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Il Dio della vita

– Le piace essere un pastore?

Il reverendo Paul Ford stavolta sollevò lo sguardo vivamente.

– Se mi piace… ma, che strana domanda! Perché me lo chiedi, cara?

– Niente… è solo per la faccia che aveva. Mi ha fatto ripensare al mio papà. Anche lui aveva la stessa faccia, ogni tanto.

– Davvero? – La voce del pastore era educata ma i suoi occhi erano tornati a guardare la foglia secca per terra.

– Sì, e io gli chiedevo, come ho chiesto a Lei, se era contento di essere un pastore

L’uomo seduto ai piedi dell’albero sorrise un po’ mestamente.

– Ebbene, lui che rispondeva?

– Oh, lui diceva sempre che lo era, naturalmente, ma quasi sempre diceva anche che non sarebbe rimasto pastore neanche un minuto se non fosse stato per i brani gioiosi.

– I cosa? – Gli occhi del reverendo Paul Ford abbandonarono la foglia e si fissarono stupefatti sul faccino gaio di Pollyanna.

– Be’, papà li chiamava così – rise lei. – Ovviamente la Bibbia non li definisce così. Ma sono tutte quelle frasi che cominciano con “Siate lieti nel Signore” oppure “Rallegrati” o “Gridate di gioia” e così via, sa… ce ne sono così tante. Una volta che papà si sentiva proprio giù, le ha contate tutte. E ce n’erano ottocento.

– Ottocento!

– Sì; e ti dicono di rallegrarti ed essere contento, sa; ecco perché papà li chiamava i brani gioiosi.

– Oh! – Sul volto del pastore apparve una strana espressione. Lo sguardo gli era caduto sulle parole del primo foglio che aveva in mano: «Ma guai a voi, scribi e farisei, ipocriti!» – E dunque tuo padre… gli piacevano quei brani gioiosi – mormorò.

– Oh, sì – Pollyanna annuì con forza. – Diceva che si era sentito subito meglio, quel primo giorno che pensò di contarli. Diceva che se Dio si è preso il disturbo di dirci ottocento volte di essere contenti e rallegrarci, deve volere che lo facciamo – spesso.

E.H. Porter, Pollyanna, ch. XXII
(traduzione mia)

Quando una persona ripete sempre la stessa cosa, noi diciamo che “è fissata” con quella cosa lì. È un’esperienza comune, credo; tutti conosciamo qualcuno che appena ti vede ti attacca un bottone circa il suo argomento preferito.

Pollyanna è uno dei miei libri preferiti a causa del brano che ho riportato qui sopra. Mi ha sempre colpito la considerazione che se Dio si è preso il disturbo di dirci per ottocento volte di essere contenti, evidentemente vuole che siamo contenti. Non fa una piega. Si capisce che Dio è fissato con ‘sta faccenda di rallegrarci ed essere contenti.

Mi ha pure colpito sempre che il babbo di Pollyanna si sia messo a sfogliare l’intera Bibbia per contare tutte le occorrenze. Non riesco a immaginare quanto tempo potrei metterci. Così, sono stata assai contenta di avere a disposizione le statistiche di IntraText, quando mi sono resa conto che l’Onnipotente è in fissa, diciamo, anche con un’altra cosa.

C’è una parola, nella Bibbia, che ti balza incontro con una grande frequenza. È la parola vita. Contando tutte le volte che ricorre, declinazioni, verbi, aggettivi, modi di dire e così via (un’operazione leggermente diversa da quella che compì il papà di Pollyanna), le occorrenze sono 1628. Che voglia farci capire qualcosa?

Vita & c.
occorrenze nella Bibbia
(versione CEI attuale)

A) il sostantivo vita

vita      871

vite      17        (solo il plurale di “vita”; esclusi i riferimenti alla pianta)

B) forme del verbo vivere

vivere  85

visse    36

vissero 1

vissuta 1

vissuti  4

vissuto 11

vivano 7

vivendo           7

vivesse            3

vivessero         1

vivessimo        1

viveste 2

vivete  6

viveva 4

vivevano         4

vivevo 1

viviamo           9

viviate 3

vivono 22

vivrà    45

vivrai   9

vivranno          8

vivremo           7

vivrete 12

vivrò    4

C) aggettivi e avverbi collegati a vita e vivere

vitale   11

vitalità 1

vivente            102

viventi 61

vivissima         1

vivamente       4

D) termini plurivalenti (hanno lo stesso aspetto ma sono elementi diversi, per esempio forme verbali oppure  aggettivi, modi di dire e così via)

viva     65 (aggettivo, forma verbale, esclamazione)

vive     54 (aggettivo, forma verbale)

vivi      47 (aggettivo, forma verbale)

vivo     101 (aggettivo, forma verbale)

totale: 1628

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Una scoperta: Kids Need To Read

Veleggiando in Wikipedia alla ricerca di notizie con cui non vi annoierò, ho scoperto un’organizzazione nonprofit americana molto graziosa: si chiama Kids Need To Read (i piccoli hanno bisogno di leggere – kids arriva fino alla maggiore età, circa).

http://www.kidsneedtoread.org/

Questa organizzazione, nata nel 2008 per opera di uno scrittore, un attore e un’esperta di customer service (che insegnava in casa ai propri figli), dona libri alle biblioteche – di scuole o centri di assistenza per ragazzi – che non hanno soldi per comprarne.

I libri devono essere adatti a far venire voglia di leggere ai bambini e ragazzi che non ne hanno: per esempio, alcuni grandi classici sono proposti come graphic novels, a fumetti, e non come libri. Una volta preso il gusto della lettura, sono sicura che i ragazzi stessi se li andranno a cercare. I libri che la fondazione dona sono scelti perché adatti a stimolare l’immaginazione e un atteggiamento positivo verso la vita. Attualmente la fondazione ha una lista di 350 titoli, divisi per fasce di età.

Mi hanno colpito la semplicità dell’iniziativa e l’assenza di retorica: se non hai libri da leggere non li leggi, c’è poco da dire; e se i libri che hai sono noiosi, la voglia di leggere è probabile che ti passi presto.

Interessante anche How to Raise Boys Who Read, by Thomas Spence, Wall Street Journal, September 24, 2010

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Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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