Archive for punteggiatura

… (puntini di sospensione)

Esiste un equivoco curiosissimo in questo tempo di social network ed è quello dei puntini di sospensione.

Spesso si vedono commenti stracarichi di … Due parole e … Un’affermazione netta e poi … Spero si capisca che questi miei “…” vanno letti a voce: “puntini di sospensione”.

Di fronte a questa inondazione di… molti sottolineano l’incapacità grammaticale e comunicativa dei nostri figlioli. Ma qui sta l’equivoco e io ci ho messo un certo tempo a comprendere qual è veramente il punto della questione.

Il punto è che i … perlopiù non vengono utilizzati per indicare la sospensione, come è nella loro natura. Vengono usati per distanziare le frasi e le parole. Si capisce meglio quando anziché solo 3 ne mettono  5, 6, 7. L’effetto è quello di uno che parli a singulti ma l’intenzione è quella di rendere più leggibile il testo, specie su uno schermo piccolino.

Non dico che non esista un problema di scarsa capacità comunicativa. Esiste. Come minimo, queste persone non hanno idea di come movimentare un testo per renderlo leggibile senza usare lo strumento sbagliato. Ma in realtà il problema è ormai parecchio sopra al minimo.

Trovo però abbastanza temerario dedurre che uno non sappia ragionare dal fatto che usa puntini di sospensione o frasi brevi. (A parte che l’utilizzo come distanziatori dice comunque di una certa creativa duttilità; peccato solo per l’effetto orripilante.)

Che i ragazzi – e gli adulti – non sappiano ragionare lo si capisce da quello che dicono, non da come lo dicono. E non è un’ipotesi, questa, è proprio l’esposizione di un fatto: tra fallacie, superstizioni e titolese, il raziocinio italiano è quasi scomparso, insieme al senso estetico della nostra bella lingua cantante. Ma la causa non sono i puntini o le virgole a spaglio o i punti esclamativi. E non sono nemmeno sintomi. Al massimo sono conseguenze.

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Ma come! Quando le virgolette ci vorrebbero, non ce le mettiamo?

Un quotidiano online a cui sono affezionata ha da qualche anno un titolista che mette virgolette praticamente in ogni titolo. Secondo me, è una malattia: anche quando il titolo è corretto (questo capita spesso ed è molto, vista la scarsa qualità generale dei titoli di quotidiano in Italia), le orrende virgolette stanno sempre lì a decorare un qualche termine che magari non ne avrebbe nessun bisogno.

Così, stamane sono rimasta di stucco quando ho visto un titolo in cui mancavano le virgolette e invece era d’obbligo metterle:

TERREMOTO NEPAL/ È colpa dell’India. E non è finita

L’articolo, di tipo scientifico, è interessante e fa capire varie cose, inclusa l’assurdità di ritenere responsabili gli scienziati se si verifica un terremoto e le persone muoiono. I sismologi saranno anche sventati quando pretendono di dire “state tranquilli, non c’è da preoccuparsi” ma le azioni di fronte al pericolo possibile e probabile sono competenza di altri, non degli scienziati.

È il solito problema dei giornali italiani: il titolo dice una cosa e l’articolo un’altra. Non sono gli autori a definire i titoli, di solito: il titolo è un’operazione di marketing. La pessima titolazione è anche uno dei motivi per cui molti sono stufi dei quotidiani e non li leggono più, ma vai a farglielo capire…

Ma insomma, stavolta le virgolette erano proprio un obbligo grammaticale. Le virgolette indicano che la parola usata non è esattamente il nome preciso della cosa di cui si parla ma che c’è un uso in qualche modo forzato, improprio. Per questo vanno evitate il più possibile, perché sanno di sciatteria. Ma quando ci vogliono, bisogna usarle!

Innanzitutto, un terremoto non è colpa di nessuno, perché la colpa presume una coscienza. Noi siamo abituati a confondere colpa e responsabilità, ma entrambe comunque presuppongono una coscienza, cosa che le zolle tettoniche e le faglie sismiche non hanno. Al massimo si potrebbe dire che morti e devastazioni sono colpa delle amministrazioni miopi e in questo caso le virgolette non ci vorrebbero: perché le misure antisismiche sono proprio compito di amministrazione e politica.

In secondo luogo, anche scrivere È “colpa” dell’India sarebbe stato improprio, benché meno grave. Le virgolette sarebbero state al loro posto ma l’India no. Capisco che uno abbia pochi caratteri disponibili, per i titoli, ma quelli che scrivono dovrebbero avere abbastanza padronanza da saperli usare dignitosamente, per pochi che siano.

Il nome India, così come Italia o Nigeria o California o Tahiti, può indicare due cose:

a) un luogo geografico ben individuato sulla superficie terrestre (o lunare o quel che sia);

b) un’entità politica ben individuata tra altre entità politiche.

I luoghi geografici non hanno alcuna colpa dei terremoti, non solo perché non hanno coscienza ma anche perché i terremoti, per superficiali che possano essere, non sono fenomeni di superficie. Un esempio è questo: se faccio un lago, modifico il clima di una zona, perché il clima è un fenomeno che si verifica sulla superficie, ma non provoco un terremoto; posso invece provocare un terremoto operando sottoterra, come nel fracking. Ma la colpa non è comunque della geografia.

Al contrario, le entità politiche la responsabilità e la colpa di qualcosa ce la possono avere, altroché! Non di un terremoto in sé, è chiaro, ma delle sue conseguenze: crolli (ci sarà pure un motivo se edifici nuovi crollano come castelli di sabbia e il Palazzo dei Priori è ancora in piedi), morti, inadeguatezza delle strutture di soccorso, mancanza di strade per muoversi e portare soccorso e così via. Sono tutte possibili colpe, anche se non tutte della stessa categoria.

Allora, scrivere che È colpa dell’India senza virgolette equivale a dire che l’India come nazione dotata di responsabilità c’entra qualcosa con il terremoto e/o con le sue conseguenze. L’articolo dice altro: dice che è la placca indiana a muoversi verso nord e questo causa i terremoti. Questa è roba che ho studiato perfino io a scuola, vale a dire molti anni fa. Lì per lì mi sono anche stupita  che un Paese a rischio come il Nepal non avesse strutture un po’ migliori ma dopotutto è un Paese povero e un terremoto così non si verificava da ottantadue anni… avranno pensato che i soldi servivano altrove (a parte la corruzione, che non manca da nessuna parte, anche se gli italiani pensano che ci sia solo qui).

In definitiva, il titolo è sbagliato. Se è volutamente sbagliato, si tratta della solita operazione di marketing, che può funzionare oppure no (io l’avrei letto lo stesso, per esempio; ma mi suggerisce che la… virgolettite del titolista non sia una malattia, dopotutto); se non è sbagliato di proposito, potremmo pensare che il titolista fosse distratto da altro, magari è innamorato!

In ogni caso, è un ottimo esempio di quando le virgolette devono essere usate – se proprio uno non ha la fantasia per ideare un titolo migliore.

Già che siamo a parlare di Nepal, ci sono alcune modalità di possibile aiuto, a parte, come sempre, pregare.

 http://www.vita.it/it/article/2015/04/27/la-mobilitazione-per-il-nepal-come-aiutare/133923/

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Che e virgole

In italiano i pronomi relativi sono “chi”, usato per le persone, e “che”, usato per tutto il resto. Entrambi possono essere sostituiti con “il quale” o “la quale” ma queste due espressioni sono molto meno utilizzate, anche perché tendono a irrigidire la frase (non sempre, ovviamente).

Prima del pronome relativo “che” ci vuole la virgola oppure no?

Questo è un problema a cui non avevo mai pensato – probabilmente l’ho sempre risolto d’istinto – finché non ho letto che esiste anche in inglese, dove oltretutto hanno due parole diverse per il pronome relativo: that e which. A volte mi sorprende la somiglianza di lingue che paiono del tutto diverse.

La risposta alla domanda è uguale nella logica per entrambe le lingue, anche se è materialmente diversa a causa della differenza di parole.

Ci possono essere casi in cui la presenza della virgola è indifferente ma spesso, invece, la virgola fa proprio la differenza. Rispetto agli inglesi noi siamo fortunati, in questo caso (e in molti altri simili), perché il pronome è uno solo: in inglese, a seconda del senso, non solo ci vuole la virgola oppure no ma anche il pronome cambia.

La virgola prima di un pronome relativo indica che Leggi il seguito di questo post »

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Dogmatismo

Ho ricevuto, nel post Iniziare una frase con “tuttavia”, “ma”, “però”, il commento che segue, riferito ad un commento già presente:

Inviato il 22/03/2011 alle 3:03 pm

Beh lasciamo perdere come scrivono gli avvocati che mi vien da ridere..:P Il termine “tuttavia” e’ una congiunzioneper cui il punto che metti nella frase dell’esempio e’ totalmente illogico e grammaticalmente sbagliato visto che stai continuando a dire la stessa cosa con una congiunzione avversativa. “il debitore si impegnava a pagare quanto prima, tuttavia, trascorsi ben x mesi dal sorgere dell’obbligazione, egli era ancora inadempiente e perseverava in tale deplorevole comportamento…” cosi’ e’ in italiano. Nel caso in cui vuoi mettere il punto li allora sposti “tuttavia” dopo il verbo, “trascorsi ben x mesi dal sorgere dell’obbligazione, egli era tuttavia ancora inadempiente…”.

Ciao!

L’ho riportato qui, pari pari come è stato scritto, per un motivo semplice, perché mi serve da esempio.

Non dirò niente del rivolgersi rudemente ad un mio ospite senza aver letto il mio post – in cui è scritto ciò che il commento riporta, perciò che bisogno c’era di commentare? e l’eccezione è ben giustificata, perciò che senso ha spiaccicare lì una regoletta da quarta elementare? Tacerò anche del misero senso delle convenienze necessario per scrivere un simile commento dopo che io stessa ho risposto “grazie, è un ottimo esempio”.  Quel commento mi serve, invece, per chiarire qualcosa riguardo al blog.

Io scrivo i post e faccio il mio lavoro cercando di spazzar via il dannato dogmatismo che ammorba l’insegnamento e l’uso della lingua italiana non meno della sciatteria. L’uomo, diceva Chesterton, è un animale che produce dogmi, e mi sta bene ma vediamo di non esagerare.

Cercherò ora di illustrare il concetto continuando ad usare lo stesso esempio.

Non c’è niente di “totalmente illogico” o di “grammaticalmente sbagliato” nell’usare la congiunzione dopo un punto fermo. Ci può essere, invece, molto di inopportuno, come dicevo nel post.

Nel caso in esame, però, non c’è neanche l’inopportunità: è semplicemente un modo voluto di sottolineare l’avversativa. La punteggiatura infatti – che nasce assai dopo la scrittura – ha due scopi, logica ed espressione, e in questo caso vince lo scopo di espressione: mettere “tuttavia” in quella posizione lì aumenta di molto l’espressività della frase.

Usare una congiunzione dopo un punto fermo è certo un modo più pertinente al linguaggio colloquiale che a quello puramente scritto; nel post sottolineavo anche i rischi che comporta l’iniziare una frase, discorrendo, con una congiunzione avversativa. Invito però l’autore del commento a ricordare che gli avvocati sono gente che essenzialmente parla. Anzi, gli esseri umani sono gente che essenzialmente prima parla e poi scrive. Non sono mai esistite lingue vive che siano nate scritte: solo le lingue artificiali nascono così.

Riepilogo e conclusione. Niente dogmatismo a casa mia. Oltre a questo, non mi piace che si contrappongano regolette scolastiche a ciò che scrivo, visto che non solo questa non è la scuola dell’obbligo – siamo qualche passo più avanti – ma di ciò che scrivo ho sempre dato le ragioni e, quando opportuno, le fonti.

C’è troppa smania, in giro, di dire la propria opinione senza averci prima riflettuto ben bene. Lo ascolto e lo leggo, nei telegiornali e nei quotidiani non meno che nei blog e nei discorsi delle persone: non ne faccio dunque una colpa a chi ha scritto quel commento perché so bene che ha dei pessimi esempi davanti.

Favorire in alcun modo questo atteggiamento, però, lo ritengo diseducativo. Ergo, ho disattivato i commenti.

Riflettere su ciò che scrivo senza aver la possibilità di replicare spensieratamente può condurre, se uno è leale e se gli interessa, a comprendere che quella che si ritiene la propria opinione, o magari la verità in merito alla lingua italiana, non è affatto l’opinione propria (e tanto meno la verità) ma è quella di qualcun altro – la maestra delle elementari, la professoressa delle medie, il famoso docente dell’università, il giornalista, lo scrittore, il conduttore televisivo – al quale abbiamo ritenuto opportuno affidare il nostro giudizio, così da non fare fatica. Non è un buon affare: se affidiamo il nostro giudizio, e soprattutto i criteri di giudizio, a qualcun altro, siamo degli alienati.

(Questo naturalmente non vuol dire che, per non essere alienati, il nostro giudizio debba essere diverso da quello di chiunque altro: in questo caso, saremmo alienati e psicotici.)

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Punteggiatura, perché?

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Tempo fa ho riportato qualche aneddoto sulla punteggiatura (qui).

La punteggiatura, o interpunzione, serve a farsi capire con la maggior chiarezza possibile: ha una funzione che è di tipo logico e un’altra che è di tipo espressivo. A volte le due funzioni non vanno d’accordo ma non è un buon motivo per non impararle entrambe, come sembra credere qualcuno.

La punteggiatura è la traduzione grafica, visiva, non solo dei collegamenti logici tra le parti del discorso ma anche delle pause e delle sfumature di tono che usiamo o abbiamo usato o che useremmo parlando. Secondo la mia grammatica di greco antico (*), la punteggiatura e gli spazi tra le parole furono inventati, per quella lingua, insieme alla scrittura minuscola, quando dal papiro si passò ad utilizzare la pergamena, che era molto più costosa. Fino ad allora si era scritto in maiuscole e senza spazi né segni d’interpunzione.

(So che non sembra del tutto logico: se ho problemi di spazio
che faccio, aggiungo spazi? Parrebbe meglio di no.
Invece, a farlo, si scopre che funziona.)

Secondo me, quelli che cominciarono a usare spazi e punteggiatura erano soprattutto stufi di leggersi Platone in testo maiuscolo continuo. Questa è una mia idea, priva di evidenze scientifiche.  Però…

Anticamente non esistevano tutti i segni che oggi conosciamo. All’inizio, anzi, non ne esisteva nessuno, non c’erano spazi tra le parole e i testi erano scritti coi segni che noi chiamiamo “maiuscole”. Per avere un’idea di quel che vuol dire, ecco qua un assaggio di scriptio continua:

NEITEMPIANTICHILALETTURAERASOPRATTUTTOFATTAADALTAVOCEDISOLITOABEN
EFICIODIQUALCUNALTROILCHERENDEVANECESSARIOSAPERCAPIREERIPRODURRELA
GIUSTAESPRESSIONEEQUESTONONETANTOFACILESENONSIUSANODEISEGNICHEAIUTI
NOESEANCHEPERALCUNIFOSSESTATOFACILEDISICURORIMANEVAFATICOSO

Nei tempi antichi la lettura era soprattutto fatta ad alta voce, di solito a beneficio di qualcun altro, il che rendeva necessario saper capire e riprodurre la giusta espressione. E questo non è tanto facile se non si usano dei segni che aiutino; e se anche per alcuni fosse stato facile, di sicuro rimaneva faticoso.

Provate a immaginare la prosa di Platone al posto della mia e avrete un’idea, ancora vaga, di quel che dovevano patire i poveri lettori dell’antichità.

Pian piano, dunque – è sempre la mia ipotesi – gli scrittori e i grammatici inventarono dei segni che aiutassero ad esprimersi. All’inizio erano pochi. I primissimi segni di interpunzione furono punti: alti, intermedi, bassi o anche a gruppetti di tre. È per questo che l’insieme di questi segni lo chiamiamo punteggiatura o anche interpunzione: il punto è il capostipite.

Ecco i comuni segni di interpunzione della lingua italiana:

.           punto (o punto fermo)
?          punto interrogativo
!           punto esclamativo
,           virgola
;           punto e virgola
:           due punti
’           apostrofo
“ ”      virgolette alte doppie (o inglesi)
( )        parentesi tonde
–           trattino

Altri segni sono meno comuni, spesso perché sono limitati a un certo tipo di testo o perché li abbiamo importati da altre lingue, per esempio:

« »       virgolette a caporale
‘’         virgolette semplici
…        puntini di sospensione
[ ]        parentesi quadre
[. . .]  o […]     omissione di testo da una citazione
–          lineetta
*          asterisco
***      tre asterischi
/           barra

.

 

Curiosi riguardo alla punteggiatura nella storia dei libri?

Barbier, F. (2004), Storia del libro: dall’antichità al XX secolo, Edizioni Dedalo, Bari.

.

.

(*) Marucco, D. e Ricci, E. (1976), Grammata, vol. I. Grammatica greca, Edizioni Cremonese

 

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Multimedia, parole e punteggiatura

Multimedia è una parola inglese costruita con due termini latini: multi, che indica l’abbondanza di qualcosa (da multus, molto) e media, che significa mezzi, strumenti (è il plurale di medium).

Secondo lo Zingarelli la parola è entrata nella nostra lingua nel 1972 e si pronuncia multimèdia. Il Merriam-Webster ci dice che il sostantivo multimedia è nato nel 1950 e l’aggettivo nel 1962.

Questa è la definizione del sostantivo dal Merriam-Webster Online (link nella colonna a destra, capitolo Lingue):

Main Entry: 2multimedia

Function: noun plural but singular or plural in construction

Date: 1950
: a technique (as the combining of sound, video, and text) for expressing ideas (as in communication, entertainment, or art) in which several media are employed; also : something (as software) using or facilitating such a technique

Ora, c’è qualcosa di notevole nel fatto che una parola sia inventata ai giorni nostri: è difficile sbagliarsi sul suo significato. L’ideatore di multimedia potrebbe essere ancora vivo oppure no ma probabilmente lo era quando la parola fu inserita nel dizionario.

Multimedia è l’utilizzo di più mezzi (o strumenti, a me piace la parola strumento) per comunicare idee. Non serve per chiedere pane e Nutella alla mamma o cose del genere.

Le idee si costruiscono con le parole. C’è qualcuno che voglia sostenere il contrario? Le parole ci servono per formulare le idee, anche se poi decidiamo di comunicarle con altri mezzi, per esempio le immagini.

Ne consegue, mi pare, che il linguaggio multimediale non è alternativo a quello verbale, al massimo si può dire che è complementare. Eppure leggiucchiando qua e là a volte pare proprio che ci sia chi sostiene una alternatività.

D’accordo, usiamo immagini e video…. ma se la videocamera ha un problema, al tecnico come glielo spieghiamo, coi disegni? A gesti? E se siamo al telefono?

Pensare di sostituire le parole con i multimedia è ridicolo: oltretutto nei multimedia rientrano anche le parole.

Le parole e la grammatica e la punteggiatura sono parte dei multimedia. La punteggiatura è un elemento multimediale, poiché traduce visivamente ciò che noi, parlando, esprimiamo con suoni e pause. È vero che ormai la diamo per scontata ma, a pensarci, il primo scrittore ad usare la punteggiatura, tanti secoli fa, inventò la multimedialità, rispetto a quanto avevano fatto i suoi colleghi fino a quel momento.

Ho dunque deciso che
la prossima serie
sarà dedicata alla
punteggiatura
.

Continua

.

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Punteggiatura

La punteggiatura è un po’ come i nomi.

Ecco alcuni esempi di uso e refuso che riguardano la punteggiatura.

1. Il soldato e la Sibilla

In tempi lontani, un soldato che doveva partire per la guerra andò al santuario della Sibilla cumana per sapere che cosa ne sarebbe stato di lui. La profetessa gli rispose:

ibis redibis non morieris in bello

Ora, se metto la punteggiatura dopo i primi due verbi, “ibis, redibis, non morieris in bello” vuol dire “andrai, tornerai, non morirai in guerra” – ma se metto la seconda virgola dopo non, il significato di “ibis, redibis non, morieris in bello” è “andrai, non tornerai, morirai in guerra”.

La Sibilla doveva esser davvero brava con la voce, per non far capire dov’era la virgola.

2. Donne e uomini

Esempio che mi raccontò l’insegnante di Business English quando studiavo inglese a Malta.

Provate a mettere la punteggiatura a questa frase:

woman without her man is nothing

Sembra che gli uomini la mettano così: woman, without her man, is nothing (la donna, senza il suo uomo, è niente) e le donne invece in quest’altro modo: woman: without her, man is nothing (la donna: senza di lei, l’uomo è niente).

3. Il maestro e l’ispettore

Il mio preferito, forse perché è in italiano o perché è il primo che ho conosciuto o anche per entrambi i motivi: un aneddoto che riguarda Renato Fucini e la sua attività di regio Ispettore scolastico.

Nel suo lavoro di controllo dell’andamento delle scuole nel Regno d’Italia, nuovo quasi di zecca, un giorno Renato Fucini capitò in una scuola della campagna maremmana e, come era suo dovere, interrogò gli scolari e fece far loro dei compiti scritti.

Alla fine dell’ispezione, prese da parte il maestro e gli raccomandò di far lavorare di più gli allievi sulla punteggiatura. Il maestro rispose che, vista la situazione generale (la Maremma era una delle aree più depresse d’Italia), guardare le virgole non gli pareva poi così importante: i problemi erano ben altri.

Fucini rimase un momento sovrappensiero: poi si avvicinò alla lavagna e scrisse:

Il maestro dice: l’Ispettore è un asino

Il poveruomo diventò paonazzo e si affrettò a dire che no, lui non intendeva niente del genere e che il signor Ispettore doveva scusarlo se si era espresso male, non era sua intenzione offenderlo. Nel frattempo gli allievi guardavano e tacevano, ridacchiando sotto i baffi (qualcuno ce li aveva già) e senza saper bene che pensare.

Fucini, da uomo garbato, non lasciò il maestro nell’imbarazzo. Riprese il gesso e scrisse:

Il maestro, dice l’Ispettore, è un asino

Era garbato, infatti, non benaltrista.

Dallo Zingarelli 2008

benaltrismo [da ben altro; 1991] s. m.
* Nel linguaggio giornalistico, atteggiamento di chi, spec. in politica, tende a non occuparsi di qlco. sostenendo polemicamente che ben altri sono i problemi da affrontare.

4. Che cosa fa un panda in un bar?

Un panda entra in un bar. Ordina un sandwich, lo mangia, tira fuori una pistola, spara su tutti i presenti e fa per uscire.

“Perché?” gli chiede l’unico sopravvissuto mentre il panda è sulla porta. Il panda si gira e gli mostra un libro sugli animali selvaggi:

Panda. Mammifero di grossa taglia, bianco e nero, simile all’orso.

Mangia, spara e se ne va. (Eats, shoots and leaves)

Fare il correttore di bozze comporta responsabilità maggiori di quanto possa sembrare.

5. Questione di vita o di morte

Da Impariamo l’italiano di Cesare Marchi, sesta edizione Supersaggi BUR, 1993 (pag. 23):

[…] qualcuno alla virgola dovette la vita. Presentando al suo re la domanda di grazia d’un condannato a morte, il ministro di giustizia vi aggiunse la postilla:

“Grazia impossibile, fucilarlo”.

Ma il sovrano, clemente, presa la penna cancellò la virgola del ministro e ne aggiunse una sua, dopo la prima parola, sicché risultò la frase:

“Grazia, impossibile fucilarlo”.

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