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Quanto funzionano le case chiuse

Dell’enorme sviluppo che la prostituzione ebbe in Europa sino alla prima guerra europea, i giovani d’oggi non hanno quasi più idea. Mentre ora [1940] nelle grandi città s’incontra una prostituta tanto raramente come una carrozza a cavalli, allora i marciapiedi erano così affollati di donne venali da riuscir più difficile evitarle che trovarle. A ciò si aggiungevano le numerose “case chiuse”, i locali notturni, i teatri di varietà, i ritrovi da ballo con le ballerine e le cantanti, i bar con le relative donnine. Allora la merce femminile veniva offerta ad ogni prezzo e ad ogni ora e un uomo non spendeva più tempo e fatica a comprarsi una donna per un quarto d’ora, un’ora o una notte che a procurarsi un pacchetto di sigarette o un giornale. Nulla mi pare confermi meglio la maggiore naturalezza e pulizia delle attuali forme di vita e di amore, quanto il fatto che ai giovani d’oggi è divenuto senz’altro possibile dispensarsi da questa istituzione indispensabile e che non sia stata la polizia o la legislazione ad annullare dal nostro mondo tale tragico problema della pseudomorale, ma che esso è sparito quasi completamente per mancanza di richiesta.

La posizione ufficiale dello stato e della sua morale di fronte a questo oscuro capitolo non fu mai molto agevole. Dal punto di vista etico non si osò mai riconoscere apertamente ad una donna il diritto di vendere se stessa; d’altra parte, dal punto di vista igienico, non si poteva far a meno della prostituzione, in quanto essa canalizzava l’incomoda sessualità estraconiugale. Le autorità cercarono di cavarsela con una soluzione ambigua, distinguendo la prostituzione segreta, considerata immorale e pericolosa e perseguita dallo Stato, ed una prostituzione ammessa, fornita di speciale licenza di esercizio e sottoposta al fisco. Una ragazza che si fosse decisa a divenire prostituta riceveva una speciale concessione della polizia e quale documento un libretto. Sottoponendosi al controllo della polizia e al dovere di subire due volte la settimana una visita medica, aveva acquisito il diritto commerciale di dare in affitto il proprio corpo a qualunque prezzo le sembrasse equo. La prostituzione era riconosciuta come una professione tra le altre, ma – qui spuntavano le corna del diavolo! – il riconoscimento non era completo. Se per esempio una prostituta aveva venduto la propria merce, vale a dire il corpo, ad un uomo che le rifiutava poi il compenso pattuito, non poteva citarlo in giudizio. Allora d’un tratto la sua pretesa – ob turpem causam, come spiegava la legge – diventava immorale e non era più protetta dalle autorità.

Già da simili particolari si intuiva la duplicità di un modo di vedere che da un lato iscriveva queste donne all’esercizio di un mestiere concesso dallo Stato, ma personalmente poi le poneva al di fuori del diritto comune. La più profonda ipocrisia stava poi nell’applicazione per cui le restrizioni colpivano soltanto le classi più povere. La ballerina che a Vienna per duecento corone era accessibile ad ogni ora e ad ogni uomo non meno della ragazza di strada da due corone, non aveva bisogno, si capisce, di un libretto e di un controllo; le grandi demi-mondaines venivano persino citate nelle cronache sportive delle corse fra i personaggi eminenti, perché facevano ormai parte della “società”. Allo stesso modo alcune delle mezzane più eleganti, che fornivano di merce di lusso la Corte, l’aristocrazia e la ricca borghesia, non incappavano nella legge, sempre severissima nell’infliggere gravi pene per lenocinio. La rigida disciplina, la sorveglianza spietata ed il bando sociale vigevano solo per l’esercito delle mille e mille destinate ad arginare, col loro corpo e con la loro anima umiliata contro le forme libere e naturali dell’amore, una concezione morale da tempo ormai fradicia.

Questo grandioso esercito della prostituzione era suddiviso in sezioni singole, come l’esercito vero si divide in cavalleria, artiglieria, fanteria e artiglieria da fortezza. All’artiglieria da fortezza corrispondeva pressappoco nella prostituzione quel gruppo che occupava come proprio quartiere determinate strade della città. Eran per lo più le zone dove nel medio evo di ergeva la forca o c’era un ospedale di lebbrosi o un cimitero, dove trovavano ricovero tutti i banditi dalla società. Zone cioè che i borghesi già da secoli cercavano di evitare come proprio domicilio. Ivi le autorità permettevano che si svolgesse in talune viuzze il mercato d’amore. Ancora nel ventesimo secolo nelle città europee stavano porta a porta come nel mercato dei pesci del Cairo o nello Yoshiwara del Giappone, da due a cinquecento donne, l’una accanto all’altra, alle finestre delle loro abitazioni a terreno, merce di buon prezzo che lavorava in due squadre, quella diurna e quella notturna.

Alla cavalleria o alla fanteria corrispondeva la prostituzione ambulante , cioè le innumerevoli ragazze che si cercavano i clienti perla strada. A Vienna venivano chiamate “Strichtmädchen”, perché la parte di marciapiede di cui potevano servirsi per i loro fini era limitata dalla polizia con un invisibile tratto (Stricht). Giorno e notte, sino al grigiore dell’alba, anche sotto la pioggia e il gelo, esse popolavano le strade di una falsa eleganza mantenuta a fatica, costringendo il volto già stanco emale imbellettato ad un sorriso di richiamo per ogni passante. Tutte le città mi sembrano oggi più belle e più umane, da quando non le popolano più quelle schiere di donne affamate e scontente, che senza piacere offrivano il piacere e che con le loro passeggiate senza fine da un angolo all’altro finivan tutte per trovare l’inevitabile strada dell’ospedale.

Ma anche queste masse non bastavano al perenne consumo. Molti volevano ancor maggior comodità e discrezione, senza dover dar la caccia per la strada a quei pipistrelli svolazzanti o a quei malinconici uccelli del paradiso. Cercavano l’amore con maggior comodità, con luce e calore, con musica e danze, con una parvenza di lusso. Per questi clienti vi erano le “case chiuse”, i bordelli. Là si adunavano in un cosiddetto “salone” arredato con falso lusso le ragazze, parte in toelette sfarzose, parte in vestaglie inequivocabili. Un sonatore di piano provvedeva al passatempo musicale, si beveva, si ballava e si chiacchierava prima che le coppie sparissero discretamente in una camera; in alcune case più distinte, specie a Parigi e a Milano, che fruivano di celebrità internazionale, uno spirito ingenuo poteva illudersi di essere invitato in una casa privata con signore un po’ troppo vivaci. Esteriormente queste ragazze stavan meglio che le loro colleghe ambulanti. Non dovevano girar per le strade al vento e alla pioggia, restavano al caldo, avevano begli abiti, potevano mangiare e specialmente bere in abbondanza. In compenso però erano delle autentiche prigioniere delle loro padrone, le quali vendevano loro a prezzi di strozzinaggio gli abiti e praticavano tali acrobazie contabili sul prezzo di pensione che tutte, anche la ragazza più volenterosa e resistente, rimanevano in una specie di prigionia per debiti, senza poter mai di loro libera volontà lasciare quella casa.

Scrivere la storia segreta di talune di quelle case sarebbe interessante e sarebbe anche un documentario essenziale per la cultura dell’epoca, giacché esse nascondevano pure i più strani misteri, sempre ben noti alle autorità pronte ad indulgere. Vi erano porte segrete e scalette speciali riservate ai membri della più alta società – a quel che si mormorava, anche della Corte – in modo che quegli ospiti potessero far le loro visite non veduti dagli altri mortali. C’erano camere a specchi e altre che permettevano segretamente di guardare in quella vicina, dove altre coppie si divertivano ignare. Vi erano i più strani travestimenti, dall’abito da monaca sino alla gonnellina da ballerina, tenuti chiusi nei cassetti per speciali desideri morbosi. E quella era la stessa città, la stessa società, la stessa morale che si scandalizzava se delle ragazzine andavano in bicicletta e proclamava profanazione della scienza se Freud col suo modo limpido, tranquillo e penetrante stabiliva verità per essi inammissibili. Lo stesso mondo che difendeva così pateticamente la purezza della donna, tollerava questo mostruoso mercimonio del corpo. Lo organizzava e ne traeva persino profitto.

—Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, cap. 3 “Eros matutinus”, Arnoldo Mondadori Editore, 1946 (si riferisce agli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, Zweig era nato del 1881)

 

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Cambiamento, cambiamenti

Ricordo l’espressione di un russo, che si è diffusa tra i nostri amici: “Se la Russia è quello che è, è perché io sono quello che sono”. Allora io mi domando, “Se l’Italia è quello che è, se il mondo è quello che è, è perché io sono quello che sono?”. Cioè, il primo contributo al cambiamento della società, non è la politica, non è la burocrazia, non è il lavoro che si ha o non si ha, ma è la mia persona. Il mondo cambia se cambio io, questo mi ha insegnato la Russia. …. Quando non c’era nessuna speranza di cambiare le cose in Russia, alcuni hanno detto: dobbiamo cambiare noi. In nome di questo cambiamento si sono create delle piccole società clandestine che hanno vissuto insieme questa responsabilità. Questa nuova cultura ha cambiato il volto della Russia. Qualche mese fa hanno chiesto a Gorbačëv: qual è stato il colpo che ha fatto cadere il comunismo? Lui ha risposto: una nuova cultura.

—Romano Scalfi, La mia Russia. Samizdat: una risposta al grido dell’uomo di oggi, La Casa di Matriona, 2017, pag. 17.

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Grazia Deledda, Il dono di Natale

Grazia Deledda

IL DONO DI NATALE

 

I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro ovili, per passare la notte di Natale in famiglia.

Era una festa eccezionale, per loro, quell’anno, perché si fidanzava la loro unica sorella, con un giovane molto ricco.

Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare un regalo alla sua promessa sposa, e poi andare anche lui a passare la festa con la famiglia di lei.

E i cinque fratelli volevano far corona alla sorella, anche per dimostrare al futuro cognato che se non erano ricchi come lui, in cambio erano forti, sani, uniti fra di loro come un gruppo di guerrieri.

Avevano mandato avanti il fratello più piccolo, Felle, un bel ragazzo di undici anni, dai grandi occhi dolci, vestito di pelli lanose come un piccolo San Giovanni Battista; portava sulle spalle una bisaccia, e dentro la bisaccia un maialetto appena ucciso che doveva servire per la cena.

Il piccolo paese era coperto di neve; le casette nere, addossate al monte, parevano disegnate su di un cartone bianco, e la chiesa, sopra un terrapieno sostenuto da macigni, circondata d’alberi carichi di neve e di ghiacciuoli, appariva come uno di quegli edifizi fantastici che disegnano le nuvole.

Tutto era silenzio: gli abitanti sembravano sepolti sotto la neve.

Nella strada che conduceva a casa sua, Felle trovò solo, sulla neve, le impronte di un piede di donna, e si divertì a camminarci sopra. Le impronte cessavano appunto davanti al rozzo cancello di legno del cortile che la sua famiglia possedeva in comune con un’altra famiglia pure di pastori ancora più poveri di loro. Le due casupole, una per parte del cortile, si rassomigliavano come due sorelle; dai comignoli usciva il fumo, dalle porticine trasparivano fili di luce.

Felle fischiò, per annunziare il suo arrivo: e subito, alla porta del vicino si affacciò una ragazzina col viso rosso dal freddo e gli occhi scintillanti di gioia.

– Ben tornato, Felle.

– Oh, Lia! – egli gridò per ricambiarle il saluto, e si avvicinò alla porticina dalla quale, adesso, con la luce usciva anche il fumo di un grande fuoco acceso nel focolare in mezzo alla cucina.

Intorno al focolare stavano sedute le sorelline di Lia, per tenerle buone la maggiore di esse, cioè quella che veniva dopo l’amica di Felle, distribuiva loro qualche chicco di uva passa e cantava una canzoncina d’occasione, cioè una ninnananna per Gesù Bambino.

– Che ci hai, qui? – domandò Lia, toccando la bisaccia di Felle. – Ah, il porchetto. Anche la serva del fidanzato di tua sorella ha già portato il regalo. Farete grande festa voi, – aggiunse con una certa invidia; ma poi si riprese e annunziò con gioia maliziosa: – e anche noi!

Invano Felle le domandò che festa era: Lia gli chiuse la porta in faccia, ed egli attraversò il cortile per entrare in casa sua.

In casa sua si sentiva davvero odore di festa: odore di torta di miele cotta al forno, e di dolci confezionati con buccie di arancie e mandorle tostate. Tanto che Felle cominciò a digrignare i denti, sembrandogli di sgretolare già tutte quelle cose buone ma ancora nascoste.

La sorella, alta e sottile, era già vestita a festa; col corsetto di broccato verde e la gonna nera e rossa: intorno al viso pallido aveva un fazzoletto di seta a fiori; ed anche le sue scarpette erano ricamate e col fiocco: pareva insomma una giovane fata, mentre la mamma, tutta vestita di nero per la sua recente vedovanza, pallida anche lei ma scura in viso e con un’aria di superbia, avrebbe potuto ricordare la figura di una strega, senza la grande dolcezza degli occhi che rassomigliavano a quelli di Felle.

Egli intanto traeva dalla bisaccia il porchetto, tutto rosso perché gli avevano tinto la cotenna col suo stesso sangue: e dopo averlo consegnato alla madre volle vedere quello mandato in dono dal fidanzato. Sì, era più grosso quello del fidanzato: quasi un maiale; ma questo portato da lui, più tenero e senza grasso, doveva essere più saporito.

– Ma che festa possono fare i nostri vicini, se essi non hanno che un po’ di uva passa, mentre noi abbiamo questi due animaloni in casa? E la torta, e i dolci? – pensò Felle con disprezzo, ancora indispettito perché Lia, dopo averlo quasi chiamato, gli aveva chiuso la porta in faccia.

 

Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina, prima tutta in ordine e pulita, le impronte dei loro scarponi pieni di neve, e il loro odore di selvatico. Erano tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba nera, il corpetto stretto come una corazza e, sopra, la mastrucca [1].

Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi, accanto alla sorella, come per far davvero una specie di corpo di guardia intorno all’esile e delicata figura di lei; e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un ragazzo, buono e timido, quanto per l’uomo che lo accompagnava. Quest’uomo era il nonno del fidanzato. Vecchio di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e robusto, vestito di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in gioventù aveva combattuto per l’indipendenza d’Italia, fece ai cinque fratelli il saluto militare e parve poi passarli in rivista.

E rimasero tutti scambievolmente contenti.

Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco; e allora sul suo petto, fra i bottoni scintillanti del suo giubbone, si vide anche risplendere come un piccolo astro la sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata gli versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel prendere il bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una moneta d’oro.

Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei, andò a far vedere la moneta alla madre ed a tutti i fratelli, in ordine di età, mentre portava loro il bicchiere colmo.

L’ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per scherzo e curiosità, s’intende: ma ella chiuse il pugno minacciosa: avrebbe meglio ceduto un occhio.

Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a tutti; e tutti risposero in coro.

Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire cantando. Il vecchio era un bravo poeta estemporaneo, improvvisava cioè canzoni; ed anche il fratello maggiore della fidanzata sapeva fare altrettanto.

Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su allegri argomenti d’occasione; e gli altri ascoltavano, facevano coro e applaudivano.

 

Fuori le campane suonarono, annunziando la messa.

Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre, aiutata da Felle, staccò le cosce ai due porchetti e le infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il manico fermo a terra.

– La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini – disse a Felle: – anch’essi hanno diritto di godersi la festa.

Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e grassa e uscì nel cortile.

La notte era gelida ma calma, e d’un tratto pareva che il paese tutto si fosse destato, in quel chiarore fantastico di neve, perché, oltre al suono delle campane, si sentivano canti e grida.

Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano: anche le bambine ancora accovacciate intorno al focolare pareva si fossero addormentate aspettando però ancora, in sogno, un dono meraviglioso.

All’entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del porchetto che egli scuoteva di qua e di là come un incensiere, ma non parlarono: no, non era quello il regalo che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla cameretta di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e alle domande di Felle rispose con impazienza:

– La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare una bella cosa. Vattene.

Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c’erano misteri né dolori: tutto era vita, movimento e gioia. Mai un Natale era stato così bello, neppure quando viveva ancora il padre: Felle però si sentiva in fondo un po’ triste, pensando alla festa strana della casa dei vicini.

 

Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il suo bastone sulla pietra del focolare.

– Oh, ragazzi, su, in fila.

E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase solo la madre, per badare agli spiedi che girava lentamente accanto al fuoco per far bene arrostire la carne del porchetto.

I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse la compagnia, andavano in chiesa. La neve attutiva i loro passi: figure imbacuccate sbucavano da tutte le parti, con lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte chiuse, per chiamare tutti alla messa.

Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli alberi bianchi, intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli fioriti. Si sentiva insomma, sotto le sue vesti lanose, caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi capelli, freschi di quell’aria di neve, gli sembravano fatti di erba. Pensava alle cose buone che avrebbe mangiato al ritorno dalla messa, nella sua casa riscaldata, e ricordando che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla, nudo e digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le sue vesti, di portarselo a casa sua.

Dentro la chiesa continuava l’illusione della primavera: l’altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde e l’ombra di queste si disegnavano sulle pareti come sui muri di un giardino.

In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta di sughero e rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti da un sentiero erto, e una cometa d’oro illuminava loro la via.

Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti scendevano dai loro troni per portare in dono il loro amore e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a Gesù nato in una stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto poi per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e faceva sbocciare le rose; pioveva sugli alberi per far maturare i frutti.

Così la madre aveva insegnato a Felle e così era.

– Gloria, gloria – cantavano i preti sull’altare: e il popolo rispondeva:

– Gloria a Dio nel più alto dei cieli.

E pace in terra agli uomini di buona volontà.

Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli riempiva il cuore era il più bel dono che Gesù gli mandava.

 

All’uscita di chiesa sentì un po’ freddo, perché era stato sempre inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non diminuiva; anzi aumentava. Nel sentire l’odore d’arrosto che usciva dalle case, apriva le narici come un cagnolino affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per aiutare la mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto era pronto. La madre aveva steso una tovaglia di lino, per terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie attorno. E, secondo l’uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia del cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove galleggiavano fette di buccia d’arancio, perché l’anima del marito, se mai tornava in questo mondo, avesse da sfamarsi.

Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in alto, sopra un’asse della tettoia, perché i cani randagi non li toccassero; poi guardò ancora verso la casa dei vicini. Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era silenzio; il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo misterioso.

 

Felle rientrò in casa, e prese parte attiva alla cena.

In mezzo alla mensa sorgeva una piccola torre di focacce tonde e lucide che parevano d’avorio: ciascuno dei commensali ogni tanto si sporgeva in avanti e ne tirava una a sé: anche l’arrosto, tagliato a grosse fette, stava in certi larghi vassoi di legno e di creta: e ognuno si serviva da sé, a sua volontà.

Felle, seduto accanto alla madre, aveva tirato davanti a sé tutto un vassoio per conto suo, e mangiava senza badare più a nulla: attraverso lo scricchiolìo della cotenna abbrustolita del porchetto, i discorsi dei grandi gli parevano lontani, e non lo interessavano più.

Quando poi venne in tavola la torta gialla e calda come il sole, e intorno apparvero i dolci in forma di cuori, di uccelli, di frutta e di fiori, egli si sentì svenire: chiuse gli occhi e si piegò sulla spalla della madre. Ella credette che egli piangesse: invece rideva per il piacere.

 

Ma quando fu sazio e sentì bisogno di muoversi, ripensò ai suoi vicini di casa: che mai accadeva da loro? E il padre era tornato col dono?

Una curiosità invincibile lo spinse ad uscire ancora nel cortile, ad avvicinarsi e spiare. Del resto la porticina era socchiusa: dentro la cucina le bambine stavano ancora intorno al focolare ed il padre, arrivato tardi ma sempre in tempo, arrostiva allo spiedo la coscia del porchetto donato dai vicini di casa.

Ma il regalo comprato da lui, dal padre, dov’era?

– Vieni avanti, e va su a vedere – gli disse l’uomo, indovinando il pensiero di lui.

Felle entrò, salì la scaletta di legno, e nella cameretta su, vide la madre di Lia assopita nel letto di legno, e Lia inginocchiata davanti ad un canestro.

E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle tempie e gli occhi già aperti.

– È il nostro primo fratellino – mormorò Lia. – Mio padre l’ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il “Gloria”. Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte.

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[1] È una sopraveste di pelle d’agnello, nera, con la lana, che tiene molto caldo.

 

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I fatti nascondono

– I fatti – mormorò Basil come se parlasse di strani e lontani animali – i fatti come fatti oscurano la verità. Io posso essere uno sciocco – e in realtà sono un po’ fuori di testa – ma non ho mai creduto a… come si chiama il protagonista di quelle clamorose vicende? – Sherlock Holmes. Ogni dettaglio ci conduce a qualcosa, certo; ma in generale ci conduce alla cosa sbagliata. I fatti ci conducono in tutte le direzioni, mi sembra, come le migliaia di ramoscelli di un albero. È solo la vita dell’albero che possiede un’unità e che sale; è soltanto il sangue verde che sgorga, come una fontana, verso le stelle (“Il Club dei Mestieri Stravaganti”, p. 23 ed. Leardini)

 

Settembre 2017. Luigi Di Maio è l’unico candidato a guidare il governo (e a diventare capo politico) per il Movimento 5 Stelle che si accinge a fare le primarie online. Questo è un fatto. Ma che cosa significa il fatto? Di Maio è il solo che ci ha messo la faccia, incontestabilmente;  ma perché solo lui?

Perché è stanco di vivere tranquillo. 

Perché è il solo con la schiena abbastanza dritta.

Perché è avido di potere e gli altri no.  

Perché è tutta una finta per gabbare la gente: in realtà c’erano altri candidati ma sono stati nascosti.

Perché la gente si riempie la bocca di slogan e frasi fatte, come “democrazia diretta”, ma non ha la minima intenzione di farsi il culo, quello lascia che se lo facciano gli altri, salvo poi metterli in croce quando inevitabilmente sbagliano.

Perché…

Ecco, i fatti non possono dirci il perché delle cose, neanche il perché di sé stessi. Per questo Chesterton dice che i fatti nascondono la verità. Sono ostinati come dice Bulgakov, e anche questo è incontestabile; ma non sono né autoesplicativi né eteroesplicativi (cioè non spiegano né sé stessi né altre cose o fatti).

Degli zucconi omertosi, ecco che cosa sono.

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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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L’ironia e come riconoscerla

No, non è vero, stavolta ho esagerato: riconoscere l’ironia non è facile per niente. A me ci son voluti decenni, non scherzo.

È anche una faccenda complicata per il cervello. Talmente complicata che ormai molti cervelli ci rinunciano del tutto, come sta accadendo con la stramba pubblicità del Buondì Motta, la merendina più buona del mondo dopo la Fiesta Ferrero. (Numero uno per chi la mangia con il latte e il tè, anzi; ma io non prendo nessuno dei due.)

La pubblicità è oggettivamente stravagante, bisogna riconoscerlo: asteroidi che colpiscono le persone ci sono solo nei peggiori incubi dei poeti e forse nemmeno lì. Nella realtà, è risaputo, il massimo che può accadere è che un asteroide colpisca un pianeta e stermini i dinosauri e gran parte delle altre forme di vita per vari millenni.

Ma oggettivamente quella pubblicità è anche un’altra cosa: è una presa in giro. La prima frase infatti è una parodia del genere pubblicitario, così come Frankenstein Junior è una parodia del genere horror e Balle spaziali una parodia di Guerre stellari.

parodia
[vc. dotta, gr. paroidía, comp. di para– ‘para-’ e oide ‘canto’ (V. ode); 1575]

s.f.

1 Versione caricaturale e burlesca di un’opera, un dramma, un film e sim., o di parti di essi: fare la parodia di una famosa canzone; mettere qlco. in parodia.

2 (mus.) Nella musica medievale e fino al XVII sec., pratica di riutilizzazione e trasformazione di testi e melodie preesistenti per la realizzazione di nuove composizioni; dopo il XVII sec., deformazione di modelli stereotipati con intenti grotteschi.

3 (fig.) Persona, organismo e sim. che rappresentano soltanto un’imitazione scadente e ridicola di quello che in realtà dovrebbero essere: una parodia di governo, di parlamento.

Ma l’ironia che c’entra, allora? Una parodia è una presa in giro palese, mentre l’ironia è tecnicamente una forma di menzogna, come diceva Aristotele, cioè un modo di nascondere la verità; in senso ampio, è un modo per non mettere in mostra le cose con troppa crudezza.

L’ironia nasconde, la parodia sbeffeggia. Perciò in genere le parodie sono comprensibili e l’ironia invece richiede delle cognizioni che non tutti possiedono; i bambini per esempio non comprendono l’ironia perché hanno un senso della realtà molto letterale.

Per capire, userò un esempio. Anzi, due.

Primo. Se io dicessi a qualcuno che il film The Family Stone (in italiano “La neve nel cuore”) del 2005 è un’illustrazione della capacità che hanno i liberals americani di accogliere chi è diverso da loro, starei usando l’ironia e contemporaneamente dicendo una bugia in senso tecnico.

Per capire ciò che intendo, infatti, bisogna aver visto il film e quindi sapere già (cognizione che non tutti posseggono) che il film mostra l’esatto contrario: l’incapacità, almeno nell’immediato quotidiano, dei suddetti liberals di accogliere chi non la pensa e non si comporta come loro. È qui l’ironia della mia frase. Ma è qui anche la bugia.

In senso proprio avrei dovuto dire che il film illustra il livello di capacità che hanno i suddetti. Questa è una formulazione neutra, perché il livello può essere alto o medio o basso; ed è veritiera in ogni punto (se poi uno vuol capire quel che gli pare, sono fatti suoi, s’intende). La prima invece non lo è, perché “capacità di accogliere” è un’esperienza determinata ed è il contrario di “incapacità di accogliere”.

Nel primo caso, che è una formulazione ironica, sto dicendo il contrario di quel che è – perciò l’ironia è tecnicamente una menzogna, anche se ovviamente io non ho intenzione di far del male a nessuno descrivendo il film in quel modo.

Ecco, per dirla grossolanamente, l’ironia è “dire una cosa dicendo il suo contrario”, come si vede nell’esempio al punto 1 dello Zingarelli.

ironia
[vc. dotta, lat. ironia(m), dal gr. eironéia, da éiron, propr. ‘colui che interroga (fingendo di non sapere)’, di etim. incerta; 1374]

s.f.

1 Dissimulazione del proprio pensiero dietro parole che hanno significato opposto o diverso da quello letterale (ad es. bell’idea avete avuto!, per dire che l’idea è stata invece cattiva): ironia bonaria, sottile, grossolana | La figura retorica corrispondente a questo modo di esprimersi.

2 (est.) Umorismo sarcastico: non si fa dell’ironia sulle disgrazie altrui | Derisione, scherno: uno sguardo pieno d’ironia | (fig.) Ironia della vita, della sorte, del destino, si dice quando la vita, la sorte ecc. sembrano accanirsi contro qlcu., quasi a volerlo beffare.

3 (filos.) Ironia socratica, il metodo maieutico mediante il quale Socrate, fingendo ignoranza, portava il suo interlocutore alla scoperta della verità.

Non dovrebbe essere difficile capire che definirla “bugia” in moltissimi casi è una questione tecnica e non morale. Ci sono anche casi in cui l’ironia è una menzogna per davvero, ma questa è un’altra storia (che si trova raccontata, per esempio, nella Somma teologica, seconda parte della seconda parte, argomento 113, sull’ironia con la quale uno finge di sottovalutare sé stesso).

Secondo esempio. Ho detto che i bambini hanno un senso della realtà molto letterale. Una volta, anni fa, guardavo il film Cars, un cartone animato della Pixar, insieme al figlio di amici e a un certo punto c’era una scena catastrofica ed esilarante, come capita spesso in molti cartoni. Siccome era esilarante e io avevo già quarant’anni, quindi l’infanzia me l’ero scordata da un po’, ho cominciato a rotolarmi dalle risate. E Matteo, che di anni ne aveva quattro, si gira verso di me e grida: NON C’E’ NIENTE DA RIDERE! Ed era serio.

Qualche tempo dopo mi è successa una cosa analoga con mio nipote. La seconda volta ho capito. Repetita iuvant, come diceva qualcuno.

Io vedo i cartoni con gli occhi degli adulti che li hanno realizzati; ma i bambini li vedono con i loro occhi di bambini, che hanno esperienze limitate; tra queste c’è il dolore e la possibilità del dolore, anche diverso da quello che essi abbiano già conosciuto. Un incidente di massa tra automobili è una cosa che di per sé è dolorosissima, se accade nella realtà. A quattro anni i piccoli vedono questo, non percepiscono l’ironia o la parodia. Perciò si spaventano. Hanno il senso del drammatico, rispetto a certe cose; non hanno ancora il senso del comico. Quello lo sviluppano più tardi. E l’ironia, che è molto più complicata, trattandosi di una forma di dissimulazione, per loro rimane misteriosa ancora più a lungo. Specie se nessuno gliela insegna, cioè gliela indica a dito, nel senso etimologico della parola.

Ora, se una bambina si spaventa vedendo l’asteroide colpire la mamma nella pubblicità del Buondì, come ho sentito dire, io la capisco perfettamente.

Del resto, quella non è una pubblicità rivolta ai bambini, che non sono minimamente in grado di capirla. Se voleva esserlo, sarà meglio che la Motta prenda altri pubblicitari. La parodia dell’inizio, forse la rilevano e forse no: voglio dire che probabilmente nessuno di loro si esprimerebbe in quel modo per chiedere una merendina alla mamma, ma non saprebbero dare ragione del perché non lo fanno. (Questo tra l’altro implica che, se non ci fosse il colpo successivo, i bambini potrebbero pure cominciare a imitare quel modo di parlare; ma anche questa è un’altra storia.)

Di sicuro i bambini non sono in grado di capire l’ironia successiva, dove il sussiego della mamma, insieme alla sua poca fede nella Motta, viene abbattuto dall’asteroide. Quella è proprio comicità ironica e i bambini non hanno gli attrezzi mentali per capirla. Gli adulti ce li dovrebbero avere, però, e dire ai figli spaventati: Ma guarda che questa cosa non è reale: serve per far ridere i grandi e fargli ricordare la merendina quando vanno a fare la spesa.

Così, e solo così, i bambini impareranno pian piano a distinguere la realtà primaria dalla realtà secondaria e alla fine anche l’ironia. È vero che da noi si chiama “ironia” ciò che propriamente è sarcasmo; come lo Zingarelli riporta al punto 2. Ma i bambini non capiscono nemmeno il sarcasmo, benché riescano a capirlo molto prima di altre cose. Sono tutti aspetti che devono imparare dai grandi, altrimenti li impareranno dai libri – quelli fortunati, come me – oppure non li impareranno mai e diventeranno adulti semiselvaggi che nella stramba pubblicità del Buondì Motta vedono chissà che attacchi lobbistici alla famiglia. In gergo si chiama “fuoco amico”.

Non arriverò ad eliminare queste persone dalla mia lista contatti di Facebook, come ha minacciato di fare un mio amico.

Ma possa un asteroide colpirmi se mai dovessi prenderli sul serio per altro che per il danno manifesto alla corteccia prefrontale.

 

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Corruzione

Quando uno sente parlare di corruzione, oggi, pensa subito a qualche amministratore, soprattutto pubblico, che ha preso dei quattrini per permettere a un malandrino di fare porcherie o attività comunque illecite. Pensa, in altre parole, a un comportamento illegale che lo Zingarelli definisce così:

Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere.

Questo però è un significato che non è quello primario. È un significato derivato, una ramificazione.

La corruzione è innanzitutto il fenomeno fisico per cui la materia organica si decompone o si altera; in secondo luogo, è il fenomeno spirituale per cui un’anima perde le sue migliori qualità; in terzo luogo, è l’alterazione di una lingua.

Dal secondo significato deriva il reato, che infatti appartiene alla sfera spirituale, alla morale. Se uno manca al proprio dovere, se uno tenta un altro perché venga meno al suo dovere, è una faccenda spirituale, anche se passa per qualcosa di materiale. Perciò lo Zingarelli mette il reato (anzi, i reati, perché ce n’è anche un altro tipo) nel punto numero 2, il cui primo significato è appunto quello di deterioramento morale.

corruzione o †corrozione
[vc. dotta, lat. corruptione(m), da corruptus ‘corrotto (1)’; 1282]

s.f.

1 Decomposizione, alterazione materiale: la corruzione di una sostanza, del corpo umano, dell’aria. SIN. Putrefazione | (raro) Inquinamento: corruzione dell’acqua, dell’aria.

2 Deterioramento morale: corruzione politica; la corruzione dei costumi, della società; la corruzione dei sentimenti, degli affetti. SIN. Depravazione, dissolutezza, pervertimento | Attività illecita in vari tipi di reati: corruzione di minorenni | Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere: corruzione di un testimone; corruzione di pubblico ufficiale. CFR. Concussione.

3 Alterazione, decadimento di lingua, stile e sim.: la lingua latina s’è corrotta…, e da quella corruzione son nate altre lingue (CASTIGLIONE).

4 †Contagio, infezione.

5 †Disfacimento.

 

Una cosa curiosissima del nostro mondo moderno è che non solo le parole stanno via via perdendo significati, al punto che tra un po’ un italiano qualunque non riuscirà più nemmeno a leggere le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, che non è poi un testo molto vecchio (gran perdita, perché è un romanzo straordinario); ma ciò che resta, dopo le riduzioni, è molto spesso un significato ristretto di tipo legale.

Il caso del termine “corruzione” è evidente ma non è il solo. Il significato legale, che è specifico e limitato, diventa IL significato, gli altri spariscono o quantomeno impallidiscono.

Questa è innanzitutto una perdita. Non c’è bisogno di essere puristi o cabalisti per capire che, se di sette significati ne manteniamo solo uno, gli altri sei li abbiamo perduti. Ecco qui i sette:

—dall’Enciclopedia Universale Rizzoli-Larousse, IV, 1967

CORRUZIONE s.f. (lat. corruptio, -onis). Azione di corrompere, di putrefare; stato di ciò che è corrotto, putrefatto: “L’aceto è una corruzione stizzosa del vino (Papini). || L’alterare, il guastare: ” La lingua latina s’è corrotta e guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue (Castiglione). || In partic. Alterazione di un testo, di una parola: ” Non è corruzione questa che derivi dalle distrazioni di un amanuense letterario (Carducci). || L’alterare ciò che è sano, onesto; condizione di un animo che è stato corrotto: ” I primi tentativi del cinematografo aprivano vaste possibilità alla corruzione della gioventù (Montale). || L’indurre ad atti illeciti con danaro, doni, promesse: ” orse molta pecunia per corruzioni (D’Annunzio). || Ant[icamente]. Epidemia ; infezione: ” Gran corruzione di vaiuolo, che fu in Firenze (Villani). || Distruzione: ” Io veggio l’acqua, io veggio il foco, / …venire a corruzione e durar poco (Dante).

 

In secondo luogo, però, è preoccupante – più della perdita, che in parte è fisiologica, per così dire – che si mantengano i significati legali a scapito degli altri.

Questo riflette una mentalità che è molto diffusa e che ormai abbiamo un po’ tutti, almeno come tentazione, perché la assorbiamo senza nemmeno renderci conto: è l’idea che le leggi, per il solo fatto di esistere, ci possano salvare dal caos. C’è un problema? Facciamo una legge!

Meno male che alle tentazioni ci si può opporre. Però questo modo di trattare le parole, a lungo andare, impedisce di vedere le cose come sono.

Pensiamo a chi dice che l’abusivismo edilizio ha fatto crollare le case a Ischia. Questo non è vero, e non solo nel caso specifico: non è vero mai.

Le case crollano perché sono costruite malamente o sono logore per l’età, non perché sono abusive. Sarà abusiva la chiesa parrocchiale di Casamicciola? Eppure una delle due vittime è stata uccisa da un cornicione di quella chiesa.

Se uno mi dicesse che le case abusive sono costruite peggio delle altre, con meno attenzione ai materiali eccetera, gli riconoscerei un buon argomento. Sarebbe un argomento da verificare, però, perché crolli di edifici non abusivi ne abbiamo visti molti. Era abusiva la Casa dello Studente a L’Aquila? Era costruita male.

Ma ci si butta a parlare dell’abusivismo; come se, facendo una legge o magari un’Autorità o un’Agenzia con i suoi bravi provvedimenti, potessimo evitare che domani muoia qualcun altro dopo un terremoto.

Invece il problema è la corruzione, ma quella dello spirito prima di quella dei soldi.

 

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