendenza economica, imposizione da parte di un’impresa economica di obblighi e condizioni contrattuali particolarmente gravose a un’impresa cliente o fornitrice, sfruttando il suo stato di dipendenza economica.

I comportamenti conseguenti a un abuso di alcool, naturalmente, sono anche un problema morale, ma ora questo non mi interessa.

Ora vorrei che fosse chiaro che le cose possono essere usate.

Certo, se puoi fare qualcosa non è detto che tu la debba fare per forza. Io sono del parere che le cose vadano usate se sono buone, cioè se servono, in qualche modo, a potenziare la propria umanità; non ritengo che si debbano usare solo perché si ha la possibilità di farlo o perché lo fanno tutti gli altri o per noia o perché ci si sballa o chissà che. Se però qualcuno vuol pasteggiare con acido prussico per l’ottimo motivo che può farlo, be’, son cose che uno deve decidere da sé.

Le cose “buone” si possono usare, con moderazione, o anche non usare – personalmente detesto la birra e nessuno potrà mai indurmi a berla solo perché è oggettivamente una cosa buona, una grande invenzione dell’umanità e ha un procedimento di fabbricazione intrigante. Ma insomma, va benissimo usare le cose quando sono buone.

Solo che non tutto ciò che esiste al mondo è “cosa”.

Uso e abuso, usare e abusare sono termini che vanno bene per le cose.

Di conseguenza, chiamare abuso lo stupro o le percosse a donne o bambini (o chiunque altro) a me pare che sarebbe da evitare con molta ma molta attenzione, perché donne e bambini e chiunque altro non sono cose.

Se l’abuso è un uso eccessivo o scorretto di qualcosa, infatti, parlare di “abuso”, cioè di uso scorretto, nei confronti delle donne o dei bambini stuprati o picchiati implica che comunque esista un uso corretto dei bambini e delle donne per scopi sessuali o di percosse; solo che a volte qualcuno esagera a usarli, cioè abusa e allora capitano gli stupri e così via.

Eh, no, mi pare che non ci siamo.

Non so chi abbia cominciato a servirsi di “abuso” e “abusare” per indicare questo tipo di comportamenti; posso immaginare che sia stato qualcuno secondo cui uno scapaccione ogni tanto non fa male e non è una percossa, ma questo è proprio un esercizio di immaginazione e non giustifica comunque il passaggio del termine dagli scapaccioni allo stupro (che oltretutto non è un modo per sensibilizzare circa l’inopportunità della violenza; è un modo per appiattire le percezioni).

Comunque sia, io non mi servo della parola “abuso” o del verbo “abusare” a questo scopo. Mi si allegano i denti anche solo a sentirle, specie l’espressione “bambini abusati”, perché lì, nel participio passato, vedo con chiarezza suprema quanto sia inadeguato il verbo che si è scelto.

Siccome per me le parole significano qualcosa e il loro significato è sempre legato a un’esperienza, perfino quando sono metafore o traslati, ce la metto tutta per non usare parole inadeguate.

Non è questa l’unica occasione. Allo stesso modo non uso “laico” per indicare chi non crede in Dio, perché è un uso ridicolmente improprio; “omofobia”, che propriamente significa l’esatto contrario di ciò che si vorrebbe farle dire;[1] “femminicidio”, perché omicidio è sufficiente per chiunque intenda l’uomo come “essere umano, che può essere maschio oppure femmina”.

Ma già, il punto è questo.

Forse prima o poi lo racconterò.

.

[1] Il termine “omofobia” si pretende che indichi il terrore irrazionale per chi è diverso, terrore che provoca odio. Ma la parola in sé, per chi sa come si formano le parole, significa invece “paura irrazionale di ciò che è uguale”.

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Misteri del pc

No, il computer non c’entra.[1]

Qui “pc” sta per ”politicamente corretto”: quell’entità intangibile e soffocante come le ceneri vulcaniche che da qualche giorno si sta rivoltando, simbolicamente e ironicamente, contro tutti quelli che l’hanno pompato negli ultimi decenni (ironia), rappresentati dal sindaco di Roma Ignazio Marino (simbolo).

A me pare veramente ridicolo che un sindaco abbia bisogno di permessi particolari per muoversi nella sua città ma tant’è, hanno voluto la bicicletta e ora gli tocca pedalare. Problemi loro. E pensare che il pc dovrebbe averlo inventato la destra americana… (ironia feroce del cosmo)

I misteri del pc che interessano me, invece, sono altri, come questo: perché mai bisognerebbe dire “nativi americani” anziché “indigeni americani”,  visto che i due termini significano la stessa cosa? Indigeno è uno che è nato in un certo luogo; nativo, anche. Infatti è uno dei sinonimi di “indigeno”, secondo lo Zingarelli.

indigeno
[vc. dotta, lat. indigenu(m), per indigena(m), da *endo-gena, comp. di endo– ‘dentro’ e –gena, dal v. gignere ‘produrre, generare’; 1499]
A agg.
* Che è originario del luogo: flora, fauna, popolazione indigena; prodotti indigeni | Cavallo indigeno, nell’ippica, cavallo nato nel Paese in cui corre e appartenente a una scuderia dello stesso.
B s. m. (f. -a)
1 Aborigeno, nativo: gli indigeni del Borneo | (est.) Selvaggio: vivere fra gli indigeni.
2 Cavallo indigeno: gara riservata agli indigeni.

Una possibile risposta: perché “indigeno” sa troppo di colonialismo.

Ecco, è così che il linguaggio ci sfugge di mano e la realtà anche. Un po’ come chiamare Voldemort “Colui-che-non-deve-essere-nominato”, per chi si interessa di cultura contemporanea.

 .

[1] A chi dovesse avere problemi con i misteri del pc come computer, consiglio il forum del sito Hardware Upgrade.

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Il contrario di “cattolico” è “laico”? No

La contrapposizione tra “laici” e “cattolici” non si potrà mai superare finché si continuerà a chiamarli così. Il contrario di cattolico non è laico: il contrario di “cattolico” è “non cattolico”. Altrimenti, dovremmo dire che il Dalai Lama è un laico e che l’ayatollah Khomeini era un laico. E dovremmo anche dire che lord Acton e Frédéric Bastiat, essendo cattolici, non erano laici.

Un laico, invece, è uno che non si trova nello stato religioso, uno che non appartiene al clero secolare o regolare: vale a dire che non è un sacerdote o un monaco o un frate o una monaca o una suora. E neanche è un ayatollah o un lama, naturalmente. Laico è chiunque non si trovi a vivere in quegli stati particolari che ho detto, chi va a lavorare in fabbrica o in ufficio o in negozio, o a spazzare le strade o a fare il politico ecc. ecc. È una distinzione di stato, non di pensiero.

La contrapposizione laico/cattolico in cui la parola “laico” è usata come sinonimo di “non cattolico” esiste perché qualcuno ha voluto crearla e usarla proprio per sottolineare un certo tipo di differenza tra i cattolici e altre correnti di pensiero, che sarebbero migliori, più liberali, più adeguate ai desideri dell’uomo e così via. È una forma moderna del divide et impera, che oggi infatti si porta avanti attraverso le parole, ma anche un modo per cooptare tutti quelli che non amano le divisioni e la spada. E qualunque cattolico che si faccia prendere nella trappola di usare le parole così, dimostra quantomeno di non essere abbastanza sveglio per fare il politico. Se parlo la lingua di un altro, che non è la mia, è l’altro che vince, perché la sua lingua la sa usare meglio di me. Tanto più se l’ha inventata apposta per combattermi.

Dire che il contrario di “cattolico” è “non cattolico”, invece, è il primo passettino per superare la contrapposizione, beninteso a livello civile, sociale, politico. Perché? Per una questione di coscienza della propria identità, da cui poi viene tutto il resto.

Se io sono cattolica, ho un’identità precisa che non c’entra innanzitutto con la politica o la società o la civis ma c’entra innanzitutto con chi io sono. Per sapere chi sono, io ho dovuto incontrare qualcuno, che è Cristo attraverso il modo che ha scelto lui stesso, cioè la Chiesa e coloro che ne fanno parte. Questo vuol dire, essere cattolici. Tutto il resto viene dopo. Non sono meno cattolica per il fatto di ritenere che l’esistenza della Previdenza Sociale come istituzione statale è uno degli elementi di rovina del nostro Paese. (Penso anche che l’esistenza dell’INPS ostacoli gravemente, dal punto di vista educativo, i principi di sussidiarietà e solidarietà che sono tra le basi della dottrina sociale cattolica. Ma questo ora non c’entra.)

Allo stesso modo uno che è “non cattolico” dovrà per forza prendere coscienza di essere qualcosa d’altro oppure di essere un fantoccio in mano a chi sa usare meglio le parole. È insopportabile sentirsi definire con un appellativo negativo. Costui dovrà prendere coscienza di ciò che è, da cui poi scaturisce ciò che vuole per se stesso e per il mondo, se non può pararsi dietro alle parole dicendo “io sono un laico e i preti non li ascolto”. Chiunque dica qualcosa di giusto va apprezzato: a me è capitato perfino di essere d’accordo con Marco Pannella. Ok, è successo una volta sola e non si parlava di temi etici (altro strumento di divide et impera) ma, insomma, è successo.

Finché si continuerà a parlare di laici e cattolici come se “laico” fosse sinonimo di “persona comune” e “cattolico” di “uno che sa solo fare quel che gli dicono i preti”, nessuno avrà quella coscienza che dicevo, né i laici né (e questo è triste) i cattolici.

Non per nulla, don Giussani non vedeva una differenza tra “laico” e “cristiano” se non nello stato di vita. È un vero peccato che l’articolo Il “potere” del laico, cioè del cristiano non sia ancora disponibile via web. Ma lo sarà.

Che poi uno possa aver le idee confuse, non saper bene che cosa fare o come farlo, trovarsi in conflitto tra quel che è giusto e quel che è comodo, usare male di sé e degli altri, tutto questo fa parte della condizione umana: nessuno nasce imparato, diceva Totò, e il potere corrompe, diceva lord Acton. Purtroppo imparare quel che crediamo di sapere è la cosa più difficile che esista e un qualche potere, anche minimo, ce lo abbiamo tutti – e di solito lo usiamo male.

Fortuna che “difficile” non è sinonimo di “impossibile”.

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In risposta a una domanda. Nella nostra tradizione, il contrario di “laico” è “consacrato”. Nelle altre, però (buddismo, islam), non sono certa che sia così, perché non mi sembra che esista una consacrazione simile a quella che esiste nel cattolicesimo. Il che, peraltro, dimostra una volta di più che essere laici è questione di stato e non di pensiero.
In certi casi, il contrario di “laico” potrebbe essere “ecclesiastico”, però non è vero in tutti i casi.

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Persona umana

Aggiornamento: haha! ci sono arrivata! be’, meglio tardi che mai.

Per dire che una persona è umana, bisogna avere ovviamente il concetto che esista una persona non umana. Se no, che bisogno c’è di specificare?

Mi pareva poco probabile, tuttavia, che gli utilizzatori di questa espressione avessero in mente qualche visitatore extraterrestre.

Finalmente ho capito: è possibile dire “persona umana” perché esiste la “persona divina”. Ne esistono tre, per l’esattezza.

Vedi che vuol dire, diventare cattolici da grandi: ti mancano le parole.

In effetti, mi manca pure la categoria, perché “politicamente corretto” non mi sembra più adeguata.

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Chiedo scusa a chi usa questa locuzione
ma…
una
persona

animale vegetale o minerale
non credo proprio che esista.

persona
[lat. persona(m), dall’etrusco phersu ‘maschera’; 1219]
s. f.
1 Essere umano in quanto tale, individuo: […]
2 Essere umano in quanto membro della società, dotato di particolari qualità, investito di specifiche funzioni e sim.: l[…]
3 Corpo e figura umana: […]
4 (dir.) Titolare di diritti e di doveri […]
5 †Vita […]
6 Designazione con cui si indicano separatamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella Trinità: […]
7 (ling.) Categoria grammaticale basata sul riferimento ai partecipanti alla comunicazione e all’enunciato prodotto […]
8 †Personaggio: […]
|| personaccia, pegg. | personcella, dim. | personcina, dim. | personcino, dim. m. | personcione, accr. m.

(ma non è bello, lo Zingarelli? Qui c’era una quantità di esempi, li ho tagliati per non fare un lenzuolo.)

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