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La vita è arcigna con chi le mette il muso (E. Mounier, Lettere sul dolore)

Ho trovato la citazione in un blog con la forma che ho messo nel titolo. Poi ho scoperto la fonte: “La vita è arcigna con quelli che tengono il broncio” (E. Mounier, lettera a Madeleine Mounier, 4 novembre 1929, in Lettere sul dolore, BUR)

Ho avuto spesso la medesima idea e impressione: quelli che si lamentano sempre di ogni cosa, che si comportano come se avanzassero chissà che da chissà chi… hanno una vita più infelice di altri.

E non è che si lamentino *perché* hanno una vita infelice, no: certuni si lagnerebbero perfino in un palazzo d’oro, come la vecchia nella favola di Puskin. Hanno una vita infelice proprio perché si lamentano.

Immagino che lamentarsi impedisca alle persone di godere di ciò che hanno, di quello che c’è e di partire da lì per avanzare verso qualcosa di meglio.

Il contrario di Cenerentola, insomma. Lei non si lamentava mai, come fa notare la fiaba. E alla fine diventa una regina non perché un principe arriva e se la porta via, ma perché è lei stessa a muoversi (assecondando un desiderio anche abbastanza comprensibile e umano, per niente fuori dagli schemi), con l’aiuto di un’amica che fa per lei quello che può.

Perché bisogna che sia chiaro: se Cenerentola fosse stata simpatica e garbata come le sue sorellastre, fata madrina o no, col cavolo che sposava il principe!

Capisco come mai GKC dava tanta importanza alle fiabe. Non sono del tutto sicura che un bambino lo capisca al volo, ma casomai ci penserà chi gliele racconta, ad aiutarlo a capire. E poi effettivamente col tempo i bambini capiscono molte cose. Chissà, forse è per questo che amano tanto rivedere i cartoni animati dozzine di volte: per scoprire tutto quel che c’è da scoprire.

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Ieri mattina, mentre leggevo la prima lettura della Messa per l’Immacolata, mi è un po’ scappato da sorridere. Spero che nessuno se ne sia accorto e spero di non essere irriguardosa a raccontarlo (mi dovrò informare), ma insomma ho notato ciò che in italiano comunemente si chiama “scaricabarile”:

11Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».

12Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”.

13Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.

Genesi, capitolo 3, versi 11-13 (una parte della lettura)

 

Tutte cose vere: è vero che Eva va da Adamo e gli allunga il frutto, così come è vero che il serpente va da Eva e la mena per il naso.

Altrettanto vero è che nessuno dei due era obbligato a cascarci.

Oh, di giustificazioni se ne possono trovare. Per dirne solo una, Eva è stata ingannata da un fior di tentatore; vorrei vedere chiunque di noi al posto suo.

Ma oggettivamente nessuno dei due era obbligato a cascarci. Solo che tutti e due hanno scelto la linea di minor resistenza; suppongo che il Nemico puntasse proprio su questo.

La linea di minor resistenza è: mi fido di qualcuno che ha meno titolo alla mia fiducia (il serpente, Eva) perché è meno faticoso che fidarmi di chi ha maggiore titolo (Dio).

Dopodiché, siccome la linea di minor resistenza è anche linea di frattura, ovviamente è successo un pasticcio. E allora giù a scaricare il barile. Pur dicendo, in fin dei conti, la verità, è stato comunque un atto di viltà da parte di entrambi.

Chissà che sarebbe successo se Adamo avesse solo detto: “Perdonami, ho fatto ciò che tu mi avevi detto di non fare e me ne sono pentito”?

Se l’avesse fatto, suppongo che non sarei qui a scriverne.

Curiosamente, questo “fidarsi secondo la linea di minor resistenza” è ciò per cui Guido da Montefeltro si ritrova all’inferno.

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,

ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.

(Come dicevo, Guido sapeva bene
che non era cosa da farsi… )

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ‘l mio antecessor non ebbe care”.

Allor mi pinser li argomenti gravi
là ‘ve ‘l tacer mi fu avviso ‘l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi

(… ma era più facile seguire
la linea di minor resistenza)

di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.

Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar; non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra ‘ miei meschini
perché diede ‘l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;

ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.

Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.

Divina Commedia, Inferno, canto XXVII, versi 81-123

Quando vidi che ero giunto a quell’età nella quale ognuno dovrebbe calar le vele e raccogliere le sartie[1] / ciò che prima mi piaceva[2] mi venne a dispiacere, e così, dopo essermi pentito e confessato, presi i voti;[3] ahi, povero me disgraziato! quanto sarebbe stato meglio che mi fossi fermato lì.

Il principe dei nuovi farisei,[4] avendo in corso una guerra vicino a casa,[5] e non con saraceni o giudei / perché ogni suo nemico era cristiano – nessuno di questi era tra i vincitori di Acri né stato in Terrasanta come mercante[6] – / non ebbe riguardo né per il suo sommo ufficio e gli ordini sacri di cui era investito né per il cordone che io portavo e che era solito rendere più magri coloro che cingeva.[7]

Ma, come l’imperatore Costantino aveva chiesto aiuto a papa Silvestro, nascosto sul Soratte, per guarire dalla lebbra, così egli mi volle come maestro / per guarire dalla febbre della superbia che l’aveva preso; mi chiese consiglio e io tacqui perché le sue parole mi sembrarono quelle di uno che non ragiona.

Egli proseguì dicendo: “Non avere sospetti in cuor tuo; ti assolvo fin da ora, tu insegnami come posso conquistare la roccaforte di Palestrina. / Io posso aprire e chiudere le porte del cielo, come sai; perché sono due le chiavi che il mio predecessore ha disprezzato”.

Allora le autorevoli argomentazioni infine mi convinsero che tacere fosse peggio che parlare[8] e dissi: “Padre, visto che tu mi lavi / da quel peccato che sto per commettere, [ti dico che] per trionfare e rinsaldare la tua posizione devi promettere molto e poi non mantenere ciò che hai promesso”.[9]

Dopo la mia morte, venne san Francesco a prendermi; ma un diavolo gli disse: “Non portarlo via, non farmi torto. / Deve venirsene giù tra i disgraziati di cui mi occupo io, perché diede quel consiglio fraudolento, e da allora gli son sempre stato vicino, pronto a pigliarlo pei capelli; / perché non si può assolvere chi non si pente, e nemmeno si può pentirsi di qualcosa e continuare a volerla: è una contraddizione e non sta in piedi”.

Povero me! come mi resi conto di ciò che avevo fatto quando mi afferrò dicendomi: “Forse tu non pensavi che io fossi capace di logica!”.

 

Formalmente, diciamo, Guido è all’inferno per aver consigliato un inganno: ma lo aveva fatto, pur sapendo bene in fondo al cuore che si trattava di una cosa sbagliata, fidandosi per il proprio comodo di chi gli aveva chiesto quel consiglio.

Pure costui lo inganna, tra l’altro: perché il Papa non può aprire e chiudere le porte del Paradiso a piacer suo. Ma lui, secondo Dante, finirà tra i simoniaci del canto XIX e non tra gli ingannatori.

 

In Wikisource c’è il testo dell’intero canto (e dell’intera Commedia).

 

 

 

[1] Metafora: diminuire le attività mondane e cominciare a pensare al riposo (eterno). Le sartie sono le funi con cui si gestiscono le vele.

[2] Guido era stato un condottiero, famoso per l’intelligenza e la scaltrezza.

[3] Entrò nell’ordine francescano, dopo una vita molto ma molto movimentata; era anche stato scomunicato più d’una volta, tanto per rimanere in ambito di religione.

[4] Il papa Bonifacio VIII e la sua curia. Non sta dicendo che tutti i cattolici sono ipocriti. Sta dicendo che erano ipocriti quelli che seguivano Bonifacio VIII.

[5] Il Laterano, in Roma, era allora la sede del Papa.

[6] La città di Acri fu assediata e vinta dai Saraceni nel 1291; quanto ai mercanti, la Chiesa aveva proibito ai cristiani di commerciare con i mussulmani di Terrasanta. Commerciare con un popolo nemico, in effetti, sarebbe stato più o meno come vendere armi a paesi in guerra e contemporaneamente promuovere conferenze di pace; vi ricorda qualcosa? Ovviamente, il divieto non funzionava, esattamente come non funzionano le conferenze di pace.

[7] Il cordone da francescano, appunto, che era segno della povertà in cui vivevano coloro che ne erano cinti.

[8] Gli parve peggio, cioè, disobbedire al Papa che consigliargli un inganno per far cadere la città. Ma non è una posizione seria, perché cede a una promessa che gli fa comodo. Infatti, la prima reazione era stata di pensare che erano parole folli.

[9] Ecco perché è un “consiglio fraudolento”: perché è proprio una frode, un inganno, non un’astuzia tattica ma una vera vigliaccata.

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Sfumature

Io non direi che Donald Trump ha vinto perché ha promesso di dar voce a quelli che finora non l’hanno avuta.

Direi invece: quelli che finora non hanno avuto voce erano talmente certi che neanche Hillary Clinton gliel’avrebbe data (e gli indizi per giungere a una tale conclusione erano tanti ma tanti) da pensare che valesse la pena rischiare puntando su Trump.

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Codarda, forse, incapace no

Virginia Raggi, sindaca di Roma, ha usato due argomenti per motivare il rifiuto di cedere Roma ai comodi olimpici.

Uno degli argomenti era eccellente: non ce lo possiamo permettere. Non è la prima ad usarlo; e l’assessore all’urbanistica che dice che “senza i soldi delle Olimpiadi la città andrà in default” mostra di non aver capito bene che cosa vuol dire “soldi per le Olimpiadi” se pensava di usarli per qualcos’altro.

Ma l’altro argomento non era eccellente. L’altro era un argomento da codardi.

C’è la corruzione nelle costruzioni? Ma certo che c’è. Se però uno dovesse evitare di costruire le case perché c’è la corruzione, abiteremmo tutti in tenda. Che magari sarebbe anche una buona soluzione per il problema dei terremoti, anziché sottostare alla gabella dell’assicurazione antisisma che sicuramente ci arriverà tra capo e collo entro un paio d’anni, ma ora non c’entra.

Sono i codardi quelli che fanno e non fanno cose per evitare i pericoli. Anche se nel caso di Roma potrebbe trattarsi solo di sana prudenza.

codardo

[fr. ant. couard ‘con la coda bassa’, da cou, forma ant. di ‘coda’; 1266]

A agg.

1 (lett.) Che si ritira, per pusillanimità, vigliaccheria e sim., di fronte a rischi, pericoli e doveri | Vile: io so’ de’ paladini il più codardo (PULCI). SIN. Vigliacco.

2 (est., lett.) Che rivela, nasce da, codardia: gesto codardo; vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio (MANZONI).

|| codardamente, avv.

B s. m. (f. -a)

* Persona codarda.

 

Affermare di temere la corruzione, però, se è un possibile segno di codardia, non è per niente un segno d’incapacità. Anzi.

Un incapace è uno che non è capace di fare qualcosa (o di fare qualunque cosa, nello secondo mamme e capuffici facili all’isteria).

Ora, io vorrei proprio vedere quale dei nostri brillanti politici se ne verrebbe a dire “Io sono capace di eliminare la corruzione”. Penso che di simili babbei non ce ne siano nemmeno tra i politici.

(Come sarebbe a dire che ne avete sentito uno or ora al tg?  Avrete capito male.)

Ne consegue che essi, tutti, se non sono babbei, sono incapaci.

incapace

[vc. dotta, lat. tardo incapace(m), comp. di in- (3) e capax, genit. capacis, da capere ‘prendere’, di orig. indeur; 1483]

A agg. (assol.; + di; lett. + a)

1 Che non sa, non è capace di fare qlco.: un giovane incapace di mentire; è incapace di organizzarsi; si rende incapace a poterle più sperimentare (LEOPARDI) | Che non sa svolgere bene la propria attività: un tecnico assolutamente incapace. SIN. Disadatto, inabile.

2 (dir.) Che non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi.

B s. m. e f.

1 Individuo inetto, inabile.

2 (dir.) Chi non è in grado di attendere alla cura dei propri interessi: circonvenzione di incapace.

 

Insomma, per usare un linguaggio cristiano, temere la corruzione a Roma è più un segno di umiltà e sano realismo che di incapacità o perfino di codardia.

In effetti, a me pare molto più incapace la velleità con cui si pretenderebbe di eliminarla, la corruzione: perché può essere ridotta, tenuta sotto controllo, punita (certo, bisogna darsi molto ma molto da fare, però si può fare), ma eliminata no. Non è eliminabile, altrimenti dai tempi di Cicerone in qua ce l’avremmo fatta. Non ci sarà mica un complotto, per mantenerla, da parte degli avvocati che poi ci fanno carriera, giusto come Cicerone?

La velleità del resto è incapace per definizione:

velleità

[fr. velléité, dal lat. velle ‘volere’. V. †velle; 1640]

s. f.

* Desiderio, aspirazione, progetto e sim. irrealizzabile perché sproporzionato alle reali capacità del soggetto: velleità artistiche, politiche, sociali; velleità senili, giovanili, fanciullesche; avere delle velleità; mostrare qualche velleità.

 

La sindaca Raggi mi sta poco simpatica; se poi è vero quel che dicono del suo comportamento con il presidente Malagò – che l’abbia lasciato ad aspettare un’ora, mentre andava a pranzo, e che poi abbia usato come scusa un “contrattempo” – bisognerà pensare che la sua villania è uguagliata solo dalla sua villania.

Men che meno mi sta simpatico il suo Movimento; apprezzo la loro volontà di mettersi in gioco, detesto la loro granitica indisponibilità a migliorare. (E anche la velleità, che però è un male comune.)

Ma rifiutare di prestare Roma alle brame del CIO – che è la parte che guadagna di più, quando ci sono le Olimpiadi, e a naso direi che non lo fa per noi, di insistere su Roma – mi pare piuttosto un esempio di capacità. Capacità di fare i conti o di dare ascolto a chi sa farli. Anche un referendum in merito sarebbe stato un costo inutile, sarà per questo che l’idea fu bocciata a metà agosto.

Se poi Malagò e la sua struttura[1] si sono sentiti in dovere di spendere i nostri denari inutilmente, mi pare che sarebbero da denunciare loro e non il Comune di Roma per danno erariale.

Anzi no, ho un idea migliore.

Possono fare le Olimpiadi a Torino.

Così azzeriamo il danno erariale precedente.

 

Per saperne di più (specie sui soldi):

OLIMPIADI 2024/ I “rischi” di ospitare i Giochi in Italia, di Mauro Bottarelli, Il Sussidiario, sabato 13 agosto 2016

 

 

[1] Il CIO è il Comitato Olimpico Internazionale e coordina le associazioni olimpiche nazionali. L’associazione olimpica italiana è la struttura presieduta da Giovanni Malagò, il CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

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Soccomberemo 4 e poi basta

Non so se è il caso di deprimermi. Potrebbe esserlo. Sto correggendo un testo sull’agricoltura di precisione che è una delle robe più aberranti che mi sia capitato di leggere, non come testo ma per la filosofia che ci sta dietro e di cui l’autore, cosa tristissima, non mi sembra punto consapevole.

(Uno dei misteri più misteriosi della contemporaneità è che ognuno ha una filosofia e non se ne rende conto, perché è la filosofia di qualcun altro che neanche gli vuole bene.)

L’agricoltura di precisione in sé è una cosa buona: sono le tecnologie che consentono di lavorare i terreni e raccogliere i prodotti servendosi dell’assistenza di strumenti elettronici e informatici per alleggerire la parte di lavoro di campo relativa alle misurazioni, alle distribuzioni, alle decisioni sui momenti d’intervento e simili cose, oltre e più che alleggerire il lavoro fisico. Esistono per esempio software tramite i quali un satellite dice alla seminatrice del mais se la parte di campo che si sta seminando è più o meno fertile, così la seminatrice lascia meno semente o più, anziché la quantità media come si fa di solito. Esistono sistemi per la guida assistita che impediscono al trattore di passare due volte sulla stessa striscia di campo quando si cambia direzione di marcia (i campi si arano andando da un lato all’altro e poi girando sulla capezzagna e invertendo la marcia: a seconda della manovrabilità e dell’abilità del trattorista, capita che le due strisce lavorate si sovrappongano più o meno). Insomma, ci sono sistemi che rendono il lavoro meno faticoso ed è una buona cosa, visto che si tratta di un lavoro molto faticoso.

Certe descrizioni e affermazioni, però, sono al limite del ridicolo, quando proprio non ci sguazzano dentro. Un tale ha scritto che il trattorista, avendo meno lavoro mentale da fare, potrà dedicarsi ad altro. Chissà che pensa che si possa fare: scrivere un romanzo-fiume, far due chiacchiere con la fidanzata (se non ha da lavorare), prendere una laurea o più modestamente farsi una canna o due, tanto ormai sono belle che legalizzate?

La cosa davvero deprimente non è la tecnologia in sé; non è nemmeno il ridicolo di certi accademici; non è neanche l’industrialismo applicato alle piante.

La cosa davvero deprimente è che tutti pompano l’idea che la vita è da un’altra parte rispetto al momento che stai vivendo qui e ora.

Quando dico “tutti” intendo che lo pensano e pompano anche quelli che a discuterne sosterrebbero di no, che il momento presente è il solo che conta, perché il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora (una cosa che don Giussani disse molto tempo prima di Maestro Ugwei, e forse qualcun altro l’ha detta anche prima di lui ma non ne ho idea). Sì, il momento presente è il solo che conti ma tutti vorrebbero essere altrove e spendono tanti soldi per provarci o farci provare gli altri.

Questo ci farà soccombere: non la violenza altrui ma la stupidità cosmica per cui ciò che non fai vale più di ciò che stai facendo, ciò che non hai vale più di ciò che hai e ciò che non sei vale molto più di ciò che sei.

Con questo, la serie “Soccomberemo” finisce. Non doveva essere una serie; ma poi mi è parso, fino a oggi mi pareva che potesse servire a qualcosa, perché a volte la soluzione non si riesce a trovare perché non si sa vedere il problema.

Ora, invece, vedo bene che ci vuole qualcuno che scriva di come sono belle le cose, il mondo, la terra sotto ai piedi nudi (a me piace zappettare l’orto a piedi nudi, perché è oggettivamente piacevole e non perché lo faccio senza esserci costretta), le nubi nel cielo, le ortiche e le lumache, le querce e le onde del mare, i fagiolini e le cornacchie, accendere il fuoco, intagliare il legno, il pane e la marmellata e l’arrosto e l’acqua fresca e la birra…

Personalmente, la birra non mi va giù e in generale non sono io a poter scrivere neanche delle cose che amo.

Ma posso chiedere che arrivi qualcuno capace di farlo.

Se non saremo in grado di rendere interessanti per gli uomini
l’alba, il pane e i segreti creativi del lavoro,
piomberà su tutta la nostra civiltà un affaticamento
che è l’unica malattia da cui le civiltà non guariscono.
Così morì la grande civiltà pagana:
tra cibo e circhi e dimenticanza dei lari domestici.

Dunque, qualunque cosa scegliate di fare,
non beffatevi del libro della Genesi.

Sarebbe molto meglio per voi, sarebbe molto meglio per tutti noi,
se rimanessimo così legati al libro della Genesi
da considerare la settimana
come una serie di azioni simboliche,
che ci ricordano i passi della creazione.

Sarebbe molto meglio se ogni lunedì,
anziché essere un lunedì nero,
fosse un lunedì luminoso,
per celebrare la creazione della luce.

Sarebbe molto meglio se il martedì,
parola che attualmente suona molto scialba,
rappresentasse un tripudio di fontane, fiumi e ruscelli scroscianti,
perché fu il giorno della divisione delle acque.

Sarebbe bello se ogni mercoledì
fosse l’occasione di appendere in casa rami verdi e fiori,
perché queste cose spuntarono nel terzo giorno della creazione;
o se il giovedì fosse consacrato al sole e alla luna
e il venerdì consacrato ai pesci e ai polli, e così via.

Allora cominceremmo a intuire l’importanza della settimana
e quali grandi cose
una civiltà dalla grande immaginazione
potrebbe fare in una settimana.

—Gilbert Keith Chesterton, Radio Chesterton

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Diritti… sbilenchi  

Perché dovrebbe essere un diritto avere l’accesso a internet (più o meno veloce) ma non è ritenuto un diritto avere l’automobile?

Un’automobile ti consente di andare al lavoro, o perlomeno di andartelo a cercare con qualche agio, se è di quelli che richiedono la ricerca porta-a-porta.

Ti consente anche di mantenere i rapporti con i tuoi amici andandoli a trovare a casa loro o nei luoghi che frequentano.

L’automobile è più utile di internet sia per il lavoro sia per le relazioni, salvo casi particolari che, in quanto particolari, non sono la norma.

Il problema non può essere il costo: internet non è gratis, anche quando i costi non siano pagati direttamente dagli utenti (è come la sanità pubblica, insomma).

Eppure nessuno ha mai percepito l’automobile come un diritto umano, internet invece sì.

Non c’è da chiedersi come mai?

La domanda mi è sorta leggendo The Free Press di Hilaire Belloc, anche se non parla né di automobili (almeno i paragrafi che ho letto finora) né di internet (è del 1918). Anche la risposta potrebbe venire da lì, almeno in parte; ma non voglio togliere il divertimento a nessuno.

(Se poi riesco a trovare un editore per la traduzione, si potrà divertire anche chi non conosce l’inglese.)

Spesso mi sono stupita della capacità profetica di Belloc e di Chesterton ma ultimamente mi dico che non si trattava proprio di chiaroveggenza sul futuro quanto di chiaroveggenza sul presente: in altre parole, da un secolo e mezzo siamo fermi più o meno allo stesso punto, in termini umani (antropologici, se si vuole) e loro due, insieme a pochi altri, ne furono consapevoli subito, al punto da vedere anche sviluppi impensabili ai più.

 

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Dopo aver sentito il telegiornale…

… e dopo tre minuti in cui volevo convertirmi all’ebraismo, sono andata a vedere che cos’ha detto veramente il Santo Padre.

Avrei dovuto farlo prima, sono stata ingiusta, ma mi ero trovata presa tra il cattolicesimo di Renzi e il femminismo della Scaraffia: una posizione da far girare la testa.

Per la cronaca: Papa Francesco ha detto che farà studiare il ruolo delle diaconesse nella Chiesa primitiva.

Mi par di ricordare che fossero quasi tutte vedove. Ma siccome il Santo Padre sembra pensare solo al ruolo delle religiose, il problema di liberarsi dei mariti non si pone.

Si pone, invece (e di brutto) il problema della sete di potere, ma quello ormai gira da un secolo e più.

Ho comunque capito che quelle che si chiamano comunemente “diaconesse”, in genere le ministre dell’eucaristia, evidentemente non lo sono.

 

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