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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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Molta osservazione e poco ragionamento…

Un mio conoscente è in ospedale da un po’ ma io l’ho scoperto solo qualche giorno fa. Ho chiesto a un amico comune di andare a trovarlo insieme, lui s’è informato e mi ha detto che

a) Mario non riconosce nessuno, quindi sarebbe inutile e poi

b) se qualche conoscente va lì, lui si agita.

Ora, io spero con tutta la capacità della mia anima che l’errore marchiano in queste due affermazioni sia evidente a chiunque. Ma la capacità del mio cervello mi dice che a molti potrebbe non essere evidente affatto, visto che non è stato evidente neanche all’amico che mi ha riportato le notizie, quindi bisognerà spiegare che

se davvero Mario è incosciente (“non riconosce nessuno” significa questo) come fa ad agitarsi quando va lì un suo conoscente?

È ovvio, dovrebbe essere ovvio, che le due cose non stanno insieme.

Si agita perché riconosce, ma non si può esprimere se non “agitandosi”. Io non voglio che si agiti, a rischio di avere un’altra crisi, quindi non andremo a trovarlo, nemmeno i suoi parenti ne sarebbero contenti; ma questa cosa mi sta stretta, ma così stretta che nemmeno la cruna di un ago è stretta altrettanto. Mi sottometto solo perché penso che sia per il meglio, ma non sono affatto certa che sia per il meglio; diciamo che sto solo usando un principio di precauzione. E che forse sono una vile.

Quel che in realtà mi pare è che quelle due affermazioni vengano sputate fuori solo per non aver rotture di scatole.

Qualcuno dirà: ma che motivo dovrebbero avere i medici per tenerti lontana? Non ne ho idea. In genere, però, se uno tira fuori giustificazioni contraddittorie, vuol dire che un motivo ce l’ha e che il motivo è cattivo: pigrizia, egoismo, il proprio comodo, a volte perfino un intento criminale (non in questo caso, certo, infatti ho detto “in genere”).

La cosa poi che mi preoccupa di più è che queste baggianate vengono da gente – i medici – che nell’osservazione dovrebbe avere il suo punto di forza.

Io di Alexis Carrel ho letto poco e la frase famosa che viene citata spesso – poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità – non l’ho letta direttamente, ma nel libro di don Giussani Il senso religioso. Qualcosa di suo l’ho letto, però, e ho letto qualcosa a proposito di lui: di sicuro Carrel non ha preso il Nobel e non ha gettato le basi per i trapianti di cuore ragionando in quel modo lì.

Per la verità, non l’ha per niente fatto ragionando, il ragionamento è venuto dopo: questa è una delle cose più sorprendenti che ho appreso in vita mia, ma Carrel ha inventato la sua tecnica per riunire i vasi sanguigni ricordando sua madre che ricamava in seta quando lui era piccolo e, ormai adulto, è andato dalla migliore ricamatrice in seta di Francia a farsi insegnare quell’arte fatta di punti minuscoli; poi l’ha applicata ai vasi sanguigni. Non è che non ragionasse: ma il ragionamento non puoi attaccarlo all’aria, devi partire da quel che c’è, non da quello che ti piacerebbe ci fosse.

Ora, non so perché a medici e infermieri dovrebbe piacere che un paziente sia privo di coscienza, però lo posso immaginare: per molti probabilmente è insopportabile pensare che un essere umano come loro sia ancora in grado di sentire tutto ma non possa esprimersi.

Questa è una posizione comprensibile da un punto di vista umano, specie in questi tempi. Quel che non è né umano né comprensibile, perché non è ragionevole, è l’equazione “non si esprime, dunque non riconosce”.

Questa equazione va bene per gli alberi, che si sarebbero evoluti differentemente se fossero in grado di “riconoscere” e, se non si esprimono, è perché proprio non è una cosa loro. Ma non va bene per le persone, poiché invece la capacità di esprimerci è proprio una cosa nostra.

Se mi capita un incidente, spero di rimanerci secca subito, perché l’idea di trovarmi in un ospedale con gente così mi pare sinceramente intollerabile. (Sì, va be’, un’occasione per pregare ma insomma…) Se però non ci rimango secca lì per lì, spero che a nessuno venga in mente di lasciar fuori quelli che vogliono farmi visita con ragionamenti tanto balordi; se qualcuno si azzarda, quando poi mi riprendo lo rivolto come un calzino. Oppure, se non mi riprendo, gli vado a far visita la notte appiè del letto.

Anzi, ora che ci penso, mi sa che faccio un testamento-da-coma, oltre a quello da-morte.

 

 

 

 

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Valori e leggi

Che cosa definisce il valore di un comportamento? La legge? Non sarà mica il contrario? Un furto rimane furto anche quando la legge lo consente o no?

Accade in Italia un caso che coinvolge i Sikh e i loro simboli religiosi: qualche tempo fa un Sikh è stato multato di 2.000 euro perché portava con sé un coltello più lungo dei 20 cm consentiti dalla legge. Questo coltello, che si chiama kirpan, è un oggetto religioso che per loro è obbligatorio portare addosso, proprio come il braccialetto che anni fa causò tante discussioni in Inghilterra.

Evidentemente, questo signore lo portava a vista, perché l’hanno individuato e multato. Ha fatto ricorso e l’ha perduto, perché secondo la Corte di Cassazione gli immigrati, con tutto il rispetto per la loro cultura d’origine, si devono adeguare ai valori del paese che li ospita.

Solo che la CdC confonde i valori con le leggi: per noi non è un “valore” andare in giro disarmati, perché è un comportamento, anche intelligente, non dico di no, che ci è imposto dalla legge e non dalla morale o dal’etica.

Così, la CdC fa un altro passettino per identificare i valori di un popolo con le leggi fatte da pochi. È un po’ come la faccenda francese del divieto di burkini in spiaggia che violava, secondo qualcuno, i valori francesi: e quali sono, i valori francesi, andare in giro con le chiappe scoperte e le tette al vento? In quel caso, la CdC francese stabilì che il burkini non violava nessun valore, qui invece…

Oltretutto, la lama del kirpan non è affilata e quel coltello, che non è neanche tanto più lungo di 20 cm, dovrebbe essere usato con molta forza e cattiveria per uccidere qualcuno. Ma se uno ha sufficiente forza e cattiveria, per uccidere qualcuno basta anche il coltello da 20 cm o una matita o anche solo un pugno.

Questa sentenza è tendenziosa e sciocca. Chissà, forse c’è dietro la paura che, se si concede questa cosa, pian piano se ne dovranno concedere altre.  Ma ecco appunto la sciocchezza: questa cosa in particolare non riguarda un valore, come dicevo, mentre altre cose sì; ed è lì che si deve mettere lo stop, non sul pugnale rituale che non taglia.

Ma veramente la cosa più preoccupante è l’idea che “valori” e “leggi” coincidano. Andare in giro disarmati è un valore quando la legge ti consente di portare armi liberamente; girare armato e non usare l’arma è un valore perché dice che sei uno che ha il controllo di sé; non portare armi perché sennò ti staccano 2.000 euro… a parte i duemila, me lo dite dove sta il “valore”?

Si può approfondire qui.

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Quando hai imparato a leggere?

Ultimamente mi ronza in testa ogni tanto una battuta di una fiction Rai che ho sentito la settimana scorsa. Non l’ho seguita perché dalle pubblicità&interviste m’era sembrata la fiera dello stereotipo – l’uomo violento e puttaniere, le “donne forti”, qualunque cosa significhi, e via dicendo – e i primi dieci minuti non m’hanno dato modo di cambiare idea; ma la segue mia sorella e a un certo punto della prima sera, entrata per bere, mi trovo nelle orecchie questa frase della protagonista (interpretata da Stefania Rocca): Non ho potuto imparare a leggere perché dovevo occuparmi del marito e dei figli.

Lì per lì ho solo pensato: Uffa, che minch… e me ne sono tornata a leggere in camera. Poi però mi sono resa conto che la faccenda era più grave di quanto non sembrasse. Confesso che mi ci è voluto qualche giorno e non capisco se è la vecchiaia o che, ma questa è un’altra storia.

Non ha il minimo senso dire che una donna non ha potuto imparare a leggere perché doveva occuparsi del marito e dei figli.

Perché non ha senso? Perché la normalità – concetto alieno oggigiorno, mi rendo conto – è che le persone imparino a leggere da bambini, se imparano. E quando dico normalità, non dico la normalità nostra oggi, ma la normalità di sempre. La cosa strana e anomala – e tanto più lodevole, ma pure questa è un’altra storia – è imparare a leggere da grandi, quando appunto hai marito e figli oppure fai il marinaio o il fuochista e così via. Ci sono anche esempi molto curiosi di simili… anomalie: ma questa storia la racconta Lucia.

Nelle civiltà in cui esiste la scrittura, si è normalmente cominciato a imparare da bambini. Perché? Perché da bambini s’impara più facilmente e si ha oggettivamente più tempo. Inoltre, se la cosa è utile, devi essere già in grado di usarla quando diventi grande, altrimenti sei sempre indietro rispetto agli altri.

Così, imparare a leggere da bambini è la normalità per una civiltà letterata (o porzione letterata di civiltà).

Ed era la normalità nell’Italia fascista, in cui quel personaggio era cresciuto. Ma anche ipotizzando che i genitori della signora non l’avessero mandata a scuola – cosa che non so quanto davvero succedesse nel Ventennio ma che è genericamente possibile – la motivazione da dare non era “marito e figli”; al massimo era “genitori stronzi”, ma più probabilmente “genitori poveri”.

Si potrebbe replicare che “si voleva rappresentare una storia che fosse, per così dire, universale”.

Possibilissimo.

Se fosse davvero così, però, prima di tutto non si mette la legge Merlin nei primi dieci minuti, perché chiudere i bordelli è tutto tranne che universale, tant’è vero che ogni tanto c’è una volpe desiderosa di farli riaprire: erano discutibili solo le marchette del Sacro Romano Impero, mica quelle delle democrazie moderne.

In secondo luogo, l’universalità non spiana la ragione, casomai il contrario: di solito le cose non universali sono anche più o meno irrazionali.

Da noi le spose bambine non hanno mai avuto successo, anche se poteva capitare, in passato, che ragazzine si sposassero a dodici anni. Ma erano eccezioni, non la regola. Di sicuro non erano la regola nell’Italia degli anni Cinquanta! Magari i bambini non imparavano a scrivere, è vero, ma perché si pensava che non fosse utile, non perché già da bambini erano occupati con le faccende da grandi. E valeva per i maschi quanto per le femmine. (Per avere ben chiaro che il discrimine è l’utilità, leggete la storia di Lucia per saperne di più.)

È grave, questa faccenda, o è solo fastidiosa?

A me pare grave in generale, perché mostra una marcescenza della narrativa, come l’avevo già vista nella miniserie de “I Medici”, per fare un solo esempio. Ho già detto che la fiction in oggetto m’è parsa la fiera dello stereotipo e la rappresentazione teatrale di qualunque tipo ha un grandissimo peso nel diffondere le idee (e di solito quelle false o sbagliate ne sanno profittare meglio, chissà come mai). Ovviamente, è grave nel particolare perché è una falsità voluta. Non credo proprio che qualcuno possa partorire per sbaglio una simile sciocchezza.

Ma potrei essere io quella “difettosa”! Magari va benissimo inventarsi la storia o inventarsi tratti di (in)civiltà che non sono mai stati nostri, ma di altre culture anche abbastanza distanti dalla nostra.

Poi oggi m’è capitato l’articolo di un professore italiano che abita e insegna a New York e ho capito che, almeno stavolta, non sono io.

PAOLO VALESIO, Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States, IlSussidiario.net, venerdì 28 aprile 2017

 

(No, Gabbani non c’entra! Riporto la “bio” dal Sussidiario:

Paolo Valesio, nato a Bologna nel 1939, tiene dal 2004 la cattedra Giuseppe Ungaretti a Columbia University, New York, Usa. Si laurea in lettere nell’Università di Bologna (1961) e ottiene successivamente la libera docenza in glottologia (1969). Dopo un periodo di studi e insegnamento presso Harvard University (1963-1966, 1968-1973), Valesio insegna a New York University come Associate Professor of Italian Studies (1973-1975); è poi nominato Professor of Italian Language and Literature a Yale University, dove insegna dal 1975 al 2004. È direttore della rivista internazionale di poesia Italian Poetry Review (Ipr); ha fondato e diretto per dieci anni (1993-2003) lo “Yale Poetry Group”; è presidente della giuria del Premio internazionale di poesia “Pietro Alinari” a Firenze. Oltre a numerosi saggi critici, articoli, racconti e poesie sparse e un atto unico in versi, ha pubblicato cinque libri di critica letteraria, due romanzi, una raccolta di racconti, una novella, e sedici volumi di poesia. È attualmente impegnato nella composizione simultanea di una trilogia di romanzi diaristici paralleli scritti da prospettive differenti.)

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Mondo Primario e Mondo Secondario: Realtà e Finzione

Penso che sarà capitato a molti di svolgere qualche compito mentalmente poco impegnativo (pulire le finestre, annaffiare il giardino) e nel frattempo di concentrarsi così tanto su un qualche pensiero da riuscire a isolarsi completamente. A me succede, al padre Dante succedeva e credo che succeda a un bel po’ di persone. Non dico a tutte ma a molte sì.

Ora, una cosa che succede a molte persone, anche se non a tutte, è un dato dell’esperienza; fa parte della realtà, fa parte di ciò che esiste nel mondo primario. Se è successo a te, sai che può succedere. Se non ti è mai successo, sai che comunque può capitare ad altri. È così che si propagano le conoscenze basate sull’esperienza; sennò staremmo ancora lì a capire come cementare i mattoni per far sì che i muri stiano in piedi. Per non dir niente degli esperimenti di Galilei o di Newton: ogni fisico dovrebbe sempre ricominciare da capo! E anche le cuoche, come farebbero a sapere che l’uovo è un legante? Saremmo ancora fermi ai budelli come gli antichi Romani.

Il passaggio di conoscenze da una persona a un’altra si chiama tradizione, dal termine latino traditio, traditionis, che significa “consegna”. La tradizione è il consegnare una conoscenza o un’usanza da una persona che sa a una che non sa ancora.

tradizione

[vc. dotta, lat. traditione(m), da traditus ‘tràdito (2)’; 1338 ca.]

s.f.

1 Trasmissione nel tempo di notizie, memorie, consuetudini da una generazione all’altra attraverso l’esempio o mediante informazioni, testimonianze e ammaestramenti orali o scritti: sapere, conoscere per tradizione; la tradizione ininterrotta della musica popolare; è volgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fosse… stata monarchia (VICO) | Tradizione orale, complesso di testimonianze su fatti o costumi trasmesse oralmente da una generazione all’altra e utilizzate spec. nel corso di ricerche e studi etnologici | (est.) Opinione, usanza e sim. così tramandata: sono cose attestate dalla tradizione; cerimonia regolata secondo una tradizione antichissima | (est.) Uso, regola costituiti sulla tradizione stessa: liberarsi dalla tradizione.

2 (colloq.) Consuetudine: per tradizione si vestono da anni dallo stesso sarto.

3 Forma sotto la quale i documenti antichi e medievali sono giunti fino a noi e cioè in minuta, in originale o in copia | Complesso delle copie manoscritte derivate dall’originale di un autore.

4 (dir.) Consegna di una cosa da un soggetto a un altro che ne acquista il possesso: tradizione consensuale, effettiva, simbolica.

5 Uso o comportamento rituale non attestato nei libri sacri e trasmesso per costante adozione.

 

Solo che oggi questo meccanismo (perché si tratta di un meccanismo, in fin dei conti) si è interrotto. Come se qualcuno avesse infilato un bastone tra gli ingranaggi.

Così tocca sentire di un poveraccio sospettato, senza l’ombra di una prova, di aver ammazzato la moglie solo perché, se era in giardino ad annaffiare e il giardino è piccolo, nell’ipotesi che se un estraneo fosse entrato in casa il marito avrebbe dovuto sentire qualcosa. Io affermo che è possibile che uno non senta nemmeno una motosega, se è veramente immerso nei suoi pensieri; a meno che non gliela accendano davanti, che però non è il caso in questione.

Ma il marito è sempre il primo sospettato, dirà qualcuno, è la prassi.

Sicuro, in mancanza di un prete negro da incolpare la prassi è questa, sono d’accordo. Dirò di più: è sempre piuttosto ragionevole pensare che ti abbia ammazzato uno che ti conosceva, specie se eri in casa tua. Io non obietto minimamente alla prassi. Ma un conto è la prassi; un conto è sostenere la prassi con delle fesserie.

Nel caso in questione – che è l’assassinio della professoressa Del Gaudio – c’è anche l’episodio ridicolo della busta supposta proveniente dalle vacanze nel Sud Italia, che invece proveniva da un caseificio nelle vicinanze. Provenendo da un caseificio nelle vicinanze, poteva essere (e senz’altro era) in decine di altre case come era in casa Del Gaudio; anzi, se davvero in casa Del Gaudio c’è arrivata la mattina dell’omicidio, mi sembra assai poco plausibile che sia stata usata per un omicidio premeditato: se io premeditassi un omicidio, premediterei anche il modo di sbarazzarmi degli attrezzi in maniera pulita. Se invece l’omicidio non era premeditato, si capisce che l’assassino avrà preso la prima busta che ha trovato, che verosimilmente è l’ultima entrata in casa. Questo però vorrebbe solo dire che l’assassino era in casa, il che era già chiaro; non indica niente altro.

Be’, ma se il marito era lì vicino perché non ha sentito?

Ma non l’ho già detto?

Così si ragiona in circolo. Secondo Chesterton, gli inglesi dei suoi tempi l’avevano imparato dalle storie di detective; alla fine, l’abbiamo imparato anche noi, leggendo le stesse storie.

Quello che sta nelle storie si chiama mondo secondario. È un mondo finto, di finzione: lo creiamo noi.

Ho sempre detto che le parole sono nomi di esperienze, e questo è vero sia nel mondo primario sia nel mondo secondario. Nel mondo secondario, quello della finzione, tuttavia, esistono parole che sono nomi di cose che non esistono nella realtà primaria: cose come il Rok e il Sarchiapone o Sauron e gli Orchi di Mordor.

Il guaio è che nel mondo secondario esistono anche altre cose che non esistono nel mondo primario: per esempio, che il colpevole è sempre il maggiordomo… o il marito; che è possibile capire se uno è mancino da come ha rimesso a posto una tazza; e via così.

Se le finzioni del mondo secondario vengono prese come criteri del mondo primario, specie da giornalisti o investigatori o giudici, finiamo nei guai. E tendiamo a mandar la gente in galera senza prove.

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L’insegnamento come diritto costituzionale?

Stamattina a Roma molti insegnanti erano in piazza per chiedere che l’insegnamento sia riconosciuto come diritto costituzionale. Non si riferivano, temo, all’insegnamento come mero atto di insegnare, ma alla loro professione di insegnanti.

L’insegnamento come tale, infatti, è già un diritto costituzionale, così come è un dovere.

Sto vaneggiando? Ma nemmeno per sogno.

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

TITOLO II
RAPPORTI ETICO-SOCIALI

[…]

ART. 30.

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
[…]

ART. 33.

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
[…]

ART. 34.

La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

(Il resto degli articoli, che ho tolto perché non era pertinente alla discussione, si può trovare qui, insieme al resto della Costituzione.)

 

Se l’insegnamento come professione – e non mi sembra probabile che quegli insegnanti chiedessero altro che questo – diventasse un diritto costituzionale, in primo luogo si scontrerebbe con l’articolo 30, quindi dovremmo assistere ad acrobazie costituzionali di un livello finora mai visto.

In secondo luogo non è tanto difficile vedere come l’insegnamento stesso diventerebbe uno strumento legale di qualunque regime, politico o culturale.

Lo è già ora, anche se molti insegnanti e docenti fanno sforzi eroici per non farsi omologare e per insegnare ai loro studenti ad essere uomini e non solo cittadini (cioè la cosa che interessa allo Stato). Figuriamoci quel che accadrebbe se gli insegnanti come tali diventassero parte della Costituzione! Sarebbe allora davvero impossibile educare i figli ad altro che ciò che s’insegna a scuola, buono o cattivo che fosse. L’articolo 30 dovrebbe sparire, altrimenti l’incompatibilità sarebbe insanabile.

Ma un diritto che cos’è di preciso? Sembra che oggi si tenda a rivendicare come “diritto” ogni cosa che salti in mente a più di due persone insieme, sia essa giusta o solo comoda o funzionale, sia essa di un genere che può diventare diritto oppure no.

Non pretendo di avere la risposta. Neanche m’interessa tanto averla per darla agli altri. Penso che sarebbe interessante cominciare a porsi la domanda.

 

 

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Raptus

Sono in camera mia e sento, alla tv, un giornalista: “Ricordiamoci che gli psichiatri ci dicono sempre che i raptus non esistono”.

Colpita dall’affermazione, che mi risulta quantomeno mal formulata, vado a vedere che dice il vocabolario Treccani.

E meno male che il raptus non esiste, secondo gli psichiatri… perché diamine hanno inventato la categoria, allora?!

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