Jane Austen, Love and Freindship

Il titolo va scritto proprio così ed è una commedia veramente divertente.

Oggi la JASIT ha pubblicato l’articolo che avevo annunciato nel post del 18 luglio, dove però non avevo parlato di questo particolare testo. Anche perché già ne parla GKC, che bisogno c’era di me?

E non c’è bisogno nemmeno adesso, perché è uscita l’edizione italiana a stampa delle opere giovanili di Jane Austen, tra cui anche questa. Ecco l’articolo relativo. 

L’articolo di GKC che ho tradotto era proprio l’introduzione a una prima edizione americana degli Juvenilia, cioè le opere giovanili della scrittrice.

In italiano non si usa (o non si usa più? ma neanche il Tommaseo-Bellini lo riporta) juvenilia, anche se è una parola così bellina e chiara. Siccome sono “opere”, si sarebbe tentati – io lo sono senz’altro – di considerare femminile il termine; ma è un neutro plurale e in questi casi mi pare che si debba usare l’articolo maschile.

La lingua inglese impiega vari termini latini che invece l’italiano non ha usato mai. Ricordo ancora la sorpresa di trovare impromptu orchestra (aggettivo+sostantivo: “orchestra improvvisata”) nel primo capitolo di The Lord of the Rings! Ma in realtà l’inglese ha più elementi provenienti dal latino di quanti potremmo immaginare. Qualche anno fa c’è stato il solito manipolo di benpensanti che ha proposto di eliminarli (come da noi l’Istat propose di eliminare i numeri romani dalle pubbliche vie), ma credo che non se ne sia fatto nulla.

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Finalmente ho capito! La temperatura percepita

Quest’anno i telegiornali si sono buttati con accanimento a parlare delle temperature percepite. All’inizio il termine si sentiva solo in qualche intervista ad esperti, più o meno come gli altri anni, ma poi anche alle previsioni meteo qualcuno ha cominciato a tirar fuori la questione che “ci saranno fino a 40°C ma le temperature percepite arriveranno a 50°C”.

Ora, è un’esperienza comune – nel senso che tutti abbiamo avuto davanti almeno un esempio in vita nostra – il fatto che le persone patiscono il caldo e il freddo in maniera differente. Io per esempio sono molto resistente al calore ma rispetto al freddo sono a livelli da orchidea tropicale, mentre mia madre comincia a sudare a 18°C e non so come sopravviva in questi giorni che perfino a me pare di poterlo toccare, il caldo.

Finora, quindi, le due parole “temperatura percepita” per me avevano sempre avuto il significato di “la temperatura è un dato oggettivo – infatti si può misurare – ma ognuno la percepisce a modo suo”. Questo dicono le parole. Questo è il solo significato corretto, mi azzardo a dire, se crediamo nella capacità delle parole di raccontare le cose. Se invece non ci crediamo… eh.

Quest’anno, quando ho cominciato a sentire i telegiornali parlare di “temperature percepite” come se fossero dati e non invece sensazioni individuali, sulle prime ho pensato che fosse lo shock da calore.

Poi ho cominciato a preoccuparmi.

Infine, dopo un paio giorni di preoccupazione, ho deciso di informarmi.

Per prima cosa, ho preso il  libretto del colonnello Edmondo Bernacca, e la temperatura percepita non c’era. C’era dell’altro, ma lei no.

Poi sono passata al web (normalmente avrei fatto il contrario, ma patisce il caldo anche il computer e lo uso meno possibile) e ho trovato qualche buon articolo, tra cui un vecchio intervento del meteorologo Paolo Sottocorona. Credo che sia vecchio, ma non ha data.

Qui ho finalmente capito come mai nei tg si parla di temperature percepite come se fossero dati. Non sono dati e non lo saranno mai; siccome però esiste un algoritmo che pretende di stimare la temperatura che qualcuno probabilmente sentirà in relazione all’umidità, qualcun altro deve aver pensato che se c’è un pezzo di matematica dietro, allora ci dev’essere anche una verità concreta. E così è nata la moda della temperatura percepita.

Che esista una correlazione tra il “patire il caldo” (o “soffrire il caldo”, che è lo stesso) e l’umidità, in effetti, non è in discussione: questa è una verità concretissima. Ma non è propriamente una temperatura e comunque non è un dato generalizzabile.

A pari temperatura, più l’aria contiene umidità e più sentiamo caldo, tutti quanti, perché traspiriamo di meno e quindi il calore ci rimane dentro. Anche così, però, a uguali temperatura e umidità, io e mia madre avremo due sensazioni differenti: io me ne sto a pulire la stanza e mia madre si squaglia in poltrona.

Se vogliamo parlare di una “temperatura percepita”, quindi – non è una denominazione corretta, come dice il capitano Sottocorona, ma si può usare come traslato e i traslati non sono tutti scientificamente corretti – dovremmo riferire il termine alla sensazione di calore che ognuno individualmente percepisce a parità di condizioni: e si capisce che non è misurabile perché non è un dato ma solo una sensazione personale di cui un tg non dovrebbe parlare affatto, perché propriamente non esiste nemmeno.

Ma no, che dico: per i giornali è normale parlare di roba che non esiste.

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Diamo i numeri: immigrati, pensionati, disoccupati e casalinghe

Vorrei che qualcuno facesse una rubrica su qualche giornale online con lo scopo “Diamo i numeri”, perché qui i numeri volano come i lapilli a Pompei.

Il guaio dei numeri è che spesso da soli non significano niente e invece diventano significativi e interessanti quando si mettono a confronto gli uni con gli altri. Non è sempre così ma spesso lo è, specie in economia & affini.

* Il presidente dell’INPS Boeri ogni tanto torna alla carica con i suoi 8 miliardi l’anno di contributi versati da cittadini immigrati che ne percepiscono solo 3. Irritante perché parziale (a parte la mentalità semischiavistica e truffaldina del ragionamento di breve periodo, perché quella appartiene al concetto stesso di INPS, non al suo presidente attuale). Va bene, sono 8 miliardi l’anno ma il resto quant’è? di quanti denari parliamo? e di che tempi? L’INPS non è un negozietto di souvenir, che apre, per un paio d’anni vede se va bene e poi casomai chiude. Visto lo scopo che ha, l’INPS deve avere un orizzonte di assai lungo periodo per fare i suoi conti; ma questo periodo non è tanto lungo da vederci tutti morti, più probabile che muoia l’INPS.[1] Solo dopo che avremo visto un bel po’ di altri numeri, sapremo bene di che si parla, non prima.

(Sarei contenta se qualcuno lo facesse per me ma tutti son troppo impegnati a parlare d’altro.)

* La disoccupazione è scesa di n%, e che vuol dire? Da sé, niente: bisogna vedere come mai è scesa, se e quanto sono aumentati gli occupati o gli inoccupati, che sono quelli che smettono di dire “sto cercando lavoro” (l’indagine è campionaria, infatti, non è basata su documenti e simili).

* Le casalinghe sono mezzo milione in meno rispetto a dieci anni fa; e questo ci autorizza a pensare che siano in via di estinzione? Ma nemmeno per sogno. Le casalinghe saranno anche -500.000 rispetto a dieci anni fa ma sono +2.459.000 –DUEMILIONIQUATTROCENTOCINQUANTANOVEMILA – rispetto al 2013.

A me secca parecchio sentir dire che le casalinghe sarebbero in via di estinzione proprio mentre sto ragionando sull’opportunità di definirmi “casalinga” io stessa. Ho capito che la casalinga non fa PIL e non versa i contributi pensionistici,[2] ma insomma, volerle proprio estinguere come triceratopi…

Quest’ultima uscita giornalistica delle casalinghe in estinzione è stata indotta dall’ISTAT, che ha iniziato il suo comunicato del 10 luglio scorso così:

Nel 2016 sono 7milioni 338mila le donne che si dichiarano casalinghe nel nostro Paese, 518mila in meno rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni. 

Certo, parlare di “estinzione” con un’età media di 60 anni mi pare un pizzichino esagerato: in dieci anni è comprensibile che muoia un mezzo milione di vecchiette, io stessa ho perduto una prozia. Ma coi riflessi quasi-pavloviani e la memoria corta di certi giornali era praticamente inevitabile quella reazione. L’ISTAT però non dovrebbe averla tanto corta, la memoria. Non per i dati suoi, almeno.

Che l’Istat mi attacchi un comunicato sulle casalinghe in quel modo lì, quando sono stati loro stessi a diffondere i dati del 2013 (allora le casalinghe erano 4 milioni 879 mila, come si può vedere in questo vecchio articolo; non ho ancora capito quale sia la diffusione ISTAT relativa) è davvero sconcertante. Anche volendo pensare che sia cambiata la metodologia di rilevamento, nespole, la differenza mi pare degna di nota. C’è del dolo dietro, foss’anche solo che hanno assunto qualche sprovveduto per scrivere i comunicati stampa!

______________

[1] Del resto, la nota espressione di Keynes – In the long run we are all dead, nel lungo periodo siamo tutti morti – era rivolta agli economisti, non ai contabili. In economia e in contabilità&commercio, “lungo periodo” indica due cose diverse. Ma l’INPS non è teoria economica, è contabilità.

[2] Esiste un Fondo Casalinghe dell’INPS a cui ci si può iscrivere e versare contributi pensionistici, se però non hai entrate come fai a pagare? Le casalinghe non hanno entrate per definizione. Non parliamo poi di quanti denari bisognerebbe pagare, e per quanti anni, per poter avere una pensione decente.

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E questo come lo traduco? Cannot see the wood for the trees, non vede il bosco perché guarda gli alberi

Ho scoperto questa graziosa frase idiomatica (idiom) inglese traducendo un libro di Hilaire Belloc: [people] cannot see the wood for the trees, cioè “non riesce a vedere il bosco per via degli alberi”.

Serve a indicare le situazioni in cui uno si concentra sui dettagli fino a perdere lo sguardo d’insieme; siccome a me è successo più di una volta, l’ho apprezzata particolarmente.

Solo che, oltre ad apprezzarla, la dovevo anche tradurre in maniera che fosse comprensibile. Sul mio vocabolario bilingue (Hazon Garzanti, edizione non più visibile ma collocabile tra il 1961 e il 1971; noi comunque la acquistammo per la scuola alla fine degli anni Settanta), la frase è presente ma è dato solo il significato, il che normalmente vuol dire che non esiste una corrispondente frase idiomatica italiana:

WOOD, sign. 1: bosco, foresta, selva (anche fig.)

—not to see the wood for the trees, perdersi nei dettagli.

Ora, questo va benone per un vocabolario: perché i vocabolari registrano quello che c’è, non è compito loro inventare quello che non c’è.

Io però non scrivo vocabolari e posso inventare quel che meglio credo. Dopo aver sentito dire in pubblicità “fragilizzati”, poi, voglio proprio vedere chi avrà la faccia tosta di dire che IO non posso inventar parole o espressioni. Ombra di Marcello Marchesi, mi chiedo dove sei adesso e se vedi le pubblicità… uhm, potrebbe essere un moderno supplizio infernale, esser costretti a guardare le pubblicità peggiori, ma spero proprio che M.M. non sia un inquilino del piano di sotto. Il Purgatorio me l’immagino come una via più o meno lunga, quindi le pubblicità non sarebbero un buon supplizio purgatoriale: se pure mettessero maxischermi ai lati della strada, nessuno starebbe lì a guardarli.

Prima di tutto, ho cercato nella memoria se conoscessi qualche frase adeguata ma mi veniva in mente soltanto il vecchio proverbio forse-cinese (quando non si sa da dove venga un proverbio, si dice sempre che è cinese, chissà come mai):

quando il saggio indica il cielo, lo sciocco guarda il dito

che tuttavia non è appropriato alla situazione, a parte la supponenza generale che me lo farebbe evitare. Niente da fare, bisognava che la inventassi io, una traduzione.

Prima versione: non riesce a vedere il bosco perché guarda gli alberi.

Il verbo can (senza il to; grazie, Vincenza) indica una possibilità materiale, non un permesso da chiedere, quindi si traduce bene con “riuscire”; però questa versione è un po’ lunga.

Seconda versione, lieve modifica: non sa vedere il bosco perché guarda gli alberi.

Non mi suona comunque bene.

Terza: non riesce a vedere il bosco per via degli alberi.

E qui capisco che il “non suona bene” sta nella prima metà della frase e non nella seconda.

Quarta: non vede il bosco per via degli alberi.

Mi sto avvicinando ma non trasmette il significato, cioè il fatto che uno si concentra sui dettagli e si perde l’intero.

E così, alla fine, per tenere tutto insieme, ho scelto questa versione:

non vede il bosco perché guarda gli alberi.

Mi pare che sia garbata da leggere (o sentire) e che si capisca bene il significato.

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18 luglio 1817

Oggi è il secondo centenario della morte di Jane Austen.

Per il bicentenario della mia scrittrice preferita ho tradotto due articoli del mio prediletto G.K. Chesterton. Potrebbe sembrare un abbinamento stravagante ma in realtà GKC era un deciso ammiratore di Jane Austen: spesso la menziona, oltre ad averle dedicato espressamente alcuni articoli. Io finora ne ho incontrati tre.

Uno di questi, “The Evolution of Emma”, è un capitolo di The Uses of Diversity, pubblicato in italiano col titolo La serietà non è una virtù, Lindau 2011 (traduttore ignoto al web e io non ho una copia del libro).

Gli altri due, appunto, li ho tradotti io; uno sarà pubblicato a breve nel sito della JASIT – Jane Austen Society of Italy e l’altro… non so ancora. L’avevo offerto per la pubblicazione a una testata online, così che lo potessero leggere tante persone ma in dieci giorni non ho avuto risposta, quindi a mezzanotte considererò decaduta l’offerta.

Gli articoli sono questi due, inserirò i collegamenti appena saranno disponibili:

G.K. Chesterton, Introduzione a Love and Freindship di Jane Austen, 1922

G.K. Chesterton, “Jane Austen e le elezioni politiche”, Illustrated London News, 1 giugno 1929

Intanto però voglio ricordare la seconda nascita della mia beniamina almeno con qualche riga. Sono troppo poco moderna per commemorare le prime nascite (cioè i compleanni) delle persone morte, ma le seconde nascite continuano a sembrarmi importanti.

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I doveri degli italiani

Quali sono i doveri di un cittadino italiano? Ascoltando il presidente Gentiloni, qualche giorno fa, sottolineare che i cittadini italiani hanno dei diritti ma anche dei doveri, mi sono accorta all’improvviso che io stessa, nata e crescita italiana e fiera di esserlo per la maggior parte della vita, non ho una grande e salda idea di quali siano questi doveri: votare, difendere la nazione, pagare le tasse e poi?

Quanto alle tasse, però, le paghi là dove lavori o hai dei possedimenti, perciò non è neanche tanto un dovere di cittadinanza, forse.

A una domanda del genere dovrebbe esser facile trovare la risposta, rileggendo la Costituzione. Solo che io la Costituzione l’ho letta più di una volta; ma si vede che ogni volta ero distratta, perché i doveri non li ricordo chiaramente.

Così sono andata a rivedere, nei primi 54 articoli, dove e come compaiono i termini del dovere, incluse le declinazioni del verbo e le espressioni “assimilabili” e ho trovato che ci sono tre tipi di dovere.

A) Ci sono doveri che vengono esplicitamente chiamati così

Sono, ad esempio i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (articolo 2) o il «dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4) o il dovere di mantenere ed istruire i figli (personalmente o mandandoli a scuola, articolo 30)[1] o il «dovere civico» di votare o infine il «sacro dovere» di difendere la patria (articolo 52). Ce ne sono anche altri, naturalmente. Basta leggere. La Costituzione, ognuno se la dovrebbe leggere da sé.

B) Ci sono doveri che sono formulati con “espressioni assimilabili”

Sono, per esempio il dovere di pagare le tasse (articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva») o il dovere di rispettare l’ordinamento giuridico italiano per le religioni che non siano quella cattolica, qualora ci sia contrasto con ciò che le religioni stesse stabiliscono (articolo 8: «Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano»). I neretti sono miei.

Le chiamo “espressioni assimilabili” perché, anche se non presentano il termine specifico, definiscono comunque un dovere.

Seguitando con l’esempio delle religioni, il dovere è quello di rispettare le leggi e le basi giuridiche della nostra nazione, come si è recentemente precisato in Corte di Cassazione a proposito dei coltelli rituali dei Sikh; indipendentemente dallo specifico della questione (che a me pare un poco fuori centro, perché quei coltelli non tagliano; è un po’ come metter fuori legge i sottobicchieri di metallo per tema che si possano usare a mo’ di shuriken), quel giorno è stato ribadito chiaramente il dovere esposto nell’articolo 8 in forma assimilabile.

C) Ci sono doveri impliciti nelle previste eccezioni ai diritti

I primi 54 articoli della nostra Costituzione sono zeppi di diritti, molti dei quali «inviolabili», e forse è anche per questo che i doveri non me li ricordavo più di tanto: perché annegano nell’oceano dei diritti. Molti di quei diritti oggigiorno sono internazionali, non dipendono dalla cittadinanza, la nostra Costituzione ha qualche anno sulle spalle.

Per alcuni diritti la Costituzione prevede che lo Stato possa legiferare delle eccezioni.

Uno di questi (non il solo caso, però) è il diritto alla salute:

Articolo 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.
La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Neretto mio. Qui è stabilito che nessuno può costringermi a curarmi e ciò che vale per me vale per tutti i cittadini, a meno che lo Stato non decida di costringerci a un certo trattamento sanitario emanando una norma specifica. È quello che lo Stato ha fatto nel caso dei vaccini.

In simili casi c’è un dovere implicito, che nasce però da un dovere esplicito, quello dell’articolo 54: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi».

Se lo Stato decide che tutti i bambini devono essere vaccinati, si potrà anche discutere sul numero dei vaccini o sull’obbligatorietà di certi vaccini e anche sulla giustizia della norma in sé MA, nel momento in cui lo Stato fa una legge in materia, è dovere di ogni cittadino italiano obbedire. Il dovere specifico del caso è implicito nel fatto che si tratta di una legge e che noi, come cittadini, abbiamo il dovere esplicito di obbedire alle leggi.

 

Ora, ci sono a volte cittadini che protestano contro leggi dello Stato e che non hanno la minima voglia di obbedire. Ci sono a volte leggi che sono dei veri e propri sputi all’umanità e disobbedire è un dovere civico quanto il voto.

Adesso però non stiamo lì a vedere se una legge è giusta o no: prendiamo come esempio, continuando con la salute, i genitori che non vogliono far vaccinare i loro figli. Che abbiano ragione o meno, rispetto ai doveri costituzionali che il presidente Gentiloni richiamava conta il fatto che questi cittadini italiani non vogliono onorare il dovere che hanno di seguire le leggi.

Tutti i cittadini italiani che conosco, poi, non avrebbero nessuna voglia di onorare quell’altro dovere di pagare le tasse (succede nei regimi di polizia fiscale, ma anche questo adesso lasciamolo da parte).

E una buona parte di cittadini italiani non ha la minima voglia di onorare il “sacro dovere” di difendere la patria e s’imboscherà di corsa se mai capitasse che entriamo in guerra, cosa che possiamo fare solo per difenderci, secondo la Costituzione: ma s’imboscheranno comunque. Addirittura, in Costituzione è presente un dovere, quello del servizio militare, che oggi abbiamo eliminato, tanto ci faceva schifo (non del tutto a torto, va riconosciuto).

Infine, bisogna che riconosciamo che molti non hanno la minima intenzione di onorare il dovere esplicitato dell’articolo 4, anche quando abbiano un’attività o funzione (un lavoro, insomma): il progresso che gli interessa è soltanto il loro proprio, alla nazione non ci pensano affatto, se non quando entra in gioco l’articolo 53 e allora non ci pensano esattamente con benevolenza.

Se gente che è nata e cresciuta in Italia, e non conosce concretamente altro, non è sempre disposta ad compiere i propri doveri costituzionali, quanto è saggio e giusto chiedere di compierli a persone che, pur nate e cresciute in Italia, conoscono concretamente anche altro e magari gli piace pure di più?

Anzi, facciamo un esempio estremo: immaginiamo che la Tunisia o la Francia ci attacchino e che dobbiamo difenderci con le armi; non succederà, però ha più senso usare come esempio due nazioni confinanti rispetto al Qatar o alla Corea del Nord.

Sarebbe giusto chiedere a un giovane cresciuto in una famiglia tunisina o francese, con parenti in Tunisia o in Francia, magari parenti stretti, di compiere il sacro dovere di difendere la patria italiana solo perché gli è capitato di nascere in Italia?

Sarebbe saggio aspettarsi che lo compia, se non vorrebbe compierlo nemmeno chi non ha alternative di patria?

E, se davvero si entrasse in guerra contro quei paesi, anzi, stavolta diciamo se fossimo in guerra contro la Corea del Nord: siamo sicuri che qualche benintenzionato funzionario della Difesa non avrebbe il ghiribizzo di internare mia cognata (che è di Seul, quindi del Sud, non del Nord) e mio nipote proprio come fecero gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale con i cittadini statunitensi di origine italiana o giapponese? Eppure la cittadinanza gliel’avevano pur data! Suprema ingiustizia, ma io riesco a immaginarla praticata anche in Italia, specie con la percentuale di preconcettosi fifoni che abbiamo. Non si può sperare che non entreremo mai più in guerra con nessuno solo perché con l’Unione europea abbiamo avuto settant’anni di pace fittizia.

Sarebbe una gran cosa se la gente guardasse le cose senza sentimentalismi e considerando tanto la storia quanto la natura umana.

 

Paolo Pombeni, Lo ius soli e una politica sfilacciata, Mente Politica 21.06.2017

Rodolfo Casadei, Ius soli. Perché non funziona (Una trappola chiamata ius soli), Tempi.it, 20 giugno 2017

 

 

 

[1] In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola. Lo Stato istituisce scuole per i figli di chi non è in grado di istruirseli da sé ma non è obbligatorio mandarceli: è solo generalmente più comodo. Un bambino deve avere perlomeno otto anni di istruzione, questo è un suo diritto. Il dovere quindi riguarda non solo l’istruzione ma anche la sua durata: gli otto anni valgono sia che il bambino vada a scuola sia che venga educato in casa.

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Le parole che evito: italiota

Il termine “italiota”, fin dalla sua nascita, ha sempre indicato nella nostra lingua un determinato elemento della Storia: come sostantivo, gli antichi abitanti della Magna Grecia, cioè dell’Italia meridionale, e come aggettivo tutto ciò che riguarda la Magna Grecia antica.

Quando facevo il liceo, questo è il significato che appresi.

Poi è venuta fuori la moda per cui un italiano definisce gli italiani “italioti” quando fanno qualcosa che non gli garba. Non so chi abbia messo in giro questo significato spregiativo ed è possibile che sia più vecchio dei miei anni liceali; è anche possibile che il sostantivo greco da cui deriva fosse dispregiativo di suo (in tal caso sarebbe strano che sia stato usato per trarne un termine storico all’inizio dell’Ottocento, dovrò approfondire) ma è solo in seguito che l’ho sentito usare in maniera diffusa.

Per la nascita del significato dispregiativo vedo due possibilità:

* una è che sia un traslato inventato da qualcuno che disprezzava gli abitanti della Magna Grecia attuale e che abbia cominciato a usarlo prima contro di loro (come userebbe “terroni”, per capirci) e poi appunto trasportando quel significato a tutti quelli che disprezza; però mi pare poco probabile;

* l’altra, e mi pare la più verosimile, è che sia una composizione di italiano+idiota; in altre parole, chi usa il dispregiativo “italiota” sta dando dell’idiota a chiunque non la pensi come lui e nel farlo gli par d’essere figo, anche.

Se anche la genesi fosse la prima, comunque, la diffusione è stata dovuta sicuramente all’assonanza con “idiota”.

Questa è una delle parole che non uso né userei mai, ovviamente nel significato dispregiativo. Se mi trovassi a parlare degli abitanti della Magna Grecia antica, immagino che la userei.

Se invece mi irritassi (cosa non molto difficile a verificarsi) e volessi dare dell’idiota a qualcuno, gli darei dell’idiota; più probabilmente gli darei del deficiente. Ma sarebbe una cosa personale e indipendente dal suo o mio essere italiano tunisino americano o filippino. I deficienti sono universali come gli idioti e gli imbecilli. Legare un termine dispregiativo a una nazionalità non rientra nel mio genere di dispregio.

Oltre a evitarla, mi son fatta un’idea abbastanza chiara di quelli che la usano; e ho una certa tendenza a evitare anche loro.

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