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Mondo Primario e Mondo Secondario: Realtà e Finzione

Penso che sarà capitato a molti di svolgere qualche compito mentalmente poco impegnativo (pulire le finestre, annaffiare il giardino) e nel frattempo di concentrarsi così tanto su un qualche pensiero da riuscire a isolarsi completamente. A me succede, al padre Dante succedeva e credo che succeda a un bel po’ di persone. Non dico a tutte ma a molte sì.

Ora, una cosa che succede a molte persone, anche se non a tutte, è un dato dell’esperienza; fa parte della realtà, fa parte di ciò che esiste nel mondo primario. Se è successo a te, sai che può succedere. Se non ti è mai successo, sai che comunque può capitare ad altri. È così che si propagano le conoscenze basate sull’esperienza; sennò staremmo ancora lì a capire come cementare i mattoni per far sì che i muri stiano in piedi. Per non dir niente degli esperimenti di Galilei o di Newton: ogni fisico dovrebbe sempre ricominciare da capo! E anche le cuoche, come farebbero a sapere che l’uovo è un legante? Saremmo ancora fermi ai budelli come gli antichi Romani.

Il passaggio di conoscenze da una persona a un’altra si chiama tradizione, dal termine latino traditio, traditionis, che significa “consegna”. La tradizione è il consegnare una conoscenza o un’usanza da una persona che sa a una che non sa ancora.

tradizione

[vc. dotta, lat. traditione(m), da traditus ‘tràdito (2)’; 1338 ca.]

s.f.

1 Trasmissione nel tempo di notizie, memorie, consuetudini da una generazione all’altra attraverso l’esempio o mediante informazioni, testimonianze e ammaestramenti orali o scritti: sapere, conoscere per tradizione; la tradizione ininterrotta della musica popolare; è volgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fosse… stata monarchia (VICO) | Tradizione orale, complesso di testimonianze su fatti o costumi trasmesse oralmente da una generazione all’altra e utilizzate spec. nel corso di ricerche e studi etnologici | (est.) Opinione, usanza e sim. così tramandata: sono cose attestate dalla tradizione; cerimonia regolata secondo una tradizione antichissima | (est.) Uso, regola costituiti sulla tradizione stessa: liberarsi dalla tradizione.

2 (colloq.) Consuetudine: per tradizione si vestono da anni dallo stesso sarto.

3 Forma sotto la quale i documenti antichi e medievali sono giunti fino a noi e cioè in minuta, in originale o in copia | Complesso delle copie manoscritte derivate dall’originale di un autore.

4 (dir.) Consegna di una cosa da un soggetto a un altro che ne acquista il possesso: tradizione consensuale, effettiva, simbolica.

5 Uso o comportamento rituale non attestato nei libri sacri e trasmesso per costante adozione.

 

Solo che oggi questo meccanismo (perché si tratta di un meccanismo, in fin dei conti) si è interrotto. Come se qualcuno avesse infilato un bastone tra gli ingranaggi.

Così tocca sentire di un poveraccio sospettato, senza l’ombra di una prova, di aver ammazzato la moglie solo perché, se era in giardino ad annaffiare e il giardino è piccolo, nell’ipotesi che se un estraneo fosse entrato in casa il marito avrebbe dovuto sentire qualcosa. Io affermo che è possibile che uno non senta nemmeno una motosega, se è veramente immerso nei suoi pensieri; a meno che non gliela accendano davanti, che però non è il caso in questione.

Ma il marito è sempre il primo sospettato, dirà qualcuno, è la prassi.

Sicuro, in mancanza di un prete negro da incolpare la prassi è questa, sono d’accordo. Dirò di più: è sempre piuttosto ragionevole pensare che ti abbia ammazzato uno che ti conosceva, specie se eri in casa tua. Io non obietto minimamente alla prassi. Ma un conto è la prassi; un conto è sostenere la prassi con delle fesserie.

Nel caso in questione – che è l’assassinio della professoressa Del Gaudio – c’è anche l’episodio ridicolo della busta supposta proveniente dalle vacanze nel Sud Italia, che invece proveniva da un caseificio nelle vicinanze. Provenendo da un caseificio nelle vicinanze, poteva essere (e senz’altro era) in decine di altre case come era in casa Del Gaudio; anzi, se davvero in casa Del Gaudio c’è arrivata la mattina dell’omicidio, mi sembra assai poco plausibile che sia stata usata per un omicidio premeditato: se io premeditassi un omicidio, premediterei anche il modo di sbarazzarmi degli attrezzi in maniera pulita. Se invece l’omicidio non era premeditato, si capisce che l’assassino avrà preso la prima busta che ha trovato, che verosimilmente è l’ultima entrata in casa. Questo però vorrebbe solo dire che l’assassino era in casa, il che era già chiaro; non indica niente altro.

Be’, ma se il marito era lì vicino perché non ha sentito?

Ma non l’ho già detto?

Così si ragiona in circolo. Secondo Chesterton, gli inglesi dei suoi tempi l’avevano imparato dalle storie di detective; alla fine, l’abbiamo imparato anche noi, leggendo le stesse storie.

Quello che sta nelle storie si chiama mondo secondario. È un mondo finto, di finzione: lo creiamo noi.

Ho sempre detto che le parole sono nomi di esperienze, e questo è vero sia nel mondo primario sia nel mondo secondario. Nel mondo secondario, quello della finzione, tuttavia, esistono parole che sono nomi di cose che non esistono nella realtà primaria: cose come il Rok e il Sarchiapone o Sauron e gli Orchi di Mordor.

Il guaio è che nel mondo secondario esistono anche altre cose che non esistono nel mondo primario: per esempio, che il colpevole è sempre il maggiordomo… o il marito; che è possibile capire se uno è mancino da come ha rimesso a posto una tazza; e via così.

Se le finzioni del mondo secondario vengono prese come criteri del mondo primario, specie da giornalisti o investigatori o giudici, finiamo nei guai. E tendiamo a mandar la gente in galera senza prove.

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L’insegnamento come diritto costituzionale?

Stamattina a Roma molti insegnanti erano in piazza per chiedere che l’insegnamento sia riconosciuto come diritto costituzionale. Non si riferivano, temo, all’insegnamento come mero atto di insegnare, ma alla loro professione di insegnanti.

L’insegnamento come tale, infatti, è già un diritto costituzionale, così come è un dovere.

Sto vaneggiando? Ma nemmeno per sogno.

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

TITOLO II
RAPPORTI ETICO-SOCIALI

[…]

ART. 30.

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
[…]

ART. 33.

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
[…]

ART. 34.

La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

(Il resto degli articoli, che ho tolto perché non era pertinente alla discussione, si può trovare qui, insieme al resto della Costituzione.)

 

Se l’insegnamento come professione – e non mi sembra probabile che quegli insegnanti chiedessero altro che questo – diventasse un diritto costituzionale, in primo luogo si scontrerebbe con l’articolo 30, quindi dovremmo assistere ad acrobazie costituzionali di un livello finora mai visto.

In secondo luogo non è tanto difficile vedere come l’insegnamento stesso diventerebbe uno strumento legale di qualunque regime, politico o culturale.

Lo è già ora, anche se molti insegnanti e docenti fanno sforzi eroici per non farsi omologare e per insegnare ai loro studenti ad essere uomini e non solo cittadini (cioè la cosa che interessa allo Stato). Figuriamoci quel che accadrebbe se gli insegnanti come tali diventassero parte della Costituzione! Sarebbe allora davvero impossibile educare i figli ad altro che ciò che s’insegna a scuola, buono o cattivo che fosse. L’articolo 30 dovrebbe sparire, altrimenti l’incompatibilità sarebbe insanabile.

Ma un diritto che cos’è di preciso? Sembra che oggi si tenda a rivendicare come “diritto” ogni cosa che salti in mente a più di due persone insieme, sia essa giusta o solo comoda o funzionale, sia essa di un genere che può diventare diritto oppure no.

Non pretendo di avere la risposta. Neanche m’interessa tanto averla per darla agli altri. Penso che sarebbe interessante cominciare a porsi la domanda.

 

 

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Raptus

Sono in camera mia e sento, alla tv, un giornalista: “Ricordiamoci che gli psichiatri ci dicono sempre che i raptus non esistono”.

Colpita dall’affermazione, che mi risulta quantomeno mal formulata, vado a vedere che dice il vocabolario Treccani.

E meno male che il raptus non esiste, secondo gli psichiatri… perché diamine hanno inventato la categoria, allora?!

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Decadenza

Stamattina, poiché dovevo uscire, il babbo mi ha chiesto di prendergli il dopobarba, ché l’aveva appena finito.

Vado al supermercato, rintraccio la marca di dopobarba che piace al babbo e… me ne trovo davanti sei tipi: tre in bottiglia e tre in bomboletta. Me li guardo tutti, guardo pure i prezzi, ricordo che l’ultima bomboletta non era stata apprezzata – perché non conta solo la marca – e all’improvviso comprendo che siamo un popolo decadente. Dopo accurata ponderazione e una telefonata alla mamma (la quale, sconcertata dall’esuberanza dell’offerta, molto concretamente mi risponde che basta che ne prendo uno), prendo la bottiglia che mi pare migliore e vado in cassa sempre pensando che siamo un popolo in decadenza.

Ora, non vorrei dare un’impressione sbagliata. Trovo ridicole certe pubblicità di prodotti per uomo che servirebbero a darti un aspetto fresco e riposato anche se son tre notti che non dormi per fare bagordi: tanto, dopo tre notti di bagordi, fai tante di quelle cappelle che per rimediare ci vuole un miracolo, altro che un dopobarba. Però il problema non è l’offerta esuberante e le pubblicità ridicole, non si vede da questo la decadenza di un popolo. Né si vede, benché siano già indizi più chiari, dalla corruzione, da omicidi & aggressioni in crescita, da iniquità come ritenere che sia un diritto la possibilità pratica comprarsi i figli da povere donne che fanno la fame eccetera.

Io la vedo da altro, la decadenza. La vedo dal fatto che ci pare fatica anche quello che fatica non è  – e nemmeno potrebbe esserlo, per sua natura. Questo accade per una mancanza di vitalità e di amore; decadenza, appunto.

Perché sulla confezione di dopobarba che ho preso c’era scritto After Shave Lotion e questo va benone, in Italia non ci siamo solo noi; ma c’era pure scritto Dopobarba Lotion.

E dove diamine sta questa fatica insuperabile per cui, poveri lavoratori, hanno dovuto lasciare LOTION anziché scrivere LOZIONE?

Your lotion preferita

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Soluzioni e problemi

La sera e notte di mercoledì 31 dicembre 2014, a Roma mancavano – per malattia e affini – l’83% dei vigili urbani.

In una sera impegnativa, nella capitale d’Italia, mancavano oltre i quattro quinti dei vigili. In altre parole, ha lavorato solo un vigile ogni cinque.

Tutti gli altri avevano da fare una visita o una donazione di sangue, o da accompagnare familiari dal medico. Tutti nello stesso giorno di 365 che ne ha avuti il 2014.

Che abbiano o no le carte in regola, quattro vigili su cinque mancavano nella stessa impegnativa serata dallo stesso luogo di lavoro.

Quante probabilità ci saranno, che tutte le visite mediche proprie o altrui e le donazioni di sangue si concentrino nello stesso giorno di 365? Non lo so; a naso, però, non credo siano tante tante tante.

Ma il problema, secondo i rappresentanti sindacali (e non solo), sarebbero le carte e i certificati, che sono tutti a posto come dice la normativa.

A questo punto, bisognerà parafrasare padre Brown e dire:

non è che non riescono a vedere la soluzione,
è che proprio non vedono il problema.

 

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Limbo o Terra-di-Mezzo?

È abbastanza evidente che chiamare un’inchiesta “Mafia Capitale” rivela una chiara e voluta assonanza con “Roma Capitale”.[1]

La presunta connessione tra il “mondo di mezzo” di cui parlava uno degli intercettati e la Terra-di-Mezzo di Tolkien, invece, non è tanto evidente. A me, per esempio, che il SdA lo conosco a memoria pure al contrario, non è venuta in mente neanche da lontano; e mi irrita sentir chiamare “terre di mezzo” ciò che lo stesso bravuomo di cui sopra ha definito altrimenti.

Nel mio cervello l’espressione “mondo di mezzo” si è legata subito ad altre due espressioni, che sono inglesi ma si riferiscono alla letteratura greca, oltre che alla mafia degli Stati Uniti e ai film di vampiri: underworld, il mondo di sotto, gli inferi (traduzione letterale), e upperworld, il mondo di sopra, quello che vive alla luce del sole o delle altre stelle, quando il sole tramonta.

Filologicamente, non è un’ipotesi meno buona di quella tolkieniana (anzi).

Il mondo di mezzo tra sotto e sopra è il limbo. Il tizio stava dicendo che loro operano in un limbo e che questo limbo è – secondo lui – un luogo di passaggio.

Ma la Terra-di-mezzo nel SdA non è nulla di simile. L’aggancio a Tolkien, dunque, mi sembra improprio e artificioso.

Sarebbe stato più adeguato un richiamo a Dante Alighieri.

.

Giusto perché sia chiaro, ecco che cosa scrisse lo stesso Tolkien circa il termine “Terra-di-Mezzo”, Middle-earth; la fonte sono le lettere dello scrittore pubblicate da Rusconi col titolo La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, anno 1990, traduzione dall’inglese di Cristina De Grandis:

Terra-di-Mezzo è la traduzione in inglese arcaico di ἡ οἰκουμένη, il mondo abitato dagli uomini.

—J.R.R. Tolkien, lettera 151, a Hugh Brogan, 18 settembre 1954

La Terra-di-mezzo, comunque, non è una terra che non c’è, senza relazione con il mondo in cui viviamo […]. Deriva solo dall’uso del termine medio inglese middel-erde (o erthe), modificazione del termine dell’antico inglese middangeard: il nome per le terre abitate dagli uomini «in mezzo ai mari». E benché non abbia cercato di far coincidere la forma delle montagne e la dislocazione delle terre con le ipotesi dei geologi riguardo al passato, questa «storia» si svolge su questo pianeta in una certa epoca del vecchio Continente.

J.R.R. Tolkien, lettera 165, alla Houghton Mifflin Co.
(correzioni da distribuire ai giornalisti interessati,
in seguito a un articolo del giugno 1955 che il professore non aveva apprezzato)

Io ho la mentalità dello storico. La terra-di-Mezzo non è un mondo immaginario. Il nome è la forma moderna (apparsa nel XIII secolo e ancora in uso) di midden-erd/middel.erd, l’antico nome di oikoumene, il posto degli uomini, il mondo reale, usato proprio in contrasto con il mondo immaginario (come il paese delle fate) o con mondi invisibili (come il paradiso o l’inferno). Il teatro della mia storia è su questa terra, quella su cui noi ora viviamo, solo il periodo storico è immaginario. Ci sono tutte le caratteristiche del nostro mondo (almeno per gli abitanti dell’Europa nord-occidentale) così naturalmente sembra familiare, anche se un pochino nobilitato dalla lontananza temporale. […] Il mio non è un mondo immaginario, ma un momento storico immaginario su una Terra-di-Mezzo – che è la terra dove noi viviamo.

J.R.R. Tolkien, lettera 183, note alla recensione di W.H. Auden del Ritorno del Re

Suppongo di aver costruito un tempo immaginario, ma per quanto riguarda i luoghi ho tenuto i piedi ben puntati sulla nostra madreterra. Preferisco questo alla moda contemporanea di cercare mondi remoti nello spazio. Per quanto strani, sono sempre alieni, e non possono essere amati con l’amore del legame di sangue. La terra-di-Mezzo non è (tra l’altro e se questa annotazione è necessaria) una mia invenzione. È una modernizzazione o un’alterazione (Nuovo Dizionario Inglese «una perversione») di un’antica parola che indicava il mondo abitato dagli uomini, l’oikoumene: di mezzo perché si pensava vagamente che fosse posta al centro di mari che la circondavano e (nell’immaginazione nordica) tra i ghiacci del nord e il fuoco del sud. Antico inglese middan-geard, inglese medioevale midden-erd, middle-erd. Molti recensori sembrano pensare che la Terra-di-Mezzo sia su un altro pianeta!

J.R.R. Tolkien, lettera 211, a Rhona Beare, 14 ottobre 1958

«La Terra-di-Mezzo […] corrisponde idealmente all’Europa nordica.» Non nordica, per favore! È una parola che non mi piace; si associa, benché sia di origini francesi, a teorie razziste. Da un punto di vista geografico “settentrionale” di solito è meglio.[2] Ma un’attenta analisi dimostra che anche questo termine non è adatto (geograficamente o idealmente) alla Terra-di-Mezzo. Quest’ultima è una parola antica, che non ho inventato io, come qualsiasi dizionario, anche il Piccolo Oxford, può dimostrare. Indicava le terre abitabili del nostro mondo, poste in mezzo agli oceani. L’azione del racconto si svolge nella parte a nord-ovest della Terra-di-Mezzo, che come latitudine equivale alle terre costiere dell’Europa e alle coste settentrionali del Mediterraneo. Ma quest’area non si può definire nordica. Se Hobbiton e Rivendell[3] si trovano circa alla stessa latitudine di Oxford, Minas Tirith, a 600 miglia a sud, sarà pressappoco alla stessa latitudine di Firenze. Le Foci dell’Anduin e l’antica città di Pelargir si troveranno alla stessa latitudine dell’antica Troia.

J.R.R. Tolkien, lettera 294, a Charlotte e Denis Plimmer, 8 febbraio 1967
(annotazioni sulla bozza di un’intervista
fatta a Tolkien dai signori Plimmer
e sottopostagli prima della pubblicazione)

.

[1] O forse è inconscia, non voluta, ma comunque chiara. Talmente chiara che i giornalisti, dopo i primi giorni in cui hanno sparato “Mafia Capitale” al ritmo di una volta ogni quattro secondi, ora hanno smesso quasi tutti di chiamarla così.

[2] L’originale inglese ha nordic, nordico, e northern, settentrionale.

[3] Hobbiville e Granburrone.

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