Archive for Vita da scrittori

Orrìlo e il cipresso

Abbiamo abbattuto un paio di vecchi cipressi pericolanti che minacciavano di caderci sulla casa. Mio padre ha tagliato le parti più grosse con la motosega, a me resta da sistemare i rami più piccoli e le fronde (ci facciamo delle fascinette che servono ad accendere la caldaia in inverno; il cipresso brucia che è una meraviglia).

Mentre stamattina sfrondavo i rami più grossi con la roncola, mi è venuto in mente Astolfo che dischioma la testa di Orrìlo per trovare il capello fatato cui è legata la vita del brigante.

Non avrei saputo dire se ero più contenta per il fatto di riuscire a usare la roncola – cosa niente affatto scontata un paio d’anni fa – o per il piacere che mi dava il ricordo del mio paladino prediletto in uno degli episodi più fantasiosi che conosco.

 

Orlando Furioso, Canto Quindicesimo

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Al fin di mille colpi un gli ne colse
sopra le spalle ai termini del mento:
la testa e l’elmo dal capo gli tolse,
né fu d’Orrilo a dismontar più lento.
La sanguinosa chioma in man s’avolse,
e risalse a cavallo in un momento;
e la portò correndo incontra ‘l Nilo,
che rïaver non la potesse Orrilo.

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Quel sciocco, che del fatto non s’accorse,
per la polve cercando iva la testa:
ma come intese il corridor via tôrse,
portare il capo suo per la foresta;
immantinente al suo destrier ricorse,
sopra vi sale, e di seguir non resta.
Volea gridare: – Aspetta, volta, volta! –
ma gli avea il duca già la bocca tolta.

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Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna
si riconforta, e segue a tutta briglia.
Dietro il lascia gran spazio di campagna
quel Rabican che corre a maraviglia.
Astolfo intanto per la cuticagna
va da la nuca fin sopra le ciglia
cercando in fretta, se ‘l crine fatale
conoscer può, ch’Orril tiene immortale.

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Fra tanti e innumerabili capelli,
un più de l’altro non si stende o torce:
qual dunque Astolfo sceglierà di quelli,
che per dar morte al rio ladron raccorce?
– Meglio è (disse) che tutti io tagli o svelli: –
né si trovando aver rasoi né force,
ricorse immantinente alla sua spada,
che taglia sì, che si può dir che rada.

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E tenendo quel capo per lo naso,
dietro e dinanzi lo dischioma tutto.
Trovò fra gli altri quel fatale a caso:
si fece il viso allor pallido e brutto,
travolse gli occhi, e dimostrò all’occaso,
per manifesti segni, esser condutto;
e ‘l busto che seguia troncato al collo,
di sella cadde, e diè l’ultimo crollo.

 

TRADUZIONE

Finalmente, dopo mille colpi, lo colse con uno al collo, sotto al mento; fatti volar via la testa e l’elmo, Astolfo scese da cavallo più svelto di Orrìlo, attorcigliò i capelli insanguinati sulla mano e risalì a cavallo in un momento, portandosi la testa verso il Nilo, perché Orrìlo non la potesse riprendere.

Lo stolto ladrone non se n’era accorto e cercava la sua testa brancicando nella polvere; quando però sentì il cavaliere che si allontanava, portandola con sé nella foresta, subito risalì sul proprio cavallo e cominciò a inseguire Astolfo senza posa. Avrebbe voluto gridare: Aspetta, fermati! ma il Duca [è il titolo di Astolfo] gli aveva portato via la bocca…

Siccome però non gli ha portato via anche le gambe, confida di raggiungerlo e corre a briglia sciolta. Rabicano, corridore meraviglioso, [Rabicano è il cavallo di Astolfo] lo distanzia di molto, mentre Astolfo esamina il cuoio capelluto per capire se riesca a riconoscere il capello fatato che mantiene l’immortalità di Orrìlo.

Solo che i capelli sembrano tutti uguali; e allora, quale scegliere di tagliare per uccidere il ladrone immortale? [Astolfo sapeva del capello fatato da un libro d’incantesimo che si portava sempre dietro, ma il libro non spiegava come riconoscere detto capello] – Sarà meglio, pensa, che io li strappi o tagli tutti quanti – ma non avendo né rasoi né forbici con sé, ricorre alla spada, che taglia proprio come un rasoio.

E tenendo la testa per il naso, comincia a raderla dietro e davanti. Così arriva a tagliare anche il capello del fato. Allora il volto di Orrìlo diventa pallido e brutto, strabuzza gli occhi e mostra in maniera evidente di essere giunto alla fine; e il corpo decapitato che inseguiva Astolfo cadde da cavallo e piombò a terra con un ultimo fremito.

 

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Scrivere in tempi bui

Traduzione dell’articolo On Writing in Dark Times di Susannah Black, pubblicato sulla Distributist Review il 12 novembre 2012, poco dopo le elezioni in cui divenne presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

L’articolo non parla di politica, però: parla di perché valga la pena fare qualcosa quando apparentemente quella cosa, qualunque sia, non cambia niente nel modo in cui vanno le cose.

Ovviamente, siccome Susannah Black è una scrittrice, parla di perché valga la pena scrivere (e leggere e cercare di capire). Ma anche del perché valga la pena fare pesche conservate o il giardino o lavorare all’uncinetto – tutte cose che a casa mia, tra l’altro, si fanno da quando esiste. 

(A un certo punto poi cita anche i romanzi di Patrick o’Brian, non potevo non tradurla. L’abbraccerei come una sorella, se capitasse qui.) 

Sarà pubblicato tra qualche tempo anche sulla Distributist Review, ma ho ottenuto il permesso di pubblicarlo qui.

SCRIVERE IN TEMPI BUI

12 novembre 2012

 

In un recentissimo episodio del podcast luterano “Issues, Etc.”, Matt Harrison, intervistando Allan Carson, rifletteva sul significato delle elezioni appena trascorse per i conservatori sociali. Sono certa che siamo stati tutti immersi in questa sorta di pensieri , nell’ultima settimana o giù di lì: Harrison diceva che “anche se non è inevitabile, potremmo aver attraversato una soglia culturale…”.

La maggioranza del popolo americano, ho sentito dire negli ultimi due giorni, a occhi aperti, spassionatamente, sapendo ciò che sceglieva, ha votato in favore della più estremista delle agende sociali antivita e antifamiglia. E per noi è finita, dice la gente: abbiamo perduto la nostra cultura. Ho udito molta disperazione.

Di fronte a una situazione così, che scopo ha scrivere editoriali, scrivere e pubblicare e leggere piccoli saggi sul legame concettuale tra l’aborto e i semi suicidi ogm della Monsanto, per esempio? O sulla possibilità di basare i quartieri pedonali sulla legge naturale?

Questa è la domanda che abbiamo di fronte tutti noi che scriviamo, che facciamo editoriali, che esprimiamo opinioni e disegniamo pagine e le pubblichiamo, che spendiamo il nostro tempo a disporre le frasi in paragrafi o a studiare dove dovrebbe cadere un’interruzione di pagina o quale immagine usare per accompagnare un’idea.

Verso la metà del secolo scorso, Marshall McLuhan coniò il termine “ecologia dei media” per descrivere il fatto che, quando un nuovo mezzo di comunicazione entra in scena, esso cambia la cultura esistente non appena aggiungendosi ad essa ma mutandone la struttura in maniera sostanziale. Una foresta più un lupo è una foresta diversa.

Egli si concentrava sui mezzi di comunicazione – stampa, televisione, radio – e non sulle idee espresse attraverso il mezzo, ma io, mentre mi rigiravo in testa la frase, decisi che la metafora funziona anche per le idee. La conversazione americana senza l’apporto della cultura conservatrice sarebbe una cosa del tutto diversa. Anche solo prendendo parte alla conversazione, anche se le nostre voci non sono forti, anche se ci sentiamo soffocati, noi cambiamo la natura di quella conversazione.

Questo riguarda il versante secolare delle scienze sociali ed è in qualche modo confortante ed è vero. Ma mentre ci pensavo, soppesando la frase “ecologia dei media” in cerca di una metafora che avrebbe cristallizzato la mia idea, mi resi conto che qualcuno l’aveva già trovata; qualcuno aveva creato la metafora giusta duemila anni fa. Il regno dei cieli, ci fece presente Gesù, è come lievito che una donna ha preso e impastato in tre misure di farina, finché sia tutta lievitata.

Allora mi resi conto che la risposta a “Perché scrivere? Perché parlare? Perché leggere? Perché pubblicare?” è che innanzitutto noi non scriviamo e leggiamo e pubblichiamo per “aggiustare” la Città dell’Uomo. Voglio dire, forse le cose in futuro “penderanno dalla nostra parte” e forse le nostre parole avranno avuto qualcosa a che fare con il ripristino del conservatorismo sociale in America. Forse però no.

Ma il fatto è che questo non è mai stato – non avrebbe mai dovuto essere – in nessun modo il nostro principale motivo per scrivere. Perché scrivere, in primo luogo? La risposta è la stessa che bisogna dare a “Perché fare il giardino?”, “Perché far figli?”, “Perché farsi la casa?”. La risposta è: perché siamo chiamati a farlo, siamo chiamati a operare, perché siamo fatti a immagine di un creatore e questo è parte del significato di essere fecondi, avere dominio, essere umanità, risanata in Cristo, come Dio intendeva che fossimo. Quando siamo i migliori esseri umani che riusciamo ad essere, i migliori “operatori”, è allora che facciamo il meglio per la cultura in senso ampio.

Se siamo scrittori, allora scriviamo perché è la nostra parte nel compito umano farlo, scrivere saggi e pubblicarli, così come potremmo fare pesche conservate, lavorare all’uncinetto o installare pannelli solari. Quando siamo in Cristo, e stando in Lui gli offriamo il nostro lavoro, esso dura per l’eternità; penso che diventi parte di quel che troveremo nelle biblioteche e librerie della Nuova Gerusalemme. Non si tratta di “ribaltare l’America”; si tratta di vivere nel Regno adesso, ambasciatori di un’altra città, una luce in un mondo buio. Vivere la vita culturale dell’eternità a partire da adesso.

E dunque lo scoraggiamento a causa delle elezioni è fuori discorso. Non si tratta innanzitutto di attivismo o di politica. Piuttosto, come scrittori e lettori e revisori ed editori e commentatori su Facebook, stiamo operando su due livelli:

  1. Primo, portiamo avanti ciò che Andrew Crouch e Tim Keller, tra molti altri, hanno chiamato il compito culturale ricevuto da Dio. Egli ci ha detto di coltivare, cosa che molti hanno interpretato ampiamente come qualcosa del genere: Andate e fate, prendete i materiali del mondo, combinateli con le vostre idee e il vostro lavoro, create più bellezza e ordine, costruite, fate crescere, scoprite.

Una delle cose che dobbiamo costruire e far crescere (in noi stessi prima che altrove) è una visione vera del mondo, un’accurata Weltanschauung in cui Cristo e noi e lo Stato e i giardini e la storia e i romanzi di Patrick O’Brian e il pane fatto in casa e i vecchi episodi di Rockford Files abbiano ciascuno il suo adeguato posto e significato.

  1. Secondo, stiamo conducendo una campagna per conquistare cuori e menti in territorio nemico, per mostrare alle persone la bellezza di una cultura/economia/società/ sinceramente umanista e perciò che onora Dio, e per motivarle a coinvolgersi con questo. È una specie di diplomazia pubblica per il Regno di Dio, un tentativo che si potrebbe chiamare Radio Terra Libera. E ogni persona che riesce a vedere un po’ di questa bellezza come risultato di un saggio ben scritto rappresenta una grande vittoria. Ogni episodio di godimento del bene ha valore. Niente di tutto questo succederà senza lo Spirito di Dio ma se ci sono state date – come è – menti e parole e il gusto delle idee, siamo responsabili di coltivarle a gloria di Dio, proprio come siamo responsabili per come usiamo i soldi e il tempo.

E il modo di compiere il compito culturale (nell’ambito delle idee concretizzate in scritti o discorsi o dibattiti, in opposizione a quelle concretizzate in giocattoli di legno o cattedrali o cose del genere) e il modo di svolgere la pubblica diplomazia sono praticamente lo stesso, come si può vedere:

Come fare le cose: Edizione del Pubblico Diplomatico

  1. Impara (raccogli il materiale del caso; comincia con il mondo esterno; comincia con quello che è già successo nella storia e con quello di cui di sta dibattendo ora);
  2. Fai qualcosa (scrivi un articolo, organizza una conferenza o una cena, prepara un’antologia);
  3. Mettilo a disposizione (pubblica l’antologia, pubblica l’articolo, invita gente alla cena o alla conferenza e fa’ che si svolga)
  4. Parlane (promuovi un’adeguata vita del prodotto culturale, in cui le persone che se ne potrebbero sentir toccate possano interagire l’una con l’altra, trarne conclusioni e, si spera, sentirsi ispirate a usare il tuo prodotto come materiale per i loro progetti, così il ciclo continua).

Non sto dicendo ovviamente che noi siamo quelli che hanno capito tutto e che dobbiamo solo deporre la nostra saggezza sugli altri. Qualunque cosa vera e buona che abbiamo capito non proviene da noi, ma viene a noi come un dono, tanto per cominciare. E abbiamo tutti ancora moltissimo da imparare. Ma abbiamo, credo, azzannato almeno una particella di verità e abbiamo scoperto che ci ha nutrito.

Così, lo scoraggiamento per la sconfitta elettorale è l’ultima cosa a cui possiamo soccombere adesso. Piuttosto, ora più che mai, mangiamo più verità, restiamo aperti a imparare di più, usiamo la conversazione e l’esplorazione e i saggi e le antologie per rifinire e, se necessario, cambiare le nostre idee e prassi, invitiamo altri alla festa e facciamo tutto con cuori pieni della carità che abbiamo trovato.

Ricordiamo anche altre quattro cose:

  1. Le persone possono essere cristiani agli occhi di Dio anche se non sono d’accordo con noi su… il livello delle tasse o la desiderabilità di un quartiere pedonale o cose del genere;
  2. Condurre le persone a concordare con noi circa le tasse o la piccola proprietà delle aziende non è lo stesso che condurle a Cristo. E non è altrettanto importante;
  3. Assicurarci che abbiamo buone idee non è lo stesso che cercare di riconciliarci con Dio e non è altrettanto importante. La giustificazione attraverso la sola opinione economica non è mai stata argomento di nessuno in nessun momento della storia della Chiesa; e
  4. Scrivere e discutere e così via non è lo stesso di ciò che voi cattolici chiamate “le opere di misericordia corporale”. Non possiamo avere la faccia tosta di scrivere saggi che spieghino alla gente come “sentirsi caldi e sazi” senza, perlomeno qualche volta, decidere di sostenere un’azienda familiare anche se è più costosa o senza offrire del tempo a una mensa per i poveri. E questo promemoria è per me stessa.

E ancora ricordiamo che il Punto Zero del ciclo di produzione culturale accennato prima è pregare. Così questo, nella mia maniera evangelica (perché in effetti sono una furtiva evangelica anglicana tra voi), è ciò con cui vi lascio: il nostro primo compito come lettori e pensatori e scrittori è chiedere a Dio di renderci fecondi, di essere con noi nel nostro operare. Di renderci, veramente, lievito.

 

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Vero e verosimile

Tante volte ho avuto l’impressione che molti giornalisti italiani si comportino da romanzieri mancati. Ultimamente poi la malattia sembra essersi attaccata anche a certi pubblici ministeri e consimili.

Non avrei creduto però di trovare conferma alla mia osservazione nelle parole di gente del mestiere.

Il primo è stato Massimo Fini, in un’intervista di qualche settimana fa. Parla di Oriana Fallaci, non del giornalismo in sé, ma le prime righe, che riporto, confermano appunto quel che pensavo.

Domanda. In questi giorni si è scritto molto sulla morte di Pier Paolo Pasolini, essendo passati 40 anni. Lei non ha mai creduto al complotto e l’ha scritto anche su Il Fatto.

Risposta. La tesi fu innescata da Oriana Fallaci, stando dal parrucchiere, sfogliando alcune riviste.

Prego?

Sì, andò così. Fu un’invenzione. Ora, tutti i grandi giornalisti si inventano un po’ le cose. Prenda Indro Montanelli, o quello che è stato il più grande di tutti, vale a dire Curzio Malaparte, del quale Ettore Della Giovanna disse: «Sì, l’ha scritto Malaparte ed è diventato vero». Forzavano, inventavano, perché sapevano che a volte il verosimile è più vero del vero. Ma inventavano in funzione della verità.

—da “Oriana, scendi dal piedistallo, parte 1”, intervista a Massimo Fini, di Goffredo Pistelli, ItaliaOggi, 3 novembre 2015

Con tutto il rispetto per i nomi coinvolti e la loro professionalità, questa è malattia. Inventare perché l’invenzione è più verosimile del vero – e quindi aiuta a guardare la realtà con più verità – è un compito tipico dei narratori (almeno di quelli seri), non dei giornalisti. Se cominciano a fare così i migliori, mi pare quasi scontato che i più gli vadano dietro. Quasi: ma l’omologazione è un male epidemico.

Così trovo che la mia supposizione è confermata: certi giornalisti italiani, quando fanno i giornalisti, vorrebbero invece fare i narratori.

La seconda conferma l’ho trovata ieri ascoltando un incontro del Meeting 2012 sul mestiere del giornalista, “Raccontare la realtà”. Me lo sono scaricato da Youtube, non avevo assistito di persona. In quell’incontro, Alberto Savorana ha posto due domande a tre direttori di testate: Roberto Napolitano, direttore del Sole24Ore, Antonio Preziosi, direttore del Giornale Radio Rai, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire. La seconda di queste domande (tempo 1:06:50) riguardava appunto la relazione tra vero e verosimile.

Mi hanno colpito soprattutto le parole di Antonio Preziosi (1:26:20), il quale ha raccontato un fatto preciso per mostrare come accada che si diano “notizie” verosimili ma non vere, un rischio comune e corrente – lo definisce «grandissima trappola» e »grandissima insidia» – derivante dalla disattenzione per le fonti. Trascrivo una parte dell’intervento:

(1:28:16) A. Preziosi. Parlo della pura e semplice cronaca, che apparentemente è il genere giornalistico più legato all’accadimento dei fatti, alla realtà, per riferirvi un episodio che è accaduto alla mia redazione quando è scoppiata la bomba a Brindisi.

Noi abbiamo aperto quello che noi chiamiamo un filo diretto, cioè una non-stop di diverse ore, nella quale non-stop raccontavamo minuto per minuto ciò che accadeva a Brindisi. A un certo punto un’agenzia ci informa che, oltre alla povera Melissa, era morta anche un’altra ragazza, una seconda ragazza. E da quel flash d’agenzia, che riprendeva peraltro un giornale online locale, nasceva un profluvio di ulteriori agenzie, ulteriori dichiarazioni, ulteriori giornali online, che “sparavano”, come di dice in gergo, la morte di questa seconda ragazza.

Noi che andavamo in onda in diretta abbiamo fatto ricorso alla regola antica del giornalismo, quella di verificare le fonti. Abbiamo detto: Fermi un attimo: è molto meglio arrivare secondi, terzi, decimi, centesimi, piuttosto che dare una notizia sbagliata. [Applauso, di cui ringrazia e si vede che gli fa piacere.] Uno dei nostri cronisti ha fatto la cosa più banale del mondo, che è quella di alzare il telefono, di chiamare l’ospedale e di parlare col direttore sanitario e dire “Ma è vero che è morta questa seconda ragazza?” – Il direttore sanitario ci ha detto “No, non è morta, anche se lo stanno dicendo tutti. È sotto i ferri, lotta tra la vita e la morte, ma noi siamo speranzosi, siamo fiduciosi che questa ragazza ce la farà” – “Se la sente di dirle queste cose in diretta al giornale radio?” – “Certo che sì” – Diretta del giornale radio e abbiamo raccontato che quell’episodio di verosimiglianza era una non-notizia, era, come si dice in gergo, una bufala, era un fatto che non era accaduto e per fortuna non sarebbe accaduto, perché poi quella ragazza ce l’ha fatta ed è tornata alla vita.

Ecco questo episodio ci fa riflettere …. su quanto sia insidioso il verosimile, quanto sia insidiosa la verosimiglianza rispetto ad un atteggiamento anche di emulazione che noi possiamo avere nei confronti degli altri media.

Tutto l’incontro è interessante, naturalmente, rispetto a questo problema, perché raccontare la realtà implica sapere e voler distinguere tra il vero e il verosimile. Un narratore “racconta” la realtà in maniera metaforica, quindi racconta il verosimile, un giornalista no, non è compito suo. La capacità di raccontare metaforicamente si sta perdendo, per questo fioriscono i docufilm; eppure anche i docufilm usano del verosimile quando il vero non sarebbe sufficiente.

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“Oriana, scendi dal piedistallo, parte 1”, intervista a Massimo Fini, di Goffredo Pistelli, ItaliaOggi, 3 novembre 2015

RACCONTARE LA REALTÀ, Meeting di Rimini, martedì 21 agosto 2012
Partecipano Roberto Napoletano, Antonio Preziosi, Marco Tarquinio, moderatore Alberto Savorana

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Scelte

Categoria: considerazioni 

La prima volta che ho tentato di scrivere una storia avevo sette anni. Era su un drago. Non mi ricordo niente se non un episodio filologico. Mia madre non disse niente in merito al drago, ma sottolineò che non si poteva dire «un verde grande drago», ma bisognava dire «un grande drago verde». All’epoca mi chiesi il perché, e me lo chiedo ancora. Il fatto che io me ne ricordi magari è significativo, dato che penso di non aver più cercato di scrivere di nuovo una storia per molti anni, ma fui assorbito dal linguaggio.

J.R.R. Tolkien, lettera 163 (pag. 243 dell’edizione Rusconi 1990)

Io a sette anni ho scritto il mio primo dizionario bilingue (italiano-sardo). A un certo punto ho decisamente sbagliato strada.

Chissà, se uno a sette anni ha la fissa per qualcosa, forse è bene aiutarlo a seguire la fissa fino in fondo. Diciamo tra i sette e i dieci; perché oggi sembra che i bambini crescano prima, rispetto all’inizio del Novecento, ma in realtà è vero il contrario.

Certo, mio nipote a sette anni voleva fare il cacciatore di draghi, aiutarlo potrebbe non essere tanto immediato… Ma non ho mica detto che sia facile, aiutarli!

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Tradurre un mondo in bilico: intervista a Kaye Park Hinckley

Tradurre un mondo in bilico: intervista a Kaye Park Hinckley 

11 ottobre 2013, catholicfiction.net/translating-a-world-on-the-edge-an-interview-with-kaye-hinckley/

Catholic Fiction: In una frase, di che parla il tuo ultimo libro?

Kaye Hinckley: «L’amore non è un simbolo, è un agente irritante; e ti costerà un po’ di pelle» – parole di Sarah Neal Bridgeman in A Hunger in the Heart.

CF: Che cosa ti ha ispirato a scrivere questa storia?

KH: Il ricordo di una conversazione origliata da bambina, tra mia madre, una zia e mia nonna, a proposito della seconda guerra mondiale e degli effetti perduranti su un soldato. Anni dopo la fine della guerra, un veterano del luogo, traumatizzato, fu arrestato dalla polizia per essersi spogliato dei vestiti nel parcheggio accanto alla drogheria Piggly Wiggly, perché credeva che i soldati giapponesi gli avessero dato fuoco. Mio padre e mio zio avevano combattuto nella seconda guerra, perciò la conversazione era imperniata sulla comprensione per il veterano e la sua famiglia. Mio zio non aveva cicatrici “visibili”, ma mio padre aveva avuto il cuore trapassato da una pallottola. Dopo molti mesi in un ospedale della California, era tornato a casa in Alabama a vivere la sua vita. Non parlò mai della guerra fino a qualche mese prima di morire, a 77 anni, e quello che mi raccontò allora, quasi mi straziò.

CF: Hai considerato l’idea molto tempo, prima di darle forma, oppure è stata una folgorazione? Descrivi l’accaduto.

KH: La conversazione che ho menzionato mi era rimasta in mente, ma finché mio padre non si è confidato circa la sua esperienza in guerra, non avevo alcuna intenzione di scrivere in proposito. Quella confidenza avvenne quando stava soffrendo per un collasso cardiaco, in parte dovuto alla sua ferita di tanti anni prima; e la prospettiva di perderlo presto mi agitava dentro molte emozioni e molti ricordi, come pure un profondo rispetto per il coraggio di tutti i veterani che hanno dato la vita per amore della nostra libertà. Ma A Hunger in the Heart non parla di una guerra mondiale. Tratta delle specifiche guerre personali che ciascuno di noi combatte durante la propria vita. Dipendenze, infedeltà, malattia, solitudine e mancanza di speranza sono solo alcune di esse. Strano a dirsi, è in simili combattimenti che noi, come i personaggi del mio romanzo, spesso scopriamo la nostra più grande forza.

CF: Puoi parlarci di qualcuno degli elementi che hanno partecipato nel dar forma a questa particolare narrazione?

KH: Altri aspetti della storia sono spuntati dopo la morte di mio padre. Per quasi vent’anni mi ero goduta una carriera in pubblicità, eppure all’improvviso non aveva più fascino. Volevo scrivere a tempo pieno e cominciai a fare solo quello. Ho cominciato con A Hunger in the Heart. La sua premessa, riassunta nelle parole di Sara Neal, è semplicemente il fatto di vivere in una famiglia molto unita, composta di tre generazioni, dove le vicende di ciascuno – amore, dolore, sofferenze e manchevolezza – erano note e discusse da ciascun altro. Io ascoltavo spesso; in effetti, non avrei potuto esimermi dal sentire perché i miei familiari sono sempre stati “parlatori” e narratori.

CF: Che hai scoperto su te stessa scrivendo questo libro?

KH: L’amore è un argomento principe dappertutto – nei mezzi di comunicazione, nella religione, nella vita stessa. Ho dovuto considerare onestamente che cosa l’amore sia realmente e sono giunta alla rapida conclusione che senz’altro non è “morbidoso”; non è un sentimento caldo e ovattato, né sesso. L’amore è un atto che richiede coraggio, la potenza della propria volontà di arrivare fino in fondo malgrado contrasti diretti o indiretti, e soprattutto FIDARSI di Dio, scritto tutto in maiuscole.

CF: Che ricerche hai dovuto svolgere per questo libro?

KH: Non molte. Riguardo ai luoghi e al periodo, io sono cresciuta in una cittadina nel sud della Bible Belt tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Ho solo dovuto frugare nella memoria. Riguardo all’ideazione dei personaggi che abitano la storia, essi sono una mescolanza di molti vividi abitanti del Sud che ho avuto il piacere di conoscere.

CF: In che modo questo libro è differente da altri tuoi scritti?

KH: Ho quattro romanzi ancora non pubblicati – uno storico, due di ambientazione contemporanea e il seguito di A Hunger in the Heart. Ho anche una raccolta di racconti che si sono accumulati mentre scrivevo i romanzi, quando facevano capolino idee che non avevano posto nella trama o nello sviluppo dei personaggi dei lavori più lunghi.

CF: Più in particolare, a parte le evidenti differenze nella lunghezza, scrivere un romanzo in che cosa è diverso rispetto al racconto?

KH: Per me, il racconto può concentrarsi su un punto specifico meglio di un romanzo, un po’ come ammirare le caratteristiche di un fiore particolare anziché l caratteristiche dell’intero giardino.

CF: Qual è stata la sfida maggiore nello scrivere il libro? Personaggi, trama, ambientazione ecc.

KH: La sfida, che mi ero posta io stessa, era di scrivere A Hunger in the Heart con la mia prospettiva cattolica senza fare propaganda. Doveva essere una storia credibile su persone comuni che si ritrovano in mezzo a una battaglia per – e contro – l’amore di Dio. Volevo che i lettori comprendessero le difficoltà di ogni personaggio, ma senza sentimenti sciropposi, e non volevo nascondere nemmeno una mancanza o una pecca in nessun personaggio. Volevo che fosse difficile per loro riconoscere l’amore autentico e agire di conseguenza, perché nella vita quotidiana è spesso così.

CF: Quali personaggi nel libro ti hanno messo a più dura prova? C’è invece qualche personaggio che ti sia riuscito con facilità?

KH: Probabilmente Clayton, e questo è dovuto verosimilmente all’attuale clima di “politicamente corretto” riguardo alla razza. Clayton, come antagonista, ha un rimasuglio di fede, ma è priva di senso, meschina, tutta volta a quel che Gesù farà per lui e mai il contrario. Clayton usa l’amore di Dio per tornaconto, così come usa la piccola statua di Maria alla stregua di un amuleto portafortuna – aspettandosi la salvezza senza far niente per meritarla; il peccato di presunzione. Fig è il suo contrario, e mi è riuscito facilmente perché l’ho conosciuto nella vita reale, perlomeno qualcuno che gli somiglia molto. Fig ha una comprensione vera della passione dolorosa di Gesù e la sua particolare saggezza viene da lì. Quando scrivevo di Fig, sentivo che stavo scrivendo dello Spirito santo all’opera nel mondo dei Bridgeman. Senz’altro Sarah Neal aveva bisogno di una spintarella da parte dello Spirito. Lei mi ha un po’ messo alla prova per il fatto che non volevo crearla tanto sgradevole e ostinata da non poter cambiare. È una di quelle persone la cui più grande forza e la più grande debolezza nascono in un analogo punto del cuore.

CF: Creare un’opera di narrativa è sempre un viaggio dello spirito. Puoi parlarci del tuo spirito durante la stesura di quest’opera?

KH: Ho cominciato A Hunger in the Heart in un periodo delicato della mia propria vita, dove stavano accadendo molti cambiamenti. Mi sentivo un po’ come Coleman quando circostanze su cui non ha alcun controllo colpiscono gravemente la sua vita. Ovviamente questo può accadere a chiunque. Tranne che io avevo la mia fede cattolica, e precisamente il Santo Spirito di Dio per mezzo dell’Eucaristia, che ha guidato il dipanarsi dei miei pensieri finché il libro è diventato come un amico spirituale con cui riuscivo a parlare. E se non sembra troppo folle, il libro mi rispondeva.

CF: Tu sei, fino a un certo punto, una scrittrice “regionale” – per dirla altrimenti, sembri attratta dall’elemento locale e dal luogo come un aspetto importante della tua narrativa. Perché lo consideri importante? In particolare, che cosa rappresenta il Sud per te come scrittrice?

KH: Essendo nata nel Sud e cresciuta nella Bible Belt, io amo sia la mia fede cattolica sia la mia tradizione di abitante del Sud. Non ho mai abbandonato nessuna delle due, perciò è impossibile ignorarne l’una o l’altra quando scrivo. Una gran cosa riguardo all’essere una scrittrice cattolica del Sud è che qui la maggioranza di chi ci è nato, in massima parte protestanti, conosce la Bibbia, è in grado di citare la Bibbia e cerca di vivere secondo la Bibbia. E i più riconoscono di essere peccatori bisognosi di essere salvati. Non penso si possa trovare altrove qualcosa di simile e a un simile livello; così, per uno scrittore interessato al peccato e alla salvezza, questo ambiente è un terreno ideale per la narrativa.

CF: Non si può fare a meno di confrontare il tuo lavoro con quello dei grandi scrittori del Sud (e cattolici). Che posto hanno nella tua crescita come scrittrice?

KH: Be’, questa è una domanda più che umiliante! Ma, per rispondere, devo dire che forse non scriverei affatto se non fosse per Flannery O’Connor. Amo i suoi scritti, da anni. La penso come uno spirito affine e una sorta di figura materna per il mio scrivere. Mia madre e tre generazioni delle mie nonne cattoliche nacquero in Georgia. Anzi, Flannery O’Connor e mia madre nacquero a pochi mesi di distanza, a Savanna, e per qualche tempo frequentarono la stessa scuola elementare cattolica. Dopo aver letto le lettere della O’Connor in Habit of Being,[1] con i tanti comici accenni al suo rapporto con la madre, Regina, mi sentivo del tutto a mio agio con entrambe. Oltre a questo, i suoi personaggi a me non sembrano strambi, dal momento che ho trascorso tutta la mia vita da cattolica nel profondo Sud. Anche se le storie stimolanti di Flannery O’Connor si possono godere senza conoscere la profondità della sua fede cattolica, quando invece la si approfondisce, è fenomenale. Non c’è nessun altro come lei. Non credo che ci sarà mai.

Altri scrittori del Sud e cattolici di cui ammiro temi, stile e personaggi sono Walker Percy e Tim Gatreaux. A ci sono altri scrittori del Sud, non cattolici, che stimo, come Winston Groom – l’innocenza e nobiltà di Forrest Gump; e Mark Childress – cortesia, risate e speranza a Crazy in Alabama. Entrambi questi uomini sono eccellenti, prolifici scrittori e sono stata felicissima che entrambi abbiano appoggiato il mio romanzo. E poi c’è William Gay – il suo primo libro, The Long Home, ha dei passi decisamente cattolici. Charles Frazier è un maestro con le parole, come pure James Agee e Thomas Wolfe, insieme alla loro profonda comprensione della famiglia. Scrittori cattolici non del Sud [che apprezzo] potrebbero essere Graham Green – Il potere e la gloria è uno studio magistrale di un incessante tendere a Dio dibattendosi nella debolezza umana – e naturalmente la saggezza di G. K. Chesterton. Ho anche studiato un bel po’ dell’opera di Ron Hansen; il mio preferito, Mariette in Ecstasy,[2] è straordinario e poetico.

CF: Sembra che anche la storia abbia un grande ruolo nella tua scrittura. Puoi spiegarci questo ruolo e perché la ritieni un elemento tanto importante per la tua narrativa?

KH: Ho sempre amato leggere circa i vari periodi storici, soprattutto perché, siccome sono distante anni da eventi importanti, le loro cause ed effetti sono più evidenti. Mi interessano cause ed effetti, nello scrivere. Rispetto agli individui, si suppone che causa ed effetto siano parte del nostro giudizio, ma questo spesso non è valutato con sincerità e crea sconquasso nella vita. Questo origina una storia con personaggi che agiscono e personaggi che subiscono. Eppure è più profondo di così. I personaggi che agiscono spesso seguono un ragionamento che è, in sé, fallace. Così c’è l’opportunità di osservare verità ed errore in senso generale e individuale.

CF: Perché scrivi?

KH: Onestamente, penso che sia un tradurre, con compassione, un mondo in bilico sull’orlo della dannazione, ma un mondo che ha pure un’opportunità infinita di redenzione.

CF: Che cosa ti ha ispirato a diventare una scrittrice?

KH: Sono cresciuta in una famiglia di narratori, e con tanti libri, a cominciare dalla fiabe di Hans Christian Andersen, un libro che mi regalò mio nonno.

CF: Se tu fossi un critico e dovessi recensire i tuoi libri, quali individueresti come tratti caratteristici del tuo stile di scrittura?

KH: Nel mio sito web l’ho descritto come “narrativa del Sud con un impulso spirituale”. Mi atterrò a questo.

CF: Hai un posto preferito per scrivere?Descrivi il tuo spazio di lavoro.

KH: È cambiato negli anni, a seconda di quale figlio se ne andava. Di solito occupo la stanza appena lasciata. Negli ultimi anni, ho scritto nella camera della mia figlia più giovane. Lei è molto creativa e disordinata. Mi ci trovo a mio agio.

CF: Come spiegheresti l’immaginazione cattolica? Che cosa vuol dire essere uno “scrittore cattolico”?

KH: Uno scrittore cattolico tenta di capire il divino che opera nel mondo, ma è solo un tentativo. Un essere umano non può capire l’essenza del divino più di quanto un insetto possa capire l’essenza dell’umano. Noi siamo così tanto al di sotto di Dio. Ma noi possiamo sentire Lui che ci chiama, che ci tocca dentro, lo riconosciamo oppure no, per sollevarci oltre noi stessi. E perché il divino ci chiama? Perché veniamo da Dio, e Lui vuole tenerci vicini, o vuole che torniamo se ci siamo sbandati.

CF: Che cosa apprezzi di più, dell’essere una scrittrice?

KH: Mi piace che scrivere fin da piccola mi abbia aiutato ad esprimere le mie idee. Ero una bambina molto timida e silenziosa, ma grazie alla mia famiglia ho avuto un bel po’ di autostima. La mia famiglia mi fece notare che avevo l’abilità di disegnare e dipingere, e poi di scrivere. Dipingevo per mia madre e mia nonna e scrivevo poesie per mio padre e il nonno. Naturalmente loro adoravano tutto questo. Così, da allora, l’arte e la scrittura divennero il mio modo di comunicare con gli amici e le altre persone al di fuori della famiglia. Comunque, ora, devo ammettere che non sono né timida né silenziosa, e spesso bisogna che mi dicano di tacere.

CF: Quale grande progetto – la tua maggior opera, magari – sogni di compiere come scrittrice?

KH: Senza dubbio la mia opera maggiore è un romanzo storico non ancora pubblicato, basato sulla vita della mia ottava trisavola,[3] intitolato The Wind that Shakes the Corn, che riguarda cause ed effetti di odio e amore, sia in una famiglia sia in una nazione. Il personaggio principale è una donna irlandese cattolica del XVIII secolo, che ama e odia con lo stesso ardore. Già una ribelle totale per via delle persecuzioni dei cattolici da parte della Corona inglese, la fanciulla irlandese è catturata dai soldati britannici la sera del suo matrimonio e imbarcata su una nave di schiavi diretta alle piantagioni di canna da zucchero delle Indie occidentali. Ma, oh, è scaltra! Seduce il figlio del proprietario della piantagione, che la sposa e fugge con lei nella Filadelfia di prima della rivoluzione, dove lei si coinvolge prontamente nella Rivoluzione americana, giurando di farla pagare agli inglesi non solo per averla rapita ma anche per l’impiccagione della madre, in Irlanda, dieci anni dopo. L’odio le diviene naturale, fino a diventare più importante dell’amore. Porterà con sé il suo sentimento di vendetta nelle Guerre indiane in Carolina del Sud e infine nel territorio inesplorato del Mississippi, con le lande mozzafiato che divennero poi l’Alabama.

Devo dire che il desiderio di vendetta della mia ottava trisavola è stato molto difficile da affrontare. La sua fede ne è quasi spazzata via, ma ella vive abbastanza a lungo da osservare causa ed effetto, di cui dicevamo prima, e giunge poi a una rivelazione finale, in un luogo misterioso, e spirituale, chiamato “la Grotta dell’Acqua che Cade”. In fin di conti, il tema del romanzo è che a volte occorre una vita intera per scoprire chi realmente siamo; che siamo parte del divino, creati per riflettere il Suo amore.

A Hunger in the Heart può essere acquistato qui [in inglese, NdT]


[1] The Habit of Being: Letters of Flannery O’Connor, pubblicato in italiano con il titolo Sola a presidiare la fortezza.

[2] Mariette e l’estasi, traduzione di Franca Castellenghi Piazza, Anabasi, 1993.

[3] In inglese, eighth great-grandmother. Traduco letteralmente perché non conosco i termini tecnici delle genealogie. Eighth great-grand* indica l’ottava generazione prima dei bisnonni, vale a dire l’undicesima prima di noi, considerando noi stessi come generazione zero. In italiano “trisavolo” significa “bisnonno” (great-grandparent) ma anche genericamente “antenato”, quindi “ottava trisavola” mi pare una soluzione accettabile.

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L’immaginazione cattolica e la narrativa, di Peter Mongeau

Intervento a Spring Hill College, Mobile (Alabama), 10 settembre 2013 – http://tuscanypress.com/blog/the-catholic-imagination-and-fiction.php

Che cosa sono l’immaginazione e la narrativa cattoliche?

Questa è la domanda che abbiamo davanti. Che cos’è questa immaginazione e come agisce nel comporre un’opera di narrativa? Lascerò ai membri del gruppo di lavoro le risposte più dettagliate alla domanda. Vi racconterò invece, come contesto, della missione che, in quanto editore, io percepisco nel mio lavoro con la Tuscany Press.[1]

Pensate alla scrittura come alla pittura, Dipingere è un’arte, il pittore è un artista e la pittura stessa, il prodotto della tecnica espressiva… è arte.[2]  Se noi consideriamo lo scrivere come un’arte, lo scrittore è un artista, il romanzo è il prodotto dell’arte, dunque il romanzo è arte.

Dato il numero e il genere di libri che oggigiorno si avvicendano monotoni sulle liste dei più venduti, sarebbe corretto dire che oggigiorno il romanzo sia meno teso all’arte che all’intrattenimento. Un cinico direbbe – e molti editori guardando i bilanci sarebbero d’accordo – che un libro per essere ritenuto un successo deve intrattenere.

Per oggi, tuttavia, consideriamo il romanzo come un opera d’arte prima di tutto, e solo in secondo luogo come un prodotto remunerativo di intrattenimento. A questo proposito, dobbiamo chiederci: qual è lo scopo dell’arte?

È lunga la lista – dalla Poetica di Aristotele alle più recenti teorie di critica letteraria – di coloro che cercano di spiegare la natura e lo scopo dell’arte. Tuttavia, senza disdegnare i loro insegnamenti, come cattolici dobbiamo solo tornare indietro di pochi anni, al 4 aprile 1999, domenica di Pasqua, per essere richiamati a come un artista cattolico risponda alla sua vocazione nel ventunesimo secolo.

In una calda mattina di sole, celebrando Cristo risorto, Giovanni  Paolo II nel crepuscolo del suo pontificato pubblica la sua Lettera agli artisti. La lettera – uno dei molti inviti che il pontefice lanciò nel 1999 anticipando il Giubileo dell’anno 2000 – cercò di ispirare una rinascita dell’arte sia nella Chiesa sia nel mondo. Considerando che questo desiderio di rinascita continua ancora oggi, quella potrebbe essere una delle lettere più sottostimate del ventesimo secolo.

Il grande papa, mistico, poeta e drammaturgo parla ai suoi consimili artisti circa la vocazione che condividono:

Chi avverte in sé questa sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica — di poeta, di scrittore, di pittore, di scultore, di architetto, di musicista, di attore… — avverte al tempo stesso l’obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo a servizio del prossimo e di tutta l’umanità.[3]

Giovanni Paolo II ricorda all’artista di non sciupare la «scintilla divina» ma di svilupparla, di levigarla e rifinirla al fuoco della creatività, non per se stesso ma per un servizio all’umanità. Dio ha dato agli artisti del mondo il genio della creatività, la responsabilità di portare bellezza agli altri e di mostrare la luce di Cristo sotto le apparenze della loro opera.  Come dico ai miei scrittori, «tu scrivi non per te ma per Dio e per i tuoi lettori». L’arte autentica ha uno scopo. L’arte autentica cattura e riflette la bellezza di Dio. L’arte autentica intrattiene, anche – o, se preferite, diletta. A qualche livello, deve farlo, altrimenti il lettore le resterà indifferente.

[A]nche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, [l’arte come tale,] quando è autentica, – come Giovanni Paolo II spiega così chiaramente – ha un’intima affinità con il mondo della fede, sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco della cultura dalla Chiesa, proprio l’arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l’esperienza religiosa. In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, essa è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione.

Come Giovanni Paolo II indica, non esiste limite invalicabile per l’artista – la profondità e l’altezza e l’ampiezza dell’esperienza umana sono campi aperti per l’arte di oggi come lo erano quando omero sedette per la prima volta sulle rive dell’Egeo color del vino per ideare le battaglie e gli enigmi del cuore umano sulle pianure di Troia. In effetti, oggi, la sfida è perfino maggiore. Noi vediamo che cosa accade quando l’uomo si allontana da Dio e vediamo opere d’arte vuote di Dio; al tempo stesso, la genuina bellezza che Dio offre a tutti, permane. I grandi scrittori cattolici del secolo scorso – Walker Percy, Flannery O’Connor, Graham Greene, Evelyn Waugh, per fare qualche nome – si ergono come sentinelle alle porte della città, attendendo che giunga l’aurora – i nuovi grandi scrittori cattolici del ventunesimo secolo – in cui, come promesso nella prima mattina di Pasqua, tutte le cose saranno fatte nuove.

Come parte di questo tentativo di rinnovare la creazione – almeno tramite la parola scritta – noi siamo qui oggi per offrire un promemoria e una speranza – particolarmente agli scrittori di narrativa cattolici; non per lamentarci delle condizioni avverse ma per offrire la scintilla che accenda il genio creativo negli artisti scrittori di oggi. Perciò diciamo agli scrittori: «Amate il vostro lavoro, amate i vostri personaggi con tutte le loro mancanze e soprattutto amate Dio e i vostri lettori e… regalate loro una grande storia».

[Discussione del gruppo di lavoro, domande del pubblico e risposte: Rev. Michael J. Williams, S.J., docente di Lingua inglese; Dr. Matthew Bagot, docente di Teologia; Rev. Christopher Viscardi, S.J., preside del Dipartimento di Teologia; Joseph O’Brien, editor, Tuscany Press; Ron O’Gorman, autore di Fatal Rhythm; Kaye Park Hinckley, autrice di A Hunger in the Heart]

Conclusioni

Prima di terminare, un’ultima citazione su cui meditare. Un giovane scrittore che alcuni di voi forse conoscono – dopotutto, ha studiato dai gesuiti – inviò una lettera al fratello Stanislaus cercando di spiegargli che cosa facesse come scrittore:

C’è una certa rassomiglianza tra il mistero della Messa e quello che sto cercando di fare… dare alla gente una sorta di piacere intellettuale o spirituale mutando il pane quotidiano in qualcosa che abbia una propria stabile vita artistica… per il loro miglioramento intellettivo, morale e spirituale. 

Questo giovane scrittore comprende ciò che tutti gli scrittori cattolici dovrebbero avere come seconda natura: la capacità di offrire arte che porti frutto al suo pubblico, e al suo autore; una sorta di manifestazione, una scoperta e una rivelazione che, in maniera assai simile ai Sacramenti, punta sia al “qui e ora” sia all’“aldilà” – al tempo e al fuori dal tempo; alla nostra creta terrena e alle nostre aspirazioni celesti.

Lo scrittore è James Joyce; e pur dovendo riconoscere come egli non abbia avuto con la Chiesa il migliore dei rapporti, è chiaro quantomeno dai suoi scritti che l’amore per la sua arte ha una sfumatura particolarmente cattolica. O forse dovrei dire che esso risplende in una luce particolarmente cattolica.

È quella stessa luce che – come i nostri esperti hanno sottolineato oggi – ogni scrittore cattolico dovrebbe cercare di raggiungere nel suo lavoro. Speriamo molto che anche la discussione di oggi abbia fatto risplendere un po’ di quella luce. Desiderio ringraziare Spring Hill College per l’ospitalità e per la generosità nel consentirci di perorare la causa dell’immaginazione e della narrativa cattoliche. Vorrei anche ringraziare tutti i membri del gruppo di lavoro e tutti voi che avete partecipato.


[1] La Tuscany Press è la casa editrice che Peter Mongeau ha fondato nel 2012 (http://www.tuscanypress.com/) e di cui CatholicFiction.net è un’iniziativa.

[2] Qui “l’arte” o “un’arte” è la traduzione di craft e “arte” è la traduzione di art. In altri contesti, craft si potrebbe tradurre con “mestiere”, come nella locuzione Arts & Crafts (Arti e Mestieri), ma qui non mi pare appropriato.

[3] NdT. Qui e più avanti, il testo italiano della lettera è quello della versione ufficiale.

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«L’immaginazione è qualcosa di splendido» – Incontro con la romanziera cattolica Amanda Jones

29 ottobre 2013, http://catholicfiction.net/the-imagination-is-a-magnificent-thing-an-interview-with-catholic-novelist-amanda-jones/

Ultimo libro pubblicato: Lost Abbey.

Istruzione: laurea triennale, Università del New Mexico; laurea magistrale, Virginia Tech; dottorato di ricerca, Università della Virginia.

Impiego attuale: Mio marito e io conduciamo una piccola azienda agricola e scriviamo quando le colture ce lo permettono. Le piante possono richiedere un bel po’ di attenzioni, specie se sono tante.

Profilo: Essere sposati è una parte rilevante di quelli che siamo. Clint e io di solito stiamo insieme, mentre lavoriamo nella fattoria o ai nostri scritti oppure ci riposiamo. Tuttavia, quando si tratta di presenza dell’autore in pubblico, lui è un tipo molto più da retroscena di me, e questo è uno dei motivi per cui stai intervistando me da sola, benché il suo contributo a Lost Abbey sia inscindibile dal racconto. Io sono umile e naturale – una buona cristiana. Non m’importa se la gente pensa che sono forte, interessante o un po’ stravagante. Queste sono caratteristiche accoppiate con l’essere brillanti e la gente in genere pensa che io sia brillante. Naturalmente, voglio che le persone adorino i miei capelli. Dio se ne portò via la maggior parte quando ho avuto il cancro al seno, ma me ne ha restituiti parecchi di più, perfino dei riccioli!

Citazione preferita: Qualunque cosa facciate a uno di questi miei fratelli più piccoli, la fate a me (Matteo 25,40).[1]

Poema preferito: “Mercoledì delle ceneri”, di T.S. Eliot.

Il tuo più recente successo non letterario: Sono sopravvissuta a un tumore al seno.

CatholicFiction.net: Perché scrivi?

Amanda Jones: All’Università del New Mexico, quando mi stavo iscrivendo al corso di laurea in Lingua e letteratura inglese, il direttore del Dipartimento mi chiese: «Perché vuole laurearsi in Lingua inglese?». Risposi: «Ci sono nata, laureata in Lingua inglese». Io ho bisogno di scrivere.

CF: Che cosa inizialmente ti ha ispirato a diventare una scrittrice?

AJ: Le due torri, di J.R.R. Tolkien. [N.d.T. Il secondo volume de Il Signore degli Anelli] A metà lettura di quella lunga e intricata trilogia, all’età di dieci anni, all’improvviso mi sono chiesta: «Come fa uno a fare una cosa simile?». Mi chiedevo se avesse intrecciato l’intera trama dal principio alla fine e poi cominciato ascrivere oppure se avesse ideato i personaggi e poi li avesse lasciato andare e li avesse seguiti là dove andavano. In un certo senso, la domanda rimane senza risposta. Quando mio marito e io scriviamo insieme, lui sviluppa mille trame, io creo i personaggi e li faccio scorrazzare in giro.

CF: Se tu fossi un critico e dovessi recensire i vostri libri, quali individueresti come tratti caratteristici del vostro stile di scrittura?

AJ: Il nostro stile è letterario. Questo romanzo è pensato per essere letto a vari livelli di profondità. Lost Abbey è una storia drammatica centrata sui personaggi, ma anche un’allegoria, e questo non è frequente al giorno d’oggi. A chi ama l’allegoria, esso offre un piacevole gioco di enigmi. Il lettore può soffermarsi a cercar di capire in che modo una data scena, attraverso i personaggi, rappresenti la storia della Chiesa. Tuttavia, il lettore potrebbe non aver voglia di fermarsi troppo a lungo, perché le trame di Clint fanno venire la curiosità di andare avanti. I lettori possono anche cercare simboli. In che modo un dato simbolo si presenta nel corso della narrazione?

CF: Hai un posto preferito per scrivere?

AJ: Scrivo dovunque posso farlo. Un tempo ce ne andavamo lungo la ferrovia a sud di Albuquerque con un taccuino e una matita. Oggi preferisco un pc fisso e il nostro si trova nella stanza sopra il garage. Ma davvero, il posto non conta più di tanto, tranne che non ci dev’essere chiacchiericcio.

CF: Qual è la tua cura per il blocco dello scrittore?

AJ: Il blocco dello scrittore, ah! il flagello di tutti noi. Leggere è una buona cura. Ma attenzione. Leggere robe buone da paura, tipo Tolstoj, può avere l’effetto opposto e demoralizzarti fino a peggiorare il blocco! In questi giorni, mi piace leggere il Catechismo della Chiesa cattolica o un buon libro di storia.

CF: Qual è la tua cura contro l’abitudine di rinviare?

AJ: Essere in bolletta è un’ottima cura per l’abitudine di rinviare. Gesù dice un bel po’ di cose circa la povertà, nei Vangeli, e molte non le comprendo ma una la so: niente soldi = al lavoro!

CF: Descrivi con parole tue che cos’è l’immaginazione cattolica o, in alternativa, che cosa vuol dire essere uno “scrittore cattolico”.

AJ: L’immaginazione cattolica dev’essere qualcosa di molto speciale per due motivi. Primo, l’immaginazione è una cosa splendida, un dono di Dio di cui ognuno gode. Secondo, quando ci aggiungi lo Spirito Santo e la Presenza Reale[2] che ci nutre attraverso la santa Eucaristia, allora l’immaginazione diventa come un jet con un motore veramente potente. Fatevi da parte!

CF: Quali tre scrittori – viventi o defunti – inviteresti a cena? Perché?

AJ: Innanzitutto, l’apostolo Giovanni, che oltre al suo Vangelo scrisse anche l’Apocalisse.[3] E perché no? Chi non vorrebbe trovarsi davanti all’amore che questo grande uomo ebbe per Cristo? Per secondo, Dante Alighieri. Vorrei che mi aiutasse a comporre un Inferno del XXI secolo nello stile di Hunter S. Thomson. E terzo, Shakespeare. Gli voglio chiedere se davvero era cattolico.

CF: Che cosa gli offriresti? Antipasto, portata, dessert e da bere? Perché?

AJ: Non sono un granché come ospite. Uno dei miei haiku preferiti recita più o meno così:
L’unico pregio
della mia ospitalità:
zanzare nane.
[4]

Ma, visto che me lo chiedi, penso che prenderemmo il furgone per andare in campagna a fare un picnic, con il fuoco, tirando giù la sponda posteriore del furgone e preparando burritos. I burritos sono difficili da manipolare, e questo romperebbe il ghiaccio. Anche delle grandi menti, se offri loro troppo cibo, non avranno il tempo di parlare. Ricordi quella scena del Paradiso perduto di Milton, quando Eva prepara il desinare per l’arcangelo Raffaele? Gli offre la miglior frutta fresca, ma solo frutta. E Raffaele parla un bel po’.

CF: Qual è l’aspetto migliore dell’essere uno scrittore? E che cosa ti piace di più?

AJ: L’aspetto migliore è scrivere con mio marito. Dio mi ha dato un grande stimolo a scrivere ma solo un po’ di talento. Clint supplisce al mio piccolo talento e io traduco in parole le sue meravigliose idee. È molto divertente. Ci godiamo terribilmente i nostri personaggi e le nostre storie mentre li creiamo.

CF: Di che tratta il vostro ultimo libro?

AJ: Di una ragazza cattolica che raggiunge la maggiore età nell’Inghilterra del 1610, quando essere cattolici era letteralmente illegale.

CF: Che cosa ti ha spinto in primo luogo a scrivere questa storia?

AJ: Me l’ha ispirata la storia della Riforma,[5] che ho studiato in profondità per il dottorato di ricerca. Il conflitto che pervase le vite della gente comune quando la Cristianità si spaccò in due fu così profondo, e sottopose le famiglie a una tale pressione, che non ho potuto resistere a tentare di rappresentarlo in un dramma. Una volta che ebbi delineato l’ambientazione storica, lo sviluppo narrativo venne dall’immaginazione di mio marito.

CF: Avete rimuginato sull’idea molto tempo, prima di darle forma, oppure si è delineata di botto?

AJ: Abbiamo cominciato subito a dar forma all’idea. Era molto che non scrivevo narrativa ma, con l’incoraggiamento di Clint, mi sono lanciata e ho cominciato a seguire la storia man mano che cresceva. Mi svegliavo la mattina con la scena seguente che già mi girava per la testa. Abbiamo fatto parecchie passeggiate e sviscerato le complessità dei personaggi, e da questo nascevano altre ramificazioni della trama e perfino nuovi personaggi.

CF: Tutta la narrativa proviene da un insieme di influenze e impressioni del passato – cose che abbiamo vissuto, visto, immaginato o letto. Puoi parlarci di qualcuno degli elementi che si sono incontrati per dar forma a questo specifico racconto?

AJ: Io sono l’unica cristiana nella mia famiglia di origine. Scrivere Lost Abbey ha avuto un ruolo nella mia conversione, ma anche le differenze religiose in famiglia hanno avuto un ruolo nella redazione di Lost Abbey. Amare le persone come accade in famiglia, ma non condividere la stessa fede religiosa crea una dinamica feconda, che in Lost Abbey è espressa dalle due sorelle avversarie riguardo alla Bibbia.

CF: Che cosa hai imparato di te stessa scrivendo questo libro?

AJ: Ho scoperto di essere cattolica. Né mio marito né io praticavamo praticato alcuna religione da molto tempo, ma verso la fine della stesura di Lost Abbey, un giorno ho guardato fuori dalla finestra e ho detto nel cuore «Gesù, io voglio lavorare per te». In poche settimane Gesù mi ha condotto nella Chiesa cattolica, dove ho iniziato il RICA.[6] Ho ricevuto i Sacramenti nell’agosto 2012.

CF: Dal lato della ricerca, che hai dovuto fare per preparare il libro?

AJ: Lo sfondo storico è venuto fuori dal mio dottorato di ricerca in Letteratura inglese della prima età moderna. Gli scrittori della Riforma prendevano la religione molto sul serio, perciò leggere un poeta come Edmund Spenser cercando di comprenderne interamente la portata significa prendere sul serio la religione. Cominciai a capire la spaccatura nella Chiesa da dentro le menti delle persone che l’avevano vissuta, e per le quali era importante, be’, più che la vita stessa.

CF: In che modo questo libro è diverso da altri libri che ha scritto in precedenza oppure da altri lavori di scrittura che hai eseguito?

AJ: Questo per adesso è il nostro unico romanzo per giovani adulti. Entrambi avevamo pubblicato saggi.

CF: Qual è stata la sfida maggiore nello scrivere il libro?

AJ: Spostarsi dal linguaggio accademico a una buona prosa narrativa, soprattutto dialoghi credibili è stato il compito più arduo. La gente prende in giro l’astrusità del linguaggio accademico e noi c’eravamo dentro fino agli occhi quando abbiamo cominciato Lost Abbey. Ci sono volute molte, molte revisioni per perdere il tono da lezione di storia e permettere che Susannah, Mary e gli altri parlassero ciascuno con la sua propria specifica voce.

CF: Quali personaggi nel libro ti hanno messo a più dura prova e com’è stato affrontarli? C’è qualche personaggio che ti sia riuscito con facilità?

AJ: Mary è stata il personaggio più difficile per me. Doveva essere la perfetta sorella maggiore e tuttavia creare problemi a Susannah, la persona che ama di più. Lo fa diventando protestante, così io tendevo a reagire in maniera esagerata in accordo con Susanna, la sua sorellina. Quando ero sleale verso Mary, Clint, che è protestante ed è anche l’esperto di trame, badava a mantenermi in carreggiata.

CF: Creare un’opera di narrativa è sempre un viaggio dello spirito. Puoi parlarci di quel che è accaduto nel tuo spirito – intuizioni, dubbi, crisi ecc. – durante la stesura di questa opera?

AJ: A un certo punto durante le mie ricerche, Gesù nell’Eucaristia mi è divenuto reale. Ho compreso lentamente. Abbiamo iniziato Lost Abbey con una prospettiva assai mondana. I Gesuiti erano eroi in un mondo relativista, Susannah e Mary erano due sorelle in contrasto. Ma poiché sono stata condotta inavvertitamente a comprendere che cosa la Chiesa cattolica stesse cercando di conservare durante la Riforma – la Presenza Reale – allora il libro è cambiato. Poi, Lost Abbey ha preso posizione e si è impegnato con Cristo.

CF: Una buona abitudine che hai, come scrittrice, e che vorresti continuare a coltivare.

AJ: Scrivere senza mollare.

CF: Una cattiva abitudine che hai, come scrittrice, e che vorresti perdere.

AJ: Scrivo troppo di me stessa.

CF: Una buona abitudine che vorresti avere, come scrittrice, e che al momento non possiedi.

AJ: Leggere più libri del genere a cui mi dedico nella scrittura.

CF: Quale libro di un altro autore vorresti avere scritto?

AJ: l’Inferno di Dante.

CF: Quale libro di un altro autore sei lieta di non avere scritto?

AJ: l’Inferno di Dante.

CF: Qual è l’aspetto più scoraggiante dell’essere una scrittrice?

AJ: Scrivere è soffrire.

CF: Qual è il tuo sogno ad occhi aperti come scrittrice, il tuo lavoro più grande?

AJ: Semplicemente il nostro prossimo libro.

CF: Se non potessi più lavorare con le parole, quale mezzo artistico sceglieresti?

AJ: Il dipinto a pastello.


[1] Così la cita e così la traduco – l’ho sentita spesso citare così, del resto – ma in realtà la frase è diversa: «[…] ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me». Per questo motivo non l’ho messa tra virgolette o in corsivo.

[2] Il fatto che Cristo è presente realmente (e non simbolicamente) nell’ostia consacrata.

[3] Curiosità: in inglese il libro dell’Apocalisse è detto Revelation. Spesso in certi telefilm – come Supernatural o altri del genere – si sente parlare di un “libro delle Rivelazioni” nella Bibbia, ma si tratta del libro dell’Apocalisse. Immagino che si tratti di una traduzione imposta dalla necessità di sincronizzare il più possibile parole e labbra.

[4] La versione è mia, perché non so a quale haiku si riferisca.

[5] In inglese, quello che noi definiamo scisma anglicano si chiama English Reformation. Ho deciso di lasciare il termine “riforma” perché ha senso nella cultura americana e anglosassone in genere. La traduzione non è corretta da un punto di vista formale, per questo la segnalo. I due nomi differenti derivano dai due diversi modi di vivere l’esperienza, naturalmente. Gli anglicani erano convinti di stare riformando la Chiesa, per questo parlano di riforma. Per tutti i protestanti è così, e parlano di riforma (la loro azione) e di controriforma (che sarebbe la reazione cattolica). Per i cattolici, invece, anglicani e protestanti hanno lasciato la Chiesa; per questo parlano di scisma, e il termine “riforma” lo riferiscono alla propria azione susseguente allo scisma.

[6] Il RICA, Rito dell’iniziazione cristiana per gli adulti (in inglese è RCIA, Rite of Christian Initiation of Adults), è il percorso di preparazione che deve compiere un adulto per poter entrare a far parte della Chiesa cattolica. Tipicamente l’adulto riceve il Battesimo e la Confermazione (la Cresima) e poi l’Eucaristia per la prima volta (la Prima Comunione).

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