Archive for lavoro

Soluzioni e problemi

La sera e notte di mercoledì 31 dicembre 2014, a Roma mancavano – per malattia e affini – l’83% dei vigili urbani.

In una sera impegnativa, nella capitale d’Italia, mancavano oltre i quattro quinti dei vigili. In altre parole, ha lavorato solo un vigile ogni cinque.

Tutti gli altri avevano da fare una visita o una donazione di sangue, o da accompagnare familiari dal medico. Tutti nello stesso giorno di 365 che ne ha avuti il 2014.

Che abbiano o no le carte in regola, quattro vigili su cinque mancavano nella stessa impegnativa serata dallo stesso luogo di lavoro.

Quante probabilità ci saranno, che tutte le visite mediche proprie o altrui e le donazioni di sangue si concentrino nello stesso giorno di 365? Non lo so; a naso, però, non credo siano tante tante tante.

Ma il problema, secondo i rappresentanti sindacali (e non solo), sarebbero le carte e i certificati, che sono tutti a posto come dice la normativa.

A questo punto, bisognerà parafrasare padre Brown e dire:

non è che non riescono a vedere la soluzione,
è che proprio non vedono il problema.

 

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Parole quotidiane: il PIL

Ogni tanto esce fuori l’idea di accorpare le festività per aumentare il PIL. Poi magari viene dismessa con la scusa che “tocca sensibilità troppo profonde”. In realtà quest’ultima è una sciocchezza destinata a farsi approvare da tutta la fetta di italiani anticlericali (visto che da noi la maggior parte delle festività è religiosa) e illiberali, così come l’altra idea serve a farsi approvare da tutti quelli che ce l’hanno su con i fannulloni o con i privilegiati o semplicemente con quelli che hanno un lavoro. Questo l’ho capito sentendo o leggendo i commenti di qualcuno, così come ho capito che molti non hanno idea  di che cosa è il PIL e di come si misura. Né di che cosa sia il lavoro in rapporto all’uomo, se è per quello.

Potrebbe servire, allora, raccontare in parole povere che cosa sono il PIL e altri elementi economici di cui si sente parlare in tv: termini come risparmio, lavoro, previdenza, povertà… parole che hanno un loro significato, e lo mantengono, ma vengono usate in maniera distorta o ideologica. In questo periodo non ho molta voglia di scrivere, perché mi manca un certo tipo di tranquillità, ma due parole sul Pil le scrivo volentieri.

Che cos’è il PIL

PIL è una sigla che sta per Prodotto Interno Lordo. Detto in parole assai povere, il PIL è Leggi il seguito di questo post »

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Costituente e lavoro

Già da qualche tempo volevo cercar di risolvere la questione del lavoro-diritto che nasce da una certo modo di proporre (propinare?) la Costituzione italiana. Risolvere nel senso di capire come stanno le cose.

Anni fa, lessi un articolo in cui qualcuno affermava che i membri della Costituente non intendevano stabilire che il lavoro è un diritto e basta,  né che lo Stato ti deve procurare il lavoro quando non ce l’hai o e garantirlo anche se non lo sai fare – che, gratta gratta, è esattamente quel che pensa buona parte delle persone, a giudicare da come si esprimono; e non c’è neanche bisogno di grattare molto a fondo. Essi intendevano invece che lo Stato deve fare in modo che nessuno ti neghi il diritto a fare il lavoro che scegli di fare.

Disgraziatamente, io sono convinta che il qualcuno fosse Sergio Romano sul Corriere della Sera, ma il Corriere non è d’accordo con la mia convinzione: nell’archivio, infatti, non ho trovato l’articolo che ricordo. Ne ho trovato però un altro che mi ha fatto venire un’idea: cercare i documenti della Costituente e leggere le parti che riguardano il lavoro.

Detto fatto – potenza della tecnologia! L’università di Bologna mette a disposizione giustappunto le discussioni della Costituente, tramite il progetto Wiki-Costituzione, con una funzione di ricerca adeguata alla mia ricerca. I documenti sono disponibili anche nel sito della Camera dei Deputati, ma solo in formato pdf (scansioni degli originali a stampa, accessibili tramite la barra a destra).

Così, oggi ho cominciato a leggere. Vedrò che cosa pensavano i nostri padri del lavoro: diritto, dovere, necessità, sfiga? E come noi siamo arrivati a pensare quello che pensiamo?

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Shareholder & stakeholder

Shareholder significa azionista, persona che possiede (hold) una quota (share) di una società.

Stakeholder invece indica chi ha un interesse particolare verso un’azienda, pur non possedendo azioni e anche se il suo coinvolgimento non è di natura finanziaria. In italiano a volte è tradotto con “portatore di interessi” che trovo orripilante (anche se, lo ammetto, “aventi interessi” sarebbe molto peggio, benché letterale).

Il primo significato di stakeholder in realtà è uguale a shareholder, secondo il Cambridge Advanced Learner’s Dictionary (CALD). Quello che ho riportato sopra e che viene usato normalmente è il secondo significato nel CALD:

stakeholder noun [C]
1 a person or group of people who own a share in a business
2 a person such as an employee, customer or citizen who is involved with an organization, society, etc. and therefore has responsibilities towards it and an interest in its success.

Bella definizione, no? Chi mai avrebbe pensato di avere delle responsabilità di fronte a un’azienda, oltre che dei diritti?

Secondo il Merriam-Webster online, invece, le definizioni di stakeholder sono tre:

Main Entry: stake·hold·er
Pronunciation: \ˈstāk-ˌhōl-dər\
Function: noun
Date: 1708

1 : a person entrusted with the stakes of bettors
2 : one that has a stake in an enterprise
3 : one who is involved in or affected by a course of action

dove stake significa “an interest or share in an undertaking or enterprise”.

Il significato 1 indica la persona a cui erano affidati i soldi degli scommettitori che poi avrebbero costituito il premio per il vincitore. Sarebbe  divertente capire qual è il collegamento: forse che l’attività d’impresa nel XVIII secolo era considerata una scommessa?

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CRISI/ Zamagni: non tutti piangono, c’è anche chi guadagna più di prima, IlSussidiario, giovedì 1 luglio 2010 (il post mi è venuto in mente a causa di questo articolo)

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Riflessioni mentre pulisco le scale: Conflitti

Una vecchia battuta, non so più di chi, dice che dopo le partite della nazionale di calcio gli italiani sono tutti CT.

Questo è un fenomeno osservabile da chiunque (anche se non tutti gli italiani sono così) ed è osservabile anche in altri ambiti. Spesso mi sono imbattuta in persone che, a sentir loro, avrebbero saputo far meglio il lavoro di qualcun altro.

È irritante e temo che ci caschiamo tutti prima o poi.

Il fenomeno speculare è altrettanto irritante.

Il fenomeno speculare al so-far-meglio-di-te è ovviamente il siccome-non-hai-i-titoli-allora-non-puoi-saperlo-fare.

Questi due atteggiamenti confliggono e sono entrambi irragionevoli (e anche un po’ sciocchi). Ci dev’essere un giusto mezzo, da qualche parte.

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Archeologi

Da bambina volevo fare l’archeologa. A otto anni m’innamorai di un affresco egizio visto nel sussidiario di terza elementare, e della storia antica in genere, perciò decisi che quello sarebbe stato il mio lavoro. (Poi ho cambiato idea. Ma questa è un’altra storia.)

archeologo

[vc. dotta, gr. archaiológos. V. archeologia; 1817]

s. m. (f. -a; pl. m. -gi)

* Studioso di archeologia.

archeologia

[vc. dotta, gr. archaiología, comp. di archeo– e –logia; av. 1810]

s. f.

* Scienza che si occupa delle antichità sotto il profilo storico e artistico | Archeologia industriale, disciplina che si occupa della scoperta, della catalogazione e dello studio dei resti fisici di processi e metodi industriali del passato, spec. del XVIII e XIX sec. | Archeologia subacquea, disciplina che si occupa della ricerca di reperti sommersi e, spec., della localizzazione di antiche navi naufragate | Archeologia urbana, disciplina che analizza le stratificazioni degli insediamenti urbani dall’antichità ai nostri giorni | Archeologia virtuale, ricostruzione mediante tecniche digitali di zone o ambienti di interesse archeologico | Archeologia preventiva, insieme di attività volte all’individuazione di reperti archeologici da salvaguardare in un luogo dove sarà aperto un cantiere.

Devo ammettere che nella mia testa l’archeologo era più simile a Belzoni o Indiana Jones che a Sabatino Moscati (che da piccola infatti detestavo, chissà perché). Ma non è un caso di plagio, per un verso o per l’altro: sono nata nel 1969 e la mia idea di archeologia avventurosa ha preceduto di qualche anno la realizzazione del film: il primo Indiana Jones è del 1981. Certo, l’idea iniziale è del ’77 ma dubito che io e Lucas avessimo un collegamento telepatico.

Tutto questo mi è rivenuto in mente ieri, quando sono incappata in questa notizia: http://www.sassarinotizie.com/articolo-860-archeologi_alla_ricerca_di_un_identita_ma_per_la_legge_italiana_non_esistono.aspx

Gli archeologi ufficialmente non esistono! Non è straordinario? Viviamo in un Paese in cui si sono trovate tonnellate di reperti archeologici, un Paese che pretenderebbe di vivere di questa roba (ma non ha ancora capito bene come fare), però gli archeologi ufficialmente non esistono. Io non sono favorevole ad albi e tariffe minime, anzi sono proprio contraria, fatti salvi un paio di casi particolari; che però l’archeologo non sia contemplato nel Codice dei beni culturali, questo forse è un po’ troppo. D’accordo che l’archeologia esiste da un tempo relativamente breve, rispetto ad altre discipline, ma che vuol dire? Perché un prodotto alimentare sia riconosciuto “tipico” bastano 25 anni e per essere riconosciuto “archeologo” non ne son bastati duecento?

Riguardo a Indiana Jones, si possono trovare in giro titoli in cui gli archeologi sono appunto paragonati a Indy – una figura retorica che si chiama antonomasia. Al solito, la fiction ha più presa della realtà. Sarei davvero curiosa di capire come succede, ma una mezza idea mi è venuta.

Il dramma, cioè l’azione che coinvolge un io e un tu, è molto ma molto più attraente e interessante dei manuali e dei saggi. Credo sia per questo che nel Medioevo nacquero le sacre rappresentazioni, che Dante è noto a tutti per la Divina Commedia e non per la Vita Nova, che Galileo scriveva in forma di dialogo e che un sacco di sciocchezze e falsità storiche derivano dal teatro: Ipazia è l’ultima di cui ho avuto notizia.

Penso che faccia parte della nostra natura: non c’è veramente “io” senza “tu”, come si vede bene in Anna dei miracoli e, più recentemente, in Naruto – che non sono saggi, guarda un po’.

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Un ossimoro di moda: l’apprendista con esperienza

La parola ossìmoro (o anche ossimòro) indica l’unione di due parole che per natura contrastano tra loro:

ossìmoro o ossimòro
[vc. dotta, gr. oxýmoron, nt. sost. di oxýmoros ‘acuto sotto un’apparenza di stupidità’, comp. di oxýs ‘acuto’ (V. ossalico) e morós ‘stupido’ (di etim. incerta); 1598]
s. m.
* (ling.) Figura retorica che consiste nel riunire in modo paradossale due termini contraddittori in una stessa espressione; ad es.: un silenzio assordante; oppure l’espressione ‘colme di nulla’ in: con le braccia colme di nulla, / farò da guida alla felicità (UNGARETTI).

Un ossimoro molto diffuso nei nostri tempi è usato come segue:

cercasi apprendista con esperienza.

Esperienza di che?

Un apprendista è uno che va a lavorare per imparare: ne consegue che un apprendista non può avere esperienza nel lavoro che va a fare, altrimenti non sarebbe un apprendista.

Possibile che tutti gli autori di annunci di lavoro siano dei morói?

Ci sono almeno due motivi per cui fioriscono questi annunci – da parecchi anni – sui quotidiani e sul web.

Uno è che esiste un tipo di contratto di lavoro che si chiama contratto di apprendistato. Esso prevede che un’azienda abbia degli sgravi contributivi (= paga meno soldi all’Inps) se assume giovani di età inferiore a 27 o 29 anni. In questo caso, con apprendista si intende “persona di età tale da poter essere assunta con un contratto di apprendistato”: una semplificazione (perché le parole costano!) che fa nascere un ossimoro.

Il secondo motivo è che nessuno ha più voglia di insegnare il mestiere ad un altro. Bisogna produrre produrre produrre e chi ha tempo di mettersi lì con la pazienza di insegnare ai pivelli a fare le cose come andrebbero fatte? Se imparano guardando, bene, se no si cercherà qualcun altro.

Questa – “impara guardando” – è una delle cose più detestabili che possano succedere a chi vuole imparare. Chi non è interessato ad imparare, ovviamente, non è che si faccia spostare più di tanto. Ma per chi desidera imparare, invece, questo è terribile. Mia mamma era così – e per fortuna che non aveva un’azienda ma solo una figlia.

Le cose si impararano facendole, non guardando qualcuno che le fa. Ma per farle bisogna che ci sia qualcuno che ti fa vedere che è possibile, che ti mostra come si fa e che infine ti possa dire, dopo che lo hai fatto, “va bene, questo magari sarebbe meglio farlo in quest’altro modo”. Si chiama correzione.

Se ascolto dimentico,
se vedo ricordo,
se faccio capisco (*)

riguarda l’impegno e l’atteggiamento personali ma non significa che non ci voglia un maestro.

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(*) Proverbio (credo) cinese

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