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E questo come lo traduco? Cannot see the wood for the trees, non vede il bosco perché guarda gli alberi

Ho scoperto questa graziosa frase idiomatica (idiom) inglese traducendo un libro di Hilaire Belloc: [people] cannot see the wood for the trees, cioè “non riesce a vedere il bosco per via degli alberi”.

Serve a indicare le situazioni in cui uno si concentra sui dettagli fino a perdere lo sguardo d’insieme; siccome a me è successo più di una volta, l’ho apprezzata particolarmente.

Solo che, oltre ad apprezzarla, la dovevo anche tradurre in maniera che fosse comprensibile. Sul mio vocabolario bilingue (Hazon Garzanti, edizione non più visibile ma collocabile tra il 1961 e il 1971; noi comunque la acquistammo per la scuola alla fine degli anni Settanta), la frase è presente ma è dato solo il significato, il che normalmente vuol dire che non esiste una corrispondente frase idiomatica italiana:

WOOD, sign. 1: bosco, foresta, selva (anche fig.)

—not to see the wood for the trees, perdersi nei dettagli.

Ora, questo va benone per un vocabolario: perché i vocabolari registrano quello che c’è, non è compito loro inventare quello che non c’è.

Io però non scrivo vocabolari e posso inventare quel che meglio credo. Dopo aver sentito dire in pubblicità “fragilizzati”, poi, voglio proprio vedere chi avrà la faccia tosta di dire che IO non posso inventar parole o espressioni. Ombra di Marcello Marchesi, mi chiedo dove sei adesso e se vedi le pubblicità… uhm, potrebbe essere un moderno supplizio infernale, esser costretti a guardare le pubblicità peggiori, ma spero proprio che M.M. non sia un inquilino del piano di sotto. Il Purgatorio me l’immagino come una via più o meno lunga, quindi le pubblicità non sarebbero un buon supplizio purgatoriale: se pure mettessero maxischermi ai lati della strada, nessuno starebbe lì a guardarli.

Prima di tutto, ho cercato nella memoria se conoscessi qualche frase adeguata ma mi veniva in mente soltanto il vecchio proverbio forse-cinese (quando non si sa da dove venga un proverbio, si dice sempre che è cinese, chissà come mai):

quando il saggio indica il cielo, lo sciocco guarda il dito

che tuttavia non è appropriato alla situazione, a parte la supponenza generale che me lo farebbe evitare. Niente da fare, bisognava che la inventassi io, una traduzione.

Prima versione: non riesce a vedere il bosco perché guarda gli alberi.

Il verbo to can indica una possibilità materiale, non un permesso da chiedere, quindi si traduce bene con “riuscire”; però questa versione è un po’ lunga.

Seconda versione, lieve modifica: non sa vedere il bosco perché guarda gli alberi.

Non mi suona comunque bene.

Terza: non riesce a vedere il bosco per via degli alberi.

E qui capisco che il “non suona bene” sta nella prima metà della frase e non nella seconda.

Quarta: non vede il bosco per via degli alberi.

Mi sto avvicinando ma non trasmette il significato, cioè il fatto che uno si concentra sui dettagli e si perde l’intero.

E così, alla fine, per tenere tutto insieme, ho scelto questa versione:

non vede il bosco perché guarda gli alberi.

Mi pare che sia garbata da leggere (o sentire) e che si capisca bene il significato.

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18 luglio 1817

Oggi è il secondo centenario della morte di Jane Austen.

Per il bicentenario della mia scrittrice preferita ho tradotto due articoli del mio prediletto G.K. Chesterton. Potrebbe sembrare un abbinamento stravagante ma in realtà GKC era un deciso ammiratore di Jane Austen: spesso la menziona, oltre ad averle dedicato espressamente alcuni articoli. Io finora ne ho incontrati tre.

Uno di questi, “The Evolution of Emma”, è un capitolo di The Uses of Diversity, pubblicato in italiano col titolo La serietà non è una virtù, Lindau 2011 (traduttore ignoto al web e io non ho una copia del libro).

Gli altri due, appunto, li ho tradotti io; uno sarà pubblicato a breve nel sito della JASIT – Jane Austen Society of Italy e l’altro… non so ancora. L’avevo offerto per la pubblicazione a una testata online, così che lo potessero leggere tante persone ma in dieci giorni non ho avuto risposta, quindi a mezzanotte considererò decaduta l’offerta.

Gli articoli sono questi due, inserirò i collegamenti appena saranno disponibili:

G.K. Chesterton, Introduzione a Love and Freindship di Jane Austen, 1922

G.K. Chesterton, “Jane Austen e le elezioni politiche”, Illustrated London News, 1 giugno 1929

Intanto però voglio ricordare la seconda nascita della mia beniamina almeno con qualche riga. Sono troppo poco moderna per commemorare le prime nascite (cioè i compleanni) delle persone morte, ma le seconde nascite continuano a sembrarmi importanti.

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I doveri degli italiani

Quali sono i doveri di un cittadino italiano? Ascoltando il presidente Gentiloni, qualche giorno fa, sottolineare che i cittadini italiani hanno dei diritti ma anche dei doveri, mi sono accorta all’improvviso che io stessa, nata e crescita italiana e fiera di esserlo per la maggior parte della vita, non ho una grande e salda idea di quali siano questi doveri: votare, difendere la nazione, pagare le tasse e poi?

Quanto alle tasse, però, le paghi là dove lavori o hai dei possedimenti, perciò non è neanche tanto un dovere di cittadinanza, forse.

A una domanda del genere dovrebbe esser facile trovare la risposta, rileggendo la Costituzione. Solo che io la Costituzione l’ho letta più di una volta; ma si vede che ogni volta ero distratta, perché i doveri non li ricordo chiaramente.

Così sono andata a rivedere, nei primi 54 articoli, dove e come compaiono i termini del dovere, incluse le declinazioni del verbo e le espressioni “assimilabili” e ho trovato che ci sono tre tipi di dovere.

A) Ci sono doveri che vengono esplicitamente chiamati così

Sono, ad esempio i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (articolo 2) o il «dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4) o il dovere di mantenere ed istruire i figli (personalmente o mandandoli a scuola, articolo 30)[1] o il «dovere civico» di votare o infine il «sacro dovere» di difendere la patria (articolo 52). Ce ne sono anche altri, naturalmente. Basta leggere. La Costituzione, ognuno se la dovrebbe leggere da sé.

B) Ci sono doveri che sono formulati con “espressioni assimilabili”

Sono, per esempio il dovere di pagare le tasse (articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva») o il dovere di rispettare l’ordinamento giuridico italiano per le religioni che non siano quella cattolica, qualora ci sia contrasto con ciò che le religioni stesse stabiliscono (articolo 8: «Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano»). I neretti sono miei.

Le chiamo “espressioni assimilabili” perché, anche se non presentano il termine specifico, definiscono comunque un dovere.

Seguitando con l’esempio delle religioni, il dovere è quello di rispettare le leggi e le basi giuridiche della nostra nazione, come si è recentemente precisato in Corte di Cassazione a proposito dei coltelli rituali dei Sikh; indipendentemente dallo specifico della questione (che a me pare un poco fuori centro, perché quei coltelli non tagliano; è un po’ come metter fuori legge i sottobicchieri di metallo per tema che si possano usare a mo’ di shuriken), quel giorno è stato ribadito chiaramente il dovere esposto nell’articolo 8 in forma assimilabile.

C) Ci sono doveri impliciti nelle previste eccezioni ai diritti

I primi 54 articoli della nostra Costituzione sono zeppi di diritti, molti dei quali «inviolabili», e forse è anche per questo che i doveri non me li ricordavo più di tanto: perché annegano nell’oceano dei diritti. Molti di quei diritti oggigiorno sono internazionali, non dipendono dalla cittadinanza, la nostra Costituzione ha qualche anno sulle spalle.

Per alcuni diritti la Costituzione prevede che lo Stato possa legiferare delle eccezioni.

Uno di questi (non il solo caso, però) è il diritto alla salute:

Articolo 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.
La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Neretto mio. Qui è stabilito che nessuno può costringermi a curarmi e ciò che vale per me vale per tutti i cittadini, a meno che lo Stato non decida di costringerci a un certo trattamento sanitario emanando una norma specifica. È quello che lo Stato ha fatto nel caso dei vaccini.

In simili casi c’è un dovere implicito, che nasce però da un dovere esplicito, quello dell’articolo 54: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi».

Se lo Stato decide che tutti i bambini devono essere vaccinati, si potrà anche discutere sul numero dei vaccini o sull’obbligatorietà di certi vaccini e anche sulla giustizia della norma in sé MA, nel momento in cui lo Stato fa una legge in materia, è dovere di ogni cittadino italiano obbedire. Il dovere specifico del caso è implicito nel fatto che si tratta di una legge e che noi, come cittadini, abbiamo il dovere esplicito di obbedire alle leggi.

 

Ora, ci sono a volte cittadini che protestano contro leggi dello Stato e che non hanno la minima voglia di obbedire. Ci sono a volte leggi che sono dei veri e propri sputi all’umanità e disobbedire è un dovere civico quanto il voto.

Adesso però non stiamo lì a vedere se una legge è giusta o no: prendiamo come esempio, continuando con la salute, i genitori che non vogliono far vaccinare i loro figli. Che abbiano ragione o meno, rispetto ai doveri costituzionali che il presidente Gentiloni richiamava conta il fatto che questi cittadini italiani non vogliono onorare il dovere che hanno di seguire le leggi.

Tutti i cittadini italiani che conosco, poi, non avrebbero nessuna voglia di onorare quell’altro dovere di pagare le tasse (succede nei regimi di polizia fiscale, ma anche questo adesso lasciamolo da parte).

E una buona parte di cittadini italiani non ha la minima voglia di onorare il “sacro dovere” di difendere la patria e s’imboscherà di corsa se mai capitasse che entriamo in guerra, cosa che possiamo fare solo per difenderci, secondo la Costituzione: ma s’imboscheranno comunque. Addirittura, in Costituzione è presente un dovere, quello del servizio militare, che oggi abbiamo eliminato, tanto ci faceva schifo (non del tutto a torto, va riconosciuto).

Infine, bisogna che riconosciamo che molti non hanno la minima intenzione di onorare il dovere esplicitato dell’articolo 4, anche quando abbiano un’attività o funzione (un lavoro, insomma): il progresso che gli interessa è soltanto il loro proprio, alla nazione non ci pensano affatto, se non quando entra in gioco l’articolo 53 e allora non ci pensano esattamente con benevolenza.

Se gente che è nata e cresciuta in Italia, e non conosce concretamente altro, non è sempre disposta ad compiere i propri doveri costituzionali, quanto è saggio e giusto chiedere di compierli a persone che, pur nate e cresciute in Italia, conoscono concretamente anche altro e magari gli piace pure di più?

Anzi, facciamo un esempio estremo: immaginiamo che la Tunisia o la Francia ci attacchino e che dobbiamo difenderci con le armi; non succederà, però ha più senso usare come esempio due nazioni confinanti rispetto al Qatar o alla Corea del Nord.

Sarebbe giusto chiedere a un giovane cresciuto in una famiglia tunisina o francese, con parenti in Tunisia o in Francia, magari parenti stretti, di compiere il sacro dovere di difendere la patria italiana solo perché gli è capitato di nascere in Italia?

Sarebbe saggio aspettarsi che lo compia, se non vorrebbe compierlo nemmeno chi non ha alternative di patria?

E, se davvero si entrasse in guerra contro quei paesi, anzi, stavolta diciamo se fossimo in guerra contro la Corea del Nord: siamo sicuri che qualche benintenzionato funzionario della Difesa non avrebbe il ghiribizzo di internare mia cognata (che è di Seul, quindi del Sud, non del Nord) e mio nipote proprio come fecero gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale con i cittadini statunitensi di origine italiana o giapponese? Eppure la cittadinanza gliel’avevano pur data! Suprema ingiustizia, ma io riesco a immaginarla praticata anche in Italia, specie con la percentuale di preconcettosi fifoni che abbiamo. Non si può sperare che non entreremo mai più in guerra con nessuno solo perché con l’Unione europea abbiamo avuto settant’anni di pace fittizia.

Sarebbe una gran cosa se la gente guardasse le cose senza sentimentalismi e considerando tanto la storia quanto la natura umana.

 

Paolo Pombeni, Lo ius soli e una politica sfilacciata, Mente Politica 21.06.2017

Rodolfo Casadei, Ius soli. Perché non funziona (Una trappola chiamata ius soli), Tempi.it, 20 giugno 2017

 

 

 

[1] In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola. Lo Stato istituisce scuole per i figli di chi non è in grado di istruirseli da sé ma non è obbligatorio mandarceli: è solo generalmente più comodo. Un bambino deve avere perlomeno otto anni di istruzione, questo è un suo diritto. Il dovere quindi riguarda non solo l’istruzione ma anche la sua durata: gli otto anni valgono sia che il bambino vada a scuola sia che venga educato in casa.

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Meno male che i ragazzi erano a scuola

Raffica indecorosa di sciocchezze al tg2.

Un attore legge una poesia in cui parole comuni sono sostituite dai nomi di poeti e scrittori che suonano “quasi uguale” – e questo è simpatico, ma non sarebbe stato meglio usarla per far fare due risate ai pargoli prima che l’esame cominciasse?

Un’attrice raccomanda ai ragazzi di godersi la maturità, cosa che lei non riuscì a fare ai tempi suoi – tanto varrebbe, infatti, raccomandare a qualcuno di godersi un’operazione a cuore aperto in anestesia locale.

Un conduttore radiofonico dice che lui alla maturità ci andò con una gamba ingessata perché s’era spaccato una caviglia al concerto di Paolo Belli; però andò tutto bene perché poi la musica diventò il suo lavoro – e chissà quanto giovamento gli avrà portato la maturità in questo, e soprattutto il tema della maturità?

Meno male che i ragazzi erano a scuola.

Poi naturalmente si passa alla “notte prima degli esami”. Io mi ricordo poco anche l’esame, la notte prima non me la ricordo di sicuro. A parte chi abbia avuto un malore grave o sia andato a far baldoria in città, non penso proprio che nessuno si ricordi la sua notte-prima-degli-esami: perché ciò che conta è l’esame, non la notte prima. Quel che si ricorda, quel che ha sviluppato il mito, è la canzone di Venditti e, per i più giovani, il film con lo stesso titolo. Ma la notte-prima in sé non conta niente, perché il punto è l’esame; se va male, ti ricordi che l’esame è andato male, non che hai dormito male la notte (al massimo dirai “è andato male perché la notte prima ho dormito poco”, ma non è la stessa cosa); se va bene, ti rimarrà un ricordo generale di qualcosa che è andato bene, anche se magari ti è costato fatica.

È vero che io sono particolarmente smemorata per questi particolari, ma vorrei davvero che uno si mettesse la mano sulla coscienza e dicesse che cosa realmente si ricorda della notte prima, se non che è andato a dormire (o magari che non ha dormito).

Dei giorni d’esame, poi, mi ricordo solo tre cose:

1) eravamo a scrivere in corridoio, un fatto assai insolito;

2) nel mio tema di letteratura latina scrissi che i poeti del tempo di Augusto dovevano mangiare come chiunque altro e quindi, se anche non gli fosse garbata l’idea augustea di cultura eccetera, avrebbero finto di apprezzarla e scritto di conseguenza (e ci presi sette, in quel tema, un voto che non vedevo da un pezzo perché il prof. d’italiano e io avevamo idee molto diverse su come si debbano leggere i libri e scrivere i temi)

3) la nostra prof di Arte, che era il membro interno di commissione, stava seduta accanto a noi anziché dall’altra parte dei tavoli con gli altri membri.

Tutto qui. Lo riconosco: sono davvero smemorata. Ma il punto è che l’esame di maturità non è un giorno di vacanza e di divertimento e nemmeno il giorno che decide il tuo futuro; è il primo momento (giusto o sbagliato) in cui puoi dare qualcosa di te senza star lì a farti problemi su come la pensano i prof, perché essere maturi è questo. L’esame di terza media non è la stessa cosa. Io non me li facevo, certi problemi, infatti al liceo non andavo tanto bene, ma i più stanno sempre lì ad alienarsi pensando a che cosa è “giusto” dire. Ci credo che sono gli studenti più stressati d’Europa.

Le cose tristi che ho sentito oggi (non queste che ho elencato, che sono ridicole) sono lo sconcerto dei ragazzi per i versi di Caproni e i vari “speriamo”.

Caproni non sanno chi sia, i ragazzi: se però avessero imparato a leggere poesie, neanche Shiki li avrebbe sconcertati. Ma nessuno gliel’ha insegnato, non è certo colpa loro.

E dopo aver fatto e consegnato un tema, se uno ti chiede come ti sembra che sia andata, la risposta adatta non è “speriamo bene” – alienazione! – ma “sono soddisfatto” o “forse potevo far meglio” o anche “comunque sia, meno male che è finita, io li odio i temi”.

Se poi hai deciso d’iscriverti alla facoltà di Medicina, il test non è che “si prova e speriamo bene”. Dormi due settimane e poi ti fai un mazzo così. Sempre che la motivazione per fare medicina non siano i vari Dottor House e Grey’s Anatomy, nel qual caso è giusto e doveroso che nessuno sia disposto a farsi il mazzo nei due mesi più caldi dell’anno!

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Molta osservazione e poco ragionamento…

Un mio conoscente è in ospedale da un po’ ma io l’ho scoperto solo qualche giorno fa. Ho chiesto a un amico comune di andare a trovarlo insieme, lui s’è informato e mi ha detto che

a) Mario non riconosce nessuno, quindi sarebbe inutile e poi

b) se qualche conoscente va lì, lui si agita.

Ora, io spero con tutta la capacità della mia anima che l’errore marchiano in queste due affermazioni sia evidente a chiunque. Ma la capacità del mio cervello mi dice che a molti potrebbe non essere evidente affatto, visto che non è stato evidente neanche all’amico che mi ha riportato le notizie, quindi bisognerà spiegare che

se davvero Mario è incosciente (“non riconosce nessuno” significa questo) come fa ad agitarsi quando va lì un suo conoscente?

È ovvio, dovrebbe essere ovvio, che le due cose non stanno insieme.

Si agita perché riconosce, ma non si può esprimere se non “agitandosi”. Io non voglio che si agiti, a rischio di avere un’altra crisi, quindi non andremo a trovarlo, nemmeno i suoi parenti ne sarebbero contenti; ma questa cosa mi sta stretta, ma così stretta che nemmeno la cruna di un ago è stretta altrettanto. Mi sottometto solo perché penso che sia per il meglio, ma non sono affatto certa che sia per il meglio; diciamo che sto solo usando un principio di precauzione. E che forse sono una vile.

Quel che in realtà mi pare è che quelle due affermazioni vengano sputate fuori solo per non aver rotture di scatole.

Qualcuno dirà: ma che motivo dovrebbero avere i medici per tenerti lontana? Non ne ho idea. In genere, però, se uno tira fuori giustificazioni contraddittorie, vuol dire che un motivo ce l’ha e che il motivo è cattivo: pigrizia, egoismo, il proprio comodo, a volte perfino un intento criminale (non in questo caso, certo, infatti ho detto “in genere”).

La cosa poi che mi preoccupa di più è che queste baggianate vengono da gente – i medici – che nell’osservazione dovrebbe avere il suo punto di forza.

Io di Alexis Carrel ho letto poco e la frase famosa che viene citata spesso – poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità – non l’ho letta direttamente, ma nel libro di don Giussani Il senso religioso. Qualcosa di suo l’ho letto, però, e ho letto qualcosa a proposito di lui: di sicuro Carrel non ha preso il Nobel e non ha gettato le basi per i trapianti di cuore ragionando in quel modo lì.

Per la verità, non l’ha per niente fatto ragionando, il ragionamento è venuto dopo: questa è una delle cose più sorprendenti che ho appreso in vita mia, ma Carrel ha inventato la sua tecnica per riunire i vasi sanguigni ricordando sua madre che ricamava in seta quando lui era piccolo e, ormai adulto, è andato dalla migliore ricamatrice in seta di Francia a farsi insegnare quell’arte fatta di punti minuscoli; poi l’ha applicata ai vasi sanguigni. Non è che non ragionasse: ma il ragionamento non puoi attaccarlo all’aria, devi partire da quel che c’è, non da quello che ti piacerebbe ci fosse.

Ora, non so perché a medici e infermieri dovrebbe piacere che un paziente sia privo di coscienza, però lo posso immaginare: per molti probabilmente è insopportabile pensare che un essere umano come loro sia ancora in grado di sentire tutto ma non possa esprimersi.

Questa è una posizione comprensibile da un punto di vista umano, specie in questi tempi. Quel che non è né umano né comprensibile, perché non è ragionevole, è l’equazione “non si esprime, dunque non riconosce”.

Questa equazione va bene per gli alberi, che si sarebbero evoluti differentemente se fossero in grado di “riconoscere” e, se non si esprimono, è perché proprio non è una cosa loro. Ma non va bene per le persone, poiché invece la capacità di esprimerci è proprio una cosa nostra.

Se mi capita un incidente, spero di rimanerci secca subito, perché l’idea di trovarmi in un ospedale con gente così mi pare sinceramente intollerabile. (Sì, va be’, un’occasione per pregare ma insomma…) Se però non ci rimango secca lì per lì, spero che a nessuno venga in mente di lasciar fuori quelli che vogliono farmi visita con ragionamenti tanto balordi; se qualcuno si azzarda, quando poi mi riprendo lo rivolto come un calzino. Oppure, se non mi riprendo, gli vado a far visita la notte appiè del letto.

Anzi, ora che ci penso, mi sa che faccio un testamento-da-coma, oltre a quello da-morte.

 

 

 

 

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Valori e leggi

Che cosa definisce il valore di un comportamento? La legge? Non sarà mica il contrario? Un furto rimane furto anche quando la legge lo consente o no?

Accade in Italia un caso che coinvolge i Sikh e i loro simboli religiosi: qualche tempo fa un Sikh è stato multato di 2.000 euro perché portava con sé un coltello più lungo dei 20 cm consentiti dalla legge. Questo coltello, che si chiama kirpan, è un oggetto religioso che per loro è obbligatorio portare addosso, proprio come il braccialetto che anni fa causò tante discussioni in Inghilterra.

Evidentemente, questo signore lo portava a vista, perché l’hanno individuato e multato. Ha fatto ricorso e l’ha perduto, perché secondo la Corte di Cassazione gli immigrati, con tutto il rispetto per la loro cultura d’origine, si devono adeguare ai valori del paese che li ospita.

Solo che la CdC confonde i valori con le leggi: per noi non è un “valore” andare in giro disarmati, perché è un comportamento, anche intelligente, non dico di no, che ci è imposto dalla legge e non dalla morale o dal’etica.

Così, la CdC fa un altro passettino per identificare i valori di un popolo con le leggi fatte da pochi. È un po’ come la faccenda francese del divieto di burkini in spiaggia che violava, secondo qualcuno, i valori francesi: e quali sono, i valori francesi, andare in giro con le chiappe scoperte e le tette al vento? In quel caso, la CdC francese stabilì che il burkini non violava nessun valore, qui invece…

Oltretutto, la lama del kirpan non è affilata e quel coltello, che non è neanche tanto più lungo di 20 cm, dovrebbe essere usato con molta forza e cattiveria per uccidere qualcuno. Ma se uno ha sufficiente forza e cattiveria, per uccidere qualcuno basta anche il coltello da 20 cm o una matita o anche solo un pugno.

Questa sentenza è tendenziosa e sciocca. Chissà, forse c’è dietro la paura che, se si concede questa cosa, pian piano se ne dovranno concedere altre.  Ma ecco appunto la sciocchezza: questa cosa in particolare non riguarda un valore, come dicevo, mentre altre cose sì; ed è lì che si deve mettere lo stop, non sul pugnale rituale che non taglia.

Ma veramente la cosa più preoccupante è l’idea che “valori” e “leggi” coincidano. Andare in giro disarmati è un valore quando la legge ti consente di portare armi liberamente; girare armato e non usare l’arma è un valore perché dice che sei uno che ha il controllo di sé; non portare armi perché sennò ti staccano 2.000 euro… a parte i duemila, me lo dite dove sta il “valore”?

Si può approfondire qui.

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Ovvero, ossia, oppure

Mi ero sempre meravigliata che la cosa non avesse mai provocato incomprensioni; ormai non mi posso più meravigliare, perché infine ne ha provocate.

Mi riferisco al fatto che, per i giurisprudenti la congiunzione ovvero significa “oppure” e non, come per le persone normali, “ossia”, “cioè”.

ovvero o †o vero, †overo

[comp. di o (2) e vero; 1261 ca.]

cong.

1 Ossia: sarò da te fra quattro giorni, ovvero venerdì sera.

2 Oppure (con valore disgiuntivo): siasi questa o giustizia, ovver perdono (TASSO).

Per la verità, l’uso della giurisprudenza credo sia quello più vicino all’origine. (Se ci fate, caso, per il primo significato, lo Zingarelli riporta un esempio moderno, mentre per il secondo ce n’è uno letterario antico, anche se non tanto antico quanto la parola stessa.) Solo che ormai l’uso disgiuntivo è diventato solo “giuris” e, in certi casi, è usato con poca prudenza.

Uno di questi casi è sicuramente il comma della legge sulla legittima difesa che ha fatto cianciare a sproposito un bel po’ di gente, a partire da Matteo Salvini, accompagnato fuori dall’aula proprio durante la discussione. Non so se per lui si tratti di ignoranza o di voluta caciara, ma il fatto è che quel comma dice esattamente l’opposto di quello che ha inteso (o fatto intendere lui): dice che di notte puoi anche sparare a vanvera e nessuno ti può toccare.

E questo, riconosciamolo, non è che vada poi tanto bene.

Ma vediamo la grammatica.

Il comma controverso è questo:

«…. la reazione a un’aggressione in tempo di notte OVVERO la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno»

Appena l’ho letto, ho capito finalmente da dove fosse nato il problema di cui si parlava da due giorni. I più, incluso Salvini, hanno considerato “ovvero” come sinonimo di “ossia” e hanno letto questo:

Interpretazione 1: È legittimo reagire solo durante la notte OSSIA quando uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose (sfascia la porta d’ingresso e simili, suppongo) oppure con l’inganno o le minacce.

Sorprendentemente, hanno capito bene il secondo “ovvero”, ma non il primo. Oppure erano talmente concentrati sul primo che del secondo neanche si sono accorti?

Se invece si considera quell’ovvero come lo considerano i giurisprudenti (che poi sono i redattori delle leggi, perché le leggi non le scrive il salumiere), il comma dice esattamente il contrario:

Interpretazione 2:  È legittimo reagire durante la notte OPPURE quando [=ogni volta che] uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce.

Se invertiamo i termini disgiunti, il comma diventa:

…. la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose OVVERO con minaccia o con inganno ovvero la reazione a un’aggressione in tempo di notte

vale a dire che

Interpretazione 2 bis:  È legittimo reagire ogni volta che uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce oppure in ogni caso durante la notte.

Insomma: durante il giorno vedremo se la reazione è giustificata e proporzionata eccetera; se invece spari durante la notte, anche se spari a casaccio nel buio, non ti possiamo condannare.

Per forza molti ora dicono che la legge è scritta male: è proprio scritta male! Ma se ne sarebbero potuti accorgere anche prima. E mi auguro che ora la ritengano scritta male per i veri motivi.

Il problema è l’uso particolare di “ovvero” e l’ignoranza o la malafede di certuni.

Sulla malafede non posso nulla. Per l’ignoranza posso poco, se non far sapere che quell’uso particolare esiste. Ma poi mi chiedo: sarebbe giusto e opportuno chiedere ai giurisprudenti di cambiare oppure no?

Conosco da molto tempo quell’uso particolare per via del mio lavoro di editor; ricordo lo sconcerto della prima volta, quando fu il contesto che mi aiutò a capire, anche senza vocabolario (poi sono andata comunque a verificare). Nel tempo mi sono accorta che la maggior parte dei giurisprudenti non è in grado di liberarsi dall’uso disgiuntivo di “ovvero”: insomma, lo usano in quel modo anche quando non scrivono leggi ma solo di leggi. Non se ne rendono proprio conto.

Un po’ li capisco e non mi dispiace questo uso così arcaico, tanto più perché so che cosa vuol dire. Addirittura a volte questi particolari gergali mi sono stati d’aiuto per individuare i plagi via copia-incolla. E capisco sempre l’affezione alla propria lingua.

Solo che l’affezione non dovrebbe mai ostacolare la comunicazione, specie quando si scrivono leggi, che hanno a che fare con la vita delle persone.

No, io non vorrei che cambiassero radicalmente lingua, quelli che scrivono le leggi. Vorrei invece che stessero attenti: che pensassero a comunicare, per ciò che gli spetta, e non solo a produrre un testo. Che si chiedessero: ma questa cosa, messa così, sarà equivoca o sarà comprensibile?

Scrivere “o” al posto di “ovvero” non sarebbe tanto sconvolgente ma in molti casi potrebbe evitare confusione e tante chiacchiere inutili.

 

Un buon articolo sulla legge:

Le critiche alla legge sulla legittima difesa Il Post, 5 maggio 2017

 

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