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Un danno delle quote rosa

Quest’anno a Perugia ci sono le elezioni comunali.

Io ho, come criterio elettorale, quello di votare le persone, non i partiti. Solo se il partito a cui appartengono mi pare molto ma molto nocivo, evito di votare una persona che pure stimo. Succede anche il contrario: se il partito in genere mi piace, ma candida persone indegne, io non le voto.

Stavolta non mi si presentano questi dilemmi. Ho due amici, persone che conosco bene e so essere oneste e disposte a far le cose come si deve; del resto sono entrambi consiglieri uscenti e hanno operato bene in passato.

Disgraziatamente sono entrambi maschi.

E io non li posso votare entrambi.

Posso esprimere due preferenze, cioè posso votare due persone, se però le due persone sono nella stessa lista devono essere di sesso diverso. E i miei amici si trovano, casualmente, nella stessa lista.

Ora, esclusa l’ipotesi peregrina che uno dei miei amici sia disposto a cambiare sesso – non sono dediti al bene comune fino a quel punto – io sono costretta a scegliere solo uno dei due.

Non conosco nessuna delle donne che si presentano con loro, così di base non ne posso votare nessuna. È ovvio che potrei chiedere a ognuno dei mie due amici un consiglio su quale signora votare, ma il punto non è questo. Il punto è che sarei costretta a rinunciare a una persona che conosco, votandone casomai una che non conosco, perché qualcuno ha deciso che sarebbe una buona cosa avere più donne di qua o di là… anche a rischio di metterci delle incompetenti o perfino delle perfette oche, purché abbiano una vagina (e non m’è ancora chiaro se valgano solo quelle congenite o pure quelle comprate; ma diciamo che si tratta di un problema minore).

Le ”quote rosa” hanno di positivo che spingono, almeno in teoria, a scegliere persone migliori da mettere nelle liste.

Purtroppo questa è veramente solo teoria, perché non è affatto detto che la donna migliore sia disposta a rompersi le tasche in Consiglio comunale o in posti analoghi. Magari preferisce fare altro. Hai visto mai che accada per le donne quel che diceva Chesterton degli uomini (ai tempi suoi in politica c’erano solo maschi)?

 

Il vero male del nostro sistema partitico è di solito espresso nella maniera sbagliata. Fu espresso nella maniera sbagliata da lord Rosebery quando disse che esso impediva agli uomini migliori di dedicarsi alla politica e che incoraggiava uno scontro fanatico. Dubito che gli uomini migliori si dedicherebbero mai alla politica. Gli uomini migliori si dedicano a maiali e bimbi e cose del genere.
G.K. Chesterton, L’elettore e le due voci, 1912 (traduzione mia)

 

Si tratta di un dubbio legittimo. Poi, comunque, ci sono anche le eccezioni, come questa (anche se qui si tratta di elezioni europee).

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Dazione

Siamo a posto, in tv hanno trovato un nuovo tormentone: la dazione. L’ho già sentito quattro volte in diciotto ore, parte delle quali l’abbiamo passata a dormire sia io che loro.

La parola di suo ha tutte le carte in regola, intendiamoci. La usavano già ai tempi di Dante e Petrarca. Probabilmente fu inventata proprio allora.

Adesso è un termine del linguaggio giuridico. Sarebbe eccellente e mirabile cosa lasciarlo lì, per evitare l’effetto “rossetto sulle rughe”. In altre parole, avendo ormai ampiamente demolito la nostra lingua, a usare un termine come “dazione” nel parlare quotidiano si rischia il ridicolo…

 

dazione
[vc. dotta, lat. datione(m) ‘il dare’; 1309]
s. f.
1 †Atto del dare | Dazione dell’anello, cerimonia del matrimonio.
2 (raro) Consegna | (dir.) Dazione in pagamento, soddisfacimento del credito mediante consegna, col consenso del creditore, di cosa diversa da quella dedotta in obbligazione | (eufem.) Compenso illecito, tangente.

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Né Pannella né Ramadan: il digiuno cattolico

Oggi è il Mercoledì delle Ceneri, il primo giorno della Quaresima per i cattolici di rito romano.

Una delle tre caratteristiche della Quaresima è il digiuno, insieme alla preghiera e alle opere di carità (tradizionalmente “elemosina”, ma l’elemosina riguarda i quattrini mentre le opere di carità offrono spunti più ampi).

Quando diciamo “digiuno” in questo trittico intendiamo digiuno e astinenza, che sono due cose differenti ma collegate. Sono anche due delle cose meno comprese, probabilmente, sia nel significato sia nel contenuto stesso. Io per esempio mi trovo quasi da capo ogni anno e sì che so dove guardare!

Molti pensano al digiuno cattolico come a una specie di Ramadan ma non è proprio così. Non lo è nella forma ed è anche diverso nello scopo; per noi è preparazione alla Pasqua, infatti, ma loro la Pasqua non ce l’hanno. Tantomeno è una specie di sciopero della fame alla maniera di Marco Pannella. Ho sempre pensato che queste idee nascessero dal termine “digiuno”, ma ora mi sono accorta che forse non è così.

 

Di per sé, digiuno significa non prendere né cibo né bevande e non l’ha certo inventato la Chiesa. O per motivi sanitari o per motivi ascetici o per motivi di preghiera, il digiuno volontario esiste probabilmente da quando esistono le religioni. Magari perfino da prima, chissà.

Noi comunque lo facciamo per motivi di preghiera. Senza preghiera il digiuno non vale niente.

 

Le regole attualmente sono queste:

III. § 1. La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, non però l’uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento anche di grasso di animale.

§ 2. La legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate.

— S.S. Paolo VI, Costituzione Apostolica Paenitemini, 17 febbraio 1966

 

Questo significa, per esempio, una ricca colazione e poi pranzo e cena frugali, oppure il pranzo come pasto principale mentre la colazione e la cena saranno leggere, o anche una cena normale (senza carne, si capisce: i giorni di digiuno sono anche di astinenza) con la colazione e il pranzo più modesti. Ovviamente, niente spuntini tra un pasto e l’altro, però si può bere acqua. Eccezioni per le condizioni particolari, oltre che per vecchi e bambini.

 

IV. Alla legge dell’astinenza sono tenuti coloro che hanno compiuto i quattordici anni; alla legge del digiuno invece sono obbligati tutti i fedeli dai ventun anni compiuti [adesso è diciotto, la maggiore età] ai sessanta incominciati. Per quanto riguarda, poi, coloro che sono di età inferiore, i pastori d’anime ed i genitori cerchino con particolare cura di formarli secondo un autentico spirito di penitenza.

ibidem

 

Certo, se oggi vai a dare del vecchio a uno di sessant’anni, magari ti salta in testa. Mi chiedo se la Chiesa adatterà l’età massima come è accaduto per la minima, nel 1966 la maggiore età era appunto ventun anni. Un giorno scriverò un libro (piccolo) sulla storia del digiuno.

 

Naturalmente, se uno vuole andare oltre e rinunciare del tutto a cibo e acqua, o fare assolutamente un solo pasto, magari dopo il tramonto come facevano i nostri antenati (e come ancora fanno i mussulmani), può farlo senz’altro, basta che le sue particolari condizioni glielo permettano e che non ne faccia un’occasione per gloriarsi, anche solo tra sé e sé.

Per chi non è abituato, comunque, vi garantisco che verso le cinque del pomeriggio – se non prima – la rinuncia comincia a farsi sentire anche se ci si limita alla regola-base. E siccome lo scopo della penitenza è la conversione del cuore,[1] questo è un ottimo richiamo. Sarà perché cuore e stomaco sono vicini, però funziona.

 

QUALCOSA DA LEGGERE 

S.S. Paolo VI (1966), Costituzione Apostolica Paenitemini 

CEI (1994), Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza 

(Vi chiederete come mai la CEI ci abbia messo quasi trent’anni.  Pure io. Immagino che si fosse generato un gran caos, specie perché tanti a un certo punti hanno preso l’abitudine di farsi insegnare la dottrina cattolica da La Repubblica e consimili manuali di perfezione.)

F. X. WEISER (1956),  Religious Customs In The Family, paragrafo “Fasting and Penance”, p. 73

(Se il Google Traduttore non ce la fa, basta dirmelo e lo traduco io.)

 

 

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[1] Un’altra confusione frequente è quella tra penitenza ed espiazione, ma si merita un articolo a parte.

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Messer Biondino e la Micia Grifetta

Cane e gatto, chi l’ha detto che non si può?, si chiede una vecchia canzone. Si vede che non hanno mai provato a sentire il parere del gatto.

***

C’era una volta una gattina, nata nell’orto campagnolo d’un tale che viveva in città. Il padrone dell’orto era una persona di buon cuore e non avrebbe mai ammazzato dei gattini; però non era neanche disposto a spenderci su. Così, la gattina, che era la più piccola della cucciolata, si ritrovò non solo affamata come un pescecane ma anche malata e con le orecchie piene di acari. C’è da dire che gli acari sono niente se sei una gattina di quattro mesi con lo stomaco vuoto perché gli altri si mangiano tutto. Fu così che  la gattina si fece coraggio e una sera di settembre entrò in una casa che stava lì vicino, per vedere se potesse trovarci qualcosa da mangiare.

Un albero si arrampicava fino a un balcone e la gattina ci si avventurò. Il balcone in cima all’albero rampicante era quello della cucina e si sentiva un vago odore di roba da mangiare. Le finestre erano aperte perché ancora faceva caldo e dentro la cucina illuminata c’erano due persone sedute. Non sembravano pericolose, non si agitavano camminando di qua e di là. La gattina decise di entrare.

Le due persone la guardarono ma non si mossero. (S’erano accorte di lei, infatti, da quando era sbucata sulla ringhiera, e non volevano che si spaventasse. Lei però non lo sapeva.)

Incoraggiata dalla loro immobilità e avendo ormai capito che le persone, se non si agitano, non sono una compagnia pericolosa e possono anche darti da mangiare, la gattina si mise a sedere vicino ai piedi di una di loro, guardò in su e miagolò.

La persona guardò in giù, si alzò dalla sedia e preparò pane e latte.

Finalmente la gattina poteva mangiare senza dover litigare con i gatti più grossi. Accidenti, era proprio una gran cosa. Il latte non era come quello della mamma ma quello se l’era quasi scordato, ormai.

Nei giorni seguenti la gattina tenne d’occhio la casa e le persone che ci stavano dentro. Non sembravano pericolose. All’ora di pranzo, quando si sentiva più forte l’odore di roba da mangiare, la gattina faceva capolino alla finestra e qualcuno le metteva un piattino con un po’ di pasta. Dopo aver mangiato, si sdraiava dietro un vaso lungo, tra il vaso e la ringhiera, così che nessuno poteva avvicinarsi ma intanto lei poteva controllare l’esterno e sentire quel che accadeva. Non c’era traffico, non c’erano cani, non c’erano altri gatti; c’erano in compenso un bel po’ di uccelletti che facevano il nido sulle piante intorno alla casa.

Fu così che la gattina decise di stabilirsi presso quella famiglia e la famiglia decise di prendersi cura della gattina. Siccome la gattina, quando era in allarme, tirava indietro le orecchie in una maniera curiosa che ricordava il grande Grifo di bronzo a guardia del palazzo dei Priori, decisero di chiamarla la Micia Grifetta.

(Dare il nome ai gatti non è cosa da poco. Molti se la cavano chiamandoli Micio o Micia, segno di scarsa fantasia. Altri gli danno i nomi di persone, segno di poco rispetto. A loro discolpa, però, si può dire che non è un compito facile, scegliere i nomi dei gatti. Anche quelli dei cani, delle papere e dei furetti, certo. Ma i gatti, bisogna capirlo, i gatti sono signori e quindi trovar loro un buon nome è ancora meno facile.)

Nell’orto in cui Grifetta era nata, c’erano gatti e galline ma c’erano anche dei cani. A Grifetta non piacevano i cani, con la mania che hanno di ficcarti addosso il naso umido; e poi avevano un alito veramente fetido. Nella nuova casa non c’erano cani. C’erano stati fino a pochi mesi prima ma erano morti e la famiglia, che ne aveva sofferto molto, non ne voleva altri. I genitori non avrebbero voluto nessun altro animale, in verità; ma Grifetta, grazie al Dio dei gatti (che è quello anche dei cani e delle persone, naturalmente), aveva incontrato le loro figlie. Erano state loro, soprattutto una di loro, a insistere perché la famiglia si facesse adottare dalla gattina. Dopotutto, non è da tutti arrampicarsi su un albero verso chissà che cosa! Tanto coraggio andava premiato.

Le sorelle erano anche affettuose e comode per starci su a dormire. Una veramente, quella che aveva insistito, non era tanto comoda, troppo magra; in compenso aveva una cosa bianca all’estremità di una gamba e ne uscivano delle cose rosa-violacee che ogni tanto si muovevano. Bisognava tenerle d’occhio, chissà che non fossero una buona preda. Così, quando la sorella magra si metteva in poltrona con le gambe su una sedia, Grifetta saliva e le si sdraiava sulle cosce, tenendo d’occhio le cose rosa.

L’altra sorella era grassa ed era comoda come un cuscino. Meglio di un cuscino, aveva una coda di capelli ricci sulla spalla sinistra. Quando la sorella grassa si metteva sulla sdraio, Grifetta le saliva sul petto e infilava il muso nella coda di capelli ricci, per addormentarsi. Pareva quasi di stare con la mamma e i fratelli, anche se l’odore non era lo stesso.

Così, la Micia Grifetta si sistemò nella casa con l’albero rampicante e ci passò quattro anni. Era il solo animale domestico di casa, perché la famiglia non voleva altri animali. A volte la vita era un po’ solitaria, specie dopo aver finito le prede, ma nel complesso Grifetta si trovava a molto bene.

Si trovò mplto bene fino a una mattina di febbraio quando, nel giardino di casa, si vide correre incontro UN CANE.

Scappò via di corsa e si nascose su un albero. Da lì osservò.

Il cane aveva una pelliccia ondulata di uno strano colore, chiaro, molto diverso dal pelo delle altre creature che conosceva; perché nella famiglia le persone avevano tutte i capelli scuri o grigi e nell’orto in cui era nata i gatti erano grigi o bianchi e grigi come lei (del tipo che è detto “gatto europeo”) o bianchi e neri e i cani erano lisci e color marrone. Naturalmente Grifetta non poteva saperlo ma quel cane era color sabbia con sfumature fulve. Era un cane biondo, insomma. E infatti la sua famiglia l’aveva chiamato Messer Biondino.

Disgraziatamente, la famiglia del cane era la medesima della famiglia del gatto.

In effetti, era una famiglia che abitava in due case però era una famiglia unica e le due case distavano pochi metri. La parte di famiglia che viveva nell’altra casa a Grifetta non piaceva moltissimo: c’era un bambino che correva sempre e stava sempre a raccontare storie e faceva un sacco di rumore. Peggio di tutto, veniva a casa di Grifetta quasi ogni giorno, perché era la casa dei suoi nonni e lui passava molto tempo con la sorella grassa, che era sua zia. Il babbo di questo bambino – che era il fratello della zia – era alto alto e a Grifetta faceva paura; la mamma era piccola ma non apprezzava i gatti e quindi Grifetta non apprezzava lei. Quando tutta la famiglia si riuniva a pranzo o a cena (almeno due volte ogni anno), Grifetta tagliava la corda e si metteva a dormire in un posto riparato.  Meno male che nessuno cercava di convincerla a fare amicizia con la parte estranea della famiglia.

Messer Biondino aveva cinque mesi quando incontrò la Micia Grifetta. Ciononostante, era grosso quanto un pony e questo non lo rendeva per niente attraente.

Fosse stato grosso quanto un chihuahua, forse Grifetta avrebbe notato che scodinzolava quando la vedeva, chiaro segno canino di intenzioni amichevoli. Purtroppo, quando sei una gatta di quattro chili e ti corre incontro un cane grosso quanto un pony, i movimenti della coda passano inosservati, chissà perché.

E così quella che avrebbe potuto essere una bella amicizia si trovò ad essere uno scambio di sguardi da sopra a sotto e da sotto a sopra: perché Grifetta sta sul balcone e guarda in giù mentre Biondino sta sotto al balcone e guarda in su.

Adesso si capisce perché bisognerebbe sentire il parere del gatto?

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Sepolture e civiltà

Indubbiamente, se il corpo umano non è tempio di Dio, andrebbe benissimo anche buttarlo in discarica una volta che sia morto.

Pensandoci, è proprio ciò che fanno quelli che disperdono le ceneri sul mare. Nel mare infatti si scaricano le fogne. Se poi metti mamma o babbo sulla mensola del caminetto e ti si spacca il vaso… eeehm…

Pensandoci di nuovo, gli uomini di Neanderthal seppellivano i morti, pur senza conoscere nei dettagli questa faccenda del tempio di Dio. E le sepolture sono sempre state un modo per riconoscere e distinguere le culture preistoriche.

Mi chiedo se questo gettare i morti nella spazzatura faccia di noi una cultura postistorica, oltre che postcristiana.

(E giusto per chiarire, io intendo farmi cremare: ma poi voglio che le ceneri siano sepolte sotto i mughetti che stanno vicino alla cappella del nostro giardino. Mi chiedo con quanta gente dovrò litigare per ottenere una cosa tanto semplice. C’è infatti una tendenza velata a trattare i defunti come rifiuti speciali.)

P.S. Mi auguro che sia noto il concetto di iperbole, anche nel suo significato esteso.

 

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Petalosa flautolenza

Conoscete l’espressione “giustizia poetica”?

Ebbene, dopo essersi sentiti in diritto di sputare sulla Crusca quando ha dato il suo parere sulla parola “petaloso” (un parere competente e sensato, anche perché fanno i lessicografi da mezzo millennio, ma fin lì comunque ci arrivavo anch’io), adesso molti italiani hanno la

flautolenza

… e io dico che se la tengono.

 

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In una morsa

Presa in una morsa tra la

“flautolenza”

e la

“deutesca lingua”

che sarebbe il nome della lingua tedesca in latino (voglio l’emoticon del pianto, WordPress, please), potrei anche non superare la notte.

Basta che s’aggiunga uno sfondone nuovo tra adesso e le 23,30 e potrei far la fine della noce nello schiaccianoci.

 

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