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Internet è un dono di Dio se… scrivi i titoli appropriati

Venerdì 24 gennaio era la memoria di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, e il Vaticano ha pubblicato il messaggio del Santo Padre Francesco per la Quarantottesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che sarà il 1° giugno 2014. Il messaggio era già stato anticipato, il giorno prima, ed è stato generalmente rilanciato con il titolo Internet è un dono di Dio.

Dopo anni di titoli scaltri, che nascondono anziché anticipare il contenuto dell’articolo – lo fanno i quotidiani, lo fanno i telegiornali… – forse dovrei esserci abituata; ma proprio non mi va giù che certi media cattolici si adeguino all’andazzo generale; comportamento che un mio amico, con un’immagine geniale, definisce “cammellaggio”, anche se lui usa il termine per altro, non per la comunicazione.

Lo so, lo so, è antipatico star sempre lì a dire che cosa non va. Del resto, io non sono una persona simpatica. Ho mai finto di essere simpatica? E comunque sono un editor e il mio compito è proprio dire quello che non va: per la precisione, il mio compito è quello di aiutare chi scrive a esprimere ciò che pensa nella maniera migliore possibile; migliore nel senso di adeguata al pubblico, allo scopo e al pensiero stesso, efficace, chiara, insomma non equivoca. Ma per far questo, bisogna che dica ciò che non va.[1]

Scrivere titoli fasulli (o scaltri, in questo articolo userò i due termini come intercambiabili) non è adeguato al pubblico; è adeguato a quello che certi capoccioni pensano sia il pubblico, vale a dire una massa di idioti conformisti e superficiali, il che non è sempre vero e comunque non è un modo giusto di porsi nemmeno con i lettori (pochi) che sono effettivamente così.

Scrivere titoli fasulli può essere adeguato allo scopo, perché il mezzo dipende dallo scopo. Allora, se lo scopo è di attirare solo lettori idioti conformisti e superficiali, potrà anche andar bene il titolo fasullo; se lo scopo è quello di far concorrenza ad altre testate adeguandomi al loro modo di fare, il titolo fasullo ci sta. Se invece lo scopo è quello di raccontare un’esperienza umana, che riguardi la verità dell’uomo (posto che la verità esista, ma per i cattolici la verità esiste), il titolo fasullo non va; è sensato, esordire con una balla e scrivere l’esatto contrario nel corpo dell’articolo?

Scrivere titoli fasulli, infine, è equivoco; perché il titolo parla di altro da ciò che è stato detto o scritto veramente, quindi il lettore arriva lì con un’aspettativa che verrà delusa. Pessimo servizio alla verità e al lettore.

Mi rattrista davvero la subalternità di una buona parte della comunicazione cattolica, ufficiale e non (ma in effetti la distinzione non ha senso, per i cattolici), a stili e modelli di comunicazione, diciamo, mondani: l’attacco ad personam, i titoli scaltri, il tentativo di arruolare questo o quel personaggio sotto la propria bandiera sono i più frequenti.

In questo caso specifico, mi è capitato di vedere un articolo su un sito cattolico che cominciava così: «Internet è un dono di Dio se», quindi l’autore aveva capito bene il “se”, che peraltro è grande quanto una piramide. Ma non è stato capace – o chi per lui – di trasformarlo in un titolo appropriato, per esempio Internet è un dono di Dio se… e basta. Incisivo, breve e ti fa capire che c’è dell’altro da scoprire. Invece no, hanno titolato come tutti, Internet è un dono di Dio.

Il messaggio sulle comunicazioni sociali non parla di internet quale dono provvidenziale, come si penserebbe da quei titoli; parla del fatto che la comunicazione è importante per la vita missionaria della Chiesa, e che oggi c’è una gran parte di comunicazione che viaggia per la rete. Ma anche in rete è necessario comunicare sé stessi e la propria esperienza, con pazienza, tenerezza e rispetto per l’altro (e già lo scrisse san Pietro, quando l’unica rete a disposizione era quella delle strade romane). Il messaggio parla di come si possono usare i mass media, incluso internet, per diventare “il prossimo” di quelli che incontriamo, come fu il buon samaritano per l’uomo aggredito dai briganti.[2] Si tratta di un vero “prossimo”, tuttavia, non di qualcuno che mette il “Mi piace” sulla geremiade pubblicata in Facebook. «Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero»: qui “vero” non significa “in carne e ossa”, significa semplicemente “vero”. Per fare un esempio, uno degli amici che ho più cari in questo mondo non l’ho mai visto in vita mia, lo conosco solo attraverso la rete e lui conosce me allo stesso modo; e siamo amici, il nostro incontro è vero anche se mancano le occasioni di incontrarci faccia a faccia. Ma ho amici in carne e ossa che non si prendevano neanche la briga di rispondere ad e-mail contenenti osservazioni o domande precise, con la scusa che non sapevano che dire.[3]

Riguardo alla rete, il Santo Padre non ha detto che internet è un dono di Dio. Quello che ha detto è (grassetto mio):

La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio.

Siccome la lingua italiana è quella che è – e non quella che Scalfari & C. cercano di far credere che sia – dalla frase si capisce che il dono di Dio non è internet ma è la maggior possibilità di incontro e di solidarietà che internet offre. Rispetto ad altri mezzi di comunicazione, la rete offre maggiori possibilità di incontrarsi, di dialogare, di aiutarsi: è questo, il dono.

Di per sé, internet non è un dono di Dio più di quanto lo sia il bisturi del chirurgo che ti salva la vita. Un bravo chirurgo potrebbe salvarti la vita anche usando un coltello da cucina, dipende ovviamente dall’operazione che deve fare; ogni lettore di Patrick O’Brian potrà confermarlo, ma basterebbe anche solo aver visto il film (Master and Commander) oppure aver visto una certa puntata di Superquark, in cui si mostravano gli strumenti chirurgici usati nella Marina di Sua Maestà Britannica al tempo delle guerre napoleoniche. Ci salvavano la gente, con quella roba lì; anche se a noi parrebbe più adatta al bancone del macellaio.

La creatività, la serietà, la pazienza, la perseveranza con cui certi medici hanno elaborato certi strumenti o compiono certe operazioni sono doni di Dio, aiutati dal lavoro, così per traslato lo è anche il prodotto del loro ingegno. Per traslato: in quei casi, la qualità di dono non è letterale. La luce del Sole è un dono di Dio letteralmente, di per sé, perché non c’è nulla che alcun uomo possa fare per mettere il Sole nel cielo; le suture vascolari invece sono un dono di Dio per traslato. Non è che Dio ce le abbia date come ci ha donato la luce del sole; si possono fare perché Alexis Carrel passò non so quanto tempo a imparare a… ricamare. S’era infatti reso conto che, per suturare un vaso sanguigno, bisognava riuscire a fare piccoli punti molto fitti, il che poteva riuscire solo con aghi sottili e filo anche più sottile; sapeva che questo era tipico del ricamo su seta, lo aveva visto fare dalla madre; e a Lione, dove lui studiava, c’era una ricamatrice eccellente e famosa. Le condizioni non dipendevano da lui e neanche l’intelligenza se l’era data da solo; quelli erano doni di Dio, altroché; ma se Carrel non si fosse messo lì, a lavorare con pazienza, per il desiderio di non vedere un altro morire dissanguato come era accaduto al presidente francese Carnot, pochi anni prima, avrebbe inventato le suture vascolari? No. Gli studi di Carrel hanno reso possibile il trapianto di organi, ma mostratemi uno che scriva, in un titolo di giornale, Il trapianto di cuore è un dono di Dio. E internet, che ha di diverso? Niente. Non è un dono se il dono non ce lo portiamo noi.

Ci sono molte cose, nel messaggio del Santo Padre, e se ne potrebbero tirar fuori pessimi titoli (per esempio, Sulle vie della rete come il buon samaritano – puntuale ma un po’ troppo catechistico, e incomprensibile per chi non conosca la storia del buon samaritano). Non sono sicura che un pessimo titolo non sia comunque migliore di un titolo fasullo. Ad ogni modo, se si trattasse solo di questo, mi starebbe ancora bene, si tratterebbe solo di trovare buoni titoli veritieri. Quel che temo davvero tanto è l’incapacità di comprendere il significato delle parole – ed è un problema che sembra diffondersi velocemente in tutta la popolazione. Voglio dire, è davvero possibile che qualcuno abbia letto il messaggio e abbia capito in buona fede che, secondo il Papa, internet è un dono di Dio e che il messaggio finisce lì. Questo sì che mi costerna.

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[1] Magari io sono così per carattere e per storia familiare, anche se non per educazione (a me è stato insegnato a vagliare tutto e a trattenere ciò che vale ma, senza qualcuno che me lo insegnasse, non ci sarei mai arrivata). Facciamo però un esempio estremo. Una coppia di sposi con due figli e l’anziana madre di uno dei due a carico si trasferisce in una città molto affollata, diciamo Mosca; e cerca casa, ma non è così facile trovarne una adatta alle loro esigenze. Un conoscente si presenta e dice: «Amici cari, ce l’ho io, un bell’appartamento giusto giusto per voi! Al quinto piano, ottimo panorama, ben illuminato, spazioso, un gioiello!». Visitano l’appartamento: soggiorno, cucina, camere da letto, studiolo, ripostigli… tutto bello, spazioso, luminoso, come promesso. Finita la visita, i due si guardano perplessi e chiedono al conoscente «E il bagno? Non ci hai fatto vedere il bagno». «Ah, il bagno in casa non c’è. Sai, sono vecchi palazzi, non c’era posto… Bisogna scendere al piano terra, dove c’è il bagno comune. Ma c’è l’ascensore, non dovete mica fare le scale!». Voglio vedere chi è che in prima battuta, avendo due figli piccoli e una persona anziana in casa, “valorizza il positivo” – cioè il fatto, reale e incontestabile, che l’appartamento è bello, spazioso e luminoso, e che comunque c’è l’ascensore. A naso, direi che la mancanza del bagno in casa non si può fare a meno di notarla e di considerarla un bel problema. Valorizzare il positivo, o anche solo “pensare positivo”, è un’ottima cosa, basta che non conduca all’irenismo. Deve rimanere un lavoro. Il mio mestiere, appunto, è così: parte del lavoro consiste nel valorizzare il positivo, cioè il pensiero e le forme peculiari di espressione (se ce ne sono); per far questo, occorre occuparsi di ciò che manca o che non è adatto.
[3] Parentesi di bon ton (sì, oggi sono particolarmente spocchiosa, ogni tanto mi piglia). Succede, di non sapere che cosa dire; ma non è una buona scusa per non rispondere. In questi casi, basta  scrivere: «Scusa, non so proprio che dire». Non si tratta di formalità. Se uno mi ponesse una domanda a voce, farei finta di niente? Di regola, no. Certo, le eccezioni esistono  ma di regola direi qualcosa come «Mi prendi alla sprovvista, non so che dire, mi dispiace» e così via; come minimo, una simile risposta mi si leggerebbe in faccia. La posta elettronica funziona allo stesso modo.
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